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Matassino Mazziotta Biodiversità

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Biodiversità in chiave etica

 

Donato Matassino [1] e Angela Mazziotta [2]

 

Premessa
In una trattazione sistemica del rapporto tra “scienza ed etica per noi” rivolta principalmente al pubblico giovanile, ha valore la presenza della “biodiversità” affrontata in chiave etica?
Possono gli scienziati e le istituzioni pubbliche ignorare la caleidoscopica complessità della biodiversità, in una prospettiva di continui cambiamenti delle condizioni fisiche, biologiche, sociali ed economiche?
Per le profonde implicazioni connesse alla vita dell’uomo e degli altri esseri viventi, una comunicazione scientifica, anche di carattere divulgativo, ha il dovere di essere quanto più è possibile chiara, sincera e disinteressata al fine di conferirle anche un’ampia valenza etica.
Accanto alla “diversità dell’uomo” o “biodiversità umana”, oggi il mondo della scienza pone molta attenzione alla “biodiversità” di tutti gli esseri viventi, in particolare alla “biodiversità” di quel germoplasma antico, che rappresenta il risultato di modificazioni biologiche prodottesi in centinaia o in migliaia di anni; grazie a queste modificazioni si raggiungono livelli diversificati di “capacità individuali al costruttivismo” (Matassino D., 1989 e 1996; Lewontin R.C., 1993) entro una data popolazione.
Il differente livello medio di “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” di una popolazione, si estrinseca in una variabile dimensione della sua attitudine a conservarsi nel tempo e nello spazio. Infatti, questa “capacità al costruttivismo” può essere interpretata come una variabile tendenza degli organismi a partecipare attivamente alla costruzione o alla composizione di un determinato “bioterritorio”, grazie alle dinamiche e continue modificazioni genetiche e fenotipiche, al fine di instaurare un rapporto vitale con l’ambiente in cui gli esseri viventi sono inseriti e operano, in grado di ottimizzare dinamicamente la loro fitness.
In altre parole, ogni individuo e ogni gruppo di individui tendono continuamente a raggiungere equilibri “olistici ottimali” sulla base della loro “dote” epigenetica[3] che viene utilizzata ‘in toto’ in chiave cibernetica.
La consapevolezza dell’importanza dell’ecosistema nel fornire benefici all’umanità ha origini antiche: già Artaserse I, nel 450 a.C., norma l’ utilizzazione delle foreste di cedro del Libano, imponendo tutta una serie di limitazioni nel taglio di questa specie; non è dato sapere, storicamente, almeno fino a oggi, le motivazioni di questa normazione; si può ipotizzare l'eventuale conseguenza negativa del disboscamento sui cambiamenti climatici e sull'erosione del suolo. Platone (circa 400 anni a.C.) (Leggi VIII, 843 e) prevede una multa per gli agricoltori proprietari di fondi nei quali si fossero sviluppati incendi con l’intento di danneggiare gli alberi dei vicini. Teofrasto (circa 250 a.C.) coglie la questione del rapporto fra disboscamento e dilavamento del suolo individuando nell’abbattimento delle foreste del monte Emo da parte dei Galli una delle cause del dilavamento del suolo. Si ricorda che Carlo Magno (742 d.C. ÷ 814 d.C.) impone per legge agli agricoltori “l'obbligo di coltivare 90 specie di piante in via di estinzione per evitarne la scomparsa”.
Negli ultimi 3-400 anni si è avuto un continuo incremento della sensibilità dell'uomo verso un approfondimento del concetto “protezione della natura”.
Nel 19. secolo, prende corpo, nella comunità scientifica ambientalista, il potenziale pericolo di estinzione delle specie viventi sul pianeta terra (compresa quella umana), sebbene Darwin C. (1809÷1882) ponesse questo fenomeno nella dinamica della selezione naturale. È difficile stimare il tasso di estinzione naturale delle specie viventi. Indubbiamente, esso è variato nel corso delle ere geologiche. Wilson E.O. stima, nel 1988, una frequenza di 17.500 estinzioni per anno su una valutazione di specie viventi variabile fra i 4 e 10 milioni.
Contrariamente a qualsiasi previsione catastrofica degli ambientalisti del 19. secolo, la popolazione umana è passata dai circa 5 milioni di individui (10.÷12.000 anni fa) ai circa 150 milioni del 3.000 a.C. ai circa 250 milioni alla nascita di Cristo (valore più o meno invariante sino al 1.000 d.C.) ai circa 450 milioni nel 1.500 d.C. a circa 1 miliardo nel 1.800 d.C. a circa 1,6 miliardi nel 1.900 d.C. a circa 2,5 miliardi nel 1950 d.C. a circa 6 miliardi nel 2000 d.C. e a circa 6,7 miliardi nel 2007 d.C.
La conflittualità, specialmente su base ideologica[4], è stata sempre foriera di eventi catastrofici; viceversa, il dialogo e l'integrazione sono le condizioni necessarie, anche in biologia, per esaltare la “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” di una biocenosi di cui l'uomo è parte integrante in qualità - come dice S. Agostino - di curatore e amministratore sensibile ai messaggi e alle istanze che gli pervengono dalla natura stessa per favorirla nel mantenimento di un equilibrio dinamico. Una visione gestionale della natura diversa da questa di Sant’Agostino può condurre a un vero e proprio “delirio di onnipotenza dell’uomo”.
La “complessità” è da far emergere in tutti gli aspetti dell'esistenza, specialmente nella gestione della problematica della globalizzazione nel significato più ampio possibile; globalizzazione che va perseguita con l'insostituibile ausilio della “solidarietà” che altro non è che l'“alterità”.
L'estremizzazione della visione centralistica del mondo, secondo cui “l'uomo è misura di tutte le cose”, ha portato negli ultimi decenni, più che mai, a considerare la natura, intesa nel suo insieme di sistemi biologici, come assolutamente dipendente dall'uomo e, pertanto, “perfettamente adattabile” alle sue esigenze. Tale gestione del “patrimonio naturale” ha condotto in molti casi a scelte sconsiderate che hanno tenuto conto solo del profitto del momento senza badare ai possibili risvolti futuri e senza tener conto della “sostenibilità ambientale” di tali scelte.
Forse siamo all'epilogo di un periodo caratterizzato da forti “confronti-scontri” fra culture diverse e dal sorgere di nuovi diritti dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, quindi di nuova visione del sottosistema “pianeta terra” inserito nel sistema “cosmo”. Pertanto, questa tendenza culturale sta determinando una profonda revisione della epistemologia (termine coniato dal filosofo scozzese Ferrier J.F. nel 1854), cioè dello studio dei fondamenti e dei metodi della conoscenza scientifica. La stessa impostazione meramente epistemica, cioè accentuazione del solo momento conoscitivo e positivo di contro a quello critico, è in una fase di profonda revisione. È in atto un intimo, intenso e arcano tormento nel pensare e nell'individuare nuovi modelli comportamentali in grado di interpretare la realtà umana, sociale e fisica. È palpabile la crisi, forse irreversibile, che inonda un modello fondato prevalentemente sulla sola conoscenza scientifica che si considera l'unica “esatta” e “positiva” nell'organizzazione dei “saperi” e delle “conoscenze”. Ciò sta a significare che è in atto una revisione critica del modello epistemico di Francesco Bacone (1561÷1626) , tendente a privilegiare la “finalità pratica e operativa del sapere”, quindi a conferire all'uomo il dominio sulla natura previa una conoscenza basata sul valore dell'esperienza e non sulla mera descrizione della natura stessa; in questo contesto forte è la critica baconiana a tutto ciò che “pregiudizievolmente” influenza il sapere scientifico; critica che si concretizza nei noti idola baconiani. Lo stesso si può ipotizzare nei confronti del pensiero cartesiano (Descartes R., 1956÷1650): “ideazione di un sistema universale, nel quale da un principio assolutamente certo si possono dedurre tutti i principi delle singole scienze”. Questo principio di certezza è nell'“io”; da questa identificazione scaturiscono il “soggettivismo” moderno e il “razionalismo”, quindi l'“io penso” quale soggetto e oggetto contemporaneamente. Non è da dimenticare l'influenza di G. Galileo (1564÷1642) nella quantificazione matematica degli eventi naturali qualunque sia la categoria interessata, purché osservabile e misurabile; pertanto, queste categorie possono comprendere, fra l'altro, quelle proprie della psiche e dei processi socio-culturali (Matassino D., 2001).
Certamente un modello epistemico non sembra utilizzabile per rispondere alle infinite istanze di “conoscenze” avanzate da una società attuale fortemente “individualista” e sempre più complessa e avida di soddisfazioni edonistiche, in quanto esso ha favorito una visione – prima - e un intervento antropico – poi - tendenti a considerare “scientificamente e operativamente domabile” la natura.
Il rispetto dell'ambiente richiederà sempre di più un'attenzione preminente, pur nell'ottica dell'incremento delle produzioni per soddisfare le esigenze in nutrienti di una popolazione che, non solo aumenta numericamente, ma vuole che migliorino continuamente le qualità “nutrizionali”, “extranutrizionali” e “salutistiche” del cibo. Nel mondo industrializzato il concetto di “risorsa” è identificato con quello di “qualcosa da sfruttare”, mentre sarà necessario considerarla “come un bene da tutelare, da conservare e da utilizzare con oculatezza programmatoria”.
La parola “risorsa” è derivata dal francese ressource che, a sua volta, deriva dal latino resurgere (= risorgere). La risorsa può essere definita “qualsiasi fonte o mezzo che volga a fornire aiuto, soccorso, appoggio, sostegno, specialmente in caso di necessità”.
  
