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Valeria Anastasio

I Diritti degli animali

 

Forse a chi non si è mai soffermato a pensare agli animali più di tanto, a chi li ha sempre considerati oggetti di cui servirsi e non soggetti con i quali interagire, sembrerà un po’ strano che la filosofia si interessi di essi. Magari qualcuno penserà che è poco più di un passatempo, un gioco un po' scherzoso o un po' snob alla stregua delle tante amenità ed originalità a cui i mass-media ci hanno fatto abituare. Eppure da sempre i filosofi si sono interessati agli animali e lo hanno fatto anche le religioni ed i poeti... A pensarci bene, la stessa definizione che l'uomo ha dato di se stesso è stata elaborata in contrapposizione a quelle di animali, ma con quella marcia in più che gli permetteva di fregiarsi del titolo di animale, si, ma "razionale".
Gli animali sono simili a noi, gli animali sono "l'altro da noi" per eccellenza... Tra queste tesi opposte si è mossa per secoli, se non per millenni, la specie umana... Vero è che da sempre l'uomo ha "usato" gli animali, come ha imparato a fare con il fuoco, con la pietra, con tutto ciò che la natura ha posto sulla terra con lui. Vero è che l'uomo ha “usato" sempre anche gli altri esseri umani che riteneva meno simili a sé, le donne, i bambini, gli “infedeli", i malati di mente... Sono proprio tanti i "suoi simili a lui meno simili", ma chi è questo lui, quest'uomo che sembra essere stato l'unico protagonista della storia umane? Naturalmente il maschio adulto, sano e libero. La razza non conta, perché ogni popolo ha, in modo più o meno esplicito, considerato "barbari" gli stranieri (magari non l'ha detto ma l'ha, pensato e si è regolato di conseguenza) A leggere i nostri libri di storia, sembra, che gli attori principali siano stati quasi solo essi, gli uomini adulti e libri, tutto il resto, tutto quel pullulare di esseri, che hanno costituito, costituiscono e costituiranno (si spera) la vita, sulla terra, sembrano aver avuto un ruolo marginale, di sfondo, poco più che semplici comparse. Lentamente però qualcosa è cambiato, per alcune di queste comparse si è cominciato a parlare di diritti, inizialmente tra l'indifferenza o addirittura l'ironia generale, poi a costo di grandi lotte ed infine con i propri diritti accettati, anche se spesso solo sulla carta. Diceva il filosofo Stuart Mill che ogni grande movimento deve passare attraverso tre fasi: quella della derisione, quella della discussione e quella dell'adesione.
Sarebbe interessante rileggere la storia anche da altri punti di vista, come quello delle donne, dei bambini o, magari , degli animali... E' stato fatto proprio di recente con risultati davvero illuminanti, che ci hanno consentito di gettare uno sguardo sul passato che non può non suscitare in noi sgomento, compassione, orrore…
Certo il cammino dell'uomo ha percorsi dissimili nelle varie parti del globo e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e delle minoranze è presente ancora in gran parte della terra, ma per noi occidentali è acquisita, magari solo in teoria, l'idea dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani, uguaglianza che non comporta la negazione delle differenze, ed oggi il dibattito tende a spostarsi piuttosto sul problema se sia giusto o meno esportare anche in culture diverse da quella occidentale i nostri criteri di valutazione, i nostri parametri morali, in una parola la nostra civiltà, troppo spesso ritenuta l'unica degna di tale nome. Questo discorso riguarda anche gli animali. I nostri fratelli minori rappresentano il fanalino di coda, nella lunga processione che porta i viventi al riconoscimento dei loro diritti. I diritti degli animali oggi vengono non solo dibattuti ma anche combattuti, perché, qualora venissero accettati a pieno titolo, verrebbe a capovolgersi completamente l'attuale sistema teorico-economico-polìtico, che si regge proprio sullo sfruttamento intensivo e totale, ad ogni livello, degli animali non umani. Si opererebbe una sorta di nuova rivoluzione copernicana e nessuno oggi potrebbe dire dove ciò condurrebbe. Gli animali hanno vissuto nella storia alterne vicende, a volte adorati come divinità, a volte condannati come demoni, sempre considerati il "diverso" per eccellenza. (Ricordate il vecchio slogan femminista : "Né puttane, né madonne, ma solo donne"? Se potessero, credo che gli animali ne creerebbero uno simile, sia quelli torturati che quelli supercoccolati o umanizzati. Ma questo è un altro discorso.)
Dicevamo all'inizio dei filosofi. Si è a lungo dissertato sugli animali, sul problema se potessero avere o meno l'anima, ad esempio, se fossero delle macchine, una specie di automi, come sosteneva Cartesio (di parere opposto era Voltaire che, con pungente ironia, faceva acutamente notare, al vivisettore di un cane, come, se si ritenessero gli animali dei semplici automi, bisognerebbe ammettere che la natura si sia sbagliata, avendoli forniti di nervi e di organi di senso, senza poi dare loro la sensibilità... )
Ma bisognava arrivare a Jeremy Bentham ed alla sua filosofia utilitaristica (il piacere costituisce il bene e bisogna rendere possibile la maggiore felicità per il maggior numero di persone) per capire che il problema. non è: possono ragionare? né: possono parlare?, ma: posso no soffrire?
Gli animali sono simili a noi, lo sappiamo benissimo, tanto che ce ne serviamo, attraverso la vivisezione, per provare su dì essi tutto ciò che può far bene o male al nostro organismo. Però li giudichiamo diversi da noi, quando si tratta di riconoscere loro dei diritti Dice il filosofo Peter Singer: "Quale che sia. la natura dell'essere, il principio di uguaglianza richiede che la sua sofferenza sia valutata quanto l'analoga sofferenza di un altro essere". Oggi si discute sui diritti degli animali perché è giusto che la ragione, e non il sentimento, guidi gli uomini in questo campo. E' errato dire che chi si interessa di ciò lo fa perché è “amico degli animali"; allo stesso modo, nota Peter Singer, viene definito dai razzisti “amico dei negri" chi lotta contro la discriminazione razziale. Già nel secolo scorso Schopenhauer, criticando un passo della Bibbia in cui è scritto: "Il giusto ha pietà del proprio bestiame", osservava: "Ha pietà! Che espressione! Si ha pietà di un peccatore, di un malfattore, ma non di un innocente e fedele animale, il quale spesso provvede il sostentamento al suo padrone, non ricevendo in cambio che scarso cibo. Ha pietà! Non pietà, ma giustizia è dovuta all'animale".

 

Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

 

 

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