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Giustiniani Rifiuti

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Di fronte alla “questione rifiuti”.

Verso una “nuova” riflessione ecclesiale tra etica e pastorale

 

Pasquale Giustiniani[1]

 

1. Con quali obiettivi e con quale  metodo
Nella brochure-invito di un Seminario della Conferenza episcopale italiana, tra l’altro, si legge: «Anche la comunità ecclesiale viene spesso interpellata su un tema che tocca le vite di tante donne e tanti uomini. È per questo che occorre una riflessione nuova, capace di ponderare attentamente anche le forme che può assumere un intervento ecclesiale su questioni così profondamente segnate da componenti di incertezza. In tale contesto, infatti, si ha l’impressione che la stessa dottrina sociale della Chiesa, più che come raccolta di soluzioni immediatamente viabili, vada piuttosto valorizzata come preziosa fonte di principi interpretativi, per orientare l’azione all’interno di una realtà complessa. Gli interrogativi etici si intrecciano, insomma, con urgenze pastorali di notevole consistenza, nei quali la fede cristiana e la sua attenzione per la salvaguardia del creato sono chiamate a mostrare la propria capacità di illuminare situazioni complesse».
Si tratta non soltanto di una dichiarazione d’intenti, ma di un vero e proprio reticolo concettuale, alla luce del quale, mi sembra, si è posti in grado di far emergere anche quelli che costituiscono altrettanti passaggi logici di una riflessione ecclesiale che voglia proporsi ai credenti italiani come nuova preziosa fonte di principi interpretativi nella gestione dei rifiuti.
In quanto “ecclesiale”, tale riflessione, ponendosi in un orizzonte d’intersezione tra etica e pastorale, deve cercare di valorizzare questo “reticolo”, non senza problematizzarlo ulteriormente, in vista dell’obiettivo condiviso, che è appunto quello di tratteggiare linee di possibili strategie tra etica e pastorale che la Chiesa - madre e maestra - potrebbe offrire, anche attraverso qualche specifico “intervento”, alle realtà diocesane e, in esse, soprattutto alle singole comunità parrocchiali nelle quali operano e vivono i credenti i quali, posti di fronte alla “questione rifiuti”, si vanno sempre più accorgendo di essere di fronte a tematiche segnate da forti componenti di incertezza sia sul piano dell’analisi della situazione che su quello delle strategie di “risoluzione”, in particolare se si tiene conto del fatto che, accanto alla inevitabilità della gestione, si pone l’esigenza di gestire il problema senza arrecare danni irreparabili a se stessi e, particolarmente, al futuro del cosmo e al futuro dell’essere umano sul pianeta.
L’espressione “strategie pastorali”, d’altra parte, richiama la correlazione tra gli interventi della comunità cristiana circa un problema, che a volte sembra di “ipermetabolismo” della società consumistica e tecnologica, quale è appunto quello dei rifiuti, e il “punto di vista” del Bel pastore, Gesù Cristo, da attingere non soltanto alla luce di eventuali orientamenti biblici, patristici e della tradizione (peraltro mai posti in maniera così problematica e, talvolta, drammatica, di fronte a questioni che possono considerarsi ultramoderne  e particolarmente acute nelle società opulente occidentali). In questo senso, le Chiese che sono in Italia non possono non adottare strategie etico-pastorali idonee ai problemi di volta in volta emergenti perché questo è esigito dal dovere di raggiungere tutti-in-situazione mediante la Buona Notizia, com’è proprio del “Pastore delle pecore” e di coloro che, come le Chiese, ne rappresentano il prolungamento nella storia e nei luoghi. Ma qualunque strategia, dovendo, a sua volta, correlarsi con il contesto, da esso deve assumere i bisogni, anzi di esso deve, in qualche modo, presentire le principali linee di tendenza, soprattutto etiche. Queste, oggi particolarmente, ricordano che non tutto è consumabile senza residui e senza conseguenze, come mostrano a sufficienza i “residui” e i rifiuti del consumismo avanzato, di cui diventa complessivamente problematica la gestione o in termini di “smaltimento”, o di “custodia vigilata” (per i rifiuti non degradabili e non riutilizzabili), o di raccolta, o di trasformazione in vista del recupero, ri-uso e riciclo, o di trattamento ai fini della produzione di risorse energetiche, o anche di trattamento di “materie prime seconde” (piuttosto che di scarti), o anche di superamento di stati di illegalità nell’occultamento di certi rifiuti. In questo senso, tra etica e pastorale appunto, è necessario aver piena coscienza delle effettive, e diverse, situazioni, per intraprendere vie nuove e sinergiche tra credenti e comunità umane, le quali dovrebbero comunque essere convocate a uno “stato di dibattito” in vista di un “consenso informato”. Tutto questo per porsi nelle condizione idonee al superamento di timide soluzioni tracciate sulla scia di antiche distinzioni di ambiti che, magari, suggerirebbero tutt’al più alla comunità ecclesiale di trincerarsi soltanto dietro dei generici richiami ai grandi valori, quali il senso di responsabilità da tenere di fronte al creato, oppure l’appello ad un’idonea valutazione di sostenibilità prima di adottare tecnologie e scelte industriali con forte, anche se ben calcolato, impatto ambientale. Ma un semplice richiamo ai valori senza entrare nel merito delle concrete scelte economiche, finanziarie, industriali (si pensi soltanto al trattamento del parco veicolare che assilla i paesi occidentali) e politiche della società opulenta, delle sue tecnologie avanzate e dei residui del suo modello di sviluppo, soprattutto senza entrare nel merito dei modi e degli strumenti attraverso i quali informare capillarmente la gente, non fungerebbe da coscienza critica della collettività, attutendo la carica profetica del cristianesimo. Un siffatto atteggiamento, inoltre, pur nel rispetto del criterio della diversità di competenze tra esponenti della comunità ecclesiale e operatori della politica, dell’amministrazione e delle scelte economiche, potrebbe comportare il rischio di riperpetuare certi ritardi che hanno già fatto osservare ad alcuni che, alla tradizione cattolica, difetterebbero le risorse etiche e culturali per mettere in campo una solida etica ecologica, all’interno della quale offrire anche dei “punti di vista” sui percorsi più idonei, oppure sulle forme socialmente più efficaci per gestire situazioni che, per quanto riguarda in particolare i rifiuti, assumono in alcune regioni italiane la forma dell’emergenza.
D’altra parte, le comunità parrocchiali sono oggi particolarmente chiamate, in questo formidabile periodo socio-culturale, caratterizzato da complessità e grandi trasformazioni strutturali e culturali, a riqualificare in senso missionario il proprio volto, ovvero a portarsi su delle frontiere non del tutto usuali che caratterizzano oggi la vita umana e che richiedono dai credenti un “supplemento d’anima” o, se si preferisce, un vero e proprio orientamento di senso. Una di queste frontiere è rappresentata certamente dal dovere della salvaguardia del creato e, all’interno di esso, della questione – oggi particolarmente controversa in alcune regioni, soprattutto del Sud Italia, ma non solo del Sud – della gestione dei rifiuti.
Occorre, nella prospettiva assunta, anche accentuare in uno dei possibili sensi lo stesso termine “Magistero”, da intendere non soltanto, come pure è legittimo, quale insieme di enunciati dottrinali, o anche come “deposito” di indicazioni autorevoli, già formulate e andate a convergere particolarmente, per quanto riguarda il nostro tema, nel cosiddetto “pensiero sociale” o anche “dottrina sociale” della Chiesa, bensì pure come forma permanente di esercizio collegiale di una funzione etico-pastorale propria della Chiesa - che si articola sia a livello gerarchico che a livello di comunione tra gerarchia, laicato e persone di vita consacrata -. In questo senso, la Chiesa è tutta magisteriale, ovvero è comunità che oggi viene chiamata “verso fuori”, ovvero a uscire fuori dal tempio, per porsi sempre di più sulle frontiere del vivere quotidiano e degli stili di vita, cioè è chiamata a soccorrere – svolgendo, così, un vero e proprio compito materno (di cura) ed educativo (o di ammaestramento) – i credenti e le persone di buona volontà, mediante la definizione progressiva di grandi orientamenti e principi idonei a ispirare le scelte morali dei singoli e le scelte di etica pubblica delle collettività in ordine al nostro specifico problema. Una Chiesa che promuove un ordinario stato di vigilanza delle coscienze sulla gestione ordinaria dei prodotti di scarto, sulle materie prime “seconde” da riutilizzare, sui residui (potenzialmente vantaggiosi) della collettività che li ha prodotti, sia ai livelli industriali che urbani. Una Chiesa che esige delle comunità locali stabilmente mobilitate per “prendersi cura” delle persone all’interno di un determinato geosistema, nonché, all’interno di esse, per identificare gli opinion makers in grado di diffondere adeguatamente determinate strategie. Allorché, poi, la situazione diventasse straordinaria o di emergenza, questo compito ordinario di cura diviene sicuramente più efficace se viene condotto con serenità, non lasciandosi mai prendere da soluzioni frettolose, anche se magari economicamente o industrialmente più vantaggiose, comunque operando per un consenso informato dei cittadini, soprattutto dei “senza voce” e dei più deboli del sistema geo-culturale.
 
