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Borino Un veterinario

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Leandro Borino

Un veterinario che cura l’anima dei suoi piccoli pazienti

 

Nella telefonata la voce di Claudia era molto accorata. Mi raccontava del suo cane,un boxer che io chiamavo “Ispettore manetta“ per la somiglianza tipica di questa razza con il personaggio dei fumetti di fanciullesca memoria.
L’Ispettore era un animale dolcissimo, assolutamente mite nonostante l’espressione un po’ arcigna del muso, che tutti questi soggetti hanno. Lui non faceva eccezione alle doti migliori che hanno nel tempo reso questo tipo di cane un beneamato in molte famiglie italiane e non solo. La caratteristica di questa coppia cane-padrone era questa. L’ispettore era una sorta di body-guard di Claudia. Non che manifestasse qualcosa di aggressivo nei confronti di terzi, per carità, ma si vedeva benissimo come fosse anche molto protettivo nei confronti della sua padrona. I due vivevano insieme, da soli e per Claudia la presenza dell’Ispettore era motivo di sicurezza… insomma non solo un antidoto contro la solitudine, ma anche una nota di serenità, in questi nostri tempi così particolari.
Poco tempo prima di lasciare quella città ove lavoravo da anni diagnosticai a quel boxer una forma di tumore parecchio aggressivo; il mastocitoma. Lo curai diversi mesi e quando le sue condizioni si stabilizzarono dopo le scelte terapeutiche lo affidai in mane sicure presso un collega da me stimato ed apprezzato per il suo impegno professionale ed anche per la delicatezza d’animo che profonde nel suo lavoro. Sapevo che erano entrambi in buone mani. Continuavo però a tenermi in contatto regolare con Claudia. Ora però, dopo un tempo sia pur apprezzabile - per durata e quantità - di lotta alla malattia la voce della ragazza diceva tutto il suo dolore per un precipitare degli eventi. Claudia singhiozzava forte e piangeva lacrime amare: il cane non riusciva più a stare in piedi ed era attraversato da continui tremori e mioclonie, segni corporei di quell’iperazotemia (un aumento delle scorie azotate) che gli esami ematici impietosamente quantificavano in valori altissimi e che il clinico in questi casi chiama sindrome uremica o sindrome nefrosica.
Claudia singhiozzando mi diceva di non voler andare dal collega in città per quell’ultima maledetta iniezione…non se la sentiva proprio di portare il suo cane a morire su un freddo tavolo d’acciaio di uno studio veterinario…
La capivo… e condividevo. Avrei condiviso pensando anche a me stesso… che anche oggi sceglierei certamente il mio letto per l’evento finale, rispetto ad un letto d’ospedale. Conoscendo la sensibilità del collega dissi a Claudia che lui, non appena chiuso lo studio, si sarebbe certamente recato a casa di lei, condividendo con me una certa visione del problema…
Giuro che se non fossi stato a oltre settecento chilometri di distanza avrei preso la mia auto per andare a salutare l’Ispettore e a dargli l’ultima carezza e quell’ultima maledetta terapia. Ma sarei arrivato tardi…
Non so cosa mi nacque dentro in questa condivisione sia pur a distanza del dolore... ma questo qualcosa mi spinse a dire a Claudia di parlare col suo cane.

Mi rendevo conto di colpo che la fine che stava per arrivare non era solo il frutto di un meccanismo biochimico implodente ma anche il frutto una sorta di “resa” finale che quell’animale stava per dichiarare di fronte alla sua malattia. Avevano combattuto lui e Claudia quella malattia non solo con le medicine che gli erano state prescritte ma soprattutto avevano lottato per il desiderio di rimanere l‘uno accanto all’altra.. per lui l’essere umano che aveva scelto di amare e difendere era quella ragazza. Claudia ed il di lei affetto e cura erano stati il vero motivo di resistenza alla malattia, il vero motivo per il quale quel corpo aveva lottato e combattuto contro quel male grave. Come a dire che la miglior medicina,quella più efficace ,quella fondamentale o se si vuole “capitale” - perché inizio di ogni altra energia terapeutica - é sempre l’amore.