1. Introduzione
 La biodiversità intesa come espressione di una “diversità di informazione genetica e/o epigenetica”, può essere considerata una vera e propria, se non unica, “ricchezza reale” (Matassino D. et al., 1993).
L’espressione “biodiversità” viene proposta per la prima volta in occasione del “Forum nazionale sulla biodiversità” (Washington,1986) ed è attribuita a Rosen W.G. Il successo del termine - dalla contrazione dell’espressione “diversità biologica” - è dovuto all’opera intitolata Biodiversity di Wilson E.O. e Peter M. (1988). Dopo la Conferenza di Rio de Janeiro (1992), tale termine entra nel lessico italiano.
Tra i punti inclusi nella Convenzione viene riconosciuto il valore “economico” e di “scambio” della “diversità biologica”, insostituibile fonte di materia prima biologica per l’agricoltura. Tale valore non può essere reso disponibile a chiunque, per cui la “diversità biologica” non costituisce una “eredità comune” dell’umanità, ma una “sovranità nazionale”.
La biodiversità viene definita dalla Commissione Europea agricoltura (DG AGRI,1999) come: «…la variabilità della vita e dei suoi processi includente
 tutte le forme di vita, dalla singola cellula agli organismi
più complessi, a tutti i processi, ai percorsi e ai cicli che
 collegano gli organismi viventi alle popolazioni, agli
ecosistemi e ai paesaggi».
L’ecologia del paesaggio (landscape ecology) sta trovando sempre più consensi sia nel mondo della ricerca scientifica che in quello del trasferimento operativo ai fini della gestione di un “bioterritorio”. La visione del paesaggio come matrice oggettiva (neutra), in quanto semplice collezione di strutture spaziali, può essere superata sia alla luce della “teoria della cognizione” (The Theory of meaning, von Uexküll J., 1934, 1940) sia del concetto di “ecofield” (Farina A., 2000).
La “teoria della cognizione” presuppone la presenza di un ambiente “soggettivo” (umwelt) che circonda ciascun organismo. Sulla base di questa teoria il paesaggio decodificato da ciascun organismo in tutte le sue informazioni diventa un “paesaggio cognitivo”.
Il cosiddetto “eco-field”[5] coniuga la semiosi[6] del singolo organismo con il concetto spaziale di habitat; viene definito come lo «spazio ecologico in cui i tratti funzionali, assi della nicchia ecologica, intercettano le risorse ricercate proprio per soddisfare quelle funzioni “formalizzate” da questi tratti funzionali». Quanto sopra significa che ogni organismo, operando in un ambiente intrinsecamente eterogeneo per le risorse, ai fini dell’espletamento di ciascuna funzione vitale necessita di una specifica configurazione spaziale, portatrice di significato quindi “semantica”.
In tale visione il paesaggio può essere considerato in modo più articolato come un «mosaico di sistemi percepiti singolarmente dalle diverse specie in un contesto sistemico» (Farina A., 2000) funzionante “ciberneticamente”, in accordo con la “teoria generale dei sistemi” ipotizzata da von Bertalanffy L. (1940, 1971).
 Abbiamo detto che possiamo considerare la biodiversità come una vera e propria risorsa. La sovrapposizione concettuale tra “risorsa genetica” e “diversità biologica” o biodiversità, è piuttosto recente. Si riferisce alla variabilità misurata entro e tra le specie, in termini di variazione tra segmenti di DNA codificanti o “polipeptide/i” (“geni”) o “non polipeptidi”[7] e tra “amminoacidi”. Questa variabilità è legata al comportamento delle componenti strutturali del DNA in una visione sistemica.
L’accumulo spaziale e temporale di mutazioni puntiformi [SNP (Single Nucleotide Polymorphism = Polimorfismo del Singolo Nucleotide)], rappresenterebbe la sorgente principale delle variazioni genetiche, utili per una macro-evoluzione sul pianeta Terra.
La variabilità prodotta dai polimorfismi del singolo nucleotide (SNP) si concretizza nell’esistenza di differenti alleli, genotipi, aplotipi, aplogruppi, GlobalGen. Un GlobalGen non è altro che un insieme di diversi loci presenti sullo stesso cromosoma o su cromosomi differenti; questo insieme può essere considerato una vera e propria unità ereditaria di tipo mendeliano, che costituisce la base genetica dalla cui espressione insiemistica si ha una data manifestazione fenotipica.
La suddetta variabilità costituisce l’arsenale per una evoluzione molecolare particolarmente evidente nella “complessità” del “proteoma” quale risultato, quest’ultima, del dinamismo strutturale e funzionale dei componenti il DNA a partire dalla sostituzione di almeno una base nucleotidica. Molti polimorfismi genetici (mutazioni “neutrali”) non hanno dato, non danno e non daranno origine a vistosi effetti fenotipici visibili e rilevabili (stante le attuali metodiche di indagine); tuttavia, questi polimorfismi contribuiscono a favorire nuovi equilibri nell’immenso e prodigioso laboratorio biochimico della singola cellula e potrebbero identificarsi con quello che Waddington C.H. (1942, 1953, 1957) definisce un “magazzino” di “variabilità genetica latente”, la cui espressione può essere sollecitata da particolari stimoli ambientali.
Questo “magazzino” di variabilità sarebbe stato confermato dai risultati del progetto ENCODE (ENCyclopedia Of DNA Elements = Enciclopedia degli Elementi presenti nel DNA) (Birney E. et al., 2007). Tale variabilità porterebbe alla considerazione di un’attitudine degli organismi viventi a poter “pescare” entro la gamma di mutazioni casuali (?) “conservate” quella “giusta” al “momento giusto”.
In tale contesto, si può ritenere che le continue scoperte della biologia molecolare mettano in discussione la “genocentricità” darwiniana e quella di Dawkins R. (1976, Il “gene egoista”), la quale teorizza che l’adattamento sarebbe esclusivamente il frutto della selezione naturale legata a variazioni casuali del DNA; adattamento che biologicamente sarebbe da chiamare meglio come “capacità al costruttivismo” (Matassino D., 1989 e 1996; Lewontin R.C., 1993) e/o “capacità alla diversità” (Mazziotta A. e Matassino D., 2008).
Infatti, secondo Jablonka E. e Lamb M.J. (2007) l’ereditarietà in chiave evoluzionistica non sarebbe soltanto il risultato della trasmissione di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) ma di una variazione riconducibile a quattro dimensioni:
a) genetica;
b) epigenetica (trasmissione cellulare di segmenti di DNA esenti da mutazione);
c) comportamentale;
d) simbolica (trasmissione tramite il linguaggio o altre forme analoghe di comunicazione).
Pertanto secondo queste Autrici, il DNA non rappresenta certo il “tutto”, ma la “restante parte” di una cellula o di un organismo o addirittura di un ecosistema svolgerebbe un ruolo fondamentale nelle leggi che regolano la vita.
Componenti legati alla struttura del DNA che aumentano la variabilità genetica sono i CNV (copy number variation = variazione del numero di copie)[8], i quali contribuiscono a espandere il grado di diversità interindividuale. In generale, si ritiene che i segmenti di DNA interessati dai CNV siano dotati di una maggiore “plasticità” che si rivela di notevole importanza per la dinamica dei genomi e per il divenire dei sistemi viventi (Feuch L. et al., 2006). La ridondanza legata ai CNV può favorire l’evoluzione di nuovi segmenti di DNA (Mazziotta A. e Matassino D., 2008).
Per esempio, la “duplicazione di segmenti di DNA” rappresenterebbe uno dei meccanismi più importanti per l’evoluzione delle cosiddette “famiglie geniche”, le quali possono essere considerate il risultato dinamico di un vero e proprio processo di “conversione democratica di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i”, con funzione principe di “rete di mutazione”; “rete” che consente la propagazione di mutazioni “favorevoli”. Questa “conversione intrafamiliare” può essere considerata uno degli strumenti che la natura utilizza per rendere possibile la co-evoluzione e rappresenta un esempio naturale, più che brillante, del processo biologico definito “opportunismo evolutivo” o “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità”. Tutto ciò deve significare che è necessaria una migliore conoscenza della flessibilità del codice genetico (DNA), unico e mirabile modello di organizzazione da imitare. Pertanto, il dinamismo delle tentazioni e aspirazioni scientifiche deve condurre a individuare un percorso tale che sia incontro di analisi, di esperienze e di programmazione di una nuova cultura della politica scientifica e della gestione del territorio considerato nella sua globalità (Matassino D., 1989).
Le mutazioni possono interessare non solo direttamente i segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”), ma anche alcune regioni del genoma, che controllano l’espressione dei suddetti segmenti. In questo contesto si stanno scoprendo meccanismi detti “interruttori genetici” che non codificano alcuna proteina, ma esplicano una funzione (probabilmente ancora non completamente nota) nel regolare sia il “quando” (“chronon”) sia l’intensità di espressione (“ergon”)[9] sia il “dove” debbono estrinsecarsi le informazioni contenute nei segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”).
Un esempio di tali “interruttori” è rappresentato dall’enhancer, il quale contribuisce alla genesi della grande diversità delle forme animali a partire da “insiemi” di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) molto simili. Ogni enhancer agisce consentendo a un dato segmento di DNA codificante polipeptide/i (“gene”), di esprimersi in siti diversi dell’organismo e in diversi momenti del ciclo di vita di un individuo in modo indipendente; pertanto, l’enhancer permette di espandere la versatilità funzionale di un dato segmento di DNA codificante polipeptide/i (“gene”), lasciando inalterata la sequenza del segmento stesso. Le implicazioni di questa logica di controllo dell’espressione dell’informazione “genica” da parte dell’enhancer ai fini della genesi della biodiversità sono notevoli; infatti, eventuali mutazioni a livello degli enhancer di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”), coinvolti nel determinismo di caratteristiche somatiche, possono consentire la comparsa di nuove manifestazioni fenotipiche (caratteri) senza cambiamenti nella sequenza del segmento di DNA codificante polipeptide (“gene”) e quindi della proteina da esso codificata. Il meccanismo biologico dello splicing alternativo rappresenta un altro sistema finemente regolato che contribuisce a rendere più “versatile” e più “sofisticato” il genoma degli eucarioti[10], conferendo all’individuo la capacità di produrre più di una proteina (isoforme multiple) a partire da uno stesso segmento di DNA codificante. Vi sarebbe una forte relazione positiva fra “ la complessità” di un organismo e “numero” di splicing alternativo (Matassino et al., 2007a).
Un’altra fonte di biodiversità è rappresentata dallo spostamento casuale di segmenti di DNA da un sito a un altro del genoma. Questi segmenti mobili, scoperti nel 1940 dal Nobel McClintock B., vengono chiamati “trasposoni” o “geni saltatori” o “ballerini” (“jumping” gene). Tali elementi stanno evidenziando un ruolo sempre più importante nella dinamicità e nell’evoluzione del genoma, in quanto la loro inserzione casuale entro il genoma determina cambiamenti nella contiguità dei segmenti di DNA, cambiamento già noto nella “genetica classica” come “effetto di posizione”. I trasposoni fungono da veri e propri “modulatori” dell’espressione dei segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) per la presenza in essi di sequenze promoter, enhancer e silenziatore. I trasposoni cambiando posizione nel genoma possono determinare cambiamenti nella regolazione dell’espressione, con effetti fenotipici non indifferenti. I tipi genetici autoctoni (TGA), presenti solo in determinate aree geografiche isolate, possono subire effetti che, intensificando la dinamica dei trasposoni, potrebbero aumentare la propria “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità”. Il genoma di un TGA può costituire un materiale biologico di elevato valore anche ai fini della individuazione di modelli evolutivi per “equilibri intermittenti” (punctuated equilibria o “evoluzione a salti”), grazie ai quali la storia degli organismi viventi sarebbe caratterizzata dall’alternarsi di periodi di stasi evolutiva a periodi di diversificazione rapida (Matassino D., 1989).
Il “germoplasma antico autoctono” rappresenta non soltanto la memoria biologica della variazione della Specie in un certo determinato luogo, ma anche, e ancor prima, la preziosa registrazione biologica delle mutazioni naturali succedutesi nel tempo e nel medesimo luogo; quindi, causa stessa delle “variazioni” “costruttive” della Specie (Mazziotta A. e Matassino D., 2008).
I numerosi cambiamenti avvenuti nella gestione delle popolazioni da reddito (animali e vegetali) in relazione alla crescita globale della popolazione umana e ai cambiamenti delle abitudini alimentari di questa, hanno portato a una intensificazione dei sistemi di allevamento/coltivazione in determinate aree, specialmente dei Paesi Sviluppati (PS = DC, Developed Countries) e negli ultimi anni anche nei Paesi meno sviluppati (PMS = LDC, Least Developed Countries). Effetto di questa strategia è l’utilizzazione di pochi tipi genetici entro le specie allevate/coltivate. Conseguentemente, la variabilità genetica è in pericolo di notevole riduzione e/o scomparsa. Indubbiamente, la minaccia di una “erosione genetica” e le cause di questa “erosione” sono diverse da un “bioterritorio”[11] all’altro; lo stesso vale per l’attività da intraprendere per ridurre, se non eliminare, le cause di questa “erosione”. La “diversità biologica” è la conditio sine qua non per sostenere, ad alti livelli, la flessibilità biologica di un tipo genetico (es. razza), oltre che per favorire uno sviluppo sostenibile delle numerose aree rurali specialmente nei PMS. Con la riduzione o la scomparsa della variabilità genetica si ha, indubbiamente, una profonda frantumazione dell’equilibrio di un “bioterritorio” - se non dell’intero pianeta Terra - che ampiamente ha permesso l’esistenza di numerosissime specie animali, fungine, microbiche e vegetali in un’armoniosa biocenosi. Nel 1990, anche Giovanni Paolo II nel messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace evidenzia: «delicati equilibri ecologici vengono sconvolti per una incontrollata distruzione delle specie animali e vegetali». Spesso le ricerche inerenti alla biodiversità non incuriosiscono il grosso dell’opinione pubblica, l’“arcano della ricerca” attrae e sconvolge solo gli studiosi. Non bisogna dimenticare che gli attuali tipi genetici con elevate prestazioni produttive derivano parzialmente o totalmente da germoplasma che molti secoli fa non aveva alcun interesse economico. Grazie alla sopravvivenza di questo germoplasma, per motivi inerenti a isolamento fisico-economico, è stato possibile “utilizzarlo” e “modellarlo” per far fronte a nuove continue esigenze di mercato. Concordiamo con Jasorowski H.A. (1990) che questa “lezione” non può essere dimenticata: farlo potrebbe essere fatale in quanto condurrebbe a una perdita di variabilità tale, da non permettere o da non avere la possibilità di far fronte ai futuri cambiamenti economici nel settore delle produzioni agricole (Matassino D. et al., 2008a).
Infatti non bisogna dimenticare che specialmente nei PMS, molti tipi genetici autoctoni (TGA), plasmati in peculiari condizioni micro-agro-ambientali, hanno acquisito una “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” veramente unica. Di conseguenza una loro perdita significherebbe, proprio nel momento in cui il progresso scientifico apre la porta alla selezione con la genetica molecolare, l’impossibilità da parte dell’uomo di individuare informazioni “epigenetiche” di notevole significato ai fini sia riproduttivi che produttivi e ambientali.
Le motivazioni della necessità e dell'utilità di tutelare il germoplasma autoctono (GA) sono molteplici (Matassino D. e Pilla A.M., 1976):
a) un GA non è identificabile solo con la sua funzione riproduttiva e con quella produttiva, ma è portatore di informazioni importanti dal punto di vista biologico-evolutivo, molte delle quali sono ancora poco note per definire la sua “individualità”, specialmente alla luce della complessità della struttura e della “funzione del genoma” (“epigenoma”);
b) non essendo ampiamente nota la individualità di un GA, perché non sufficientemente conosciute le modalità di azione dei segmenti di DNA e delle loro interazioni, è consigliabile non eliminare inten­sivamente i soggetti dalla riproduzione per caratteri ritenuti meno essenziali; ciò permetterebbe alla popolazione, sia di evitare di per­dere la possibilità di conservare o di riacquistare nuovi equilibri in relazione al microambiente in cui vive, sia di conservare il più vasto spettro di segmenti di DNA utile, in futuro, per far fronte alla dinamicità delle esigenze delle popolazioni umane e delle tec­niche di allevamento che tendono a far vivere il GA in una di­mensione sempre meno ecologica e sempre più “culturale”;
c) nel tempo, le qualità primigenie evolvono, sotto l'azione e l'intervento delle altre variabili, tanto che spesso possono scompa­rire senza lasciare traccia alcuna per la loro individuazione, man­cando i mezzi utili a quest'ultimo fine;
d)  maggiore “capacità al costruttivismo” rispetto al germoplasma cosmopolita, specialmente per quanto concerne:
i) capacità di superare periodi di carenze alimentari;
ii) capacità di sopportare, entro ampi limiti, la siccità e le alte temperature conservando, in tali condizioni ambientali estreme, la funzionalità e l'efficienza riproduttiva in entrambi i sessi;
 e) recupero produttivo e ambientale di aree e di territori agro-economicamente abbandonati e poco “vocati”, a seguito dell’intensificazione produttiva che ha caratterizzato l’evoluzione del mondo agro-zootecnico negli ultimi cinquant’anni.
La conservazione di un GA costitui­sce un “problema di pubblico interesse”. Pertanto, la tutela della risorsa genetica (animale e vegetale) è un doveroso impegno di un Paese (Maijala et al., 1984; Fao, 1987).
Come giustamente si esprime Jasorowski H.A. (1990), la diversità genetica fa parte dell’ “eredità naturale” e la perdita di un tipo genetico (TG) “unico” causa una riduzione insostituibile di forme di vita “naturali”.
La considerazione della risorsa genetica acquista una dimensione sistemica con la Convenzione sulla diversità biologica (CBD) definita in Rio de Janeiro nel luglio 1992 i cui obiettivi precisati nell’articolo 1 sono:…. «la conservazione della diversità biologica, l’uso durevole dei suoi componenti e la ripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’utilizzazione delle risorse genetiche….».
Come evidenziato da Mazziotta A. e Matassino D. (2008), l’Unesco non solo è pronto a questo processo di sviluppo ma ne scorge e ne evidenzia un aspetto importantissimo: quello della responsabilità della conservazione della vita sulla Terra in capo a ogni generazione che, ricevendo da quella precedente temporaneamente la Terra in eredità, dovrà tramandarla alla generazione successiva. La Conferenza Generale di Parigi del 12 novembre 1997:
a) manifesta preoccupazione «per la sorte delle generazioni di fronte alle sfide cruciali del prossimo millennio»;
b) esprime consapevolezza «che in questo stadio della storia, l’esistenza stessa dell’umanità e il suo ambiente sono minacciati»;
c)  sottolinea «che il pieno rispetto dei diritti dell’uomo e degli ideali della democrazia costituisce una base essenziale per la protezione dei bisogni e degli interessi delle future generazioni»;
d) afferma «la necessità di stabilire nuovi, equi e globali legami di partenariato e di solidarietà fra le generazioni come pure di promuovere la solidarietà intergenerazionale per la continuità dell’umanità».
La Conferenza Generale, convinta «che un obbligo morale s’impone per le generazioni presenti di formulare regole di condotta e di comportamento in una prospettiva ampiamente aperta verso il futuro», proclama solennemente la «Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso quelle future». La Dichiarazione all’art.6, a proposito di “Genoma umano e biodiversità”, recita: «Il genoma umano, nel rispetto della dignità della persona umana e dei diritti dell’uomo, deve essere sempre protetto e la biodiversità deve essere salvaguardata. Il progresso scientifico e tecnico non dovrebbe nuocere, né compromettere in alcun modo la preservazione della specie umana e delle altre specie». L’Unesco accanto al “genoma umano”, per la prima volta, contempla “le altre specie”. Inoltre, in tale dichiarazione si ricorda «che le responsabilità delle generazioni presenti nei confronti delle generazioni future sono già state evocate nei diversi strumenti, quali:
a) la Convenzione relativa al patrimonio mondiale, culturale e naturale adottata dalla Conferenza generale dell’Unesco il 16 novembre 1972;
b) la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento del clima adottata a Rio de Janeiro;
c)  la Convenzione sulla diversità biologica adottata a Rio de Janeiro;
d)  la Dichiarazione di Rio de Janeiro sull’ambiente e lo sviluppo il 14 giugno 1992;
e) la Dichiarazione e il Programma d’azione di Vienna adottati dalla Conferenza mondiale sui diritti dell’uomo il 25 giugno 1993;
f) la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla protezione del clima mondiale per le generazioni presenti e future adottata dal 1990».
 
