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Bormolini Creazione

 

Guidalberto Bormolini

IL CANTO DELLA CREAZIONE

Il ritorno all’Eden perduto

(per gentile concessione "Rivista di ascetica e mistica", 4 (2011) 863- 885)

 

1. La bellezza della creazione: gli scritti patristici
Il rapporto che intercorre fra l’uomo e il resto del creato è un tema che suscita grande interesse, perciò è probabile che questo argomento sollevi innumerevoli questioni. Senza addentrarci a fondo nelle implicazioni teologiche o pastorali, vorremmo illustrare con semplicità il rapporto speciale che molti santi e mistici hanno avuto con il mondo della natura. In molti scritti patristici appare una visione fondamentalmente positiva della creazione: la creazione è buona perché Buono è il Creatore. Anche il mondo animale compartecipa di questa bontà e bellezza: «Neanche negli animali privi di ragione esiste il male»[1]. Di conseguenza i padri del deserto arrivavano ad affermare la bontà intrinseca del mondo animale in modo veramente radicale: «Abbà Poemen raccontava che un fratello chiese ad abbà Alonio: “Cos’è il disprezzo di sé?”. E l’anziano rispose: “È mettersi al di sotto di tutti gli esseri non dotati di ragione e sapere che questi sono irreprensibili”»[2]. Talvolta alcuni autori vedono poeticamente la natura come un grembo, a disposizione del Creatore, che genera ogni essere: «O natura muta che dal tuo seno hai fatto scaturire gli animali: sebbene alla vista [tu] non sembri che umile fango, hai generato la bellezza di tutte le specie. Tuttavia non fu essa [la natura] a generare da se stessa, ma la potenza del suo Artefice; colui che all’inizio distese la terra, le diede il comando ed [essa] generò gli animali»[3].
L’uomo stesso, fulcro della creazione, prende il suo pieno significato solo in relazione con tutto il creato: «Come il corpo sarebbe incompleto se avesse un solo membro [cfr. I Cor 12,14], così anche l’attività creatrice di Dio non sarebbe perfetta se egli avesse creato una sola cosa. Come la ricchezza delle membra, grandi e piccole, manifesta la ricchezza del corpo, così l’esistenza di realtà di ogni dimensione, manifesta la ricchezza di Dio»[4]. Ogni aspetto della creazione, anche quando può sembrare insignificante ad un osservatore superficiale, é la manifestazione di una sapienza meravigliosa ed affascinante, e questo prodigio incantava gli autori di epoca patristica. A commento del versetto del Salmo, Origene annotava: «“Questo mare grande e spazioso per le imprese” (Sal 104,25). Non è forse un segno di stupenda sapienza il fatto che nel mare si trovino molluschi senza numero e pesci grandi e piccoli, e il fatto che stiano negli abissi e traggano l’esistenza proprio là, dove l’uomo morrebbe se ci sprofondasse, mentre essi muoiono se vengono a terra?»[5]. Al cospetto di tanta Sapienza si canta questa bellezza: «Sta scritto: “Poiché tu, Signore, mi hai rallegrato con la tua creazione” [Sal. 92,5]. Qualunque cosa io guardi, mi rallegra; comprendo il Creatore e benedico Dio [cfr. Sap. 13,5]»[6].
2. Mondo visibile e mondo invisibile
Molti autori ritengono che il cosmo sia una manifestazione di realtà invisibili che possono rimandare direttamente al loro Principio. Origene, basandosi sull'autorità dell'Apostolo, afferma:
Paolo [...] ci dimostra che questo mondo visibile ci fa conoscere il mondo invisibile [Cfr. Rm 1,20] e che questa nostra terra posta in basso contiene immagini di realtà celesti: così da ciò che è in basso possiamo salire a ciò che sta in alto e da ciò che vediamo in terra possiamo avere conoscenza e comprensione di ciò che sta nei cieli[7].
Era quindi accettata la visione del cosmo come un fatto unitario: la realtà spirituale è strettamente collegata a quella materiale. A questo riguardo Massimo il Confessore scriveva:
Il mondo è uno [...] Infatti il mondo spirituale nella sua totalità si manifesta nella totalità del mondo sensibile, ed è misticamente espresso mediante immagini simboliche, per coloro che hanno occhi per vedere. E tutto intero il mondo sensibile lascia segretamente trasparire tutto l'intero mondo spirituale, semplificato e unificato per mezzo delle essenze spirituali[8].
Bonaventura, rifacendosi alla visione patristica del cosmo, affermava che:
Tutte le creature del mondo sensibile [ci conducono all’Infinito: perché] sono le ombre, le descrizioni, le vestigia, le immagini, le rappresentazioni del Primo, del Saggissimo, dell’eccellente Principio di tutte le cose; esse sono le immagini della Fonte, della Luce; della Pienezza eterna, del sovrano Archetipo: sono dei segni che ci sono stati lasciati dal Signore stesso[9].
Vi è quindi una sapienza interna al cosmo che bisogna saper penetrare, e questa è confermata perfino dal Magistero attuale: «le varie creature riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio»[10]. A causa della caduta originaria, presente tra l’altro in tutti i miti religiosi, l’uomo si è allontanato dal livello spirituale che possedeva in principio, e in questa caduta ha trascinato con sé tutta la realtà. L’intero cosmo quindi ora ha bisogno di innalzarsi, e partecipa alla crescita dell'uomo al quale è in qualche modo collegato: «A causa della cattiveria [degli uomini] la terra è stata maledetta»[11]. Ma se il cosmo ha sofferto molto a causa nostra, dice il Crisostomo, «non è stato trattato ingiustamente, poiché diventerà di nuovo incorruttibile a causa nostra»[12].