2. Condizioni di possibilità per un intervento ecclesiale di fronte a situazioni di emergenza nell’ambito della gestione dei rifiuti
Negli ultimi tempi, diversi casi di cronaca sembrano porre le Chiese di fronte a situazioni di emergenza, rispetto alle quali ci si chiede quali siano le condizioni di possibilità di intervento, e a quali livelli, se a livello della riduzione complessiva della produzione dei rifiuti, oppure di questo o quel trattamento della quantità dei rifiuti già prodotti, o anche delle tecnologie da adottare per la riqualificazione, o ancora della “solidarietà” tra popolazioni nell’accogliere impianti, nonché del peso tributario da caricare sui produttori dei rifiuti stessi... In merito, gli Orientamenti pastorali dei Vescovi italiani per il primo decennio del Duemila, offrendo una peculiare rilettura pastorale del contesto socio-culturale manifestano, tra l’altro, una sensibilità che, opportunamente accolta, permetterebbe di muoversi abbastanza bene in questo terreno intricato, tra etica e pastorale. Si legge testualmente negli Orientamenti: «Anche lo sviluppo della scienza e della tecnica presenta aspetti positivi da cogliere e valorizzare. L’uomo che si spinge avanti nelle vie del sapere scientifico si trova di fronte a domande non di tipo tecnico, e tuttavia ineludibili, che riguardano il fondamento e il senso dell’esistenza. […]. Prendiamo atto con gioia anche dell’accresciuta sensibilità ai temi della salvaguardia del creato, che indicano come gli uomini e le donne del nostro tempo se ne sentano in qualche misura corresponsabili. Sarà importante, in avvenire, accogliere maggiormente questa sensibilità, approfondendo la riflessione sui corretti fondamenti del rapporto tra uomo e natura e cooperando con quanti sono sinceramente preoccupati e impegnati per il futuro della terra. Come cristiani siamo condotti a interrogarci sul contributo che possiamo dare alla comprensione del cosmo, della vita, dell’uomo»[2].
 
In sostanza, il documento dei Vescovi rivendica un proprium che giustifichi qualsivoglia intervento ecclesiale circa gli sviluppi di ciò che oggi viene definito, con felice fusione dei due termini scienza e tecnica, tecnoscienza - quasi una “seconda natura” prodotta dall’essere umano che si fonde/confonde con la prima natura, data dall’ambiente e dall’ecosistema -. Da questo proprium  della Chiesa consegue, infatti, anche la sua titolarità d’intervento, condotto dal “punto di vista di Dio in Cristo”, anche negli ambiti degli attuali sviluppi scientifici e tecnologici, di cui i rifiuti sono, insieme, un effetto e una concausa, soprattutto per quanto concerne gli aspetti di riciclabilità e di produzione di nuova energia, nonché per quanto concerne uno degli ambiti - nei suoi versanti di “pericolosità” o di attentato alla salute del cosmo e dell’essere umano - del più ampio aspetto delle relazioni profonde che collegano le creature umane al creato, relazioni da rileggere sempre di più alla luce della rivelazione cristica, piuttosto che soltanto “creazionistica”, come già si è ampiamente fatto.
A ben vedere, le domande vere e profonde  della cultura tecnoscientifica in corso non sono considerate dai Vescovi come scaturenti, in ultima istanza, da un prevalente profilo di tipo tecnico e scientifico, bensì da un profilo filosofico, speculativo, soprattutto etico, in quanto aventi a che fare con il fondamento stesso ed il senso dell’esistenza umana. Alle perplessità circa la titolarità della Chiesa a dire e comunicare anche la sua visione etica, e per di più marcatamente orientata in senso teologico cristiano, in un ambito - qual è quello tecnoscientifico ed ambientale -, che sembra un tipico “spazio pubblico”, i Vescovi sembrano voler rispondere capovolgendo gli assi di riferimento. Ne consegue che non si tratta di chiedersi se, in uno spazio per definizione pubblico, ci sia posto anche per una comunicazione eticamente e teologicamente marcata[3], bensì di riconoscere in partenza la titolarità di una comunità, che di per sé è “magistra vitae”, quindi autorizzata a dire anche la sua in un determinato settore che coinvolge, più di quanto non si pensi, orientamenti di fondo e scelte esistenziali e configura addirittura nuovi “diritti” da parte delle future generazioni e del futuro stesso della terra e del cosmo. Proprio per questo, tali problematiche umane richiedono, di per sé, l’apporto di riflessione e il contributo del cristiani e, tra essi, dei Pastori i quali, insieme con i loro fedeli, intendono, appunto, continuare a interrogarsi circa il contributo da offrire in ordine alla corretta comprensione del cosmo, della tecnoscienza, della scienza della vita e dell’essere umano nell’attuale trasformazione, ovvero vogliono, in atteggiamento di missione, portarsi “verso fuori”, essere accanto ai problemi quotidiani, rileggendo alla luce della fede cristiana le situazioni e gli indirizzi che si vanno via via descrivendo nell’ambito della rivoluzione tecnoscientifica in atto. Come a dire che la condizione di possibilità di una parola sensata, da parte di una fonte ecclesiale, pronunciabile a proposito di questo o quel problema di rilevanza tecnoscientifica, quindi anche ecologica e ambientale, è sempre da ricollegare opportunamente al tema, anche biblico e teologico, dei rapporti tra essere umano e natura ed al connesso tema, etico e pastorale, della salvaguardia del creato e dei nuovi diritti dei futuri e della terra.
Tuttavia, ci si può comunque chiedere: è soltanto questo il titolo per il quale la comunità ecclesiale è abilitata a interessarsi della questione dei rifiuti e degli altri temi connessi? C’è qualche ulteriore titolo per cui il credente può sentire, come suo dovere prima facie, la salvaguardia del creato, perseguibile anche attraverso una corretta gestione (organizzativa, economica, tecnologica, sociale…) dei rifiuti? È del tutto sufficiente il rinvio ad una peculiare relazione essere umano e natura per stabilire una titolarità peculiare di un intervento che voglia davvero rappresentarsi come  “di parte” ecclesiale e cristianamente orientato su un pianeta ormai a rischio[4]? Che si tratti non soltanto di domande retoriche, ma di esigenze provenienti, per così dire, non soltanto dal punto di vista della dottrina di fede, ma anche “dal basso”, cioè dalla gente e dai singoli, gli eventi di questi ultimi anni, per esempio nel Sud dell’Italia e in Campania, stanno a confermarlo a sufficienza. Del resto, la comunità ecclesiale viene oggi sempre più spesso interpellata, quasi come ultima spiaggia di riferimento, in ordine ai problemi, non soltanto tecnici, ma eco-antropici e sociali (e, talvolta, di ordine pubblico) della gestione, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti. Certo questa sorta di provocatio ad ecclesiam e al suo patrimonio di idee e valori, arriva, almeno in alcuni territori, troppo tardi, come si è potuto verificare, per esempio, nell’appello rivolto alla comunità ecclesiale soltanto nei momenti estremi dell’ormai totale “inservibilità” delle pecore acerrane “alla diossina”, coloritamente condotte, qualche anno fa, dai contadini dell’hinterland nolano in “processione” davanti alla cattedrale di quella città nella quale, in anni non ancora “sospetti” – si era alla fine degli anni Novanta del secolo XX – mons. A. Ribaldi - allora in qualità di Presidente della Fondazione sant’Alfonso Maria de’ Liguori -, lamentava già il mancato coinvolgimento delle popolazioni locali nel dibattito, ormai ampiamente chiuso a livello di decisioni nazionale e regionale, sulla realizzazione di ciò che a quei tempi era identificato come un “inceneritore”. Troppo tardi, come si è potuto altresì verificare, ancora in Campania o in Calabria o in Puglia[5], nei momenti di occupazione di discariche o di blocco di siti sui quali erano stati già deliberati e appaltati lavori per l’insediamento di impianti di termovalorizzazione. Momenti nel corso dei quali viene, ogni tanto, proposto, al singolo ministro ecclesiastico oppure alla comunità cristiana nel suo insieme, di solidarizzare con i manifestanti o gli occupanti, oppure di aderire alle motivazioni ideali poste a monte di siffatti gesti d’interdizione rispetto a scelte politico-amministrative già compiute nelle sedi deputate. O ancora, troppo tardi, come verificatosi tragicamente nel territorio di Campagna, in provincia di Salerno, alla fine del mese di febbraio 2005, laddove la comunità credente è stata chiamata in causa per celebrare il funerale di una persona morta nel corso dell’occupazione autostradale, promossa dai cittadini con sindaco in testa, al fine di evitare la realizzazione di un sito di stoccaggio nell’ambito del proprio territorio comunale e, soprattutto, nei pressi di una via fluviale, reputata dalla gente come una fonte di reddito e di attività che sarebbe stata irrimediabilmente compromessa dalla vicinanza di una discarica.
Certo, quello campano, data la situazione di emergenza, pur essendo un interessante “laboratorio”, non può rappresentare l’unico punto di riferimento per una intervento ecclesiale ordinario qualificato dalla “cura” per l’essere umano alle prese con la questione-rifiuti, ma non è un riferimento da omettere a livello di considerazione generale se è vero, com’è vero, che occupazioni di siti e blocchi stradali da parte di popolazioni, ogni tanto intimorite da eventuali effetti nocivi per le terre e la salute umana, hanno buona sponda in analoghe considerazioni espresse da organismi pubblici che, senza mezzi termini, tratteggiano una situazione complessa, se non proprio drammatica. Si rammenti che l’Autorità Ambientale per la rimodulazione della Valutazione Ambientale ex ante del POR Campania 2000-2006, non ha potuto non rilevare, diverse situazioni di crisi circa la situazione dei rifiuti nell’intera Regione, giudicate meritevoli  di ulteriore attenta riflessione. Una situazione, peraltro, subentrata nonostante gli strumenti normativi predisposti[6], esplicitamente finalizzati a realizzare il pareggio tra la quantità di rifiuti prodotti e quella a qualsiasi titolo trattata e smaltita; a realizzare la riduzione progressiva della quantità e il miglioramento della qualità dei rifiuti speciali e/o tossici e nocivi, da perseguire anche attraverso prescrizioni alle aziende pubbliche e private, per la riqualificazione dei cicli produttivi e tecnologici; a recuperare il rifiuto solido urbano ed il materiale riciclabile quale risorsa rinnovabile. Tutte queste finalizzazioni risuonano come un indiretto riconoscimento di ritardi, anzi di crisi, di cui tener conto ai fini di una considerazione più globale della questione dei rifiuti. Questo profilo, peraltro, viene ribadito dal Piano Regionale per lo Smaltimento dei Rifiuti, pubblicato sul BURC del 14/07/97, redatto sua volta dopo il fallimento di ben due precedenti piani elaborati dall’ENEA, che prendeva atto del perdurare dello stato di emergenza della Regione Campania in tema di smaltimento di rifiuti, e per questo dichiarava di voler perseguire l’obiettivo fondamentale di promuovere, con la massima celerità, gli strumenti per limitare la quantità di rifiuti da conferire alle discariche e aumentare la valorizzazione energetica degli stessi. Non è inutile ricordare che, dopo gli strumenti normativi - proprio per quanto concerne la localizzazione concreta degli impianti di valorizzazione energetica dei rifiuti, già il Piano regionale si esprimeva, comunque, con una certa prudenza, osservando che, in una terra che presenta un quadro d’insieme con i suoi fiumi dai fanghi inquinanti (come nella piana del Sarno), con i suoi quintali di bidoni di rifiuti speciali pericolosi e tossici (di tipo agricolo, edilizio, industriale, artigianale, commerciale, sanitario e così via, come nell’agro casertano-aversano), rinvenuti dalle forze dell’ordine in discariche abusive poste in aree agricole, con la conseguente chiusura di pozzi per uso irriguo, decisa a seguito d’inquinamento delle falde acquifere -, si ha, nel caso dei pur legittimi impianti di termovalorizzazione, pur sempre a che fare con degli strumenti industriali e tecnoscientifici con potenziale valenza di negativo impatto ambientale – almeno a livello psicologico –, anche a fronte delle enormi quantità ancora da smaltire in aree già soggette a situazioni di degrado, forse di disastro ambientale, da ben più di un decennio. Se viene ancora lamentato il mancato coordinamento tra enti, istituzioni e persone, questo, oltre a ritardare enormemente la raccolta differenziata, presupposto per qualunque corretta valorizzazione energetica dei rifiuti urbani non pericolosi, ritarda altresì la realizzazione di una situazione impiantistica capace di assicurare l’adeguato trattamento e smaltimento dei rifiuti, non senza evidenziare diversi limiti nel sistema di monitoraggio dei flussi di rifiuti, nonché un oggettivo ritardo nella raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che risulta generalmente ancora inferiore agli standard normativi del Decreto Legislativo n. 22 del 1997, che perseguiva invece, non senza contestazioni come ribadisce la richiesta di un referendum[7], un approccio alla gestione dei rifiuti imperniata sul riciclaggio e la produzione di energia, mirate a garantire la difesa dell’ambiente ed a trasformare il “problema” dei rifiuti in una nuova “risorsa” a tutti gli effetti.
La provocatio ad ecclesiam arriva troppo tardi se la gente si rivolge alla comunità ecclesiale soltanto come “estremo approdo” dopo altri vani tentativi condotti altrove, cioè dopo aver vanamente provato nelle direzioni politica, amministrativa, giudiziaria; ma arriva troppo tardi anche perché talvolta la comunità educante – e la Chiesa lo è – non attiva percorsi di riflessione e di reperimento di strategie di fronte a una questione che presenta il rilevante profilo del diritto collettivo alla tutela della salute[8]. Il ritardo avviene anche da parte della comunità ecclesiale, la quale finisce per trovarsi sguarnita di fronte a dilemmi emergenti nel contesto socio-culturale, perché non troppo abituata – anche a motivo dell’assenza, almeno fino al 1997, di un vero progetto culturale orientato in senso cristiano – a presagire e orientare preventivamente le trasformazioni, piuttosto che offrire una qualche soluzione a giochi ormai avvenuti. In ogni caso, questo “ricorso” comporta, almeno implicitamente, il riconoscimento di una peculiare forza morale della comunità ecclesiale, in grado di valorizzare o smentire i gesti di volta in volta decisi per enfatizzare la cosa che si vuole o si disvuole in ordine alla gestione dei rifiuti. Soprattutto, esso riconosce nella Chiesa la depositaria autorevole di una visione etica, ovvero una visione del mondo che merita attenzione e va riconosciuta, ovvero ha tutte le caratteristiche di una buona visione etica.
 
