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De Caprio Società del rischio

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Prendere una decisione in materia ambientale nelle “società del rischio”

Lorenzo De Caprio

 

Rappresentano o no un rischio per la salute i cibi “OGM”? Dobbiamo dotarci o no di centrali nucleari? Distruggerà l’ambiente il supertreno che dovrebbe scorrazzare per la Val di Susa? Se ne esistono, quali i rischi connessi a discariche e termovalorizzatori?
Questioni che infiammano l’opinione pubblica. Provocano sconquassi economici, sommosse popolari e crisi politiche. E le decisioni rimangono nell’aria, sospese.
Nessuno può o vuole fare… Nessuno sa che fare.
Eppure gli interrogativi sembrano facilmente risolvibili. Si chiamino i tecnici, gli ingegneri, i medici, i chimici, i fisici, gli scienziati e loro daranno tutte le risposte che attendiamo.
La più attenta valutazione tecnico-scientifica e la più puntuale, trasparente informazione calmeranno le paure, sederanno gli animi, rassereneranno gli ipocondriaci, isoleranno i facinorosi. Tutti si dovranno inchinare al parere degli esperti. La Politica così, resa libera dalla Scienza, potrà prendere decisioni finalmente da tutti condivise.
Gli esperti in materia di energia nucleare dicono che la sicurezza delle centrali di III generazione è elevatissima e quella delle futuribili centrali di IV pressoché assoluto. Nessun errore umano, nessuna valvola può più provocare disastri. Tutto è stato misurato, calcolato, previsto. Inponenti le misure di sicurezza!
Se qualche ecologista ricorda loro Chernobyl e Three Miles Island, rispondono che si tratta di casi sciagurati, ma isolati. Eventi imputabili a superate tecnologie, dovuti ad errore umano. Incidenti “impossibili”, insignificanti dal punto di vista statistico quando si considera l’enorme numero delle centrali nucleari sparse per ogni angolo del mondo.
Nicchiano quando l’ecologista li interroga sulle scorie radioattive. Affermano che, se nel prossimo futuro vogliamo tener calde le case d’inverno e accesi i condizionatori d’estate, saremo costretti ,prima o dopo, ad assumerci i rischi connessi al nucleare. Concludono con una avvertimento: l’energia serve, i suoi consumi aumentano, il petrolio costerà sempre di più, la scelta nucleare è dunque necessaria per il nostro benessere, inevitabile se vogliamo sopravvivere nel mercato globale.
Il dibattito sul nucleare rappresenta il caso esemplare. Allo stesso modo, gli esperti intervengono e danno pareri sugli OGM, sui treni, sulle piogge acide, sullo smaltimento dei rifiuti e via dicendo.
Nell’esempio abbiamo figurato il caso che tutti, dico tutti, gli esperti siano favorevoli alle centrali atomiche. In realtà le cose non stanno affatto così. Partendo dall’energia atomica per arrivare agli OGM, la comunità degli esperti si spacca quando si tocca il nervo scoperto delle politiche ambientali. Gli scienziati non la pensano tutti allo stesso modo e come ve sono di insigni pro nucleare, OGM o termovalorizzatori così ve sono altri fieramente contro.
Anche loro sapienti onniscienti, anche loro insigni e non meno armati di razionali argomenti a sostegno delle loro altrettanto razionali opinioni. Ma se credete che gli scienziati che dimostrano il rischio connesso agli alimenti OGM , possano con i loro razionali argomenti convincere la parte irrazionalmente interessata alle bistecche OGM, sareste in grave errore.
Questo approccio non funziona. Color che sanno tutto sull’atomo convincono solo quelli che già sono convinti della necessità delle centrali. Quelli che le rifiutano, rimangono fermi nelle loro “irrazionali” opinioni, pronti a strepitare e se necessario a dar dura battaglia.
La credenza veteropositivista che dalla Scienza possa e debba venire la parola veritiera e definitiva, si sta dimostrando per quello che era fin dall’inizio: una credenza veteropositivista.
Nella postmodernità relativista anche la scienza è relativista. Così è, questa è la vera verità, …se vi pare!
Perché certi settori dell’opinione pubblica si oppongono a treni e termovalorizzatori ricorrendo anche alla violenza?
Eppure queste minoranze ribelli, a ben vedere, non sono costituite da pericolosi rivoluzionari di professione. Nessuno di loro ha letto “Stato e Rivoluzione”, nessuno di loro sa chi è Bakunin. Questi gruppi includono madri e padri di famiglia, preti, operai, impiegati, insegnanti, intellettuali etc etc. Sono dunque minoranze trasversali, interclassiste ed interculturali. E non per caso vi troviamo ben rappresentate anche parte della cosidetta “società civile”: associazioni di volontariato, comitati civici spontanei, comunità parrocchiali, ed anche… le istituzioni dello Stato: enti locali, consigli comunali e provinciali, e via dicendo.