3. La rivelazione cosmica
Secondo i padri della Chiesa, nella storia dell’umanità sono avvenute due Rivelazioni da parte di Dio: una che ci è stata tramandata direttamente dalla Parola di Dio, ed è contenuta nelle Sacre Scritture, l’altra più antica, è rivolta a tutta l’umanità, e ci parla attraverso la natura stessa da Lui creata[13]. Jean Daniélou ha meravigliosamente sintetizzato la tradizione patristica a questo riguardo:
Precedentemente all’alleanza con Abramo l’Antico Testamento conosce una prima alleanza – quella di Noè –, contratta con l’umanità intera, e che ha per oggetto la fedeltà di Dio nel cosmo, il cui sacramento è l’arcobaleno […] La regolarità delle leggi naturali è dunque una ‘ierofania’ attraverso la quale l’uomo può riconoscere l’esistenza di un Dio provvidente[14].
Possiamo allora comprendere meglio il fatto che i mistici, attraverso la contemplazione della natura, riuscissero ad udire la voce divina e sapessero leggere la natura come un libro: «“Fin dalla creazione del mondo, le cose invisibili di Dio sono contemplate dall’intelletto attraverso le creature”, come dice l’Apostolo [Rm 1, 20]. Questo mondo sensibile è come un libro aperto a tutti e legato da una catena così che vi si possa leggere la sapienza di Dio, qualora lo si desideri»[15].
Un libro più ricco, saggio e profondo di qualsiasi composizione umana: «Uno dei saggi di allora venne a trovare Antonio, il giusto, e gli domandò: “Padre, come potete essere felice, mentre siete privo della consolazione che danno i libri?” Antonio rispose: “Il mio libro, o filosofo, è la natura degli esseri, e quando voglio leggere le parole di Dio, questo libro è sempre davanti a me”»[16].
Ed è una “scrittura” capace di manifestare con evidenza la bellezza del suo Autore:
Dio, a motivo della sua carità, ha fatto in modo che quanti erano lontani da lui […] percepissero la sua carità verso di loro e [le] si avvicinassero grazie alla mediazione delle creature, poste come scrittura dalla sua Potenza e dalla sua Sapienza, cioè dal suo Figlio e dal suo Spirito. Tramite le creature, poi, essi non percepiscono solo la carità di Dio Padre verso di loro, ma anche la sua Potenza e la sua Sapienza. Come, infatti, chi legge una scrittura percepisce attraverso la sua bellezza, insieme alla volontà del suo estensore, la potenza e l’intelligenza della mano e del dito che l’hanno vergata, così chi guarda le creature in modo intelligente percepisce la mano e il dito del loro Creatore insieme alla sua volontà, cioè alla sua carità[17].
4. L’Uomo centro di tutta la creazione
Nella letteratura patristica è evidenziato con chiarezza che l’uomo è profondamente solidale a tutta la creazione, non ne è il dominatore ma piuttosto il ministro: «[Dio] pose Adamo, [che è] secondo la sua immagine, in una dimora bella e desiderabile, perché le creature, per mezzo di un essere prossimo [ad esse], invochino con amore il Creatore»[18].
D’altronde il Verbo, incarnandosi, ha assunto il corpo dell’uomo che è un “microcosmo”. La sua incarnazione quindi può raggiungere una portata cosmica: «Per mezzo di lei [Maria] il Creatore ha portato ogni creatura in uno stato migliore, attraverso la mediazione dell’umanità. Se infatti l’uomo, essendo tra lo spirito e la materia, è il legame di tutta la creazione visibile e invisibile, la Parola creatrice di Dio, unendosi alla natura umana, attraverso di essa si è unita alla creazione intera»[19].
Il destino dell’uomo è profondamente intrecciato a quello di tutto il cosmo, e tutto il cosmo é misticamente e misteriosamente presente nella struttura stessa dell’uomo, al punto da rendere ogni creatura degna dell’annuncio del Vangelo:
L’uomo ha qualcosa di ogni creatura. Ha infatti in comune: l’esistere con le pietre, il vivere con gli alberi, la sensibilità con gli animali, l’intelligenza con gli angeli. Se dunque l’uomo è partecipe di qualcosa con ogni creatura, sotto un qualche aspetto ogni creatura coincide con l’uomo. Il vangelo è perciò predicato ad ogni creatura anche quando è annunciato solo all’uomo, perché esso è rivolto a colui per il quale tutto è stato creato sulla terra e al quale ogni realtà è legata da un vincolo di similitudine»[20].
Attraverso la signoria spirituale dell’uomo tutto il cosmo si trasforma:
A lui [Adamo] sono uniti sia gli animali muti che quelli dotati di espressione; e a causa della loro affinità con lui, lo onorano come un re. Egli ha come dimore l’alto e il basso; per la sua sussistenza il mare e la terra; per la sua vita i venti e le brezze; per il suo riposo l’estate e l’inverno. Le creature si rallegrano in lui e l’ascoltano come [loro] signore; gli angeli sono pronti al suo servizio, nella gioia. Con amore si radunano presso di lui le creature mute e dotate di espressione e si rallegrano perché la loro natura fu associata alla gloria di lui[21].
5. Le creature portavoci di Dio
Oltre al noto episodio biblico in cui un’asina ammonisce un profeta per conto di Dio (cfr. Nm 22, 20 ss.), nelle leggendarie vite dei santi si racconta spesso di come Lui manifesti la Sua volontà attraverso la voce di un animale.