2. Etica della biodiversità
Il rapporto tra “etica” e “biodiversità” è di una complessità diremmo infinita, di attualità e di grande valenza sul piano filosofico, giuridico e operativo. Esso indubbiamente va inquadrato nel contesto del presente, a sua volta inserito nella cosiddetta “età postmoderna”. Fase storica, questa, caratterizzata da rapidi e multiformi cambiamenti che hanno messo in crisi i vari sistemi, basati precipuamente su ideologie che hanno generato modelli sociali variabili che “faticano” a individuare soluzioni condivisibili, in grado di inglobare l'intera società umana presente sul pianeta Terra. Nei rapporti fra le diverse comunità di uomini si stanno evidenziando sempre di più la multieticità, la multiculturalità e la multietnicità. Si va affermando una realtà “complessa”. Si può dire che la parola complessità sia diventata un sostantivo “magico”, un qualche cosa di vago e misterioso dalla molteplice interpretazione. Credo che in effetti vi sia la “consapevolezza che la sola forza della ragione vacilla nei confronti dell'insieme della compagine di problemi culturali, politici, educativi ed etici” i quali, come un caleidoscopio, con varie sfaccettature assillano il quotidiano, ma ancor più forse il futuro, del singolo e della comunità cui appartiene. Si ritiene quasi che l'uso della parola “complessità” serva meglio a poter affrontare la vita attuale, caratterizzata da elevati livelli sia di caos sia di trasformazioni repentine e multidirezionali (Matassino D., 2001).
Ribadendo alcuni concetti espressi da quest’ultimo Autore, è possibile affermare che il problema principe dell'inizio di questo nuovo millennio, forse, sarà come ricostituire una certa “enciclopedia” dei saperi al fine di dare risposte concrete, serie e disinteressate alla “complessità”. La stessa lettera enciclica “Fides et Ratio” (Giovanni Paolo II, 1998) pone fra l’altro il problema della conoscenza di “te stesso” e dei rapporti tra fede e ragione, al fine di individuare nel marasma della vita, specialmente odierna, percorsi consoni a una continua scoperta dell'esistente, per esaltare al massimo quella mirabile capacità dell'uomo che è la sua “autocoscienza personale”. Infatti, scrive Giovanni Paolo II che più l'uomo conosce la realtà più conosce se stesso nella “sua unicità”. D'altronde il monito “conosci te stesso” era scolpito sull'architrave del tempio di Apollo a Delfi e preso a modello da Socrate (469 a.C. ÷ 399 a.C.) a testimoniare che, solo perseguendo questo fine, l'uomo può acquisire elementi basilari per imprimere alla sua esistenza un orientamento saldo, verso mete dinamiche ma collimanti con la sua funzione di amministratore savio della natura .
La parola “complessità” è un continuum oggetto di discussione e di teorie, fra gli altri ne hanno ampiamente trattato: Bateson G. (1904÷1980), Einstein A. (1879÷1955), Luhmann N. (1927÷1979), Morin E. (1921÷), Pareto V. (1848÷1923), Parsone T. (1902÷1979), Prigogine I. (1917÷2004), Spencer H. (1820÷1903), Varela F.J. (1946÷2000), von Foerster H. (1911÷2002) i quali hanno evidenziato la limitatezza e l'unilateralità delle concezioni razionali in chiave lineare e meccanicistica. In sintesi (Matassino D., 2001), le diverse teorie considerano che la “complessità” sociale è caratterizzata da una specie di parallelismo fra:
a) progresso, conoscenza, vita, umanità, evoluzione