Dunque, questione che mettendo in crisi il rapporto fiduciario tra la cittadinanza e lo Stato compromette la struttura ed il funzionamento dello Stato.
<<Che razza di paese è questo! Che fa il governo! dov’è lo Stato! Che paese è questo!>> urlano i ribelli inviperiti <<se dei pazzi in libera uscita possono decidere a loro piacimento di aprire una discarica in pieno centro cittadino od in un parco nazionale! Che intervengano i magistrati!>>
 <<Che razza di paese è questo! Che fa il governo! dov’è lo Stato!Che paese è questo!>> urlano i benpensanti scandalizzati <<Basta! Ne abbiamo piene le tasche. Se una piccola parte di ignoranti, fanatici arrabbiati, mette i bastoni tra le ruote e minaccia l’ordine pubblico ed il benessere collettivo che lo Stato dia il via alle cariche della Polizia!>>
E qui si apre una questioncella che a che fare con la democrazia. La minoranza che, rivendicando i propri legittimi diritti, protesta contro TAV, nucleare e discariche ha il diritto di opporsi a decisioni politiche prese a tutela ed a vantaggio degli interessi della maggioranza?
Ma per converso, se si riconoscono i diritti delle minoranze, la maggioranza in nome di quale diritto impone alle minoranze scelte da esse non condivise?
E se le minoranze ricorrono alla violenza, deve la maggioranza imporre il proprio diritto con pari o maggiore violenza?
Nelle controversie sulla TAV, o sui gasificatori in Puglia, esattamente come è in atto nella tragedia dei rifiuti non solo un conflitto tra cittadini e Stato, ma una battaglia che sa di delirio istituzionale: lo scontro tra le istituzioni dello Stato, tra il suo centro e la sua periferia. Da una parte il governo nazionale, rappresentato nel caso Campania dalla figura del commissario straordinario, dall’altra in dura opposizione i rappresentanti locali dello stesso stato: sindaci e presidenti di Provincia consigli comunali e provinciali.
Fino a che punto possono spingersi i poteri delle istituzioni locali e fino a che punto il potere e la forza dello Stato?
I contestatori vengono tacciati di ignoranza, ed in quanto ignoranti farebbero bene a stare zitti.
Come se la massaia per protestare avesse l’obbligo di conoscere tutto sul ciclo dei rifiuti, tutto sulla fisica dell’atomo, tutto sul trasporto ferroviario. Sarebbe come dire al fisico che protesta col ristoratore perché la pasta è scotta e la bistecca è cruda di farsi ,prima, una cultura sull’arte della culinaria!
Già, ma chi altri dovrebbe farsi una cultura oppure farebbe meglio a stare zitto?
In tutte le problematiche ambientali che riguardano la salute pubblica, l’informazione mediatica ha svolto e svolge un ruolo determinante nello scatenare reazioni di panico incontrollato.
Ma il terrorismo mediatico pseudoscientifico non è affatto novità. Ricordatevi delle precedenti terrificanti apocalissi annunciate: “ il colera a Napoli”, “la mucca pazza”, “ i polli influenzati” .
Nessuno dunque si deve sorprendere se anche sulla diatriba sulla pericolosità dei rifiuti, i “fatti” della scienza siano stati presentati in modo confuso, distorto, approssimativo, nel migliore dei casi: parziale. Nulla di nuovo se alle ecoballe che si sollevano solleticando il cielo, i media abbiamo sollevato oltre gli aristotelici cieli ecoballe pseudoscientifiche. Che fare? Imporre una forma di censura? Rimandare a scuola i giornalisti? E se ,dietro le innumerevoli fandonie si nascondessero interessi molto particolari?
Per decenni si sono costruite fabbriche che sprigionavano inquinanti d’ogni tipo. Non c’era polmone fino che non potesse essere soddisfatto dalla strepitosa offerta delle generose ciminiere. L’amianto della Cementir, i fumi di Marghera, i tossici di Seveso, le polveri dell’acciaieria di Bagnoli. Una cittadina rossa… per la povere che la ricopriva. Ma nessuno si lamentava, nemmeno chi ci lavorava.
