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Nicora_agnello pasquale

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Gianfranco Nicora

"Gesù celebrò la Pasqua senza agnello"

 

1) Mangiare l’ agnello è un rito della Pasqua ebraica

Mosè, come è scritto nel 12° capitolo dell’Esodo, programmò la fuga del suo popolo dall'Egitto. Tutti gli ebrei uccisero un agnello, consumarono il pasto in piedi con il bastone, pronti per la partenza, e segnarono con il sangue dell’animale le porte delle abitazioni. Così facendo tutti i primogeniti ebrei si sarebbero salvati dalla 10° Piaga (che prevedeva l'uccisione di tutti i primogeniti, umani ed animali), quella che avrebbe convinto il Faraone a lasciar andare via gli israeliti.
Dall'Esodo 12, versetto 11: "questa è la Pasqua del Signore!. Ed ancora al versetto 14: "Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne". In questi due versetti Mosè istituisce dunque la Pasqua ebraica.
Ma nei versetti successivi indica cosa altro avrebbero dovuto fare gli ebrei per celebrare tale memoriale, e il cibarsi di agnello non è menzionato. Mosè infatti ordina di mangiare azzimi, per 7 giorni. Ma non agnello. Mosè non vieta di mangiarlo l'8° giorno, ma neppure lo prescrive.
Al giorno d'oggi la celebrazione della Pasqua ebraica, che coinvolge tutti i familiari con la lettura dell’Haggadà – libro della leggenda, si svolge in modo simile a come si svolgeva 2 millenni fa, e dunque vede banditi i cibi lievitati, e per questo si mangia esclusivamente il pane azzimo, come prescritto da Mosè, ma la tavola, durante la festa, è ricca anche di altri cibi simbolici: le erbe amare che ricordano la sofferenza del popolo ebraico, le erbe rosse, un uovo che simboleggia il lutto e la salsa charoseth, usata dagli schiavi ebrei in Egitto e, appunto, l’agnello arrostito intero.
L'usanza di mangiare agnello risale a popolazioni semi-nomadi.
I riti che stanno all'origine della Pasqua Ebraica (detta "pesah", ovvero agnello) si rifanno in realtà ad un'antichissima celebrazione familiare di tipo pagano con la quale i pastori solennizzavano l'inizio del nuovo anno, nel mese di abib (in seguito nisan), nella notte immediatamente precedente la partenza per i pascoli estivi: al chiaro della luna piena si immolavano i primi nati del gregge, il cui sangue veniva impiegato a scopo apotropaico (dal greco αποτρέπειν = "allontanare") e propiziatorio per proteggere pastori e greggi da influenze demoniache e assicurare la fecondità, mentre la carne veniva consumata in un pasto cultuale che aveva lo scopo di rinsaldare i vincoli di parentela della famiglia e della tribù.
Dunque una usanza pagana, che, come è accaduto di sovente nella storia umana, è stata rielaborata all'interno di una fede religiosa.