e
b) caos, perturbazioni, disordine, instabilità, squilibrio, turbolenza, non linearità, marginalità e frattalismo[12].
La “complessità”, come evidenziato da Matassino D. (2001), è un vero e proprio “sistema complesso”.
Un “vertice” nel fenomeno della “complessità” della vita può essere considerato il sistema nervoso. Si stima che l’encefalo umano sia costituito da 100 miliardi di cellule (neuroni), di cui una trentina di miliardi costituisce la sola corteccia; ciascuna cellula è collegata alle altre da migliaia di sinapsi, cioè da migliaia di interazioni da cui dipende il suo funzionamento. Indagini sull’evoluzione della “mente” evidenzierebbero sempre più chiaramente la “unicità” dell’encefalo umano che potrebbe essere spiegata dalla sua “lateralizzazione” associata alla specializzazione emisferica[13] (Hutsler J.J. et al., 1999; Gazzaniga M., 2006).
Anche il numero di cellule che costituirebbe l’organizzazione complessiva di un mammifero, quale l’uomo, è sconvolgente: 100.000 miliardi (1014); valore che supera le attuali stime del numero di galassie dell’universo, circa 125 miliardi, pur restando, però, inferiore a quello delle stelle che è stimato dell’ordine di 1021.
Concordando con Behe M.J. (1996), si può affermare: «La ricerca ha provato che il fondamento della vita, la cellula, è gestita da una complessa e sofisticata macchina molecolare. Ci sono, letteralmente, piccoli camion e piccoli autobus molecolari che lavorano nella cellula e piccoli motori fuoribordo che le permettono di muoversi».
L’informazione contenuta nel singolo genoma è “unica” del “portatore” ed è normalmente “irripetibile”; considerando solamente i 46 cromosomi e trascurando gli scambi e i doppi scambi tra cromatidi non fratelli di cromosomi omologhi (crossing over), il genoma di un vivente umano è il risultato di circa 70 mila miliardi di combinazioni diverse, mentre il genoma di un bovino (2n= 60) è una delle …1.152.921.504.606.850.000 (!!!) combinazioni (Matassino D. et al., 2007a ).
In accordo con quanto già espresso (Matassino D. et al., 2007a ) l’uomo può essere considerato il vertice della complessità nella scala dei viventi; “complessità” che va intesa come “tipo” di cellule e di molecole e quindi come “maggiore varietà di funzioni” che possono essere eseguite. La comprensione della “genesi” della “complessità” di un organismo pluricellulare richiede la considerazione di due tipi di processi:
a) “ontogenetico” o di “sviluppo”: nel senso che da una singola cellula (lo zigote) si forma un organismo di più cellule fra loro differenziate che producono tessuti e organi in modo da poter sopravvivere, riprodursi, relazionarsi con altri organismi e con l’ambiente;
b) “filogenetico” o “evolutivo”: nel senso che da forme ipotetiche di vita sembrano derivare i primi batteri che avrebbero dato origine agli eucarioti unicellulari, i quali, a loro volta, avrebbero dato origine a quelli pluricellulari; il tutto desumibile da una documentazione basata su fossili.
Secondo Sarà M. (2005), la “complessità” dei fenomeni della vita, osservata nella sua attualità, si esplica mediante una “struttura gerarchica” (o “gerarchia economica”) che trova la sua massima espressione nell’ambito del pensiero “olistico”; struttura gerarchica, costituita da diversi livelli ‘emergenti’[14] contenuti gli uni negli altri e interconnessi da rapporti “istantanei”.
Già Bettini T.M. (1969) aveva intuito l’importanza delle produzioni animali su base molecolare in un contesto sistemico ove il piano organizzativo molecolare rappresenta il primo elemento dell’impostazione “atomistica” di un sistema “produttivistico”; in tale contesto, Egli propose tra gli insegnamenti universitari “complementari” quello della “zootecnica molecolare”.
La singola cellula non funziona, normalmente, come un semplice “sistema a cascata” (dal “genotipo”[15] al “fenotipo”[16]), ma come un “sistema complesso”.
 Il meccanismo responsabile dell’aumento di “complessità” di un sistema biologico opera mediante interazioni tra i costituenti a qualsiasi livello con rapporti per lo più costruttivi i quali, implicando scambi di energia e di informazione tra le entità interagenti, cooperano per la formazione di un sistema più ampio. Affinché tale sistema non assuma la rigidità della “non vita”, è necessario che le interazioni “positive” o “costruttive” siano accompagnate da quelle “negative” o “demolitive” e che quindi all’“attrazione” si contrapponga la “repulsione” (Sarà M., 2005).
Complessivamente, l’“ontogenesi” mostra che nel bilancio la fase “costruttiva” prevale su quella “distruttiva”: l’albero dei viventi, pur presentando molti rami estinti, si è espanso e si è diversificato con la costruzione di organizzazioni sempre più autonome e più complesse; fase “costruttiva”, identificabile con la “capacità al costruttivismo”[17] o “capacità alla diversità” di un organismo (Matassino D., 1989, 1996; Lewontin R.C., 1993).
La immensa diversità e complessità degli esseri viventi scaturisce da una base molecolare comune ed estremamente semplice: solo 4 differenti nucleotidi sono all’origine di tutta la diversità degli acidi nucleici e solo 20 amminoacidi sono responsabili dell’esistenza della molteplicità di proteine. A oggi, si stima che una ‘tipica cellula’ di alcuni mammiferi contiene: 15.000 ÷ 21.000 segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (20.554: cellula umana); ~ 50.000 molecole di mRNA rappresentative di 5.000 specie diverse di mRNA (~10 molecole di mRNA per specie di mRNA ); ~ 1 miliardo di molecole proteiche rappresentative di 100.000 proteine differenti (ogni proteina è presente mediamente con 10.000 copie; di queste ‘proteine diverse’ circa 100 sono quelle piú rappresentate, pari al 90 % del suddetto miliardo) (Matassino D. et al., 2007a).
Qualsiasi “sistema complesso”, identificabile con il singolo essere vivente, può esplodere o implodere in funzione dell' “essere”, del “poter essere” e del “dover essere”. Queste tre diverse condizioni, specialmente con riferimento alla persona umana, richiedono profonde e articolate riflessioni che obbligatoriamente conducono a “canoni etici” (Matassino D., 2001).
Tra questi ultimi si potrebbe ipotizzare un “federalismo biologico” in grado di “riconferire” importanza e dignità alle “autoctonie”, cioè alla “biodiversità antica autoctona”. Questo “federalismo biologico” configura «un nuovo soggetto nel mondo del diritto per la contestuale presenza di quegli elementi che determinano la rilevanza giuridica di un bene e che consentono di riconoscerne la giuridicità» (Matassino D., 2001) .
La diversità “biologica antica autoctona” potrebbe essere identificata con la “forma” aristotelica, cioè la realtà definita. Questa può essere pensata come il binomio statico “materia e forma”, in cui si concretizza quello dinamico “potenza e atto”. La “potenza” è la “idoneità” della materia a svilupparsi in una determinata forma. L'atto è la realizzazione di una data potenza e si concretizza nella “entelèchia”, cioè nello stato di perfetta attuazione raggiunto dalla sostanza. Il passare dalla potenza all'atto non può essere considerato come un evento “definitivo”, ma ogni istante del divenire altro non è che l'attuazione di un precedente istante di potenza. Pertanto, tutto ciò che è presente nel cosmo (pianeta terra compreso), può identificarsi con un processo dinamico nel tempo e nello spazio (Matassino D., 2001).
Condividendo alcuni concetti espressi da quest’ultimo, l'etica viene intesa come quella branca della filosofia che si interessa, in senso ampio, “di qualsiasi aspetto del comportamento umano riguardante la sfera politica, giuridica o morale; e in senso stretto, “della sfera delle azioni buone o cattive”, indipendentemente da quanto sottoposto a norma giuridica. Nell'ambito della riflessione sulla morale, vi è una tendenza a considerare come “etica” “una filosofia prevalentemente pratica, impegnata in difesa di determinati valori” e come “meta-etica” “una filosofia con pretese prevalentemente teoretiche e conoscitive”.
Si può ritenere che l'etica della “complessità” sia un'etica che debba coinvolgere l'uomo tout court nella sua totalità; totalità che include quindi l'uomo considerato sotto gli aspetti biologici (corpo) e spirituali nel significato più ampio. L'etica della “complessità” ha pertanto bisogno di un substrato che è identificabile con la metafisica, nel senso di necessità di identificare e amare ragionamenti e percorsi di vita basati sull’essere reale con tutte le sue possibilità: possibilità quindi anche, di cercare e di attuare sistemi di convivenza pacifica. Certo, questa scelta contrasta totalmente con il darwinismo sociale (Matassino D., 2001).
La ricerca scientifica, crediamo non sia da considerare in contrapposizione all'attuazione di uno status di “pleròma” (πληρωμα: pienezza, totalità) nella vita dell'uomo, considerato come componente del macrosistema “cosmo”; uomo caratterizzato dalla sua “unicità” in comunione armonica con la sua “alterità”. L'unicità può essere identificata sia nella “persona” (uomo) che nel “soggetto” (qualsiasi componente il cosmo, uomo compreso).
Per S. Paolo il “pleròma” è la “pienezza dell'essere”: qualsiasi “realtà” ha il diritto di essere riconosciuta per ciò che a essa è dovuto, in un rapporto di “armonia globale”. L'armonia globale, identificabile con la complessità, non può che rispondere ai canoni dell'impostazione sistemica, come già detto. Nella “pienezza” sono impliciti due concetti: la “soggettività” e il “valore”, i quali possono anche interessare in modo indipendente una realtà. Pertanto, la filosofia del “pleròma” comporta una scelta di valori pur nel rispetto della soggettività. La tutela del “pleròma” non potrà pertanto essere realizzata su concetti di linearità, ma di “complessità”. Operando secondo la filosofia del “pleròma”, è possibile inserire pienamente nel sistema “vita dell'uomo” l'etica ambientale (environmental ethics) (Matassino D., 1997b).
D’accordo con quanto espresso in Matassino D. (2005), con l’introduzione del concetto di “diversità genetica” si completa quello che, a livello teorico, viene definito il “trittico della diversità biologica”:
a) “diversità tassonomica” intesa come numero di specie presenti in un dato habitat;
b) “diversità ecologica” intesa sia come numero di specie presenti sia come entità delle interazioni reciproche tra gli organismi e di questi ultimi con l’ambiente;
c) “diversità genetica”.
La “diversità ecologica” sta assumendo sempre più importanza per la sopravvivenza sia dell’uomo che degli altri esseri viventi. La mera tutela di un gruppo tassonomico sta evidenziando tutta la sua labilità: è la vita di un “ecosistema” (o “bioterritorio” o “bioregione”) funzionante e funzionale che, utilizzando la sua mirabile dote autorganizzativa basata su una irriducibile complessità biologica, permette di tutelare la “biodiversità”. Infatti Haechel E. (1866) definisce l’“ecologia”: «lo studio dei rapporti complessivi tra organismi o gruppi di organismi e il loro ambiente naturale, organico, fisico e inorganico, specialmente per quanto concerne i rapporti ‘affabili’ o ‘avversi’». Hutton J. (1785) definisce la Terra un “superorganismo” dotato di innumerevoli e funzionanti “sistemi autoregolatori” sfocianti in un “olismo” di antica concezione induista.
Questa concezione si concretizza nella teoria di “Gaia” (il concetto di Gaia è stato introdotto per la prima volta da Lovelock J.E. nel 1972 e poi ampliato dallo stesso Autore in collaborazione con Margulis L. nel 1974), che considera il pianeta Terra un unico sistema paragonabile a un “organismo omeostatico”, quindi capace di “autoregolazione” e di “mantenimento dinamico delle condizioni necessarie alla propria sopravvivenza”. Questa teoria si basa sul modello matematico “Pianeta delle Margherite” (Daisyworld, Watson A.S. e Lovelock J. E, 1983). Solo la presenza di vita permette al pianeta Terra di sopravvivere, purché il rapporto “uomo-natura” si realizzi sempre in una visione “olistica”, come l’esploratore tedesco Von Humboldt A. (1804) evidenzia nella sua tesi di “interdipendenza tra l’umanità e le altre forze dell’universo”. Anche il pianeta Terra può essere considerato un vero e proprio “sistema biologico aperto dinamico vincolato neghentropico” (Von Bertalanffy L., 1940; Bettini T.M., 1970; Matassino D., 1978, 1984, 1989).
Numerosi esempi illuminano i collegamenti esistenti tra il “benessere umano” e la “tutela di una specie in via di estinzione”. In chiave sistemica, il danno a un singolo ecosistema o bioterritorio, può ripercuotersi negativamente su un altro sito anche lontanissimo dal primo e su coloro che vivono nell’ecosistema danneggiato. È in atto una nuova strategia di visione e di salvaguardia degli ecosistemi: tutelare la biodiversità inserita in un dato bioterritorio, al fine di proteggere al massimo possibile la risorsa endogena di questo bioterritorio, preservando contemporaneamente la salute degli esseri umani ivi inseriti.
Questa strategia trova il suo punto focale nei cosiddetti “servizi dell’ ecosistema” e si diversifica, se non si contrappone, a quella degli Hot Spot (punti caldi) basata principalmente sull’individuazione di aree minacciate ricche di diversità vegetale da salvaguardare, non considerando l’entità delle specie animali presenti e il ruolo di questi come fonte di risorsa endogena per le popolazioni umane indigene. La strategia dei “servizi dell’ ecosistema” si concretizza nel quantificare il capitale naturale (biodiversità) e nel considerare il suo uso come un “servizio dell’ ecosistema” [termine coniato da Ehrlich P.R. e Ehrlich A. (1970) e largamente divulgato da Daily G.C. (1997), tutti della Stanford University].
Nell’attribuire un valore economico al “capitale naturale”, la stima considera numerose variabili interessanti:
a) servizi di “fornitura” (alimenti di origine animale e vegetale, precursori della farmaceutica, ecc.);
b) servizi di “regolazione” (clima e sue variazioni, ecc.);
c) servizi di “supporto” (impollinazione, diffusione di semi, gestione delle acque, controllo di malattie, difesa del suolo, ecc.);
d) servizi “psico-culturali” (sensazione del benessere spirituale degli esseri umani interessati a un determinato “bioterritorio”, scoperte scientifiche, uso del tempo libero, ecc.);
e) servizi di “conservazione” (tutela e gestione della risorsa genetica endogena mirata specialmente a mantenere elevato il livello di ‘biodiversità’).
Non è questa la sede per un approfondimento della problematica connessa a tali servizi ma si può evidenziare, come la nuova strategia si orienti sempre di più nel considerare la variabile “antropica” fondamentale per la tutela della biodiversità di un bioterritorio; nel senso che questa variabile deve svolgere sempre di più un ruolo “protagonista” nel perseguire scelte le quali, favorendo la salvaguardia della biodiversità, determinino una tutela del “benessere fisico, psichico e sociale” della popolazione umana interessata.
In conclusione, si potrebbe dire che la vita di un bioterritorio si deve svolgere nello spirito del “pleròma” paolino, poi ampiamente ripreso da Sant’Agostino. Infatti, la biodiversità non è la semplice somma del numero di specie che popolano il pianeta Terra, ma è indice di “covariazione”; nel senso che tutte le specie che popolano un determinato bioterritorio, sempre “dinamico” nel tempo, si influenzano reciprocamente, risentono dell’effetto dei fattori “abiotici” e rappresentano anche, il frutto di trasferimenti “naturali” di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) sottoposti a “verifiche combinatorie” di lunga durata (Matassino D., 2003).
L’immensa riserva di arsenale informativo dei sistemi biologici suggerisce che qualsiasi sistema biologico (dal microrganismo a una biocenosi) va sempre considerato in chiave “sistemica” nel senso di “mutue relazioni funzionali che possono identificarsi con un vero e proprio comportamento di tipo cibernetico” (Matassino D., 1978). La complessità delle suddette relazioni si rende evidente già a livello di interazioni molecolari; a esempio, le interazioni tra i recettori dei linfociti T e i relativi antigeni non sarebbero casuali, ma interdipendenti nel senso che vi è una vera e propria cascata sequenziale di eventi: il verificarsi di una interazione fa aumentare la probabilità che ne avvenga un’altra; pertanto, i linfociti sarebbero dotati di una “memoria molecolare” che potrebbe contribuire a spiegare la capacità delle cellule immunitarie di distinguere ciò che appartiene all’organismo (self) da ciò che è estraneo a esso (non self) (Zarnitsyna V.I. et al., 2007).
La comunicazione tra i batteri raggiunge livelli di sofisticazione tali da modulare la dimensione delle colonie inducendo suicidi “sacrificali”: alcuni batteri, sottoposti a condizioni di stress (sovraffollamento, carenza di nutrienti, presenza di virus o di antimicrobici), mettono in atto un meccanismo biochimico mediato da un pentapeptide, noto come “fattore di morte extracellulare” (EDF, Extracellular Death Factor) che provoca la morte del batterio stesso; tale meccanismo consente alla colonia di reagire allo stress riducendo la propria densità (Kolodkin-Gal I. et al., 2007).
Questo “suicidio” cellulare, analogo all’apoptosi o “morte programmata” della cellula degli organismi pluricellulari, assume particolare significato nel contesto della vita del batterio in colonia; infatti, il sacrificio di alcuni individui consente la sopravvivenza dell’intera colonia e quindi maggiore probabilità di perpetuazione della specie. Nella vita di relazione fra gli esseri viventi presenti in un determinato bioterritorio viene anche ipotizzata una vera e propria “compensazione funzionale” che, concettualmente, può identificarsi con la “ridondanza ecologica” (Lawton J.H. e Brown V.K., 1994), quindi ogni specie vivente svolge una determinata peculiare funzione opportunamente relazionata a quella di altri esseri viventi co-presenti.
Pertanto, si può dedurre che il funzionamento di un bioterritorio richieda una co-presenza funzionale di varie entità biologiche, le quali, però, autonomamente evidenziano - come si esprime il paleoantropologo Coppens Y. (2008) - «un ‘desiderio’ di ‘complicazione e di ‘organizzazione permanente con il risultato di incrementare continuamente la ‘potenza’ di diversificazione ‘meravigliosamente inventiva’».
L’ipotesi della “compensazione funzionale” viene, in parte, integrata da quella propria del modello “rivet” (modello dei “rivetti”) (Ehrlich P.R. e Ehrlich A., 1981), nel quale i vari componenti biologici di un ecosistema (bioterritorio o “bioregione”) vengono paragonati alle connessioni tra loro delle lamiere di un’ala di un aeroplano che sono fondamentali per il funzionamento dell’intera struttura. La perdita di un componente biologico qualsiasi costituisce un “punto critico” per il funzionamento di un bioterritorio. In chiave economica (effetto “portafoglio”), Tilman D. et al. (1997) paragonano la biodiversità all’investimento di risorse finanziarie in modo diversificato per minimizzare la “volatilità” dell’investimento stesso. In chiave di rischio per la stabilità dei “servizi dell’ecosistema”, la “diversità di risposta” delle componenti biologiche di un “bioterritorio” riduce l’effetto negativo dipendente da una data perturbazione ambientale. Infatti, Elmqvist T. et al. (2003) evidenziano che le differenziali risposte esibite da un’entità biologica di un “bioterritorio” a una data perturbazione ambientale, siano foriere di una funzione di stabilizzazione dell’integrità di un “servizio del “bioterritorio” (Matassino D., 2008).
Il concetto che la diversità e la vita di relazione a essa associata possono migliorare il funzionamento di alcuni tipi di comunità è nota anche come “ipotesi dell’assicurazione” (Insurance Hypothesis), secondo la quale l’aumento di biodiversità protegge i bioterritori dai danni prodotti da variazioni dell’ambiente; tale ipotesi è equivalente al concetto di “complementarietà di nicchia (niche complementary), per cui esiste una correlazione positiva tra produttività di un bioterritorio e biodiversità, qualora le specie che lo popolano utilizzino risorse differenti in maniera completa. La differenziazione genetica di una popolazione ha un grande significato di efficienza “biologica” nel senso sia di utilizzare meglio le risorse dell’ambiente in cui la popolazione vive (un esempio potrebbe essere dato dagli animali al pascolo) sia di esaltare la capacità riproduttiva degli individui componenti la “comunalità”, quindi di influenzare positivamente la “capacità al costruttivismo” o “capacità alla diversità” di un organismo nell’ambiente in cui vive (Matassino D., 1978).
È noto che, con l'avanzare del processo di globalizzazione nel campo culturale e socio-economico, la risorsa “naturale” sta assumendo un ruolo sempre più importante, se non insostituibile, e presumibilmente, sarà l'unico mezzo in grado di affrontare in chiave risolutiva gli innumerevoli problemi che interessano l'umanità del pianeta terra ai fini di realizzare un sistema socio-economico sempre più proteso verso traguardi dinamici, spazialmente e temporalmente, propri di uno sviluppo “sostenibile”. La sostenibilità di qualsiasi processo socio-economico è realizzabile sulla base della “tutela” di qualsiasi risorsa naturale. La problematica connessa al rapporto fra conservazione dell'agroecosistema “naturale” e gestione dell'agroecosistema “culturale” (antropico), deve innescare processi comportamentali antropici tendenti a unire e a integrare gli interventi, più che a dividerli, al fine di perseguire il raggiungimento di obiettivi comuni. Obiettivi che non possono essere racchiusi in una mera visione teleonomica monodiana[18] della vita sul pianeta terra, né in una semplicistica visione teleologica[19] del cosmo che figurativamente è identificabile con un vero e proprio caleidoscopio di realtà e di organizzazione (Matassino D., 1997b).
 È indubbio che l'attività dell'uomo (dominio dell'Homo sapiens) è foriera di cambiamenti molto più repentini e globali di quelli che opera la “natura” con i suoi peculiari tempi di lentezza, di gradualità e di “localismo”. Da una vasta continua profonda riflessione su questo dualismo comportamentale è scaturita l' “etica ambientale” (environmental ethics) che ormai costituisce una scienza gemmata dalla filosofia morale; essa si occupa di individuare e definire regole dinamiche, nel tempo e nello spazio, che devono essere adottate tutte le volte in cui un'azione antropica ha effetto diretto o indiretto sull'intorno biologico e/o a-biologico. Un apporto notevole all'individuazione di un rapporto “uomo-natura” meno portatore di contrasti è venuta dall'opera di Osborn F. (1948); Vogt W. (1948) e Leopold A. (1949) evidenziano la dipendenza dell’uomo dall’ambiente introducendo il concetto di “capitale naturale”. Leopold (conservatore di foreste negli Stati Uniti d'America) parla di storia naturale “rurale” e suggerisce una profonda revisione nella gestione della “terra” nel senso di utilizzazione di questa con il fine di una seria “conservazione”; quindi, la terra è una “comunità” a cui l'uomo appartiene e deve “abitarvi senza saccheggiarla”; pertanto è necessario sviluppare fortemente il concetto di una vera e propria Land Ethics, le cui fondamenta sono i continui “saperi” sui rapporti fra le diverse “componenti” o “variabili” di un ecosistema (Matassino D., 2001).
L'impostazione leopoldiana non è, a nostro parere, condivisibile quando considera l'uomo semplice “cittadino biotico”; viceversa, è condivisibile quando essa afferma che «una cosa è giusta (corretta eticamente) quando tende a preservare l'integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica, mentre è illecita quando tende nel verso opposto».
Nel 1956 Sears P.B. richiama l’attenzione sul ruolo fondamentale dell’ecosistema (o bioterritorio) nel riciclo dei nutrienti.
L’intensificazione della globalizzazione dell’economia e degli eventi culturali e delle migrazioni umane sollecita l’uomo a individuare nuovi percorsi comportamentali che dovranno privilegiare: la convergenza dei diversi “saperi’ e il confronto critico tra punti di vista diversi e antitetici. Tutto ciò al fine di edificare la comune “città possibile”; città che non può identificarsi con la Cyber Urbes, nella quale viene a mancare qualsiasi legame di tipo “geo-psichico” e “culturale” con il bioterritorio, quindi con la storia di ciascuno di noi inserito in un contesto sociale e dinamico, ma fortemente ancorato alle tradizioni peculiari di un dato bioterritorio. In altri termini, urge “il colloquio”: “mettere in comune”, su base argomentata, le motivazioni semantiche in grado di traghettare la società in questo contesto di crisi di valori e di identità, utilizzando “al meglio” sia le diversificate competenze esistenti sia le tradizioni di pensiero (Matassino D., 1997c).
Senza tema di smentita, sono da condannare tutte le soluzioni basate su: “arroccamento solipsistico”, “sapere riduzionistico”, “tentazione estremistica” e “fondamentalismo”.
L' etica ambientale è stata definita, fra l'altro, «l'insieme dei principi etici in base ai quali regolare la relazione tra l'uomo e la natura». Pertanto, l'etica e la natura non sono più due “categorie” diverse: la gestione della seconda, quindi, richiede da parte dell'uomo forte riflessione etica. La problematica ambientale riflette fortemente il dibattito sulla filosofia ambientale, specialmente di tradizione anglo-sassone.
Non si può pensare che la soluzione della “complessità ambientale” possa essere affidata a una sola scienza, la “ecologia”: in quanto la gestione dell'ambiente è talmente complessa che trascende notevolmente dalle competenze degli scienziati dell'ambiente.
Potter V.R. (1971) nel coniare la parola “bioetica” ha avuto la felice intuizione della necessità di non considerare avulsa dai rapporti fra gli individui l'importanza della tutela della biosfera: solo da una relazione armonica fra “uomo” e “natura” può scaturire una possibilità di vita, consona a soddisfare le varie esigenze anche per le future generazioni. Una delle definizioni della bioetica è «lo studio sistematico delle dimensioni morali, comprensivo sia della visione morale, sia delle decisioni, sia della condotta, sia delle politiche circa le scienze della vita e della salute, che utilizza una varietà di metodologie etiche con una impostazione interdisciplinare».
Si deve a Jonas H. (1979) l'introduzione del concetto “Il principio della responsabilità”, che deve sempre integrare quello della “libertà”.
Il Bartolommei S. (1989) sottolinea con forza che l'uomo non può essere considerato un semplice “cittadino biotico”, in quanto ciò comporta l'esclusione dell'uomo quale “soggetto morale”.
Interessante è l'analisi compiuta da Küng H. (1991) qualche ventennio fa, nel suo “Progetto per un'etica mondiale”.
Le stesse teorie dei “diritti della natura” o dei “diritti degli animali” e degli “esseri viventi non umani” sono, a nostro avviso, di difficile condivisione. Infatti, è l' “uomo” che con il suo intervento essenziale e prioritario è l'unico in grado di discernere e stabilire, quindi, diritti diversificati; al fine di realizzare quel sistema di vita armonioso che si può identificare con una “amministrazione illuminata” dell'ambiente nel suo significato più ampio.
Nel 1974 Blackstone W.T. e Postmore J. danno luogo a un “pluralismo” di idee conducibile a due correnti di pensiero: “Anti-antropocentrismo” e “Antropocentrismo”; la prima comprende: “Etica della terra”, “Egocentrismo”, “Biocentrismo” e “Etica dei diritti della natura”, “Ecofemminismo” e “Deep Ecology Movement”, “Pluralismo”; la seconda: “Antropocentrismo forte” e “cow-boy ethics”, “Antropocentrismo moderato”, “Utilitarismo”, “Etica della responsabilità”, “Etica ambientale cattolica”.
Il “principio di responsabilità” verso l'esistente e, ancora più, nei confronti delle future generazioni può essere il minimo comune denominatore delle varie teorie.
Parafrasando alcune riflessioni di Battaglia L. (1998), è possibile riconoscere uno 'status' morale a tutti i componenti del cosmo? Limitatamente alla biosfera del pianeta terra, il cosiddetto “egualitarismo interspecifico” può ritenersi davvero il postulato più idoneo per estendere i confini della comunità morale? La risposta giusta potrebbe essere in quella branca della filosofia morale che oggi si chiama “etica della cura”. Questa etica però, coincide con il noto imperativo morale dell' “alterità” o del “farsi prossimo” umano o della solidarietà, cioè della “preoccupazione per il benessere di un altro” senza necessariamente un riscontro di “reciprocità”.
Si ritiene che i vari sistemi biologici, frutto della biodiversità, siano il risultato di una loro “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità”, in chiave di cooperazione fra questi sistemi piuttosto che di “lotta per l’esistenza” (“war of nature”). Questo concetto era stato già ampiamente dimostrato da Kropotkin P.A. (1909), contemporaneo di Darwin C., in un suo scritto (“Il mutuo soccorso”) nel mondo umano e animale pubblicato da Landauer G. nel 1920. Anche von Uexküll J. (1864÷1944) dà grande importanza alla “vita di relazione” quale “principio biologico fondamentale”; recentemente, la neurobiologia , secondo Moltmann J. (2008) dimostra che “noi cooperiamo per natura” e che soltanto dalle varie forme di cooperazione scaturiscono i “sistemi di vita più complessi”. Infatti, Moltmann ritiene che, specialmente a livello umano, neurobiologicamente la fiducia, cosí come la risonanza, il riconoscimento e l’accettazione sociali, siano costitutivi. I “vincoli sociali” non sono una debolezza umana e neppure soltanto un istinto sociale (tesi darwiniana), ma l’elemento vitale in cui soltanto si può sviluppare la vita umana.
Il termine vincolo (constraint)[20], nel significato più accettato, può essere identificato in «ciò che dirige altri tipi di cambiamenti o che impedisce quei cambiamenti che sarebbero operati dalla selezione»; in senso lato, il constraint è «un fattore che costringe o canalizza i cambiamenti fenotipici in una direzione stabilita dalla storia passata o dalla struttura formale, anziché dal corrente adattamento» (Gould S.J., 1989). Per un approfondimento in merito al concetto di “vincolo” si rimanda a Matassino D. et al. (2007a).
Questo concetto etico viene ritenuto la base di un aspetto della strategia evolutiva (“memi” presenti in numerose popolazioni animali). Infatti, secondo De Mori S. (2001), oltre agli “autoreplicatori biologici” (per esempio segmenti di DNA “autoreplicatori”), molta importanza rivestono alcuni “autoreplicatori” dalle caratteristiche peculiarmente culturali e non biologiche, definiti dai sociobiologi “memi”[21] (“unità culturali”) per le loro modalità di riproduzione, quali la “memoria” e l’ “imitazione”. Questi “memi”, come i “geni”, possono essere sottoposti a un effetto selettivo. Secondo Dawkins, anche i “memi” sono, però, “egoisti”, ma diventa fondamentale l’efficienza secondo la quale essi propagano le loro peculiarità. Viene ritenuto che, normalmente, una convinzione può divenire l’elemento culturale saliente.
Nel contesto della cooperazione due comportamenti hanno particolare importanza:
a) l’altruismo”referenziale” (o di “parentela”);
b) l’altruismo “reciproco” .
Il primo si concretizza fondamentalmente nel massimizzare la fitness complessiva del “gruppo” (animali sociali: formiche, termiti, api, vespe, ecc.). Il secondo si può ritenere che sia una vera e propria promessa di aiuto futuro: a ricevere qualcosa in cambio [a esempio il comportamento del babbuino anubo (Papio anubis) o alcune specie di vampiri (Desmodus rotundus)]; sostanzialmente questo altruismo è caratterizzato da:
a) memoria “a lungo termine”;
b) capacità di riconoscimento reciproco fra i singoli membri di un gruppo;
c) attuazione di sanzioni in caso di mancato mantenimento degli accordi.
Secondo i sociobiologi le suddette due forme di altruismo sono alla base dell’evoluzione della moralità umana, “specialmente”.
Senza entrare nel merito della diatriba “fino a che punto la biologia può essere applicata all’evoluzione culturale oppure è la cultura che, a sua volta, può influenzare la biologia”, si può ritenere che l’umanità si evolva o cambi nelle funzioni e relazioni anche a opera dei “memi”, definiti dai sociobiologi come «entità di informazione relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o da un supporto “simbolico di memoria” a un’altra mente o “supporto”».
Quindi, si tratterebbe di una “unità auto-replicantesi o auto-propagantesi” di un processo evolutivo “culturale”. Questa evoluzione avviene, come quella genetica, grazie al verificarsi di “mutazione”. Si potrebbe dire che questi “cambiamenti fenotipici” vengono trasmessi secondo meccanismi di tipo sia darwiniano che lamarckiano.
D’accordo con De Mori S. (2001), l’evoluzione culturale sembrerebbe viaggiare a una velocità maggiore rispetto a quella biologica, ma i meccanismi biologico-culturali potrebbero essere considerati abbastanza analoghi.
È l’evoluzione “culturale” che può influenzare continuamente un sistema “morale”, quindi l’instaurarsi di rapporti etico-sociali fra i vari “attori” umani e non umani al fine di instaurare strategie comportamentali di tipo cooperativistico, cioè di veri e propri rapporti di reciprocità “pleròmatiche”.
Il rapporto “uomo-natura” può essere considerato del tipo “odio-amore”: più l'uomo gestisce la natura, più la conosce, ma più questa evidenzia la sua imprevedibilità e/o la sua contrapposizione; pertanto, possiamo ritenere che questo rapporto dalle origini nebulose rimarrà sempre conflittuale, entro certi limiti, ma aperto continuamente a nuove e dinamiche soluzioni (Matassino D., 1997b).
Per quanto ci riguarda, condividiamo quella che viene ritenuta una posizione “antropologica moderata”: una modificazione di una “realtà” naturale è da perseguire se è diretta alla realizzazione del “bene comune”. Da ciò scaturisce un interrogativo: in che modo e in che misura l'uomo può modificare la suddetta realtà e quali sono i rischi relativi di questa azione? Ancora una volta, probabilmente, bisognerà ricorrere alla soluzione del problema con l'ausilio di un “sistema complesso” ove alla componente etica va attribuito un “valore” non epidermico (Matassino D., 2001).
Il pianeta terra si sta avviando verso rapporti sempre più “virtuali” e sempre meno “virtuosi” fra ed entro le comunità di uomini. Si tratta di una tendenza che potrà essere foriera di gravi “guasti” nei rapporti sociali che potrebbero essere “irreversibili” per un lungo periodo di tempo. Da questa facile previsione scaturisce la necessità, da parte dell'uomo, di impegnare tutto il suo arsenale “culturale” per ridurre, in prima istanza, e per eliminare, in una seconda fase, gli effetti negativi del “virtualismo” (Matassino D., 1997b).
Da analisi di sistemi produttivi “locali” sono scaturiti comportamenti culturali umani di grande interesse per l'antropologia e per le scienze a questa connesse. Il salto di qualità culturale risiede nel fatto che l'interpretazione della statica e della dinamica antropica di un sistema “locale”, richiede la profonda conoscenza di tutte le variabili del sistema: tra le quali quelle biologiche (diversità, segnatamente) svolgono un ruolo primario nel favorire, in modo diversificato, l'espressione o la manifestazione di quella meravigliosa qualità di ciascun essere vivente, che è la sua “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” (Matassino D., 1996).
Non bisogna dimenticare che l'uomo non vive da solo sul pianeta terra, ma con la vita e la diversità biologica che esso ospita ed entro l'ambiente che l'attività di tanti organismi costruiscono.
Al n. 34 della lettera enciclica Populorum progressio di Paolo VI (26 marzo 1967) si legge: «Economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all'uomo che devono servire. E l'uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore».
Partendo dalla conoscenza dei profondi e fantastici meccanismi biologici operanti in natura, specialmente del germoplasma antico e autoctono, siamo sicuri di contribuire a fornire alle future generazioni umane esempi indelebili di vita di relazione, di vita di solidarietà, di vita sociale; in sintesi, a stabilire un insostituibile connubio tra il recupero, la conservazione e la valorizzazione di germoplasma antico e l’evoluzione culturale di un popolo . La diversità biologica è l'unica che può permettere domani di disporre di geni atti a favorire la “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” degli esseri viventi in occasione di cambiamenti, oggi imprevedibili, sia delle condizioni ambientali sia delle esigenze in nutrienti dell'uomo. È merito della diversità biologica il continuo miglioramento qualitativo dell'informazione, quindi del grado di fitness o successo biologico di un dato tipo genetico al variare delle condizioni ambientali. È la intrinseca divergenza dell'informazione genetica che induce innovazioni, mentre i processi biologici convergenti (differenziamento e sviluppo embrionale) realizzano un progetto genetico legato a informazioni presenti, quindi poco modulabili. La diversità biologica è lo strumento principe che permette alla natura di sincronizzarsi alla velocità dei cambiamenti ambientali, grazie a complessi e sofisticati meccanismi in grado di modulare la velocità di trasferimento e di adeguamento dell'informazione genetica. Pertanto, la riduzione o l'assenza di variabilità genetica comporta una diminuzione (o scomparsa, nei casi estremi) della capacità omeostatica o di autogoverno del sistema biologico, con il rischio di perdere informazioni che non sono più recuperabili (Matassino D. et al., 1993).
Il germoplasma autoctono fa parte di un bioterritorio e, come tale, è un “bene pubblico”; esso contribuisce all’utilizzo razionale del suolo in un delicato equilibrio con l’ambiente e con l’uomo ed è un elemento determinante per la salvaguardia della microeconomia locale (Matassino D., 1990).
 