Giovanni Damasceno racconta un episodio di conversione che viene ripreso e ripetuto in numerose leggende:
Dal Martirio di sant’Eustazio, detto anche Placido: giunto sui monti, secondo il solito, insieme ai soldati e a tutto il seguito, egli vide un branco di cervi che pascolava […] Il più grande e il più bello di tutto il branco, staccatosi da esso, si slanciò attraverso la boscaglia nei luoghi più folti della selva e in zone inaccessibili. Avendolo visto e desiderando catturarlo, Placido abbandonati tutti lo inseguì […] Mentre Placido, fermatosi, teneva lo sguardo sul cervo, [il Signore] fece apparire sopra le corna del cervo la figura della santa croce risplendente più dello splendore del sole e, in mezzo alle corna, l’immagine del corpo portatore di Dio, che egli accettò di assumere per la nostra salvezza. Poi, avendo dato al cervo una voce umana, chiamò Placido dicendo: «Placido, perché mi perseguiti (cf. At 9,4)? Ecco, a causa tua io sono qui presente e ti sono apparso in quest’animale. Io sono Gesù Cristo, che tu veneri pur non conoscendo. Infatti i benefici che tu presti ai bisognosi sono giunti dinanzi a me, e io sono venuto a mostrarmi a te attraverso questo cervo, a salvare in ricambio la tua vita e a cingerti con le reti del mio amore per gli uomini»[22].
Si racconta anche di una leonessa che dopo aver rifiutato di divorare sant’Afrodisio, un martire della Cilicia, si solleva sulle zampe posteriori e nel bel mezzo dell’arena comincia a predicare al popolo lì convenuto, convertendone una buona parte[23]. A Samuele di Kalamon, fondatore monastico copto, una cammella parla con voce umana e gli rimprovera un grave errore commesso, e lo sprona anche a ripararlo[24].
Altre volte gli animali sono portatori di un messaggio divino per esortare un'anima a seguire la Sua volontà. Abbà Isacco avendo saputo che i padri lo cercavano per ordinarlo presbitero fuggì e si nascose fra l’erba di un campo. I padri accompagnati da un asino si fermarono per trascorrere la notte proprio in quel campo e liberarono l’animale perché pascolasse; quest’ultimo andò proprio vicino a abbà Isacco, così all’alba cercando l’asino essi trovarono con stupore anche l’anziano, pensarono di legarlo perché non fuggisse ma Isacco disse loro che non sarebbe più fuggito perché riconosceva che si trattava della volontà di Dio e che l’avrebbe ritrovata ovunque fosse andato[25].
6. La mistica che parla «la lingua degli uccelli»
a. I miti dei popoli
L’animale quindi, e tutti gli esseri creati, possono avere un linguaggio in comune con l’uomo. Gli studiosi di antropologia riportano una tradizione di carattere universale che parla di una misteriosa “lingua degli uccelli” udibile dagli umani. Secondo molte leggende e miti, gli uccelli parlano fra di loro, e quei cinguettii che noi interpretiamo come canti, sono in realtà le loro conversazioni. Nei miti spesso l’eroe riesce a decodificare la lingua degli uccelli, e questa facoltà gli permette di conoscere e prevedere tutto, perché una delle più antiche forme di profezia è proprio quella di vaticinare ascoltando gli uccelli: «Gli àuguri erano appunto i sacerdoti che si occupavano di trarre questi auspici, inizialmente dal volo e dal canto degli uccelli, poi l’indagine si fece anche attraverso i tuoni, i lampi, le eclissi, le comete e altro»[26]. Democrito asseriva, come riporta Aulo Gellio[27], che gli uccelli parlano fra loro nella propria lingua. Plinio[28] invece porta ad esempio Melampo, mitico indovino che vaticinava grazie alla sua capacità di comprendere la lingua degli uccelli. Afferma Lapucci che: «Si tocca così la connessione col sacro di questa strana credenza, diffusa sia pure in modo diverso in una grande quantità di popoli»[29]. La presenza di uno stesso tema in molte aree linguistiche di diversa civiltà o tradizione di solito è segno che all’origine esiste un elemento forte, quale potrebbe essere appunto il fatto religioso o mitologico che abbiamo indicato. Possiamo dire che tale mito è universale perché si trova anche in Africa, in Cina e in molte tradizioni orientali[30].
Gli uccelli in molti miti rappresentano quindi esseri ultraterreni; si dice che la lingua degli uccelli sia lingua di angeli, dèi o spiriti. Ad esempio nei racconti germanici Sigfrido, dopo avere ucciso il drago, intende la lingua degli uccelli, così come la intendeva il mitico Re Salomone[31]. Nella tradizione celtica i Thuata de Dannan[32] appaiono sotto forma di uccelli per guidare gli eletti alle loro residenze sotterranee: i sidhe. Nel Mabinogion si parla della dea Rhiannon che era accompagnata da uccelli magici in grado di risvegliare i morti. Come afferma Lapucci: «L’uccello parlante nelle fiabe viene a prendere il posto del vecchio saggio che all’inizio della sua avventura indica al protagonista i pericoli, gl’inganni ai quali andrà incontro, ovvero gli fornisce mezzi o stratagemmi per evitarli. Questo lo pone, sia pure nelle veste dimessa dell’animale, nella metamorfosi di un essere superiore, ovvero nel messaggero del destino o d’una forza sovrumana»[33].
Nelle leggende medievali del Graal, nate sotto l’influsso del monachesimo cistercense, l'inizio dell'avventura dell’eroe è segnato da una sorta di vocazione, come per esempio si evince chiaramente dall'episodio in cui Parzival:
Non conosceva crucci, se non fosse stato il canto degli uccelli sopra di lui, la cui dolcezza, penetrando nel suo cuore, gli gonfiava il piccolo petto. [La madre] un giorno lo vide con gli occhi spalancati volti in su a un albero, rapito al cinguettar degli uccelli, e notò che il petto del suo bambino, a quel canto, si gonfiava quasi a scoppiare[34]: un desiderio più forte di lui lo opprimeva[35].