Oggi anche l’officina del meccanico sotto casa deve essere a norma. Oggi a tutela della sicurezza ambientale e dei lavoratori abbiamo le normative europee. Leggi che in tutta Italia tutti rispettano col risultato di 3 morti al giorno nei luoghi di lavoro.
La centrale atomica del Garigliano fu costruita negli anni ’60 a metà tra Roma e Napoli, ad un tiro di schioppo da Gaeta, Formia, Capua, e nessuno ebbe a che ridire. Anzi, allora erano contenti: parroci, sindaci, contadini ed onorevoli. La centrale era il segno tangibile del progresso industriale e scientifico del nostro paese, della nostra italica modernità trionfante. Più in generale del dominio dell’uomo sulle forze più violente della natura. Ora la centrale riposa silenziosa sul fiume, bianca nella sua pace inquietante.
Prima della normativa europea sui rifiuti, ( cui l’Italia è obbligata, pena sanzioni), tutti i comuni italiani si servivano di discariche disseminate nei loro territori senza alcun riguardo all’ambiente ed alla salute collettiva. Dovunque tutti, dalle Alpi a Pantelleria, vi scaricavano di tutto: dai malfamati rifiuti domestici agli scarti tossici industriali.
Le popolazioni convivevano pacificamente con bucce di banana, vecchi televisori e veleni. Nessuno protestava.
E qui deve essere chiaro che il cosidetto “ciclo integrato dei rifiuti” non si propone solo di salvaguardare l’ambiente, ma anche ( e forse soprattutto) di utilizzare i rifiuti come fonte rinnovabile di materie prime e d’energia, di un’energia che nel breve-medio periodo promette d’essere ancora più rara e sempre più costosa.
La legge europea ha pubblicamente dichiarato illegali, abusive, mortalmente pericolose quelle che anche prima non erano affatto innocue discariche comunali. C’è da sorprendersi se le popolazioni locali adesso insorgono terrorizzate quando si parla di localizzare nel proprio giardino impianti per il trattamento industriale dei rifiuti fossero anche solo bucce di banana o vecchi televisori?
Si tratta solo di una indesiderata conseguenza “psichica” della normativa?
E se si trattasse di una frattura tra gli obiettivi perseguiti dal processo tecnico-industriale ed i valori della gente?
Questi ribelli, ipocondriaci resi ancor più ipocondriaci dai media, potrebbero i esprimere in modo arruffato e politicamente scorretto una trasformazione in atto nella mentalità collettiva nei riguardi delle magnifiche sorti della modernità industriale.
Queste persone combattono con un accanimento degno della miglior causa e nelle loro proteste ricorrono ossessivamente i termini: salute e malattia, vita e morte. Temono veramente per la loro salute e per quella dei loro figli, lottano ben convinti che sia in gioco la loro stessa vita. Scendono in campo decise a dar battaglia fino all’ultimo sangue non appena la politica prospetta interventi che da loro sono invariabilmente percepite come fonte di “rischio” per la loro salute.
Si registra qui uno scollamento tra il linguaggio tecnico-scientifico e quello comune ed il termine “rischio” sembra essere diventato il segno di un profondo cambiamento.
In prima battuta, il concetto di rischio rimanda al Caso. Casomai ad un colpo di fortuna. Potremmo dire che quando giocate al bancolotto vi assumente il rischio di incarrare un terno!
Non proprio così per un allibratore, per il quale il “rischio” che il tal cavallo vinca la corsa o arrivi piazzato è sottratto, in un certo senso, ai giochi imprevedibili del Caso ed affidato alla previsione di un rozzo calcolo umano.
L’azzardo, il colpo di una sfortuna cieca quanto la fortuna diventa un rischio misurato scientificamente per il medico: la probabilità statisticamente determinata che un determinato evento ( la malattia) possa o non possa realizzarsi nel futuro.
In questo senso, il concetto di rischio tende a scivolare su quello di pericolo. Termine che sta a significare non che un evento nefasto potrebbe verificarsi, ma che può, anzi che si verificherà. E’ pericoloso toccare i fili dell’alta tensione, non c’è rischio di morte, c’è la morte.
Ora, se il tale medico, epidemiologo di chiara fama, decidesse di valutare se il consumo alimentare della sostanza X costituisca o meno un fattore di rischio nei riguardi dello sviluppo di un cancro epatico, questo dottore procederebbe, grosso modo, nel seguente modo.