3. Tutela del germoplasma endogeno di un bioterritorio. Alcune problematiche
La problematica della tutela del GA di un bioterritorio a breve, medio e lungo termine pone numerosi interrogativi (Matassino D. et al., 2008a):
a) quali sono i cambiamenti in atto dei sistemi produttivi?
b) quali sono gli elementi trainanti l’evoluzione dei sistemi produttivi?
c) quali sono le sfide attuali nella produzione di alimenti?
d) quali sono le ripercussioni dei cambiamenti dei sistemi produttivi per quanto concerne, segnatamente, la gestione della risorsa genetica e come definire chiaramente il ruolo di un GA nella configurazione del sistema produttivo interessato?
e) come qualificare e quantizzare il valore della risorsa genetica?
f) è legittimo relazionare un “prodotto locale tipizzato” (PLT) a un determinato tipo genetico?
g) su quali basi oggettive (scientifiche) si può costruire la relazione di cui al punto precedente?
h) gli “attori” dei sistemi produttivi “locali” hanno il diritto di essere informati e di essere coinvolti nell’ individuazione e nella gestione di un PLT ?
i) essendo le interazioni genotipo-ambiente (epigenetica) essenziali per il conseguimento di produzioni peculiari (PLT), quali sistemi informativi bisogna mettere in atto per raggiungere livelli produttivi qualitativamente sempre migliori nel loro contenuto in biomolecole “nutrizionali”, “extranutrizionali” e “salutistiche” ?
j) dato che le caratteristiche peculiari di un determinato “microagrobioterritorio” giocano un ruolo determinante sulle modalità delle manifestazioni fenotipiche, quali sono tutte le componenti e/o i fattori del predetto “microagrobioterritorio” da considerare?
k) dei fattori di cui al punto precedente, quali hanno significato “semantico” e quali “episemantico”?
l) la gestione dei sistemi di allevamento e le decisioni strategiche devono essere il risultato di un armonioso rapporto fra ricerca e operatore ?
m) l’istituzione pubblica responsabile, a qualsiasi livello, deve favorire la relazionalità di cui al punto precedente?
n) fra i doveri della istituzione pubblica, lo stanziamento di fondi adeguati è un imperativo etico-sociale obbligatorio?
o) qual è il ruolo che deve svolgere l’istituzione pubblica come base strutturale per incentivare una seria e disinteressata programmazione di ricerca futura al fine di definire le priorità?
p) i numerosi “attori” coinvolti nelle problematiche, testé evidenziate, quale ruolo debbono svolgere?
q) lo scienziato può essere interessato solo alla mera conoscenza delle risposte biologiche di un GA?
r) un GA destinato all’ottenimento di un PLT, quindi alla sua valorizzazione, quale rischio può correre in merito alla perdita della sua variabilità originaria, considerato che vi è sempre un cambiamento del suo genotipo globale in un processo temporale produttivo di lunga durata?
s) il “produttore–attore” ha il “diritto-dovere” di acquisire continuamente i risultati delle ricerche tecnico-scientifiche e di stabilire regole comportamentali collettive ai fini di un’ottimizzazione del sistema produttivo coinvolto?
t) l’ “oggi mai concluso”, nel senso di relazione fra conoscenza scientifica validata e iniziativa politica pubblica (in tutte le sue forme), deve costituire una dote peculiare dello scienziato?
u) la tutela della diversità genetica è un valido strumento per uno sviluppo “sostenibile”?
v) il concetto di sviluppo “sostenibile” è una moda, un motto politico o un traguardo dinamico da perseguire spazialmente e temporalmente?
w) vi è consapevolezza che le attività scientifiche da perseguire per la tutela della biodiversità non costituiscono un sistema “neutro”?
x) si è consapevoli che le varie discipline scientifiche interessate alla tutela della risorsa genetica sono tutte comprese in una visione di approccio “sistemico” del problema?
y) quali sono le azioni da intraprendere nel breve e medio-lungo periodo per far fronte all’erosione genetica ?
Le domande potrebbero ancora continuare a essere esplicitate; tuttavia, la risposta a tali interrogativi non può prescindere anche da un’analisi degli aspetti “socio-economici peculiari” dei bioterritori interessati, quali elementi trainanti dei cambiamenti dei sistemi produttivi; tale analisi richiede considerazioni differenti tra PMS e PS, le quali, però, dovrebbero convergere verso un’azione comune per affrontare la tutela della risorsa genetica in una prospettiva a lungo termine in cui la risorsa genetica assuma sempre più il ruolo di “bene pubblico” di interesse collettivo.
Dalle precedenti brevi considerazioni scaturisce, ovviamente, una politica seria di tutela della “biodiversità” estrinsecantesi in percorsi da seguire con l’attuazione di strategie basate su solide conoscenze biologiche e sull’uso di tecniche e di biotecniche innovative (BI) .
Si può ritenere che vi sia stata un’imperdonabile incapacità a considerare la risorsa genetica endogena un vero e proprio “bene ipotetico” e quindi un bene di notevole potenzialità produttiva sostenibile per le future generazioni umane in un contesto “microagrecosistemico” variabile temporalmente, oggi non prevedibile. Dagli interessantissimi progressi della biologia molecolare, quale strumento di chiarificazione del complesso processo evolutivo di sviluppo (“Evo-Devo”[22]), grazie alle moderne tecniche di indagine sulla strutturistica del genoma e sulla sua funzionalità (epigenoma), stanno emergendo meccanismi comportamentali del DNA e della sua manifestazione in chiave fenotipica di notevole complessità fortemente dipendente dal microambiente in cui la risorsa genetica autoctona è inserita. La biologia dello sviluppo, che intende stabilire un collegamento tra le differenze interspecifiche nel processo di sviluppo e l’evoluzione a lungo termine di un soma (“forma”), conferma la semplicità strutturale che è alla base della complessa diversità. Infatti, l‘Evo-Devo’ evidenzia che i segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) e le proteine coinvolte nella “costruzione” del soma presentano un elevato grado di similarità tra organismi viventi posti su gradini diversi e, talora, molto distanti nella scala tassonomica. Pertanto, l’evoluzione del soma avviene modificando semplicemente le modalità con cui poche proteine comuni vengono utilizzate anziché ricorrere a un meccanismo biologico complesso consistente nell’impiego di un elevato numero di proteine differenti per raggiungere scopi diversi.
I segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) e le proteine coinvolte nello sviluppo della pluralità di “forme” contengono la chiave di volta per la comprensione di come la notevole diversità architettonica tra gli organismi animali si sia generata attraverso un kit di “attrezzi” condiviso (Carroll S.B., 2008). Infatti, non è improprio ribadire che il numero di cellule costituenti l’uomo sia stimato intorno a 100.000 miliardi (1014) di cellule e il numero di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) sia valutato solo pari a 20.554 (luglio 2008); quest’ultimo si discosta di poco da quello riscontrato nel nematode Caenorhabditis Elegans [20.176 (luglio 2008)] costituito da solo 959 cellule. Tale evidenza suggerisce che le “variazioni evolutive” vanno considerate, essenzialmente, come un problema di “regolazione” dell’espressione di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) piuttosto che di incremento del numero dei suddetti segmenti. A tal proposito, Laplace P.S. (1976) cosí si esprime: «La semplicità della natura non deve essere misurata attraverso la semplicità delle nostre idee. Infinitamente variabile nei suoi effetti, la natura è semplice solo nelle sue cause, e la sua economia consiste nel produrre un gran numero di fenomeni, spesso molto complicati, attraverso un piccolo numero di leggi generali».
L’analisi comparata dei genomi dei diversi organismi conferma la loro sorprendente conservazione; i cambiamenti consistono, quasi sempre, in un “rimescolamento” e in una “riutilizzazione” di “strutture preesistenti”. È quanto emerso dai risultati preliminari (Putnam N.H. et al., 2008) della decifrazione del codice genetico dell’Anfiosso (Branchiostoma floridae), che rappresenta il progenitore dei Cordati[23] (Matassino D. et al., 2008b).
Per gestire correttamente la risorsa endogena di un “microbioterritorio” e per ottenere un impegno da parte della società per la tutela di questa risorsa, è necessario sviluppare parametri atti a misurare anche il cosiddetto valore “non convenzionale” della “risorsa genetica”; parametri che sono fortemente impregnati di valori etici.
 