2) Le vere origini della Pasqua Cristiana

La Pasqua cristiana fu istituita per preciso volere dell'imperatore Costantino I nel 325 d.C. con il Concilio di Nicea.
Costantino si trovava in quegli anni con un mondo cristiano nel quale si stava consumando una faida, tra la scuola di pensiero che faceva capo ad Ario, che considerava Cristo come umano, e la scuola classica di Alessandria, che invece premeva perché Cristo fosse ritenuto di natura divina, "della stessa sostanza del padre".
Costantino si trovava inoltre a dover gestire un problema ancor più pesante: l'impero romano era vicino al collasso, per le fortissime spinte centrifughe dei paesi periferici, che volevano una sempre maggiore indipendenza.
C'è da osservare un importante fenomeno di quel periodo: l'esercito romano era ormai costituito soprattutto da soldati provenienti dai paesi periferici, che dunque fornivano a Roma il suo strumento più potente, ovvero il suo braccio armato. E' naturale che un paese che fornisca tale potere a Roma, voglia essere ripagato con una graduale indipendenza, e accadeva di frequente che ci fossero ribellioni.
Costantino vide nel Cristianesimo un nuovo strumento, stavolta non armato ma ideologico, per tenere unito l'Impero. Se in tutto l'Impero fosse diventato pensiero dominante che tutti gli umani erano fratelli, come insegnava il Cristianesimo, allora sarebbe stato più difficile alzare la spada contro Roma per ottenere maggiore indipendenza.
Dunque il Cristianesimo fu visto come un collante, ma per poter essere un collante valido la faida interna alla Chiesa Cristiana di allora doveva cessare.
Il Consiglio di Nicea stabilì la natura divina di Cristo ed istituì la celebrazione della Pasqua. Le feste, l'imperatore lo sapeva bene, erano un modo per conquistare il popolo.
Ed una festa è tanto più in grado di sedurre quanto più essa si riempie di valori "emotivi" come il cibo, o altri elementi folcloristici e gaudenti.
Sebbene dunque Costantino inizialmente si espresse in modo durissimo verso gli ebrei (Eusebio di Cesarea riportò che l'imperatore pronunciò le seguenti parole "sembrava una cosa indegna che nella celebrazione di questa santissima festa si dovesse seguire la pratica dei Giudei, che hanno insozzato le loro mani con un peccato enorme, e sono stati giustamente puniti con la cecità delle loro anime. ...È bene non avere nulla in comune con la detestabile cricca dei Giudei; in quanto abbiamo ricevuto dal Salvatore una parte diversa") e dunque è possibile che inizialmente l'uso di mangiare agnello sia stato scoraggiato (anche se non ci sono prove).
Costantino non solo era estremamente mutevole nelle sue posizioni (inizialmente vicino alla scuola classica di Alessandria finì con gli anni per appoggiare le tesi di Ario), ma anche ovviamente sensibile alla ragion politica, dunque lui e la Chiesa probabilmente lasciarono fare il popolo che autonomamente inserì nella Pasqua Cristiana elementi di altre fedi o culti pagani, come il rito di mangiare carne di agnello. Ma quanti di coloro che rispettano tali tradizioni si sono mai chiesti il vero significato del mangiare carne di agnello il giorno della risurrezione di Cristo?
L'usanza di mangiare l'agnello a Pasqua per i cristiani, dunque, è un rito "copiato" all'ebraismo come testimonia anche l'Enciclopedia Cattolica: "Nei fatti, la festa Ebraica è stata inserita nella celebrazione Pasquale Cristiana: la liturgia celebrante il passaggio di Israele attraverso il Mar Rosso, l'agnello pasquale, la colonna di fuoco, etc."
Il rito dell'agnello fu dunque il frutto di una convergenza di interessi: i romani volevano festeggiare mangiando come avevano sempre fatto, e l'impero voleva che i romani si sentissero cristiani.
Ma c'è un ulteriore motivo per il quale il cristianesimo accolse riti e usanze di altre religioni e culti.
Il cristianesimo infatti doveva sostituirsi alle altre religioni e culti pagani, perché doveva essere la religione ufficiale, la religione dominante, quella in grado di unire l'impero.
Inglobando in sè le tradizioni più importanti degli altri culti il Cristianesimo dimostrava di essere simile alle altre religioni ed aveva così più possibilità di sostituirle. Ed ecco che con l'adozione della tradizione ebraica del consumo dell'agnello a Pasqua, il cristianesimo si accostava e si rendeva più vicino all'ebraismo, come fece con tutte le altre religioni con cui era in competizione.
Ed anche quando il Cristianesimo non era in grado di soppiantare completamente un determinato culto, inglobando in sé alcuni elementi di tale culto riusciva perlomeno a coesistere con esso, a non farsi respingere dalle popolazioni che professavano originariamente tale culto.
Non per fede, ma per "business".
Dunque il consumo di agnello fu lasciato, non sappiamo se incoraggiato, ma sicuramente neppure mai osteggiato dal Cristianesimo diventato religione ufficiale, per motivi di "marketing", di "affari". Non un business economico, ma un business politico, strategico.

3)Benedetto XVI: "Gesù celebrò la Pasqua senza agnello”