Prenderebbe in esame 1000 persone abituali consumatrici di X (gruppo A) e 1000 persone che non consumano X (gruppo B). Poi seguirebbe per un periodo più o meno lungo di tempo entrambe le popolazioni, diligentemente annotando i casi di cancro del fegato che insorgessero nel gruppo A e B. Se, dopo, poniamo, 5 anni di osservazione, se si fossero registrati 50 casi di neoplasia epatica nel gruppo A e 10 nel gruppo B, il nostro epidemiologo, fatti un po’ di conti, potrebbe ragionevolmente concludere che X rappresenta un fattore di rischio nei riguardi dello sviluppo di un cancro epatico nella popolazione in generale.
Che significa in pratica tutto questo? Significa diverse cose.
Poiché il gruppo A ha sviluppato cancri epatici con una frequenza maggiore rispetto al gruppo B, ne deriva che nella popolazione in generale bisogna disincentivare o meglio proibire il consumo di X.
Il fatto che casi di cancro si siano registrati anche nella popolazione che non consuma X, sta però a significare che questa ha solo meno probabilità di morire di cancro del fegato. Come a dire che: la non esposizione ad un certo, determinato e noto, fattore rischio, riduce ma non annulla la probabilità che lo stesso evento morbosi si manifesti nella popolazione in generale.
Altri fattori sconosciuti all’epidemiologo possono, infatti, aver giocato un ruolo nello sviluppo del cancro nei gruppi studiati.
Inoltre il nostro insigne epidemiologo ha preso in considerazione la sostanza X, ma non le sostanze Y o Z, e lo sviluppo di cancro del fegato ma non l’insorgenza di infarto del miocardio o di neoplasia polmonare. La valutazione sperimentale del rischio è dunque carica di teoria. Il nostro epidemiologo ha agito seguendo un pre-giudizio. Egli ha scelto, ha preso in considerazione una determinata sostanza ( nel caso X) ed ha correlato il suo consumo con un singolo pre- determinato evento morboso.
Insomma, nella sterminata e poco esplorata giungla degli inquinanti (tutti in via teorica fattori di rischio), il tecnico può solo individuare alcuni possibili fattori e correlarli con certe patologie. Come a dire: ci interessiamo solo degli inquinanti che sospettiamo, immaginiamo possano essere fonte di un rischio. Ed una volta dimostrato che quella tale sostanza rappresenta un rischio, solo da essa ci difendiamo. Ovvero, ci possiamo difendere solo dai rischi che conosciamo e solo per ridurre la frequenza delle malattie che dimostriamo statisticamente correlarsi ad essi.
Così nel mare magnum di quello che ingurgitiamo, diamo per scontato che i coloranti alimentari ed i conservanti non abbiano a lungo, lunghissimo termine effetti sulla salute, ma ne possiamo essere sicuri?
Per esempio, ancora, una certa parte dell’opinione si è convinta che i fumi dei termovalorizzatori rappresentino un rischio per la salute: cancro. Davanti ad una simile affermazione il tecnico salta sulla sedia, grida allo scandalo tacciando di ignoranza l’opinione pubblica.
Al tecnico non interessano i fumi in generale ma una qualche sostanza in essi rilasciata. Non può correlare tutti i cancri al generico fumo, ma un certo cancro ad una certa sostanza. Il tecnico avrà ragione ma anche torto. L’esperto non si rende conto che per l’opinione pubblica la parola rischio significa qualcosa di ben diverso di quello misurato scientificamente ed in questo dialogo tra sordi il monopolio di razionalità che la Modernità ha attribuito alla Scienza finisce. E c’è di peggio. rischia di finire anche la credenza illuminista che possano essere risolti dalla Ragione i conflitti tra gli uomini, animali invariabilmente forniti di ragione.
Per la gente comune la parola rischio sta invece per pericolo, un pericolo percepito certo, imminente ed immanente.
Prendiamo il caso di Chernobyl. Per la Ragione tecnica, si trattò di un incidente catastrofico quanto si vuole, ma, stringi stringi, di un caso unico imputabile ad obsoleta tecnologia ed errore umano. In quanto evento “impossibile”, Chernobyl rappresenta un caso così eccezionale e così fortuito da qualificare come immotivata, irrazionale la paura che il “volgo” ha nei confronti dei rischi delle modernissime centrali nucleari.
Per il volgo le cose stanno in tutt’altro modo. Quel genere di incidente non era stato previsto, ma è accaduto, è realtà. Il fatto che il rischio “impossibile” rappresentato dall’errore umano non fosse stato preso in considerazione sta ad indicare la pericolosità reale dell’energia nucleare.
I tecnici potranno prendere tutte le misure di sicurezza, potranno perfezionare tutte le tecnologie che vogliono, ma resterà sempre una probabilità bassissima, un rischio remotissimo che un’altra “impossibile” Chernobyl esploda in qualche altra parte del pianeta.