3. Presagire e orientare i cambiamenti: quali interventi della Chiesa di fronte alla gestione dei rifiuti?
La caratteristica di presagire e orientare i cambiamenti, anche i cambiamenti relativi alla gestione dei rifiuti, è appena all’inizio nella maturazione del sensus ecclesiae non soltanto per quanto concerne la sua formulazione nell’opinione pubblica ecclesiale, ma anche la sua generalizzata accettazione nell’opinione pubblica non ecclesiale. A livello di Magistero universale, è opinione condivisa che si comincino soltanto da poco a compiere i primi passi espliciti nella direzione di una dottrina sociale circa l’ambiente[9] e, in esso, gli altrettanti primi passi di un Magistero che offra, tra l’altro, anche dei grandi orientamenti sulla gestione dei rifiuti. Se dei rifiuti, solitamente, trattano, peraltro ancora marginalmente, le voci “ambiente” dei correnti Dizionari, non mancano autorevoli sollecitazioni a una maggiore attenzione a siffatto tema, all’interno di quello più vasto della salvaguardia del creato, in un vero e proprio crescendo di presenza nello sviluppo del dibattito mondiale sui grandi temi dell’ambiente e dello sviluppo[10]. La rete ambientale cristiana europea promossa dalla KEK, seguita alla II conferenza ecumenica a Graz, nonché le quinquennali consultazioni degli incaricati per l’ambiente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, o gli incontri annuali tra delegati per l’ambiente promossi dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee sono da rileggere, appunto, nella linea di questi più decisi passi. Se, come si riconosce, l’intervento più organico, a livello pontificio, resta ancora il Messaggio per la Giornata della Pace del 1990, è segno che occorre ancora avviare una ricerca organica di carattere storico tra quello che la Santa Sede ha fatto sul fronte della questione ambientale non senza l’elaborazione di uno schema interpretativo del perché e del come lo abbia fatto. Non mancano dei cammini interessanti a livello di grandi orientamenti magisteriali (come quando si fa appello ad una “conversione ecologica”)[11], oppure a livello di più concrete indicazioni sia da parte di singole Conferenze episcopali o di organismi ecumenici, sia da parte dei delegati per l’ambiente delle Conferenze episcopali d’Europa nei loro periodici raduni, anche se, purtroppo, si resta alla superficie di un problema, peraltro fondativo, di tipo ambientale generale, collegato alla delineazione del rapporto dell’essere umano con l’ecosistema, ma che si dibatte ancora tra le opposte visioni dell’antropocentrismo e del biocentrismo[12]. In area germanofona[13], già alla fine degli anni Novanta del secolo XX, s’inventariavano dettagliatamente le numerose prese di posizione da parte delle Chiese[14]. Notevoli appaiono anche i documenti nati da una collaborazione ecumenica[15], i documenti dell'assemblea mondiale di Seul, i quali espressamente hanno fatto di “Giustizia, pace e salvaguardia del creato”[16] il loro tema specifico, nonché le Raccomandazioni della Seconda assemblea ecumenica europea di Graz[17]. Anche le diverse conclusioni delle Conferenze dei responsabili per l’ambiente presso le Conferenze episcopali d’Europa mostrano un crescente interesse verso temi non genericamente ambientali, ma in qualche modo finalmente correlati con il problema della gestione dei sottoprodotti e degli scarti delle società consumistiche[18].
Si potrebbe, in una rilettura sintetica, azzardare una sorta di scaletta etico-pastorale delle convinzioni già maturate a questo livello ecclesiale di respiro europeo che, soprattutto, grazie alla spinta delle Chiese riformate - tradizionalmente più attente a certe tematiche socio-conomiche e culturali -, vanno diventando patrimonio comune e potrebbero rappresentare il dato di partenza per un “intervento” etico-pastorale in Italia. In primo luogo, appare opinione comune che la questione dei rifiuti debba esser posta all’interno dell’attenzione della Chiesa per la cosiddetta “salvaguardia del creato”. In quest’ottica, si tratta di ribadire i fondamenti dal punto di vista teologico, antropologico e pastorale. Se solitamente, di fronte ai disagi o ai dilemmi propri del trattamento, smaltimento e gestione dei rifiuti, sia di quelli ordinari che di quelli speciali (in particolar modo radioattivi, derivanti da dismissione di prodotti contenenti terre rare, ma anche da scarti dell’attività medica ed ospedaliera), prevale nella gente la chiave dell’allarme per il pericolo ambientale, esso non sembra, dal punto di vista del ripensamento ecclesiale, né il punto più importante della questione ecologica - anche se in alcuni contesti appare come il più impellente -, né la migliore chiave di lettura complessiva del problema, anche se di più facile presa sull’opinione pubblica. L’aver compreso che, in quanto esseri umani, stiamo intervenendo sull’ecosistema in maniera pericolosa, e che questo mette a repentaglio la sopravvivenza nostra e delle generazioni future e dello stesso pianeta, serve certamente a sensibilizzare su un problema complesso. Magari – mutuando e rilanciando istanze che sono anche proprie del secondo H. Jonas – serve anche ad enfatizzare e diffondere il cosiddetto principio etico “di responsabilità” dei singoli cittadini di fronte alle decisioni amministrative e politiche da assumere, oppure a rilanciare l’altro usatissimo principio “di precauzione” che, ampiamente adottato in campo etico e bioetico, consente oggi di evitare determinate scelte, anche tecnologicamente interessanti, a fronte dell’indecidibilità degli esiti, della mancanza di certezza definitiva delle soluzioni, nonché dell’eventualità di colpire gli interessi di viventi e futuri prossimi venturi. Ma tutto questo, se particolarmente interessante nelle questioni con risultati ancora ambigui dal punto di vista della predittività tecnoscientifica, non è certamente sufficiente per affrontare globalmente, da parte ecclesiale, il problema dei rifiuti.
In secondo luogo, si riconosce che, per poter risolvere la crisi ecologica e rimediare a certi effetti disastrosi dell’attività umana sull’ecosistema, anche dal punto di vista della gestione degli scarti dei consumi, non sono più sufficienti interventi episodici e cure sintomatiche, ma occorre un radicale mutamento di prospettiva, una vera e propria conversione culturale, in grado d’instaurare un nuovo rapporto uomo-ambiente e condurre a una riformulazione delle relazioni di responsabilità dell’uomo verso l’eco-habitat. Siffatto ambizioso progetto, attestato su un piano che apre la comunità ecclesiale prevalentemente a compiti educativi e formativi di medio e lungo termine, costituisce, in ogni caso, lo scopo della cosiddetta etica e bioetica ambientale, di cui in Italia un forma peculiare va assumendo la cosiddetta “etica degli stili di vita”[19], la quale si propone appunto di verificare criticamente e di orientare razionalmente l’agire umano in questo campo e, attraverso lo studio, la riflessione, il dibattito pubblico, giungere alla formazione di una generalizzata e diffusa coscienza ecologica.
Ma tutto questo, seppur di grande spessore etico e teologico, non sembra ancora far appello a un proprium cristiano. Siffatto proprium viene comunque identificato, particolarmente nel linguaggio di ambito ecumenico europeo, nella cosiddetta “spiritualità cristiana della creazione”, caratterizzata dal rispetto per i doni della natura e dalla disponibilità a condividerli con tutti gli esseri umani (rispetto e condivisione sono due parole che caratterizzano i documenti conclusivi delle assise europee). Sulla base di tale spiritualità, la Chiesa è ritenuta in grado di recare un contributo essenziale alla soluzione dei problemi dell’ambiente e dello sviluppo. Forse, l’ottimismo cristiano enfatizza una tale speranza, probabilmente anch’essa eccessiva, di poter, in tal modo, contribuire a risolvere, se non proprio a “risolvere” tout court, le questioni ecologiche. Un’istanza, forse, troppo omologa all’idea di progresso, presente anche nella medicina convenzionale occidentale la quale si autopercepisce, appunto, come deputata a guarire e “risolvere” le patologie, magari grazie all’utilizzazione di strumenti ipertecnologici. A dispetto di qualunque auspicio di risoluzione, ci si accorge  nella prassi che non sempre si trova la soluzione ma, tutt’al più, si riesce a vicariare o supportare: il che dovrebbe, forse, spingere gli orientamenti etici e pastorali verso un minore ottimismo e un maggiore spirito di senso della contingenza e della provvisorietà delle soluzioni, analoghe alla provvisorietà della contingenza dell’esistere.
L’istanza più notevole, a questo livello ecclesiale, sembra, comunque, la consapevolezza di poter portare, da parte delle Chiese nel confronto con le altre prospettive, un “contributo essenziale”, ovvero di poter diventare una voce, se non proprio risolutiva, almeno importante. Si percepisce, in ogni caso, un’ulteriore notevole convinzione di fondo di ordine dottrinale e pastorale: la fede cristiana e la sua attenzione per la salvaguardia del creato sono chiamate a mostrare la propria capacità di illuminare anche le situazioni complesse, dunque anche quelle relative ai modelli di sviluppo consumistici con i loro sottoprodotti di gestione, soprattutto se non smaltibili, anche quelle relative all’efficienza nel trattamento dei rifiuti speciali e tossici, o relative all’efficienza del trattamento locale dei rifiuti ordinari prodotti da una determinata collettività provinciale o regionale. Dalla rivelazione, che è Gesù Cristo, proviene una luce anche per le zone meno usuali dell’esistenza: «Il nostro interesse più serio resta tuttavia quello di illuminare la questione del creato con la luce che viene dalla rivelazione cristiana. Siamo persuasi che il vangelo ci offre l’orizzonte, il contesto, più ampio per le problematiche legate all’ambiente. Il creato viene da Dio e tende alla ricapitolazione in Dio. Il nostro compito di fondo è essere “sacerdoti” di questo compimento del mondo nell’eternità»[20].
Questo riferimento, apparentemente marginale, alla “luce che viene dalla rivelazione cristiana” può essere oggi un vero e proprio punto di svolta teorico della riflessione etica e pastorale, in grado, forse, di oltrepassare anche le panie della discussione tra antropocentrismo e biocentrismo, nella quale la stessa tradizione cristiana si è trovata impelagata, anche quando, per esempio in chiave anti-New Age, ha dovuto elencare tutte le proprie perplessità di fronte a certi biocentrismi radicali o a certi ecologismi profondi[21] che cercavano di occupare la scena delle etiche da perseguire nei territori della bioetica ambientale. Si comprende, in ogni caso, che siffatta discussione resterebbe, forse, non scavalcabile se rimanesse prevalente un impianto teorico di tipo creazionistico nella discussione sull’ecosistema e sui rifiuti.
 