Rapito dal canto degli uccelli il futuro cavaliere sceglie di obbedire alla sua natura e ai suoi desideri più profondi[36]. E alla fine dell’avventura troverà il Graal tanto desiderato.
b. L’anima dei defunti in forma di uccello
Nel mondo simbolico dell’antichità era frequente la rappresentazione dell’anima sotto forma di uccello. È un tema molto antico: nelle raffigurazioni babilonesi del regno dell’oltretomba si vedono le anime rivestite con vesti di piume[37]. Nell’Egitto faraonico uno dei costituenti spirituali dell’uomo è raffigurato pittoricamente con un uccello: si tratta del Ba. Secondo gli studiosi potrebbe significare l’equivalente dell'animus dei Latini, o la nefesh degli Ebrei[38]. Gli antichi Egizi lasciavano infatti un piccolo foro nelle tombe per far uscire l'anima sotto forma di uccello. In India e nel sufismo islamico spesso l’anima viene rappresentata con le sembianze di una colomba:
Perché affliggermi quando ogni particella del mio essere è fiorita?
Perché non dovrei uscire da questo pozzo? Non ho una corda solida?
Ho costruito una piccionaia per le colombe delle anime.
Uccello dell'anima mia! Spicca il volo, possiedo cento torri fortificate![39]
D'altronde in Islam si crede che «dal momento della morte sino al suo ritorno a Dio l'anima sarà, se beata, nei gozzi di uccelli verdi sospesi al disotto del trono»[40].
Nell’arte paleocristiana[41] e nelle iscrizioni sepolcrali delle catacombe i primi cristiani  raffiguravano quasi sempre l'anima come un uccello[42]. Sempre secondo Lapucci:
L’immagine assai comune degli uccelli che bevono a una fontana passa dai mosaici bizantini toccando tutte le epoche, ma un tempo era intuitivo che sì, era simbolo delle anime che s’abbeverano alla verità, ma era altresì pacifica l’allusione che la fontana, soprattutto se aveva tre getti, era l’immagine di Dio e gli uccelli che ne ascoltavano la voce erano le anima umane. Infatti lo spazio sacro del giardino, soprattutto il chiostro, aveva al centro la fontana, il cui mormorio era segno della voce divina, sia per la nostra che per la tradizione islamica[43].
Prudenzio riferisce che, alla morte della martire Eulalia, si vide una colomba più bianca della neve prendere il volo verso il cielo. Lo stesso avvenne alla morte di Scolastica la sorella di san Benedetto[44]. In un capitello della chiesa di santa Giusta a Brescia, che ne illustra il martirio, è raffigurata una colomba che esce dalla sua bocca. Quando fu martirizzato Policarpo di Smirne, nel momento in cui gli trafissero il petto con una lancia, si vide una colomba bianchissima prendere il volo[45].
Nella Visio Baronti si descrive l'anima appena uscita dal corpo: «simile ad un piccolo uccellino, quando esce dall'uovo»[46]. Gregorio di Nissa quando parla del “volo dell'anima” afferma che più l'anima si avvicina alla luce, più diventa bella, e prende nella luce la forma di una colomba[47].
c. Lo sciamanesimo e la lingua degli uccelli
Questo argomento è stato ampiamente trattato dallo storico delle religioni Mircea Eliade. Per essere introdotto ai misteri il novizio apprendeva una lingua segreta che gli permetteva di comunicare con gli “animali-spiriti”. Questa lingua segreta «l’apprende da un maestro, ovvero con mezzi propri, cioè direttamente dagli “spiriti”»[48]. Assai spesso questa lingua segreta è, di fatto, il “linguaggio degli animali” e trae origine dall’imitazione delle grida del mondo animale[49]. Secondo Eliade:
Dappertutto nel mondo imparare il linguaggio degli animali e, per primo, quello degli uccelli, equivale a conoscere i segreti della Natura e, pertanto, essere capaci di profetizzare […] Ma vi è di più. In parecchie tradizioni, l’amicizia con gli animali e la comprensione della loro lingua rappresentano delle sindromi paradisiache[50]. Al principio, vale a dire nei tempi mitici, l’uomo viveva in pace con gli animali e comprendeva la loro lingua. Solo in seguito ad una catastrofe primordiale, paragonabile alla “caduta” della tradizione biblica, l’uomo è divenuto quel che è attualmente: mortale, sessuato, obbligato a lavorare per nutrirsi ed in conflitto con gli animali. Preparandosi all’estasi, e durante quest’estasi, lo sciamano abolisce la condizione umana presente e ritrova, provvisoriamente, la situazione iniziale. L’amicizia con gli animali, la conoscenza della loro lingua, la trasformazione in animale, sono altrettanti segni che lo sciamano ha reintegrato la situazione “paradisiaca” perduta all’alba dei tempi[51].
Curiosamente, ricorda Lapucci, in tempi molto successivi l’espressione “lingua degli uccelli” indicò in alchimia un sistema di procedere nella ricerca attraverso analogie ed equivalenze fonetiche nella convinzione che le parole abbiano delle connessioni segrete che si attivano attraverso i suoni[52].
d. Il linguaggio degli uccelli
Adamo ed Eva, raccontano le leggende apocrife, intendevano bene sia il linguaggio degli animali che quello delle piante, ma dopo aver commesso il peccato non furono più capaci di capire neanche una parola. La tradizione ebraica racconta che molto tempo dopo Salomone, ricevuta da Dio la sapienza, tornò a conoscere il linguaggio degli animali, ma non rivelò ad alcuno quel segreto.