4. Giuridicità della Biodiversità Antica Autoctona
I tre aspetti sintetici fondamentali:
(a) l’importanza che la biodiversità antica autoctona assume oggi per l’umanità e per la sorte delle generazioni future;
(b) il rilievo che alla biodiversità viene riconosciuto dalla scienza, nei molteplici campi di studio verso cui si dirige la ricerca;
(c) l’assoluta necessità di salvaguardia e di tutela di questo prezioso patrimonio collettivo (biodiversità)
inducono questo Club Unesco Isole Eolie ad avanzare per la prima volta in sede internazionale (a nostra conoscenza) e a sostenere nel prosieguo una tesi assolutamente nuova: la “giuridicità” della biodiversità antica autoctona.
Infatti, Mazziotta A. e Gennaro G. (2002) ritengono di potere affermare che la biodiversità antica autoctona configura un nuovo soggetto del mondo del diritto per la contestuale presenza di quegli elementi che determinano la rilevanza giuridica di un bene e che ne consentono di riconoscere la giuridicità. La biodiversità antica di una razza autoctona porta in sé un patrimonio assai particolare che trae la sua giuridicità dalla natura generale dell’interesse alla utilità sociale e alla conservazione del bene stesso. Nella fattispecie la utilità sociale del bene è determinata dalla idoneità a soddisfare bisogni che presentano l’entità e la natura della necessarietà, dell’assolutezza e della generalità propri dell’interesse sociale comune. Si ritiene infatti di potere individuare nel patrimonio genetico della biodiversità antica autoctona un bene di vita: un bene cioè necessario o idoneo a soddisfare bisogni rilevanti espressi da un determinato contesto sociale in un determinato momento storico. E si ritiene, altresí, di poter affermare che la biodiversità antica autoctona rappresenta un bene di vita tale da rivestire tutti i caratteri della giuridicità.
Questa, cosí come attiene alla idoneità del bene, è al tempo stesso conseguenza ed espressione insieme della utilità sociale rivestita dal bene, che a questo si riconosce o che gli si attribuisce, in rapporto alla natura e all’entità del bisogno da soddisfare. L’entità e la natura del bisogno sociale determinano poi la natura e l’entità stessa dell’utilità del bene e costituiscono gli elementi che ne qualificano giuridicamente il contenuto.
Rivestendo in questo caso un interesse socialmente apprezzabile e un contenuto assoluto e generale, si ribadisce di poter sostenere la giuridicità del patrimonio genetico antico autoctono e, altresì, che tale generalità configuri specificamente il carattere pubblico dell’interesse considerato; e, conseguentemente, il contenuto pubblico dell’utilità del bene stesso. Quindi, a differenza della tutela giuridica che l’ordinamento garantisce a ciascun soggetto in ordine al proprio diritto alla propria integrità, identità e dignità, il diritto da tutelare presente nella fattispecie qui considerata è il diritto generale alla integrità alla identità ed alla dignità di un patrimonio di interesse comune universale
 