4. Orientamenti per la comunità alla luce della rivelazione che è Cristo
A livello italiano - come mostrano alcune posizioni emerse nel corso delle iniziative promosse dal Servizio nazionale per il Progetto culturale -, alcuni amerebbero percorrere una strada, definita talvolta tragica, di adattamento agli inevitabili cambiamenti in atto, i quali vanno modificando non soltanto il cosmo e le cose, ma l’essere umano stesso, fino a restare estraniati e marginali rispetto ai processi socio-culturali, decisi altrove. Invece di presagire e orientare il futuro, da parte credente, si tratterebbe di prendere atto che, così come sono tramontate le utopie e le attese moderne, anche il tempo dell’essere umano, e soprattutto dei giovani contemporanei, tende sempre più a scivolare sul presente. Sarebbe in fase di tramonto un “dramma” (il quale ammette pur sempre una soluzione), mentre emergerebbe una “tragedia” socio-culturale (condizionata dall’aporia dell’impossibilità di trovare una soluzione), all’interno della quale sarebbe da inventariare anche il capitolo dei modelli di sviluppo occidentale e dei suoi scarti e rifiuti. Di fronte al progressivo tramonto di tutti i valori moderni, alla concentrazione sul presente di tanti uomini contemporanei e alla lenta gestazione di valori alternativi a quelli fondati sulla speranza, i credenti non avrebbero tanto l’onere di leggere, capire, interpretare i cambiamenti e offrire soluzioni, anche come proposta attiva al dibattito di indole tecnologica e gestionale, per non restarne invischiati, se non proprio esserne omologati. Qualunque volontà di orientare e governare il cambiamento, anche soltanto nei termini di un’educazione a diversi stili di vita, sarebbe, infatti, alla base del “disastro di senso” postmoderno, i cui esiti sono le stesse sciagure ambientali e i dilemmi nell’attuale gestione dei rifiuti, soprattutto laddove, nella logica propria della ri-valorizzazione energetica (che sovrintende ad un pressoché totale orientamento dei paesi occidentali avanzati di fronte allo smaltimento dei rifiuti), viene di fatto perpetuato il mito di un progresso vittorioso sulle tenebre create da se stesso, in una sorta di nuovo ballo Excelsior del terzo millennio. Ogni desiderio di controllare e dominare gli eventi della storia, di entrare addirittura nelle scelte strategiche e tattiche delle società avanzate, magari alla luce di qualche utopia, ovvero di un “pugno d’idee” alla luce delle quali aggregare ed educare delle masse umane ormai omologate, sarebbe viziato di modernità e di illuminismo e perderebbe la carica profetica dell’istanza cristiana. Di fronte alla “filosofia dell’accettazione”, che consegue a siffatta analisi, alla società aperta, globalistica e ipertecnologica, le comunità ecclesiali tutt’al più potrebbero ribadire la propria incompetenza circa soluzioni tecniche da adottare (che sarebbero proprie esclusivamente di altri organismi ed istituzioni), oppure offrire, al massimo, un’ “etica del limite”, da perseguire ed incoraggiare sul piano dei comportamenti e degli stessi indirizzi etico-pastorali.
Non manca chi paventa che, in tale ottica, tutto potrebbe, tuttavia, finire per ridurre lo stesso cristianesimo a una semplice “eredità culturale” dell’Occidente, al punto che la fede cristiana, ormai non più creduta né praticata dalla maggioranza delle persone, diverrebbe soltanto uno dei tanti fattori da poter mettere tra parentesi, piuttosto che da far giocare ed interagire, anche sulle nuove frontiere del dibattito ecologico. Sono stati già autorevolmente segnalati i possibili esiti di “disfattismo”, “rassegnazione” o “senso di paura” e di “risentimento”[22] di un’eventuale decisione etico-pastorale di questo tipo, che giocherebbe a tutto danno della novitas cristiana. Un semplice coordinarsi, seppur non acriticamente, con la situazione nuova, insomma, finirebbe per evidenziare, sul piano culturale, soltanto un deficit di progettualità da parte del cristianesimo. Accanto a scenari di grandi possibilità e potenzialità (è tipico, infatti, della nostra epoca, «il superamento di tanti limiti da parte della coscienza della gente [...]. L’uomo d’oggi [...] ha l’impressione, oggettivamente esagerata, che quasi tutto gli è o gli sarà presto tecnicamente possibile»[23]), si presentano ai nostri occhi non pochi casi di errori irreversibili e perfino disastri conseguenti a certi indirizzi socio-economici, ma soprattutto tante personalità fragili ed identità deboli a fronte della vigilanza critica richiesta invece da un mondo, come si dice, complessificantesi e globalizzantesi in maniera vertiginosa. Di qui, in assenza di interventi propositivi da parte dei credenti, il rischio paventato di «un’enfasi quasi ossessiva sul tempo presente, che trascura il passato ma che è anche poco proiettato sul futuro [...]. Questa “cultura del presente”, per natura sua, ostacola a sua volta l’elaborazione di progetti poiché essi non possono che essere rivolti al domani e proiettarsi quindi nel tempo»[24]. Occorre, come si dice, davvero una riflessione nuova da parte della comunità ecclesiale, che non si limiti a registrare, a cose fatte, quanto già avvenuto ma che, in qualche modo, anticipi e orienti il cambiamento. Quali i possibili termini di questa riflessione nuova per rispondere ad un contesto nuovo con metodo nuovo, come già l’esigenza di “nuova evangelizzazione” evocava, a livello di gergo pastorale ecclesiale, fin dall’inizio degli anni Novanta del secolo XX?
Un aggettivo, nuova, utilizzato oggi anche come possibile criterio per soluzioni etico-pastorali nella gestione dei rifiuti, che fa inaspettatamente eco ad un ritornello che accompagna la pastorale della Chiesa cattolica universale e delle Chiese che sono in Italia, almeno dagli inizi degli anni Novanta, allorché si è ripetuto che, essendo nuovo il contesto socio-culturale dell’annunzio evangelico, occorrono nuove strategie, nuovi metodi e nuovo ardore, in sostanza serve una “nuova evangelizzazione”, anzi quasi una “nuova piantagione del Vangelo”, in grado di mostrare che l’annuncio kergmatico è effettivamente in grado d’illuminare le coscienza in ordine a qualunque situazione della vita individuale e associata, dunque anche in ordine al problema della gestione dei rifiuti. La fede dei cristiani, è vero, non è in grado di arrestare certi cambiamenti in atto nel mondo, sia a livello pratico (sociale, economico, politico...) che a livello teorico (molteplici e non sempre concorrenti visioni del cosmo e dell’essere umano). Non è neppure in grado, in quanto fede teologale, di offrire, se non mediatamente, soluzioni tecniche, politiche ed economiche alla gestione dei rifiuti, che anzi esse dipendono da un attento monitoraggio dallo “stato dell’arte” tecnico-scientifico, maturato in altri ambiti disciplinari e in altri saperi e prassi. Ma, in ogni caso, la fede cristiana può, anzi deve, almeno orientarli e indirizzarli e, forse, potrebbe anche puntare ad anticiparli. Sono queste anche le convinzioni di partenza del cantiere di riflessioni, iniziative e realizzazioni - che segneranno sempre più nel tempo, così ci si augura, una vera e propria nuova stagione del cattolicesimo in Italia - coordinate dal Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, che rappresenta il punto di riferimento e di organizzazione di un vero e proprio rilancio a tappeto della “coltivazione cristiana dell’essere umano”. Il card. C. Ruini descriveva sinteticamente questi auspici: «L’atteggiamento più corretto e costruttivo, di fronte ai cambiamenti in corso, non è quello di adeguarsi semplicemente ad essi, ma di cercare di modificarli, orientarli e, in senso profondo, convertirli, operando con fiducia e realismo all’interno di essi»[25]. Tuttavia, ogni progetto di modificazione e orientamento degli eventi non può aprioristicamente cominciare da zero e far terra bruciata su quanto la tradizione moderna e perfino postmoderna hanno già elaborato. Radicandosi meglio nel contesto e tenendo conto dell’incidenza dei vari fenomeni nella vita degli esseri umani e delle comunità, le energie, soprattutto quelle degli intellettuali e degli studiosi, si devono concentrare ora su alcuni temi o percorsi «ritenuti particolarmente significativi in questo momento storico... evitando dispersioni, frammentazioni, duplicazioni e (perché no) poco utili edonismi culturali»[26]. Autonomia delle realtà terrestri significa anche riconoscimento degli apporti postivi delle culture rispetto a cui quella cristiana si pone in confronto dialettico, interagendo e, se occorre, anche dissonando. A volte, la denuncia è altrettanto importante del richiamo all’ordine e all’osservanza delle leggi nell’erogazione dei servizi pubblici, e perfino l’indifferenza potrebbe essere una reazione di autodifesa rispetto a certi eccessi del contesto socio-culturale. Tuttavia, occorre, in maniera simpatetica, anche con la cultura secolaristica e non cristiana, anche con certe ambigue istanze no-global, soprattutto se non violente, «passare dall’atteggiamento prevalentemente critico a un atteggiamento di discernimento, di accoglienza e di critica circostanziata e costruttiva»[27].