Anticamente era ben radicata la credenza che gli uccelli fossero messaggeri di Dio, e proprio per questo conoscessero più di tutte le altre creature il mistero del mondo, comprendessero la vita dell’uomo meglio dell’uomo stesso e comunicassero con la loro voce cose che solamente qualcuno era in grado di capire.
Ben sintetizza il noto filologo e studioso di tradizioni popolari Lapucci questo curioso argomento:
In realtà, come accenna R. Guénon, (La lingua degli uccelli in «Simboli della scienza sacra», Adelphi, Milano 1975, pag. 56), questa credenza sposta l’origine in tempi remotissimi, quando gli uccelli furono visti come messaggeri degli dèi e i loro canti furono presi per parole e, siccome i canti degli uccelli sono di solito belli, l’uomo pensò che in alto ascoltassero la voce di Dio e quaggiù ripetessero le sue parole. Dunque gli uccelli, abitatori del cielo, alati e canori, hanno molto a che fare simbolicamente con gli angeli, che sono appunto i nunzi e gli esecutori della volontà di Dio sulla terra.
7. Il cosmo orante
Secondo una diffusa convinzione, fatta propria anche da alcuni padri, le piante e gli animali hanno un proprio modo di pregare, compartecipano alla preghiera dell’uomo:
Pregano infatti anche tutti gli angeli, prega ogni essere creato, pregano gli animali e le fiere. Anch’essi piegano le ginocchia, e quando escono dalle stalle o dalle tane, alzano la testa al cielo e non rimangono a bocca chiusa, ma fan risuonare le loro grida secondo le loro abitudini. Gli uccelli, non appena spiccato il volo dal nido, vanno su verso il cielo e allargano le loro ali, come fossero mani, a forma di croce e fanno sentire voci che possono valere come preghiera[53].
D’altronde il noto Salmo 148 esorta tutte le creature, animate ed inanimate, a lodare il Signore: il sole, la luna, le fulgide stelle, i monti, le colline, gli alberi, le fiere, tutte le bestie e gli uccelli alati.
Con l’uomo, e attraverso l'uomo microcosmo, tutte le creature animate comunicano con Dio per mezzo di linguaggi e gesti incomprensibili ai più: «Comprendi, o tu che hai discernimento, che sei immagine di Dio e vincolo di tutta la creazione, delle cose celesti e di quelle terrestri, e che quando chini il tuo capo per adorare e glorificare Dio, con te [e] in te chinano il loro capo per adorare Dio tutte le creature, quelle celesti e quelle terrestri»[54]. Secondo Massimo il Confessore: «Tutte le creature delle quali è gremito il cosmo lodano e glorificano Dio con le loro voci silenziose»[55].
Si racconta di abbà Macario il Grande che:
una volta, mentre mieteva con i fratelli, accadde che un lupo si mise a ululare e levò un forte grido con gli occhi rivolti al cielo verso il Signore. Il santo si raddrizzò e aveva il volto rigato di lacrime. E mentre guardava attraverso le lacrime, il suo viso irradiava raggi di fuoco, simili a raggi di sole, a causa della grazia del nostro Signore Gesù Cristo che era in lui. Disse ai fratelli: «Voi non avete sentito che cosa ha gridato il lupo?». Gli dissero: «Che cosa, nostro padre?». Rispose: «Ha gridato all’amico degli uomini, al solo misericordioso che possiede tesori di innumerevoli misericordie, al nostro Signore Gesù Cristo, dicendo: “poiché tu hai cura di me e provvedi al mio cibo, che cos’è questa sofferenza dal momento che hai creato anche noi?”»[56].
Per i padri l’uomo mentre prega assolve la funzione di ministro di tutte le creature: «Gloria a te, Padre e Signore della mia vita che mi hai stabilito legame con tutte le creature, affinché attraverso di me tutte le creature elevino a te la loro lode»[57]. L’animale diventa perfino capace di riconoscere nell’uomo santo e orante il sigillo dello Spirito, come si evidenzia da questo episodio della vita del santo copto abbà Aphu che vestito di sola pelle visse per lungo tempo con i bufali: «Ed era forte più delle bestie con le quali camminava, ed esse lo riconoscevano come un amico e lo amavano come un pastore [...] in quanto egli era stato segnato dalla santa Provvidenza ed esse vedevano il segno del loro Signore sopra di lui»[58].
8. Il canto della creazione
a. I popoli antichi e la “canzone” delle creature
Il celebre etnomusicologo, M. Schneider, afferma che in tutte le tradizioni antiche si ritiene che ogni pianta ed ogni animale abbiano un loro canto e il sacerdote: «grazie alla sua forza ricettiva e amplificatrice dei suoni e al suo forte legame con la natura […] è in grado di riconoscere e di riprodurre tutte le sostanze sonore. Imitando quelle sostanze egli parla direttamente alle cose ed ha perciò il potere di influenzarle»[59]. Quando chi esercita il compito di ministro del sacro «intona un canto magico, si avvicina lo spirito a cui quel canto corrisponde e dice “tu canti un canto che veramente mi piace, è il mio canto; perciò ti concedo anche la mia forza. Se tu hai cura di me, anch’io ne avrò di te. Quando udrò il tuo canto verrò”»[60]. La parola cantata, secondo le culture tradizionali, dona alle piante la loro specifica forza risanatrice, che scaturisce dal «dinamismo di un canto medicinale o dal fruscio dei boschetti sacri»[61].