Benedetto XVI, nell'Omelia tenuta il 5 aprile 2007 in San Giovanni in Laterano, afferma che, nel Libro dell’Esodo che abbiamo, “viene descritta la celebrazione della Pasqua di Israele così come nella Legge mosaica aveva trovato la sua forma vincolante. All’origine può esserci stata una festa di primavera dei nomadi. Per Israele, tuttavia, ciò si era trasformato in una festa di commemorazione, di ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza. Al centro della cena pasquale, ordinata secondo determinate regole liturgiche, stava l’agnello come simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Per questo l’haggadah pasquale era parte integrante del pasto a base di agnello: il ricordo narrativo del fatto che era stato Dio stesso a liberare Israele “a mano alzata”. Egli, il Dio misterioso e nascosto, si era rivelato più forte del faraone con tutto il potere che aveva a sua disposizione. Israele non doveva dimenticare che Dio aveva personalmente preso in mano la storia del suo popolo e che questa storia era continuamente basata sulla comunione con Dio. Israele non doveva dimenticarsi di Dio.
La parola della commemorazione era circondata da parole di lode e di ringraziamento tratte dai Salmi. Il ringraziare e benedire Dio raggiungeva il suo culmine nella berakha, che in greco è detta eulogia o eucaristia: il benedire Dio diventa benedizione per coloro che benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta all’uomo. Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi potenze. Il ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio nel passato diventava così al contempo supplica e speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato! Donaci la libertà definitiva!
Questa cena dai molteplici significati Gesù celebrò con i suoi la sera prima della sua Passione. In base a questo contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci ha donato nella Santa Eucaristia. Nei racconti degli evangelisti esiste un’apparente contraddizione tra il Vangelo di Giovanni, da una parte, e ciò che, dall’altra, ci comunicano Matteo, Marco e Luca. Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a qualche anno fa sembrava insolubile. La maggioranza degli esegeti era dell’avviso che Giovanni non aveva voluto comunicarci la vera data storica della morte di Gesù, ma aveva scelto una data simbolica per rendere così evidente la verità più profonda: Gesù è il nuovo e vero agnello che ha sparso il suo sangue per tutti noi.
La scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello : in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue. Così ha anticipato la sua morte in modo coerente con la sua parola: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Nel momento in cui porgeva ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, Egli dava reale compimento a questa affermazione. Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso.
San Giovanni Crisostomo, nelle sue catechesi eucaristiche ha scritto una volta: Che cosa stai dicendo, Mosè? Il sangue di un agnello purifica gli uomini? Li salva dalla morte? Come può il sangue di un animale purificare gli uomini, salvare gli uomini, avere potere contro la morte? Di fatto – continua il Crisostomo – l’agnello poteva costituire solo un gesto simbolico e quindi l’espressione dell’attesa e della speranza in Qualcuno che sarebbe stato in grado di compiere ciò di cui il sacrificio di un animale non era capace. Gesù celebrò la Pasqua senza agnello e senza tempio e, tuttavia, non senza agnello e senza tempio. Egli stesso era l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). Ed è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo. Il suo sangue, l’amore di Colui che è insieme Figlio di Dio e vero uomo, uno di noi, quel sangue può salvare. Il suo amore, quell’amore in cui Egli si dona liberamente per noi, è ciò che ci salva. Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio.”
Dunque il papa teologo Ratzinger ritiene che Cristo non seguì il rituale ebreo di mangiare agnello.
Sacrificare, e dunque mangiare un agnello, non solamente è inutile, ma tende a sminuire l'importanza assoluta del sacrificio di Cristo, unico e vero agnello sacrificale.
Quanto detto da Ratzinger sembra riprendere le parole di Origene di Alessandria, tra i principali scrittori e teologi cristiani dei primi tre secoli, che invitava i cristiani a cibarsi del vero agnello (ovvero Cristo) compiendo il vero passaggio della Pasqua.
E già nel dibattito di Laodicea, nel 165 D.C. tutti i padri della giovane Chiesa cristiana (una chiesa ancora abbastanza pura, nella quale ancora non si era infiltrato il potere imperiale), si trovarono concordi nell'abolire il sacrificio dell’agnello pasquale, poiché tale sacrificio altri non era che una prefigurazione della Passione di Cristo e che, ora che il vero sacrificio era stato compiuto, l’immolazione dell’agnello non aveva più senso.
Anche Giovanni Paolo Tasini, nel suo scritto "Fondamenti veterotestamentari dell'eucarestia", spiega come mangiare agnello a Pasqua sia "quasi blasfemo".

4) Non uccidere gli agnelli

Il 60% degli ovini macellati in Italia viene ucciso nel periodo di Pasqua. Quello che viene taciuto è che per gli agnellini non c'è pietà. In Italia vengono macellati circa 3 milioni e mezzo di agnelli. Ma quello che fa indignare è il trattamento riservato alla loro seppur breve vita: non è permesso loro di brucare erba per far mantenere la carne più buona, e per questo sono tenuti rinchiusi.
Nel periodo pasquale il carico di lavoro per le catene di montaggio dei macelli è talmente alto che può capitare che si salti il processo di stordimento degli animali, obbligatorio per legge: in questo modo gli agnelli si rendono conto di tutto quello che accade loro, dai rumori dei macchinari ai lamenti strazianti dei loro simili in fin di vita.
Gli agnelli vengono appesi per una zampa sui nastri trasportatori, in una raccapricciante posizione innaturale e viene tagliata loro la gola e si attende che muoiano dissanguati mentre sono tenuti a testa in giù per permettere al sangue di defluire all'esterno del corpo, con l'animale che, in assenza di stordimento, si contorce e lancia grida acutissime.

 

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