Analizzando i cambiamenti in corso, infatti, tutti i credenti pre-conoscono, per così dire, che cosa troveranno nel tempo medio e lungo, e affinano nel frattempo i loro contenuti e metodi, sulla scia di un’indicazione conciliare che suggeriva, appunto, di vedere nei cambiamenti in atto - anche nei cambiamenti collegati alla gestione dei sottoprodotti del consumo, quali sono i rifiuti - non soltanto dei comuni fenomeni socio-economici-culturali, ma altresì l’«oggi di Dio» e le sue attese su di noi: «è dovere permanente della chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto»[28]. Dovere, nonostante tutto, non ulteriormente rinviabile, non essendo più un’operazione elitaria e quasi inutile, indulgente a mode sociologistico-tecnologiche: «La creazione di occasioni per approfondire tematiche cruciali alla luce della fede non è una scelta elitaria, così come non è affatto elitario chiedere alle comunità cristiane uno sforzo di pensiero a partire dal Vangelo e dalla storia. Avere una vita interiore, custodire nella memoria le cose, riflettere dentro di sé e nel confronto comunitario è quanto di più umano ci sia dato, e non è certo appannaggio di pochi, perché la fede è sempre ragionevole!»[29]. Su questo medesimo sfondo di analisi del cambiamento si colloca la più recente istanza di governarne, orientarne e, perché no?, anticiparne gli sviluppi a breve e lungo termine, alla luce della fede cristiana, ovviamente esercitandosi in una peculiare arte della “divinazione” di ciò che potrebbe accadere nella storia degli esseri umani. Divinazione non certo superstiziosa, che non pretende, cioè, di comprendere la causa efficiente (che sta soltanto nella mani del Creatore e della Provvidenza e nella libertà degli esseri umani), ma non ometta mai, in ogni caso, di operare un’attenta ricognizione dei segni materiali e percepibili, per indurne significativamente dei presagi di futuro, non senza tener conto della forte carica di futuro condensata nella prospettiva escatologica della fede cristiana. In quest’ottica, infatti, si riscopre ben presto che non pochi sono «i legami tra l’interpretazione dell’uomo e le concezioni sociali, economiche, politiche, con cui individui e collettività si orientano in mezzo alle trasformazioni, cercando nel contempo - per quanto è umanamente possibile - di orientarle»[30]. La dottrina sociale della Chiesa può, in questo senso peculiare, continuare a rappresentare il punto di riferimento per soluzioni seppur non immediatamente viabili, dunque necessari di mediazioni ulteriori, soprattutto tecnologico, economico e politico. Quindi può rappresentare almeno la fonte ricca di “principi interpretativi”, alla luce dei quali muoversi per orientare pastoralmente le comunità parrocchiali all’interno di una realtà complessa e profondamente segnata da componenti di incertezza, soprattutto laddove – come si verifica sempre più spesso nelle situazioni di crisi-rifiuti, gestite troppo spesso dai Commissari straordinari di governo o dalla Protezione civile - venissero a confliggere criteri generali di osservanza delle norme, già fissate dalle istituzioni competenti, e criteri particolari di adesione alla volontà popolare, che rappresenta pur sempre la fonte ultima ed anche il luogo di verifica di tenuta degli orientamenti normativi. Varia, di conseguenza, anche la soluzione etica-pastorale, secondo che ci si ponga ad un livello politico-amministrativo (con il richiamo ecclesiale all’educazione alla legalità, nonché al rispetto per le scelte dell’autorità costituita), oppure a un livello di indirizzi collettivi più o meno spontanei, o più o meno organizzati, perseguiti dalla gente a volte sulla base delle sue più o meno immotivate, o infondate, paure o rimostranze o resistenze (con il richiamo ecclesiale al criterio del rispetto delle esigenze etiche, sanitarie e socio-culturali del gregge affidato ai Pastori).
Se sulla questione ambientale, non c'è un’enciclica, pur essendoci molti interventi di valore, probabilmente la soluzione strategico-pastorale  più felice, nel medio termine, non sarà tanto quella di un ennesimo intervento magisteriale “di peso”, ma - come oggi si dice per alcune tematiche di carattere bioetica/giuridico -, sarebbe, forse, auspicabile un analogo della cosiddetta “legislazione leggera”, ovvero delle dichiarazioni e interventi, prodotti da singoli esponenti, anche gerarchici, delle comunità ecclesiali, o da organismi di corresponsabilità pastorale, da offrire al dibattito ecclesiale affinché possano essere accolte come plausibile strumento interpretativo in situazioni analoghe. Ma al di là del contributo essenziale e degli apporti, forse la persuasione più profonda, da rimotivare e argomentare ulteriormente nel tessuto comunitario ecclesiale, è quella che è possibile illuminare la questione del creato con la luce specifica che viene dalla rivelazione cristiana, in altre parole dalla centralità del Cristo, più ancora della creazione o della spiritualità ecologica. Siamo davvero persuasi che il vangelo offra l’orizzonte, il contesto, più ampio anche per le problematiche legate all’ambiente? E posta siffatta persuasione, quale modalità privilegiare nella proposta di essa e nella sua traduzione operativa nel contesto socio-culturale? Soprattutto, quale etica privilegiare?
All’etica della creazione che, alla luce del concetto giudaico, rilegge opportunamente i rapporti tra creatura e creato come posti in essere da un Creatore che persegue intenti sempre cosmici e non caotici e guida, finanche con la “creazione continua” le vicende del pianeta e degli essenti; all’etica della sostenibilità che, almeno a partire dal vertice mondiale di Rio, cerca di far mentalizzare la necessità dell’equilibrio tra esigenze di sviluppo economico ed esigenza del rispetto dei fondamentali diritti umani[31] e, almeno dal 1999, costituisce un’esplicita assunzione della cultura cristiana impegnata a diffondere un nuovo stile di vita basato sull’etica della "sostenibilità", solidarietà e giustizia sociale[32]; all’etica degli stili di vita che, in un mondo di globalizzazione economica e finanziaria, persegue una pur giusta opera di prevenzione ed educazione tipica delle morali a sfondo religioso, segnalando come la povertà evangelica è un valore in se stessa, che si propone come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose; all’etica della responsabilità e della salvaguardia del creato, della riduzione dei consumi della società opulenta, dello studio previo dell’impatto ambientale prodotto dagli scarti della produzione industriale e della produzione dei grandi centri di urbanizzazione umana… A tutte queste altre pur lodevoli etiche, va associato e, forse, anteposto più decisamente, il criterio-Cristo[33]. Tutte queste istanze etiche trovano, come sappiamo, sempre maggiore attenzione anche «tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta, invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei consumi, la sobrietà, l’imposizione di un doveroso freno ai propri desideri»[34]. Certo, per i cristiani resta fermo quanto sancito solennemente dalla Carta ecumenica di Strasburgo: «Credendo all’amore di Dio creatore, riconosciamo con gratitudine il dono del creato, il valore e la bellezza della natura. Guardiamo tuttavia con apprensione al fatto che i beni della terra vengono sfruttati senza tener conto del loro valore intrinseco, senza considerazione per la loro limitatezza e senza riguardo per il bene delle generazioni future. Vogliamo impegnarci insieme per realizzare condizioni sostenibili di vita per l’intero creato. Consci della nostra responsabilità di fronte a Dio, dobbiamo far valere e sviluppare ulteriormente criteri comuni per determinare ciò che è illecito sul piano etico, anche se è realizzabile sotto il profilo scientifico e tecnologico. In ogni caso la dignità unica di ogni essere umano deve avere il primato nei confronti di ciò che è tecnicamente realizzabile»[35].
Ma tutte queste convinzioni, peraltro non sempre maturate a livello diffuso tra i singoli credenti e nelle comunità periferiche, vanno associate più decisamente alla percezione che il nostro tempo, essendo segnato da visioni etiche plurali e opposte, che interagiscono particolarmente con i saperi medici e tecnoscientifici, potrebbe relegare tutte queste istanze etiche a semplici prospettive tra le altre, col solo fine di ritrovare dei criteri “minimi”, condivisi e universalizzabili, in vista di un’etica che si sforzi di mettere d’accordo i gruppi umani, pluralisti e secolarizzati, su alcune cose di fondo. Chi fermasse il tentativo di dialogare a partire dal meta-criterio che è Cristo, temendo non tanto l’intromissione da parte della comunità credente, ma i fondamentalismi di ritorno, non seminerebbe il buon grano e finirebbe per raccogliere, alla fine, soltanto zizzania. Soprattutto, non sarebbe in linea con lo stile della rivelazione che è Cristo, capace di donare fino all’ultima goccia del proprio sangue pur di far esistere, accanto alla propria verità, la differenza e l’alterità, foss’anche quella di un traditore o di un cattivo ladrone. Come fare sì che l’approfondimento adeguato dell’identità religiosa cristiana rappresenti anche oggi una risorsa e non un’involuzione per il rispetto e la valorizzazione delle “differenze” e delle “vie molteplici a Dio” anche nei settori tecnici, industriali e gestionali che hanno a che fare con i rifiuti? Come operare affinché, proprio in un campo - quel è quello religioso -, nel quale nel passato e nel presente la violenza ha preso talvolta il posto del rispetto delle differenze e della tolleranza attiva, si verifichi, anziché un seme di belligeranza, una stagione di rinnovato dialogo, analisi e comparazione intorno ai modelli di sviluppo della società e dei suoi sottoprodotti e scarti? Come ripresentare l’identità cristiana in maniera tale che l’approfondimento, anche dottrinale, della portata metodologica della rivelazione che è Cristo, segni un processo di valorizzazione positiva delle differenze, anziché una nuova delimitazione di distanze?
Che un cristiano oggi si chieda “che cos’è la verità” e poi distolga lo sguardo da Gesù di Nazaret per posarlo altrove, foss’anche il concetto stesso di verità elaborato dalla filosofia greca o la sua prassi storica, o anche la migliore e maggiormente idonea strategia di breve e lungo termine inventata dalla scienza per la gestione dei rifiuti, dovrebbe sorprendere e anzi lasciare sgomenti coloro che si dichiarano cristiani[36]. Quella alètheia in persona, che è il Cristo, chiede di essere ancora ascoltata, più che vista, per poter sprigionare tutta la carica del proprio accadere nel nostro tempo umano, soprattutto nella prospettiva di redentore e di liberatore dal male, di persona che fa nuove tutte le cose e, quindi, rifà la creazione con la potenza dello Spirito, di realtà che valorizza anche ciò che è feccia dell’umanità o spazzatura della società. E tutto questo anche nel tempo, come il nostro, in cui ci si trova ad affrontare la questione dei rifiuti e della loro gestione. A condizione, però, che la domanda sia posta di nuovo e in maniera inedita, e proprio a quel Gesù Cristo che, rispetto a fattori accomunanti, sembrerebbe voler generare preferibilmente scandalo e follia. Si tratta di andare molto oltre rispetto a un moderno e semplice concetto di tolleranza, che tutt’al più si sforzerebbe di far convivere strategie e soluzioni divergenti sul piano etico ed operativo. Per il cristianesimo, infatti, non si può mai dare un genuino atteggiamento di fede riconducibile esclusivamente a fatto di culto privato, dal momento che l’adesione al Cristo implica sempre esigenti traduzioni operative ed esistenziali, perfino nuovi assetti di vita privati e collettivi, addirittura indirizzi economici e sociali o strategie per l’assetto di quanto è prodotto dalle società opulente. Le “tavole dei valori” in gioco, esibite di volta in volta nel contesto socio-culturale dalle parti in causa, soprattutto dalle parti religiose, non possono probabilmente essere ritenute più irrilevanti sul piano socio-politico.
 