La mistica ebraica dei Chassidim, nella quale sono state riconosciute sorprendenti similitudini con la pratica cristiana della preghiera del cuore[62], fu molto diffusa fino al XIX secolo nelle comunità ebraiche dell’Est Europa. Rabbi Nachman, che si interessò molto dei poteri terapeutici delle piante, affermava: «Sappi che ogni tipo di erba e di fiore, possiede una sua canzone. E dal canto delle erbe viene poi composto il canto del pastore, del profeta»[63]. La pianta, quindi, manifesta pienamente il suo potere curativo solo se si conosce la sua canzone specifica.
b. Gli angeli e i loro nomi
Sia in greco che in ebraico il vocabolo “angelo” significa messaggero. Ma un angelo è uno spirito (pneuma, ruah), cioè un respiro divino, un soffio emanato dalla bocca di Dio: «ogni parola che esce dalla bocca di Dio da origine a un angelo» [64]. La creazione degli angeli è dunque continua, essi si formano ad ogni enunciazione di Dio, come un fiume di vita che esce dalla Sua bocca[65]. L’universo è quindi una realtà spirituale e ogni cosa che esiste è strettamente legata e dipendente dal suo corrispettivo angelico. Non solo ogni essere, ma anche ogni processo fisico ha la propria controparte angelica[66]. Se ogni cosa ha la propria radice in un angelo, cioè in una parola del Signore, si può pensare a una specie di Sacra Scrittura cosmica, formata dai nomi degli angeli che corrispondono a tutte le singole realtà create. Nominare un angelo, cantare il suo stesso canto, equivale a influire sulla vita delle cose cui è preposto e partecipare alla loro storia.
Il Testamento di Salomone sembra essere opera di un giudeo-cristiano del III secolo, e si presenta come il testamento che Salomone pronunciò prima di morire. Vi si spiega come il re, aiutato dall’angelo Gabriele, riuscì a costringere gli angeli ribelli a collaborare alla costruzione del Tempio. La narrazione, che diventa un vero e proprio trattato sui demoni e sulle malattie che provocano, insegna che ogni demone può essere sconfitto invocando, col suo nome proprio, l’angelo che lo contrasta. E’ una scienza sacra che, se applicata male, può scadere nella superstizione, e probabilmente è questo il motivo per cui gli Esseni, come riporta Giuseppe Flavio, prima di essere accettati nella comunità giuravano che non avrebbero rivelato a nessuno i nomi degli angeli che gli sarebbero stati insegnati[67].
c. Cantare con le creature
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
al tuo passaggio stilla l’abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto,
e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi,
di frumento si ammantano le valli;
tutto canta e grida di gioia. (Sal 64, 12-14)
Sembra che i padri e i mistici abbiano inteso in senso letterale gli ultimi versi del salmo. Infatti secondo Isacco di Ninive: «Tutte le cose sono state create per annunciare la gloria di Dio e cantare la sua lode. L’essere dotato di ragione è stato creato per conoscere Dio; quello che ne è privo, per farlo conoscere»[68]. Era difatti diffusa la convinzione che ogni cosa creata avesse il suo canto e «Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono» (Sal. 18, 4):
Dio ha seminato in ciascuna delle specie parte della sua pienezza, sia parole spirituali di sapienza, sia modi di condotta degni, affinché non solo l’Artefice delle creature sia rappresentato da creature che non parlano a chiara voce, ma anche l’uomo apprenda, dalle norme e dalle abitudini naturali degli esseri visibili, a trovare facilmente la via che conduce fino a lui […] Ha agito così anche perché coloro che adorano la creatura invece del Creatore non abbiano l’ignoranza come scusa; infatti odono la voce dell’intera creazione che annuncia loro, alto e chiaro, il suo Artefice [cf. Sap 13,5][69].
Francesco d’Assisi, autore del notissimo Cantico delle creature, si comportava come se le sue amate creature si esprimessero con un canto udibile, come riportato in vari racconti dai biografi suoi contemporanei. Racconta Tommaso da Celano che giunto presso Bevagna, Francesco vide raccolti insieme molti uccelli di specie diverse, non trattenendo l’amore e la pietà che sentiva per tutte le creature corse in mezzo a loro e li salutò secondo la sua abitudine, ma accortosi che i volatili, ricevuto il saluto, non se ne andavano li esortò ad ascoltare la parola di Dio. Disse loro di lodare sempre il Creatore che non fa mancare loro niente e che li ha resi più nobili delle altre creature in quanto capaci di volare. A queste parole tutti gli uccelli manifestarono il loro gaudio con diverse manifestazioni ognuna legata alla propria natura. Francesco li benedisse con il segno della croce e li invitò a volare via. Da quel giorno Francesco: «cominciò a invitare tutti i volatili, tutti i rettili e anche le creature inanimate a lodare ed amare il Creatore»[70].
Quando [Francesco] vedeva una distesa di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Dio, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo invitava ad amare e lodare il Signore le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento con semplicità e purità di cuore. E infine chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio [cfr. Rm 8,19][71].
Anche il cantico di Daniele, importante preghiera liturgica che esorta tutte le creature a lodare il Signore, è stato diffusamente inteso in un’accezione parecchio realistica:
Gli animali e le bestie selvagge conoscono il Dio che li ha fatti e lo benedicono, mentre gli uomini, plasmati dalle sue mani e portatori della sua immagine, ignorano il loro Creatore … Lo Spirito santo nel cantico ordina loro: «Benedite il Signore, bestie selvagge e animali tutti» [Dn 3,81]. Se essi non lo benedissero, egli non avrebbe donato loro quest’ordine. E non sono solo essi a benedire Dio, ma ogni specie di creature, visibili e invisibili, lo benedice senza interruzione[72].