4.1. Un nuovo soggetto giuridico
 
Si ritiene improcrastinabile che il diritto, espressione della società civile, della storia e della cultura di ogni tempo, recepisca oggi la presenza di questo importantissimo soggetto “sociale” che è la biodiversità quale soggetto giuridico. Le esigenze sociali e le nuove frontiere della scienza rendono indispensabile sia la previsione delle diverse fattispecie giuridicamente rilevanti derivanti dai molteplici campi di utilizzazione della biodiversità antica autoctona, sia la statuizione di una tutela giuridica rispondente alla natura dell’interesse pubblico da tutelare e attenta alla particolare natura del bene: bene mobile, bene vivente, bene di proprietà privata. Non può considerarsi infatti di riservare alla esclusiva discrezionalità del privato la disponibilità di un tale bene, di cui pure ha pieno titolo in quanto proprietario; né sembra configurabile la convergenza, in capo al medesimo soggetto, del diritto pieno del proprietario e dell’obbligo del garante senza ipotizzare una situazione di incompatibilità; né, allo stesso tempo, potrebbe questi essere gravato o investito di alcun obbligo e onere che rivestano il carattere cogente del superiore interesse pubblico. Da ciò l’esigenza di una normativa articolata, attenta e rispettosa del carattere generale dell’interesse sociale da una parte e del carattere specifico dell’interesse privato dall’altra, volta a garantire e a regolamentare in regime di compatibilità la tutela giuridica di un bene di interesse pubblico e pure rientrante nella sfera giuridica dell’autonomia dei privati, in tutti gli aspetti che la fattispecie presenta e che appaiono essere molteplici e complessi. E infatti, mentre il bene mobile è regolato dal regime ordinario del diritto privato, il patrimonio genetico di cui è portatore dovrebbe soggiacere a regole di diritto pubblico; e, pure nel rispetto della natura “privatistica” del bene, la sua “patrimonialità” deve tuttavia essere governata da criteri atti a scongiurare il rischio di una discrezionalità capricciosa o arrogante del suo utilizzo (Mazziotta A. e Matassino D., 2008) .
 
4.2. Dell’obbligo alla conservazione del bene
 
Non potrebbero inoltre tralasciarsi la previsione e la regolamentazione dell’obbligo alla conservazione del bene di patrimonio comune in capo al proprietario, né la previsione della potestà istituzionale di requisizione remuneratoria del bene necessario, né la regolamentazione di eventuali oneri e gravami in capo al proprietario cui dovrebbero contrapporsi, a suo favore, garanzie e supporti di corrispondente rilievo e contenuto. Non è che comunque si voglia entrare nel merito della individuazione di criteri e parametri di una regolamentazione normativa; ciò che sembra importante è affermare la necessità del riconoscimento della giuridicità della biodiversità antica autoctona e della rilevanza che oggi essa assume a pieno titolo nell’ambito del diritto alle cui regole, presenti e future, non può, ormai che uniformarsi e rispondere (Mazziotta A. e Matassino D., 2008). Un esempio, non privo di remore è quanto previsto dal legislatore siciliano. Infatti, la norma della Regione Sicilia prende in considerazione la rilevanza della etnia antica in alcune norme che, comprendendo questa tra i beni culturali, ne prevede la tutela tributando cosí all’autoctonia antica il riconoscimento di bene culturale di interesse collettivo di dignità pari a quella di ogni altro bene tradizionalmente considerato tale. Ciò che in questa norma evidenzia e qualifica la rilevanza del bene che ne è l’oggetto è la stessa ratio della norma che è proprio la garanzia dell’interesse collettivo: nel rispetto del quale e a riconoscimento del rilievo che per esso assume il bene l’ordinamento prevede la tutela.
 
5. Conclusioni
È in atto un forte processo che pare irreversibile, di consapevolezza da parte dell'uomo, del diritto alla propria esistenza e a quella del pianeta Terra, senza rinunciare ai benefici acquisiti o acquisibili con le nuove scoperte scientifiche. Tutto ciò si ripercuote anche sulle scelte degli stili di vita, diversificati per cultura e per tradizione.
La politica ambientale deve essere non l'arte del “possibile” ma l'arte di rendere attuabile ciò che è “necessario”. Il futuro del pianeta terra sarà il risultato delle modalità con cui l'uomo plasmerà e gestirà il quotidiano oggi.
Non sembri una contraddizione ma, grazie all'uso di biotecniche innovative (BI), sarà possibile affrontare e risolvere la complessa problematica della tutela della biodiversità connessa alla salvaguardia e alla moltiplicazione del germoplasma in via di estinzione. Forti sono oggi l'attenzione e l'operosità della FAO nei confronti di queste problematiche per i loro riflessi sia sulle possibilità di sviluppo di vaste aree depresse socio-economicamente sia per ridurre fortemente i fenomeni di desertificazione connessi, fra l'altro, a un pericoloso trend di riduzione della biodiversità. Non è e non sarà possibile alcun progresso nell'uso di BI ai fini produttivistici se continuasse la tendenza attuale di perdita di biodiversità.
La rivoluzione culturale in corso nella visione e nella gestione del territorio - cambiamento che interesserà tutti i diversi momenti della vita delle comunità di uomini - può essere considerata la grande novità del terzo millennio. Il realizzarsi di questa interdipendenza fra ambiente e sviluppo sostenibile comporterà profondi mutamenti dell'ordine politico, legislativo, sociale, economico, istituzionale, tecnologico, ecc.. Indubbiamente il tutto si dovrebbe realizzare gradatamente, «natura non facit saltus».
L'avvenire dell'uomo è fortemente legato a quello del cosmo e il binomio “futuro del cosmo-futuro dell'uomo” sarà sempre più inscindibile. L'evoluzione sia del cosmo (quindi del pianeta terra) che socio-culturale dell'uomo, può essere interpretata come un fine intrinseco dello sviluppo dell'universo. Questa interpretazione non vuole essere una maniera diversa di contrapposizione all'evoluzionismo darwiniano; semplicemente essa è più interessante della mera memoria dell'evoluzionismo biologico. Infatti, l'evoluzionismo del “cosmo” e quello del “pianeta Terra” sono in parallelo a quello “antropico”. L'uomo è una componente, fondamentale, del sistema. Egli è l'artefice “principe” del cambiamento. La “capacità al costruttivismo” e/o “capacità alla diversità” sia dell'uomo che degli altri esseri viventi è la “chiave di volta” per un armonico e sano evoluzionismo del pianeta terra e del cosmo, quindi dell'uomo (Matassino D., 1997a).
Pertanto, da una concezione statica si passa a una dinamica grazie all'attività di propulsione dell'uomo; attività che deve concretizzarsi nel ruolo di protagonista serio e consapevole del suo operato. Tutto quello che è stato finora espresso conduce a una forte rivalutazione del pensiero del paleontologo filosofo gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881÷1955): il cosmo tende a vitalizzarsi totalmente, la vita a umanizzarsi, l'uomo a ultra-umanizzarsi, lo spirito a liberarsi della sua matrice materiale. Sulla base di questi principi cardini si deduce che l'uomo è la chiave della cosmogenesi, quindi dell'evoluzione globale dell'universo che si concretizza nel concetto finale che l'evoluzione cosmica fa perno su quella antropologica diventando, così cosciente di sé stessa (Matassino D., 1992).
Il rapporto “uomo-natura” ha chiaramente influenzato i cambiamenti verificatisi con l'evoluzione della civiltà. Si può ritenere che esista un rapporto primigenio tra uomo e natura; rapporto che li “coinvolge” reciprocamente ma, per quanto ci riguarda, con un'attribuzione ontologica privilegiata all'uomo, se non di carattere “numinoso”[24]. Questa visione è ampiamente giustificata anche dall'abissale differenza tra la vita dei viventi secondo la “natura” e la vita dei viventi secondo la “natura umana”; la seconda ha la capacità e il dovere di individuare nello spirito del “pleròma”, di “pienezza comune”, la soluzione migliore del rapporto uomo-natura. In quanto l'uomo è portatore di una scienza “antica”: la sapienza. Operando con sapienza, l'uomo può distinguere, sulla base della concezione hegeliana, una “natura in sé” da una “natura per noi”, conscio che la prima non potrà mai essere totalmente inglobata nella seconda, se mai è la “natura per noi” che, se non gestita con lungimiranza e con amore, può ritornare alla “natura per sé” (che ha avuto grande ruolo e significato vitale per i nostri antichissimi antenati). Infine, sarebbe illusorio da parte dell'uomo trasferire sic et simpliciter le acquisizioni proprie della “natura per noi” alla “natura in sé” (Matassino D., 1997b) .
 La conservazione della “biodiversità” deve essere considerata un “imperativo etico” perché la “biodiversità” rappresenta non solo un bene da difendere e da trasmettere alle generazioni future per il miglioramento della “qualità della vita” ma, anche, un bene in sé stesso che ha il diritto alla propria esistenza; il rispetto della biodiversità è orientato verso la specie nella sua “globalità”; da non trascurare è l’“individuo” o il “singolo” (diversità intraspecifica); la specie può essere considerata un'astrazione in quanto essa non soffre, il singolo, invece, soffre e muore, facendo morire con sé la “specie” e la sua “diversità genetica”; il “singolo” possiede diritti fondamentalmente “forti” comprendenti non solo il diritto alla vita ma anche quello alla conservazione dell'integrità genetica in quanto qualsiasi riduzione della variabilità genetica si rivela una pericolosa perdita per il “tutto” (ConSDABI, 2002).
Secondo Platone (428 ÷ 348 a.C.) «Ogni vita sorge per il tutto e per la felice condizione della universale armonia» (Leggi, libro X, 103 c.).