5. Il Cristo in un contesto complesso
Certo, oggi si deve constatare la perdita dell’omogeneità culturale della nostra società - per cui il terreno della vita politica e amministrativa si trasforma spesso nell’arena della lotta politica, cioè del conflitto, soprattutto economico e politico-gestionale, tra le diverse ipotesi di gestione dell’organizzazione di questo o quel problema della società -. Qui e là certe soluzioni acquisiscono, per questo, i tratti di alternative costruite avvalendosi del potere dell’organizzazione statale e sulla base dell’egemonia della visione di una parte di essa (magari la parte scientifica o tecnoscientifica), che non tarda, tuttavia, a divenire una visione di parte, ovvero una visione parziale del mondo. Il che significa anche la perdita di potenziale della presenza politica dell’orientamento cristico, o addirittura la sua ininfluenza nel senso del tramonto di una qualunque rappresentatività politica o economica di un indirizzo religioso specifico. Tuttavia, l’eventualità d’immettere nel dibattito anche un discorso fondato sull’incondizionato che è Cristo è, a ben vedere, il “di più” che questa visione religiosa pretende di poter mettere in comune, proprio quando insiste sull’incondizionato della vita, della natura umana, dei valori indisponibili, dell’ecosistema, della oculata produzione che preveda l’adeguata gestione dei suoi sottoprodotti. È appunto questa visione che si vorrebbe entrasse più decisamente nel gioco. Consentirà essa soltanto un apporto “dogmatico” al dibattito, minando in radice il modello di libera discussione e di coesistenza di prospettive molteplici nella società complessa? Non dovrebbe, una tal proposta religiosa, tutt’al più tacere o rinviare allo stupore ed al “mistero”, dichiarando la propria incompetenza, oppure dovrebbe sentirsi ancora in diritto, ed entro quali limiti, d’intervenire con un supplemento di argomentazione, oltre che di anima? Esibendo se stessa non soltanto come una proposta di salvezza e di culto, o una pia esortazione senza ricadute socio-culturali, ma altresì una peculiare visione del cosmo, dell’essere umano, dei rapporti tra persone ed ecosistema, della libertà, della coscienza, della vita come valore indisponibile alla manipolazione tecnica, della gestione “usufruttuaria” del creato rispetto a un Creatore che ha riqualificato il suo prodotto ecosistemico mediante il sacrificio del Figlio incarnato... non ha proprio nulla da dire nei territori della discussione etico-pastorale della gestione dei rifiuti? E se pure avesse poco da dire, non permetterebbe almeno di confrontarsi con una formulazione di principi plausibili sul piano teorico, argomentati sul piano pratico, con delle proprie “quote di ragionevolezza” sul piano delle traduzioni giuridiche, con un proprio rigore morale sul piano delle scelte responsabili da compiersi da parte dei singoli?
Non che il Nazareno abbia avuto e risolto i dilemmi che oggi ci assillano e ci affaticano. Tuttavia, se egli nella sua persona, nei suoi gesti e nelle sue parole, è configurabile come la “rivelazione di Dio” in dimensione umana e storica, non potrà autoproporsi nella discussione odierna come colui che è in grado di partecipare all’umano il modo di essere di Dio? Un Dio, peraltro, che si è sempre identificato con la causa di coloro che sono ingiuriati e perduti, che sono emarginati e rifiutati, che non hanno mezzi potenti[37], che asseriscono la verità delle cose pur lasciando essere verità altre. Tutto questo, inoltre, accade proprio nell’epoca della globalizzazione. Com’è noto, questa, dal punto di vista economico - che è quello prevalente negli attuali processi di cambiamento mondiale a tutti i livelli -, rappresenta anche una precisa scelta politica dei paesi maggiormente sviluppati i quali, a partire dall’ultimo trentennio del secolo XX, hanno consapevolmente deciso di superare i vincoli che tenevano tradizionalmente legate le imprese e i capitali a determinati territori e nazioni, rendendo, così, “globali” o “mondiali” i mercati e, di conseguenza, anche i sottoprodotti e gli scarti di essi, così realizzando una migliore allocazione delle risorse disponibili, favorendo la produzione di nuova ricchezza, nonché di crescita sia del benessere che del ventaglio delle scelte individuali. Tutto questo spesso, è avvenuto attraverso gli strumenti della liberalizzazione esasperata, delle de-regolamentazione e della privatizzazione a oltranza, con il relativo incremento delle strutture di ingiustizia e con oggettivi rischi di corruzione o di speculazione, nonché con fenomeni perversi di ipercompetitività nel lavoro, di minacce alla biodiversità animale, vegetale ed umana, di gestione stessa degli scarti e dei rifiuti in una logica prevalente di lucro che, non a caso, attira le ecomafie e, in alcuni casi, provoca fenomeni d’illegalità diffusa o pone oggettivi ostacoli a soluzioni alternative, pur possibili ma forse meno vantaggiose sul piano del potere economico. Alla strategia del vedere-giudicare-agire che, nel vedere tutto questo, preferisce affidarsi agli specialisti e alle scienze altre, si chiede di sostituire un modello che, già a partire dal vedere e dall’osservare analiticamente questi processi, trovi piuttosto delle comunità ecclesiali tanto ricentrate Gesù Cristo da essere in grado, già a partire dal vedere, che è pur sempre già interpretazione, da lui si lascino illuminare e, alla sua luce, propongano nuovi semi di verità nel contesto complesso.