Santa Matilde, una mistica medievale, affermava di aver appreso per rivelazione divina quanto accade misteriosamente durante la recitazione del celebre cantico: «Il Signore mi disse: “Quando si canta questo cantico […] per convocare le creature, arrivano tutte spiritualmente alla mia presenza, come persone viventi, e mi glorificano per tutti i miei benefici”»[73].
Il cosmo nella visione patristica era concepito come una meravigliosa sinfonia: «L’universo è strutturato come un’immensa lode, una liturgia cosmica, un “inno mirabilmente composto”, dice san Basilio nelle sue Omelie sull’Esamerone»[74]. Il riferimento alla musica ed al canto per descrivere l’armonia del creato era tipico dei padri, come è evidente nei toni poetici di Atanasio:
Non esiste alcuna creatura che non sia stata fatta e non abbia consistenza nel Verbo... come infatti il musicista, con la cetra ben intonata, per mezzo di suoni gravi e acuti crea un’armonia [...] così la Sapienza tenedo nelle sue mani il mondo intero come una cetra unì le cose celesti con quelle dell’etere, armonizzò le singole parti con il tutto e creò con un cenno della volontà un solo mondo [...] e tutte le cose per mezzo del verbo costuiscono una divina arrmonia[75].
Meno nota, ma non meno significativa, l’esperienza molto posteriore di un grande mistico, san Paolo della Croce che alternava periodi di ritiro contemplativo ad altri dediti alla predicazione. Viaggiando percorreva monti, prati e colline ed entrava in rapporto profondo con tutte le creature:
Se andate nel prato e vedete dei fiori, domandate ad uno di essi: «Chi sei tu?». Non vi risponderà certamente: «Sono un fiore», ma vi dirà: «Sono un predicatore, predico la potenza, la bontà, la prudenza del nostro grande Iddio». Immaginate che vi dia tale risposta e lasciate che il vostro cuore rimanga penetrato e imbevuto interamente[76].
Si stupiva talvolta che i suoi compagni non udissero chiaramente il canto della natura, e li apostrofava in questo modo: «Oh, non sentite che questi alberi, queste foglie ci gridano: “Amate Iddio! Amate Iddio!”»[77]. Lungo i suoi percorsi fu visto più volte percuotere dolcemente i suoi amati fiori e dire loro: «Tacete, tacete, voi amate il Signore più del padre Paolo»[78]. Il loro canto infatti mandava in estasi il predicatore e gli impediva di raggiungere la meta desiderata.
Anche il celebre pellegrino russo grazie alla sua esperienza di preghiera profonda affermava: «Quando io pregavo nel profondo del cuore, tutto ciò che mi stava attorno mi appariva sotto un aspetto stupendo: gli alberi, l’erba, gli uccelli, la terra, l’aria, la luce, tutto sembrava dirmi che ogni cosa esiste per l’uomo, testimonia l’amore di Dio per lui, e tutte le cose pregavano e cantavano Dio e la sua gloria […] Così compresi quella che la Filocalia chiama “la conoscenza del linguaggio di tutte le creature” e colsi la possibilità che ha l’uomo di dialogare con le creature di Dio»[79].
I Racconti di un pellegrino russo descrivono meravigliosamente, in una pagina meritatamente celebre, cosa accade in preghiera, quando la mente, raggiunto il silenzio dei pensieri, scende nel cuore: «mi donava una tale gioia che mi sembrava d’essere l’uomo più felice della terra e non comprendevo come possa esservi una beatitudine maggiore nel Regno dei Cieli. Non solo sentivo questa luce dentro la mia anima, ma anche l’intero mondo esterno mi appariva in un aspetto incantevole, e ogni cosa mi induceva ad amare e ringraziare Dio: la gente gli alberi, la vegetazione, gli animali e su ogni cosa vedevo impresso il miracolo del Nome di Gesù. A volte mi sentivo così leggero da credere di non avere più corpo, di volare felice nell’aria anziché camminare sulla terra. Altre volte invece penetravo all’interno di me stesso e distinguevo chiaramente le mie viscere, meravigliandomi della saggissima struttura del corpo umano; a volte provavo una gioia così intensa, come se mi avessero eletto imperatore. E in questi momenti di gioia desideravo che Dio mi concedesse di morire al più presto e di effondermi in gratitudine ai suoi piedi nel mondo degli spiriti»[80].
È proprio la grande esperienza, descritta dal Pellegrino, preparata dalla incessante recita del Nome, che apre le porte alla conoscenza e all’ascolto del meraviglioso canto di tutte le creature.

 

[1] Dionigi Pseudo-Areopagita, Sui nomi divini IV, 25.
[2]  Poemen 41, Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica 615.
[3] Narsai, Omelia sulla creazione III, 197-200.
[4] Giovanni di Apamea, Dialoghi IV, 38.
[5] Origene, Omelia sui Salmi, Sal 103, 25.
[6] Origene, Omelia sui Salmi, Sal 91, 5.
[7] Origene, Commento al Cantico dei Cantici III, 2, 9.
[8] Massimo il confessore, Mistagogia II.
[9] Cit. in J. Hani, Il simbolismo del tempio cristiano, Roma 1996, p. 20.
[10] CCC 339.
[11] Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Genesi XXVII, 4.
[12] Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Lettera ai Romani XIV, 5.
[13] Cfr. J. Daniélou, Gli angeli e la loro missione, Milano 1998, pp. 22-32. Un intero e documentato capitolo tratta della Rivelazione cosmica come è presentata nella letteratura patristica.
[14] J. Daniélou, Gli angeli e la loro missione, cit., p. 22.