 

Opere citate
Bartolommei S. (1989), Etica e ambiente, Guerini e Associati, Milano .
Battaglia L. (1998), Bioetica e cultura della complessità, Macro Edizioni, Forlì, 1998.
Behe M.J. (1996), Intervista rilasciata al ‘The New York Times’, 29 ottobre.
Bergson H. (1907), L’évolution créatrice (Trad. It. P. Serini, ‘L’evoluzione creatrice’, Ed. Mondadori, Milano, 1938).
Bertalanffy L. Von (1940), “Der organismus als physikalisches system betrachtet”. Die Naturwissenschafter, 28 (33), pp.521-531.
Bertalanffy L. Von (1971), The history and status of general system theory, In: G.J. Klir ‘Trends in general system theory’, Wiley, New York, 1972.
Bettini T.M. (1969), “L’animale uomo e gli altri animali: gli automi biologici”, Prod. Anim., 3, pp. 233-255.
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[1] Professor Emeritus - Genetic improvement in Animal production. Presidente del ConSDABI - National Focal Point italiano della FAO (NFP.I - FAO) per la tutela del germoplasma animale in via di estinzione nell’ambito della Strategia Globale FAO per la gestione della risorsa genetica animale (GS-AnGR, Global Strategy for the Management of Farm Animal Genetic Resources) – Centro di Scienza Omica per la Qualità e per l’Eccellenza nutrizionali - Centro di Ricerca sulle Risorse Genetiche Animali di Interesse Zootecnico - Centro Produzione Sperma ed Embrioni - Contrada Piano Cappelle - 82100 Benevento – Italia - Tel.: +39 0824 334300; tf.: +39 0824 334046; email: consdabi@consdabi.org; Internet: www.consdabi.org .
[2] Presidente del Club Unesco Isole Eolie, membro della Federazione italiana dei Club Unesco, associata alla Federazione mondiale Club e Centri Unesco – via Umberto I, 14 – 98055 Lipari (Isole Eolie) – Italia – Tel/Tf: +39 090.9814298- e-mail: info@unescoisoleeolie.it . 
[3] Epigenetica: il termine epigenetica fu proposto da Waddington C.H. nel 1953 per indicare «tutti i processi di cambiamento durante il ciclo vitale di un organismo le cui istruzioni non siano contenute nella sequenza del DNA». Esso descrive ciò che oggi si chiama “biologia dello sviluppo” per indicare che il fenotipo di un organismo deriva da un programma sequenziale di eventi definiti dal “genoma” ma influenzati nel loro svolgersi dall’ “ambiente”. In realtà la “teoria epigenetica”, ben più antica e risalente a Wolff R. (18. secolo), fu proposta in antitesi alla “teoria preformista”. Questa teoria ipotizzava che l'adulto si trovasse già preformato (homunculus) nello spermatozoo secondo gli “spermatisti” o nella cellula uovo secondo gli “ovisti”. È noto che la cellula sessuale non contiene assolutamente alcunché che assomigli all'organismo che si svilupperà da essa. Waddington attualizzò l’antico dibattito tra i sostenitori del “preformismo” e quelli dell’ “epigenesi” identificando l’ “epigenesi” nella “biologia dello sviluppo” e il “preformismo” nel “programma genetico”; dall’integrazione tra i due concetti nacque il termine “epigenetica”. Una definizione più aggiornata è quella proposta da Wolffe A.P.e Matzke M.A. (1999) in cui l’epigenetica è intesa come: «lo studio dei cambiamenti nell’espressione del DNA senza il verificarsi di variazioni nella sequenza dello stesso».
[4] Ideologia: l’ideologia, nel suo significato etimologico e nella sua coniatura da parte del filosofo francese A.L.C. Destutt de Tracy (1754÷1836), è un progetto di pensiero elaborato “a tavolino” al fine di spiegare e di chiarire fatti reali e di modificarli secondo un tracciato ritenuto razionale. Da qui l’aggettivazione “scientifica” della “ragione” e la pretesa di oggettività e di verità inconfutabile, con conseguente disprezzo per la realtà quando questa non collima con la propria teoria o tesi. 
[5] Eco-field: viene anche definito (Farina A. e Belgrano A., 2004) come “campo cognitivo” che trae origine dall’inteferenza tra “caratteri funzionali” e “mondo reale”.
[6] Semiosi: secondo il linguista danese, Hjelmslev L., la “semiosi” si realizza nella correlazione tra la forma dell’espressione e la forma del contenuto. Il termine “semiosi” deriva dal termine greco σημείον che significa segno. Per la filosofia del linguaggio il termine “semiosi” sta a indicare un processo in cui qualcosa funziona come “segno”. Secondo la tradizione greca la “semiosi” comprenderebbe tre (o quattro) fattori: a) ciò che agisce come “segno” (“veicolo segnico”); b) ciò a cui il segno si riferisce (“designatum”); c) l’effetto su di un interprete (“interpretante”), in virtù del quale effetto, l’argomento in questione è un “segno” ; d) “l’interprete”.
[7] Segmento di DNA codificante “polipeptide/i” (“gene”) (esone): qualunque segmento di DNA che è responsabile della sintesi di una o più catene polipeptidiche; a oggi, nella specie umana, del totale genoma, il DNA codificante costituisce circa l’1,4 %, mentre il 36 % circa dà origine al cosiddetto RNA “regolativo” (introni); tuttavia, in determinate condizioni biologiche, alcuni introni possono assumere la funzione di esoni (“esonizzazione”). 
[8] CNV (copy number variation = variazione del numero di copie): regione del DNA della dimensione ≥ 1 kb (1.000 nucleotidi) presente in numero differente di copie tra i vari individui. 
[9] “Chronon” ed “ergon”: nel significato proposto da Gedda, L. e Brenci, G. (1973) e, successivamente, ripreso da Bettini, T.M. (1988) il “chronon” rappresenta la vita media dell’informazione di cui il segmento di DNA è portatore e l’‘ergon’ esprime la stabilità di un segmento di DNA; come evidenziato da Matassino D. et al. (2007b), la temporalità di un segmento di DNA può oggi essere interpretata in chiave di genomica funzionale; in tale contesto, grazie all’impiego di alcune metodiche, quali il “DNA microarray”[9] (“micromatrice” di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i) è possibile monitorare: (a) le variazioni temporali di espressione di un segmento di DNA in termini di attività trascrizionale (profilo trascrittomico) (“chronon”) in una cellula o in un tessuto; (b) entro il “chronon”, le variazioni di intensità di tale espressione identificabili con l’ “ergon”.
[10] Eucarioti: organismi viventi mono- o pluricellulari costituiti da cellule dotate di nucleo.
[11] Bioterritorio: il bioterritorio o bioregione viene definito come «un modello di gestione sostenibile delle risorse naturali di un territorio da parte delle comunità locali» (World Resources Institute, World Conservation Union, FAO, Unesco, United Nations, 1992). 
[12] Frattale: termine coniato da Mandelbrot B. nel 1975 e si identifica con una figura geometrica di forma irregolare o frammentata, caratterizzata dal fatto che ogni parte appare approssimativamente simile all’intera figura; questa modalità comportamentale viene chiamata “autosimilarità” (self-similarity). Esempi naturali di forma “frattalica” sono identificabili con: a) l’albero di abete, in cui ciascun ramo è approssimativamente simile all’intero albero, ciascun rametto al proprio ramo principale e cosí via; b) le spugne; c) la rete dei vasi sanguigni, nella quale ciascuna biforcazione è seguita da altre simili e più piccole (Grande Enciclopedia della Scienza e della Tecnologia, De Agostini).
[13] Specializzazione emisferica: processo responsabile del rimodellamento di funzioni diverse in uno dei due emisferi: a esempio, sviluppo del linguaggio nell’emisfero sinistro e sviluppo della percezione spaziale in quello destro, ecc..
[14] Emergente: nel senso che alcune proprietà non possono essere desunte da quelle del “livello inferiore”. 
[15] Genotipo: può essere considerato a livello: a) “tassonomico”, come l’insieme di tutte le informazioni genetiche possedute da un organismo (oggi definito “genoma”), (b) “individuale”, come coppia di alleli che caratterizza un determinato locus monoallelico o polimorfo (a esempio: AA o AB o BB).
[16] Fenotipo: può essere definito come la manifestazione di qualsiasi natura (biochimica, chimica, fisiologica, metabolica, somatica, ecc.) quale espressione dell’informazione genetica di cui l’essere vivente è dotato; manifestazione che può variare in funzione del microambiente in cui l’individuo è inserito.
[17] Capacità al costruttivismo: nel senso che le “novità evolutive”, per quanto imprevedibili, non sono una produzione “dal nulla”, ma una trasformazione di “precedenti potenzialità” grazie alle quali gli organismi partecipano attivamente alla “costruzione” del microambiente in cui vivono; nel 1907, nell’opera “L’évolution créatrice”, Bergson H. aveva proposto il termine “creativo” nel senso di ‘élan vital’ (slancio vitale) per indicare «la capacità di produrre un flusso continuo di “novità evolutive” (Matassino D. et al., 2007a).
[18] Teleonomia è la condizione del riferirsi al fine delle cose. Jacques Monod (Parigi, 1910 - Cannes, 1976), biologo Nobel per la medicina, ne Il caso e la necessità (1970) rivisita la teoria dell’evoluzione di Darwin calandola all'interno di un programma rigorosamente meccanicistico: organismi viventi e singole cellule contengono tutte le informazioni necessarie al proprio funzionamento, sono cioè un sistema assolutamente incapace di ricevere istruzioni dal mondo esterno. Perciò non sono guidati da un fine, ma da proprietà teleonomiche che li rendono nettamente differenti dalla materia inanimata. Ogni modifica al programma che guida la formazione degli organismi e che è trasmesso alle generazioni successive (codice genetico), non può venire da un'interazione dell'organismo con l'ambiente. Essa deve pertanto avere origine da eventi del tutto casuali, da errori di trascrizione dovuti prevalentemente a perturbazioni di natura quantistica.
[19] La teleologia (il termine deriva dal greco τέλοζ, “fine” e λογοζ “discorso“) si fonda sull’assunto che l’universo abbia uno scopo. In campo filosofico, l’approccio teleologico caratterizza il pensiero aristotelico secondo cui la spiegazione o la giustificazione di un fenomeno o di un processo deve essere individuata non solo nello scopo o nella causa immediata, ma anche nella “causa finale”, ossia nella ragione per la quale il fenomeno esiste o è stato creato. Nella teologia cristiana, la teleologia costituisce un argomento fondamentale a favore dell’esistenza di Dio, poiché l’ordinamento e il corso della natura non paiono casuali: se l’architettura del mondo è intelligente, allora deve esistere un architetto divino. In campo scientifico, i sostenitori della teleologia si oppongono alle interpretazioni meccanicistiche dell’universo; tuttavia, il potente impatto della teoria dell’evoluzione di Darwin (le specie si sviluppano per selezione naturale), a partire dal XIX secolo ridusse notevolmente l’influenza delle argomentazioni teleologiche tradizionali. Nondimeno, con l’affermazione di nuove teorie cosmologiche a carattere finalistico, tali argomentazioni hanno acquisito maggiore pregnanza negli ultimi decenni del XX secolo. Cfr. "Cosmologia," Microsoft® Encarta® EnciclopediaOnline2008 http://it.encarta.msn.com © 1997-2008 Microsoft Corporation.
[20] Constraint: termine proposto da Gould (1989) e che ha nella sua radice etimologica latina il significato di “stringere” in senso sia “positivo” che “negativo”.
[21] Meme: termine introdotto da Dawkins R. (1976) nel suo libro “Il gene egoista”.
[22] Evo-Devo= evolutionary developmental biology (biologia evolutiva dello sviluppo): nuovo paradigma della biologia derivato dalla integrazione fra due approcci: a) quello che studia i meccanismi genetici dell’evoluzione; b) quello che studia i segmenti di DNA codificanti polipeptide/i (“geni”) che controllano lo sviluppo somatico degli esseri viventi.
[23] Cordati: organismi caratterizzati dalla presenza, almeno nello stadio embrionale, di una “corda” dorsale semirigida. I Cordati comprendono: a) i Cefalocordati, ai quali appartiene l’Anfiosso; b) gli Urocordati (le ascidie); c) i Vertebrati veri e propri.
[24] Il termine, del filosofo e teologo Rudolf Otto (1869 -1937), corrisponde a un "sentimento originario e specifico", il cui primo carattere è quello di essere misterioso: il numinoso si rivela come "mysterium".

 

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