 

[1] Titolare di Bioetica nella sezione san Tommaso della Pontificia Facoltà di teologia dell’Italia Meridionale di Napoli e di Filosofia della religione nell’Università suor Orsola Benincasa-Napoli.
[2] Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 38.
[3] Per questa problematica, cf S. MORANDINI, Nel tempo dell’ecologia. Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999; D.T. HESSEL-R. RADFORD RUETHER (curr.), Christianity and Ecology. Seeking the Well-Being of Earth and Humans, Harvard University Press, Cambridge, Massachussets, 2001; Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro-Servizio nazionale per il progetto culturale, Responsabilità per il creato. Un sussidio per le comunità, LDC, Leumann (Torino), 2002.
[4] Cf S. Morandini-P. Tarchi, Scenari: da credenti su un pianeta a rischio, in Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro-Servizio nazionale per il Progetto culturale, Etica e politiche ambientali. Per il futuro della nostra terra. Prendersi cura della creazione, Fondazione Lanza-Gregoriana Libreria Editrice, Selci-Lama (Pg) 2005, XI-XIX.
[5] All’inizio del millennio, ad esempio, gli Uffici della Diocesi di Cerignola e Ascoli Satriano intervenivano sull’emergenza rifiuti, proponendo la sensibilizzazione della comunità sui problemi di inquinamento derivanti dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e industriali a proposito de “la Fenice” di S. Nicola di Melfi.
[6] Ad esempio quanto previsto dalla L.R. n. 10 del 10/02/1993, che recava, appunto, “Norme e Procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania”, fissando con precisione gli obiettivi le norme e le procedure per la redazione e l’attuazione del Piano di Smaltimento Rifiuti, individuandone anche strumenti ed interventi.
[7] L'Ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di cassazione, in applicazione della legge 25 maggio 1970, n. 352, e successive modificazioni, esaminò la richiesta di referendum popolare (propositivo e non abrogativo) previsto dall'art. 75 della Costituzione, presentata il 9 maggio 2002, da dieci cittadini italiani (intitolata «No all’incenerimento dei rifiuti – Abrogazione delle procedure semplificate e degli incentivi per l’incenerimento dei rifiuti»), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 10 maggio 2002, n. 108. In merito cf Sentenza 43/2003 della Corte costituzionale (rel. Capotosti), pubblicata sulla GU 11/02/2003.
[8] Il prof. F.P. Casavola ricordava all’inizio degli anni Novanta del XX secolo la sentenza n. 194, red. Greco, che taccia di illegittimità costituzionale una legge della Regione Veneto (23 aprile 1990, n. 28) la quale equiparava all’autorizzazione per lo stoccaggio di rifiuti tossici e nocivi il silenzio serbato dall’amministrazione, protrattosi oltre trenta giorni dalla domanda. Trattandosi di materiale relativo al diritto collettivo alla salute, osservava come, in questa materia, piuttosto che il silenzio-assenso, siano invece indispensabili, per il rilascio dell’autorizzazione, accurate indagini ed accertamenti tecnici nonché controlli specifici per la determinazione delle misure e degli accorgimenti da osservarsi, ad evitare danni purtroppo facilmente verificabili.
[9] Con particolare riferimento a Giovanni Paolo II, cf P. C. PHAN, Pope John Paul II and the Ecological Crisis, «Irish Theological Quarterly» 60 (1994), 56-69; J. B. PREZWOZNY, La tutela dell’ambiente nel Magistero di Giovanni Paolo II, «Miscellanea Francescana» 90 (1990), 377-417; ID. (cur.), La visione cristiana dell’ambiente. Testi del Magistero Pontificio, Pisa 1991; ID., L’Ambiente nell’Enciclica “Centesimus annus”, «Miscellanea Francescana» 91 (1991), 121-122. cf anche M. Keenan, From Stockholm to Johannesburg. An historical Overwiewof the concerne of the Holy See for the Environment, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002.
[10] Cf G. Crepaldi, Il Magistero della Chiesa e l’ecologia, in Etica e politiche ambientali, cit., 19-28.
[11] «È evidente che la posta in gioco non è solo un’ecologia fisica, cioè attenta a tutelare l’habitat dei vari esseri viventi, ma anche un’ecologia umana, che protegga il bene radicale della vita in tutte le sue manifestazioni e prepari alle generazioni future un ambiente che si avvicini il più possibile al progetto del Creatore. C’è dunque bisogno di una conversione ecologica, alla quale i Vescovi daranno il proprio contributo insegnando il corretto rapporto dell’uomo con la natura» (Giovanni Paolo II, Esortazione postsinodale Pastores gregis, n. 70).
[12] Per una panoramica sulle diverse versioni dell’ambientalismo cf a titolo di esempio J. PASSMORE, La nostra responsabilità per la natura, Feltrinelli, Milano 1986; W.T. BLACKSTONE (cur.), Philosophy and Environmental Crisis, University of Georgia Press, Athens 1974; L. BATTAGLIA (cur.), Etica e ambiente, Satyagraha, Torino 1992; S.J. ARMSTRONG-R.G. BOTZLER, Environmental Ethics: Convergence and Divergence, McGraw-Hill, New York 1993; S. CASTIGNONE (cur.), Etica dell’ambiente, Guida, Napoli 1994; R. MARCHESINI, Il concetto di soglia. Una critica all’antropocentrismo, Theoria, Roma-Napoli 1996; M.A. LA TORRE, Ecologia e morale. L’irruzione dell’istanza ecologica nell’etica dell’Occidente, Cittadella, Assisi 1990; L. CHIEFFI, Bioetica e diritti dell’uomo, Paravia, Torino 2000; M.A. LA TORRE, Le ragioni morali dell’ambientalismo, ESI, Napoli 1998: EAD. (cur.), Antropocentrismo e biocentrismo, Due paradigmi a confronto, Edizioni Perdisa, Bologna 2004; EAD. (cur.), Bioetica e diritti umani, Luciano Editore, Napoli 2004.
[13] Cf. Deutsche Bischofskonferenz-Kommission für gesellschaftliche Fragen, Handeln für die Zukunft der Schöpfung, 22. Oktober 1998, a cura del Segretariato della Conferenza Episcopale, Erklärungen der Kommissionen nr. 19, Bonn 1998.
[14] Nel corso dell’Incontro dei Responsabili per l’ambiente presso le Conferenze episcopali, tenuto a Celje/Slovenia, dal 27 al 30. Maggio 1999, Karl Golser, nella sua relazione “La presa di coscienza della responsabilità verso il creato come dimensione essenziale della vita della Chiesa” osservava la mancanza di una specifica enciclica pontificia sul tema dell’ambiente che, a suo avviso, invece, conferirebbe una ancora maggiore rilevanza pubblica alla problematica nella chiesa cattolica. Di tale eventuale intervento magisteriale Golser ipotizzava anche una possibile struttura, molto istruttiva anche per il nostro contesto geoculturale: una parte dottrinale con un’adeguata teologia della Creazione; una prospettazione finale con degli esempi di concretizzazione dei principi nella ordinaria vita ecclesiale, come già verificatosi nell’enciclica “Evangelium Vitae” (1995). Si potrebbe aggiungere oggi una qualche insistenza su una rilettura cristocentrica del tema dell’ambiente e dello smaltimento dei rifiuti.
[15] Come ad esempio, per la Germania, la dichiarazione comune del Consiglio delle Chiese Evangeliche della Germania (EKD) e della Conferenza episcopale tedesca (DBK) Assumersi la responsabilità nei confronti del creato, pubblicata nel 1985, e ancora la dichiarazione comune del 1997 Per un futuro nella solidarietà e nella giustizia. Notevoli i documenti nati sulla scia del rinnovamento conciliare, quali quello finale della Prima Assemblea ecumenica europea di Basilea, del 1989, Pace nella giustizia. Questo documento é stato pubblicato dal Segretariato della Conferenza episcopale tedesca, Arbeitshilfe, n.70: Europäische ökumenische Versammlung Frieden in Gerechtigkeit, Basel, 15-21 maggio 1989 [in italiano Alfio Filippi: Basilea: Giustizia e Pace, «Il Regno documenti» (1989)].