[15] Bernardo, Sermoni diversi IX, 1.
[16] Evagrio, Trattato pratico 92.
[17] Evagrio, Lettera a Melania 2.
[18] Narsai, Omelia sulla creazione III, 279-280.
[19] Giovanni Damasceno, Omelia sul Natale 1.
[20] Gregorio Magno, Omelia sui Vangeli XXIX, 2.
[21] Narsai, Omelia sulla creazione IV, 91-100.
[22] Giovanni Damasceno, Discorsi sulle immagini III, 83.
[23] Acta SS. Aprilis III, Anversa 1675, pp. 567-71.
[24] Isaac, Vita di Samuele di Kalamon 48.
[25] Cfr. Isacco delle Celle 1, Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica 372
[26] C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli», in Toscana Oggi. 14 (2008), pp. 12-13.
[27] Aulo Gellio, Notti attiche IX, 12.
[28] Plinio, Storia naturale X, 70.
[29] C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli», cit., p. 12.
[30] C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli», cit., p. 12.
[31] «Salomone disse: “O uomini! Siamo stati istruiti al linguaggio degli uccelli e colmati di ogni cosa”» (Corano xxvii, 15).
[32] I Thuata de Dannan sono esseri spirituali che popolavano l'Irlanda prima dell'arrivo dei figli di Miled: cioè gli uomini attuali.
[33] C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli», cit., p. 13.
[34] Ciò che si afferma succedere al cuore di Parzival  potrebbe riferirsi ad un esperienza mistica ben nota nel medioevo. Di santa Chiara della Croce, san Filippo Neri e altri mistici si racconta che le esperienze estatiche da loro provate comportarono un ingrossamento del cuore che in alcuni casi arrivò perfino a deformare loro il petto.
[35] W. Von Eschenbach, Parzival 118.
[36] Cfr. M.M. Davy, Il simbolismo medievale, Roma 1988, p. 262.
[37] M.M. Davy, Il simbolismo medievale, cit., p. 230.
[38] Cfr. B. de Rachewiltz, Egitto magico religioso, Roma 1982, p. 80.
[39] Aflaki, Maniq ul-arifin, II, Paris 1918, p.89.
[40] Al Ghazali, Il ravvivamento delle scienze religiose, in Opere scelte, L.V. Vaglieri-R. Rubinacci (ed.), Torino 1970, p. 465.
[41] Cfr. E. Urech, Dizionario dei simboli cristiani, Roma 2004, p. 255;
[42] L. Charbonneau-Lassay, Il giardino del Cristo ferito, Roma 1995, p.206.
[43] C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli»,.
[44] Gregorio Magno, Dialoghi II, 33-34.
[45] Martirio Policarpo VIII, 16.
[46] Visio Baronti 19, in Visioni dell'aldilà in Occidente, M.P.Ciccarese (Ed.), Firenze 1989, p. 243.
[47] Cfr. J. Daniélou, «La colombe et la ténèbre dans la mystique byzantine ancienne», Eranos Jahrbuch (1954), 416.
[48] M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Roma 1991, p. 118.
[49] Cfr. M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, cit. p. 119.
[50] M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, cit. p. 120.
[51] M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, cit. p. 121.
[52]  C. Lapucci, «L’antico mito della lingua degli uccelli», cit., p. 12.
[53] Tertulliano, La preghiera 29.
[54] Simeone di Taibuteh, Sulle distinte nature.
[55] Massimo il Confessore, A Talassio 51.
[56] Anonimo, Virtù di san Macario 36.
[57] Giovanni di Dalyatha, Lettere XLVII, 8.
[58] Anonimo, Vita di Aphu 1.
[59]  M. Schneider, Il significato della musica, Milano 2007, p. 119.
[60]  M. Schneider, Il significato della musica cit., p. 120.
[61]  M. Schneider, Il significato della musica cit., p. 121.
[62]  Cfr. L. Rossi, «Chassidismo polacco ed esicasmo slavo», Anselmianum 2 (2002) 5-13.
[63]  Cit. in D. Abravanel, Guarire per curarsi, Milano 2002, p. 16.
[64] Hagigah, 14a; in Burrini G., I grandi temi della mistica ebraica, Bologna 2003, p.239.
[65] cfr. Flattau D.S., Gutman Y., Horodezky S.A., Angels and angelology, in Encyclopaedia   Judaica II, Gerusalemme 1971, coll. 961-966.
[66] Moshe Chayym Luzzato, Derech Hy, Jerusalem-New York, 1997, pp. 75-79.
[67] Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 8, 142.
[68] Isacco di Ninive, Raccolta araba di massime 4.
[69] Massimo il Confessore, A Talassio 51.
[70] Tommaso da Celano, Vita Prima XXI, 58.
[71] Tommaso da Celano, Vita Prima XXIX, 81.
[72] Anonimo del V secolo, Discorso di salvezza a una vergine 15.
[73] Matilde di Hackeborn, Libro della grazia spirituale III, 7.
[74]   M. Bolognino, «La “contemplazione della natura” nei Padri greci e in Teillhard de Chardin»,   Rivista di Ascetica e mistica, 4 (2010) 1110.
[75]     Atanasio, Discorso contro i pagani XLII.
[76] Paolo della Croce, Lettere, C. Chiari (ed.), Roma 1977, v. I, p. 297.
[77] Cit. in Sommario dei processi Apostolici 156, Roma 1808, p. 331.
[78] Cit. in E.G. Trentin, San Paolo della Croce. Fondatore dei Passionisti, Verona 1999, p. 191.
[79]Anonimo, Racconti di un pellegrino russo 2
[80]Anonimo, Racconti di un pellegrino russo 4.

 

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