Consapevole di questo dissi appunto a Claudia di …parlare col suo cane, di rivolgersi a lui amorevolmente e di comunicargli … che era ora di smetterla di soffrire... che lei lo avrebbe sempre ricordato nel suo cuore e che mai avrebbe potuto lasciarlo nell’oblio…che sarebbe sempre rimasto per lei quel body guard sincero ed affidabile… unico. Ora vicino a Claudia c’era un compagno e lei non sarebbe rimasta sola… quel ragazzo si sarebbe preso cura di lei… e l’avrebbe anche protetta. Le dissi di comunicare all’ispettore la sua fiducia per il futuro e che se questa storia dell’anima non era solo una droga vendutaci dai vari cleri reperibili nel mondo ed essa esisteva ed esiste, allora anche per i nostri animali qualcosa che esiste per sempre e sfugge alla morte c’è .

Claudia piangeva e singhiozzava… mentre dubitava che ce l’avrebbe fatta a lasciarlo andare … ci lasciammo così per telefono… mentre le dicevo come sia importante per i nostri animali il poter accomiatarsi da noi salutandoci e comunicandoci con gli occhi il loro amore eterno, perché un animale quando ci ama é per sempre.

Il giorno dopo ero al lavoro ma il mio pensiero andava spesso all’Ispettore e a Claudia, ma titubavo a telefonare…
Finalmente chiama Claudia. Piangeva, piangeva ancora di più del giorno prima… ma era un pianto liberatorio ove il dolore di ieri ora sembrava più uno stupore colmo di quasi dolce meraviglia.
Aveva avuto la forza di mettere in pratica il mio consiglio. Aveva avuto il coraggio di superare il suo dolore e quello del suo cane con l’amore e con l’ultima speranza di un sogno di eternità per entrambi.
Mi raccontò che gli aveva parlato dolcemente, guardandolo negli occhi ed accarezzandolo e lo stesso aveva fatto il suo ragazzo, mentre lo rassicurava che ci avrebbe pensato lui a Claudia.
Il risultato fu che piano i tremori cessarono, il respiro si fece lento e ritmato e senza l’ausilio di nessun farmaco letale e senza disperazione né dolore fisico evidente l’Ispettore se ne era andato in silenzio .sereno nella sua cuccia.

L’orrore della morte decisa “a tavolino”, di quella decisione così difficile e terribile non c’era stato.

Questa esperienza di qualche anno fa è stata per me inizio di nuove scelte in certe evenienze lavorative che per un medico degli animali non sono infrequenti.
Non sono un fanatico e se fuori dalla porta del mio studio un avviso recita “In questa struttura per scelta etica e professionale non si eseguono eutanasie” ciò non è per una mia personale legge ferrea e cieca: mi serve innanzitutto per mettere alla porta senza dover spendere troppe parole quelli sconosciuti che - senza mai essere stati padroni di miei pazienti - mi chiedono l’eutanasia per un soggetto che non ho mai avuto il piacere di visitare. Insomma di coloro che pensano che comprarsi una eutanasia dal veterinario sia come comprarsi un paio di scarpe in un negozio: basta entrare e pagare e tutto è risolto!

Oltre a questo ho il personale dubbio su cosa ho omesso di pensare e di fare nella cura del mio paziente, se è veramente giusto un atto così estremo e soprattutto mi chiedo sempre se quell’animale che ho davanti davvero non capisca o intuisca cosa sta per succedergli. Insomma al veterinario e al suo insindacabile giudizio - dirò di più: inappellabile giudizio – viene affidata una sentenza di vita o morte senza che il “condannato“ possa dire mai la sua. Molte volte ho compreso come la sofferenza, quella vera e reale, che porta a un simile evento ultimo non è la sofferenza dell’animale in sé ma quella dell’uomo che ne è il “padrone“ che proietta sul suo animale proprie paure ed irrisolti problemi di accettazione dell’evento “finale” della vita.

Molti anni di lavoro sul campo mi hanno fatto capire come il potersi accomiatare dal proprio padrone sia importante per una animale, soprattutto per un cane, soprattutto per un animale che vive a stretto contatto o dentro la nostra casa. Mi rendo conto oggi di come l’Omerico episodio di Argo ed Ulisse non sia solo un esempio di nobile poesia ma sia piuttosto qualcosa che realmente accade spesso sotto i nostri occhi, anche se il vederlo o meglio il volerlo vedere, non è per tutti.

Dopo l’Ispettore la vita professionale mi ha portato a incontrare altri casi simili . Altri Ispettori sono stati miei pazienti, ma grazie al primo tra gli Ispettori davanti a questi casi “estremi” il mio personale dolore nel guardare la morte davanti a me ha un antidoto, ha una certezza: che “la morte è di vitale importanza” proprio come ebbe a scrivere Elizabeth Kubler Ross che dell’eutanasia non fece certo apologia.

 

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Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

 

 

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