[16] CEC, Assemblea di Seul, Documento finale Verso la solidarietà dell’alleanza per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, «Il Regno Documenti» 35, n. 11 (1.06.1990).
[17]Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova. Atti della Seconda assemblea ecumenica europea, Pazzini editore, Rimini 1998.
[18] Così, nel 2001, si sottolineava il fatto che gli episcopati di alcuni Paesi avessero pubblicato (ad esempio in Slovacchia), o stessero preparando lettere pastorali sulla responsabilità per il creato (si esemplificava in riferimento a Italia, Irlanda e Paesi Bassi). Si accennava altresì a gruppi di lavoro, commissioni, centri di informazione e consulenza in varie parti d’Europa come segnali promettenti di una più vasta e diffusa serie d’iniziative per l'educazione ambientale nelle scuole ed a livello pastorale. Queste erano le conclusioni della III Conferenza dei responsabili per l’ambiente presso le Conferenze episcopali d’Europa sul tema: “Stili di vita cristiani e sviluppo sostenibile” (Badin-Slovacchia , 17-20 maggio 2001). Anche in quest’occasione veniva segnalato la mancanza di un compendio dell’etica del creato cristiana legata alle possibilità pratiche di un’azione delle Chiese per lo sviluppo sostenibile.
[19] L’etica degli “stili di vita” si propone di dare forma all’esistenza, ricercando uno stile che conferisca senso ai momenti e alle dimensioni che la costituiscono. Gli stili di vita, infatti, permettono di cogliere il soggetto nella concretezza del suo esistere sociale, nella sua capacità di novità progettuale, nella sua dimensione corporea, nella sua personale responsabilità (cf, in merito, S. MORANDINI, Il tempo sarà bello. Fondamenti etici e teologici per nuovi stili di vita, EMI, Bologna 2003; S. MORANDINI (cur.), Etica e stili di vita, Fondazione LANZA-Gregoriana Libreria Editrice, Padova 2003; M. Mascia-S. Morandini-A. Navarra-G. Proietti, Termometro Terra. Il mutamento climatico visto da scienza etica e politica, EMI Bologna 2004); Seminario di studio Famiglia, ambiente e stili di vita (Roma, 6 marzo 2004), «Notiziario dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro e dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia» 8 (2004), n. 3.
[20] È un significativo passaggio del documento conclusivo della prima consultazione di incaricati per l’ambiente presso le Conferenze Episcopali Europee svoltasi dal 27 al 30 maggio 1999 a Celje (Slovenia): cf «Notiziario Ufficio nazionale problemi sociali e lavoro» (n. 4, dicembre 2003).
[21] Pontificio Consiglio della cultura-Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul “New Age”.
[22] Servizio Nazionale per il Progetto culturale della CEI (ed.), Libertà della fede e mutamenti culturali. Terzo Forum del Progetto culturale, EDB. Bologna 2001, 91 (d’ora in poi, EDB 2001), 31. Analoghe le considerazioni di F. Botturi, ivi, 92; di G. Tanzella-Nitti, 107, che rielabora l’osservazione nella dialettica tra etica del limite ed etica del bene: «L’agire virtuoso, anche nel pensiero filosofico classico, non risponde alla logica di un’etica del limite, ma a quella della ricerca del bene, con una ricerca e una prassi che vanno al di là di ogni limite, perché il bene, per definizione, non ha limite».
[23] EDB 2001, 28
[24] Servizio nazionale per il progetto culturale (ed.), Il Futuro dell’uomo. Fede cristiana e antropologia. Quarto forum del Progetto culturale, EDB, Bologna 2002 (d’ora in poi: EDB 2002, che raccoglie le relazioni e gli interventi del Forum tenuto il 30 novembre-1dicembre 2001 a Roma): intervento di V. Cesareo, 74; cf anche lo strumento di riflessione e di lavoro Futuro dell’uomo e speranza cristiana, Editrice ELLEDICI, Leumann (To) 2002 (d’ora in poi LDC ), che riprende i temi del IV forum perché siano sviluppati in un più ampio confronto «anche da parte di chi non possiede particolari competenze accademiche» (LDC, 5).
[25]EDB, 2002, 13.
[26] EDB, 2002, intervento di V. Di Ciolo, 205.
[27]EDB 2002, intervento di G. L. Brena , 71.
[28] Gaudium et spes, n. 4.
[29] Orientamenti pastorali, n. 50.
[30] Servizio Nazionale per il Progetto culturale della CEI (ed.), Libertà della fede e mutamenti culturali. Terzo Forum del Progetto culturale, EDB. Bologna 2001, intervento di L. Ornaghi , 91 (d’ora in poi, EDB 2001); cf anche Servizio nazionale per il progetto culturale (ed.), Il Futuro dell’uomo. Fede cristiana e antropologia. Quarto forum del Progetto culturale, EDB, Bologna 2002 (d’ora in poi: EDB 2002, che raccoglie le relazioni e gli interventi del Forum tenuto il 30 novembre-1dicembre 2001 a Roma), e lo strumento di riflessione e di lavoro Futuro dell’uomo e speranza cristiana, Editrice ELLEDICI, Leumann (To) 2002 (d’ora in poi LDC ), che riprende i temi del IV forum perché siano sviluppati in un più ampio confronto «anche da parte di chi non possiede particolari competenze accademiche» (LDC, 5).
[31] P. Schmitz, Il senso cristiano del lavoro per una società sostenibile, «Notiziario Ufficio nazionale problemi sociali e lavoro» n. 4 (dicembre 2003), 25-42.
[32] Cf il Comunicato stampa dell’Incontro dei delegati per l’ambiente delle Conferenze episcopali d'Europa Celje, Slovenia 27-30 Maggio 1999, che assume esplicitamente i tre termini.
[33] Dall’intervento, per ora in bozza di stampa, del prof. Adriano Fabris, docente ordinario di ´Filosofia morale´ all’Università degli studi di Pisa, nel corso del III Incontro nazionale del Progetto culturale, tenutosi a Roma dall´11 al 13 marzo 2004: «Il cristianesimo, dunque, contiene nella stessa struttura della sua rivelazione l’antidoto contro ogni appiattimento a una sola dimensione, contro il risolversi di tutto a una mutevole apparenza. In esso, invece, proprio nel rivelato si manifesta, insieme, anche il rinvio a un’alterità: emerge, in altre parole, la profondità di una differenza che non si sottrae al legame, pur restando differenza. […] Questo conduce, da un punto di vista ancor più marcatamente etico, a rifiutare l’idea che tutto sia consumabile senza residui e senza conseguenze. Non solo perché, di fatto, questi “residui” – i rifiuti, di cui diventa sempre più problematico, al giorno d’oggi, lo “smaltimento” – si accumulano sempre più in abbondanza. E nemmeno, unicamente, perché le conseguenze, tragiche, dell’annientamento consumistico della natura e dell’uomo sono sotto gli occhi di tutti. Ma perché, eticamente appunto, è necessario prendere coscienza di nuovo, proprio mediante queste esperienze, che l’uomo, il mondo – in altre parole: l’intero ambito del creato – richiede rispetto. Proprio per la sua irriducibile differenza. Proprio perché resiste alla nostra assimilazione».
[34] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, circa la vita consacrata e la sua missione nella chiesa e nel mondo, n. 90.
[35] Carta ecumenica di Strasburgo, n. 9.
[36] Si vedano gli approdi storiografici e speculativi maturati in merito da A. Milano, Quale verità. Per una critica della ragione teologica, EDB, Bologna 1999. Su questo volume, che pone la questione di una “critica della ragione” sia teologica che filosofica, e sollecita soprattutto i teologi a pensare cristianamente dopo Cristo, rinvierei a P. Giustiniani, La verità “prigioniera”. Riformulare cristianamente la domanda sulla verità, «Humanitas» (2/2001), 269-281; «Dico la verità in Cristo» (Rm 9, 1). Sul pensare la verità a partire da Cristo, in V. Possenti (cur.), La questione della verità. Filosofia, scienze, teologia, Armando editore, Roma 2003, 77-92.
[37] Ne ho già discusso in P. Giustiniani, Quali orizzonti religiosi per la bioetica?, in Centro Universitario di Ricerca Bioetica, Ricerche di bioetica, quaderno n. 2, Giannini editore, Napoli 2003, 97-148.

 

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