Anche se la pre-visione statistica ci dicesse che una catastrofe di tal genere e di tale proporzioni non potrà mai più ripetersi, noi non ci fidiamo! Non è un mondo desertificato che vogliamo! Una Chernobyl basta ed avanza all’intera umanità.
A queste osservazioni, però, la risposta del tecnico è autenticamente terrorizzante: << L’Italia è già circondata da centrali nucleari, se in Francia od in Germania o in qualche altra parte dell’Europa uno qualunque di questi impianti salta, potrete solo sperare di salvarvi. Confidate in Dio. Che ripeta il miracolo. Pregatelo affinché per la seconda volta orienti i venti in modo da tenere molto lontana la nube radioattiva. Rifiutando l’energia nucleare vi pigliate tutti rischi e rinunciate a tutti i vantaggi. La vostra posizione è emotiva, irrazionale>>
Nella valutazione popolare del rischio intervengono considerazioni “irrazionali” che invece Ulrich Beck definisce “sociali”. Entrano in gioco e pesantemente valori che attengono alla qualità della vita delle persone, agli stili di vita, alla percezione della salute e della malattia, agli orientamenti morali e religiosi, alla visione del mondo come a ciascuno piacerebbe che fosse. Un insieme estremamente complesso ed articolato di valori socio-culturali che nulla hanno ha che fare con le considerazioni alquanto semplici e semplicistiche dei tecnici.
La maggioranza degli studiosi sociali sostiene concordemente e da molti anni che questi atteggiamenti “emotivi” siano in realtà dovuti alla consapevolezza crescente nella società post-moderna del fallimento delle promesse di palingenesi portate avanti dalla Modernità, e di conseguenza è crescente, come un fiume in piena, la tendenza a mettere in discussione i paradigmi fondativi della società industriale. In primo luogo la convinzione dogmatica che lo sviluppo tecnico-scientifico possa edificare il terra la Gerusalemme celeste, di conseguenza l’evoluzione postmoderna del processo di industrializzazione è guardato con diffidenza e paura. Ed in effetti, le conseguenze negative dell’industrializzazione non si limitano più alle sue aree di insediamento, ma coinvolgono ormai regioni geografiche sempre più estese: regioni, nazioni, continenti, il pianeta intero Emissioni di CO2, effetto Serra, desertificazione, piogge acide.
Le moderne società del benessere si starebbero trasformando in “società del rischio”, società dominate dall’incertezza, dalla paura del futuro ed in cui le persone lottano disperatamente, come se fosse in gioco la vita, per abolire ogni fonte di “rischio” . Vero, immaginario o creato ad arte che sia.
All’origine di tutto questo il clima d’incertezza economica e sociale conseguente al processo di globalizzazione. Rischio di perdere il posto di lavoro, rischio di non arrivare a fine mese, rischio disoccupazione, rischio criminalità, rischio immigrazione, rischio malattie.
La medicalizzazione mediatica della società contemporanea, aggiungiamo noi, da un potentissimo contributo all’incertezza, al clima di ansia collettiva che caratterizza la “società del rischio”. Nulla di strano se dalla criminalizzazione dei fumatori si sia passati alla criminalizzazione del fumo dei termovalorizzatori.
Nelle società del rischio certi settori dell’opinione pubblica percepiscono ormai la fonte stessa del loro benessere materiale : il sistema di produzione industriale, come un “rischio” mortale per la loro salute, per la vita stessa.
Ed è a questo punto, avvertono certi analisti, che la posta in gioco diventa molto più alta. La paralisi , il fallimento del ciclo industriale del trattamento dei rifiuti in Campania ha avuto un effetto valanga su tutta la vita economica e sociale della regione e crea ulteriori danni economici oltre che d’immagine al sistema Italia. La catastrofe, per altro annunciata, in Campania potrebbe prefigurare lo scenario del futuro che ci attende.
Gli atteggiamenti “irrazionali” mettono in discussione la crescita economica, il progresso, la pace sociale delle popolazioni, delle stesse che protestano. La ricchezza creata dal sistema industriale non ha solo elevato il tenore di vita delle popolazioni occidentali, ma distribuendo ricchezza ha dato un contributo decisivo alla pace sociale. I conflitti di classe sono stati controllati con lo stipendio a fine mese, i supermercati, le automobili, le vacanze.
Bisogna scegliere, decidere se vogliamo pance piene, pace sociale e ciminiere o pance vuote rivoluzioni e prati verdi. Come a dire: o mangiamo questa minestra o saltiamo dalla finestra!

 

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