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Catapano Animalismo

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Chiara Catapano*

L’animalismo centrato sull’animale

 

Il numero 2 della Rivista dell’Istituto Italiano di Bioetica, “Dignità, la nuova frontiera dell’animalismo”, curato dalla Prof. Luisella Battaglia, raccoglie gli interventi presentati a Genova nel 2004  in occasione del Convegno: “Vivere con gli animali. Oltre la città dell’uomo, verso la grande società dei viventi”.
L’evento era nato in relazione alla proposta di legge dell’On. Valerio Zanone di “aprire agli animali non umani l’accesso ai principi fondamentali della Costituzione”.
In particolare si proponeva una modifica dell’art. 9 della Costituzione, che considera meritevoli di tutela esclusivamente il paesaggio e lo sviluppo della cultura scientifica. Una revisione del testo avrebbe potuto estendere la protezione e la salvaguardia alla biosfera ed a tutte le specie viventi. La proposta aveva suscitato interesse e dato vita a dibattiti parlamentari che tuttavia non avevano dato luogo ad una modifica del dettato costituzionale.
In un certo qual modo è possibile organizzare gli interventi secondo una duplice linea di sviluppo.
La prima è quella spaziale. Il tema della questione animale è esposto attraversando un’ampia serie di ambiti disciplinari: filosofia, medicina veterinaria, ricerca biomedica, diritto, letteratura, pet-terapy,  utilizzo di animali negli ospedali o nelle comunità di tossicodipendenti.
L’altra è quella temporale: l’evoluzione ed i cambiamenti che ci sono stati nell’articolarsi della riflessione sul non-umano nel corso delle varie epoche.
La nostra attuale prospettiva sulla questione animale si delinea a partire dal secondo dopoguerra anche se si assisterà ad un evidente ampliamento e diffusione delle tematiche affrontate soprattutto negli anni settanta. Tale dinamica muovendo dagli aspetti teorici del dibattito filosofico approda a ripercussioni pratiche in ambito giuridico, veterinario (il veterinario un tempo deputato esclusivamente alla difesa dell’uomo dalle zoonosi, diviene sempre più terapeuta degli animali) e del comune sentire ed agire.
I passi in tal senso sottendono una radicale rivoluzione nel modo di percepire noi stessi e tutto ciò che ci circonda: il passaggio da una concezione antropocentrica - l’uomo al centro dell’universo e tutto l’esistente finalizzato al soddisfacimento dei suoi scopi - a quella biocentrica – la natura  dotata di un “valore intrinseco” prescindendo dall’utile umano.
Tale passaggio risulta in primo luogo doveroso, in quanto naturalmente inserito nel progredire etico che caratterizza la naturale evoluzione dell’uomo, che progressivamente amplia i confini della sua sensibilità ed attenzione morale, includendo sempre nuovi soggetti in quello che è stato definito un vero e proprio cerchio in espansione: expanding circle.
In secondo luogo ineluttabile, in quanto l’atteggiamento da padrone assoluto ed incontrastato finisce fatalmente per ritorcersi sull’uomo stesso costringendolo a fare i conti con lo spettro di possibili futuri scenari catastrofici: la rivalsa di un pianeta ecologicamente abusato.
La posizione antropocentrica è stata al contempo causa ed effetto dell’immagine che l’uomo ha delineato di sé nel corso dei millenni, portandolo a rivendicare l’unicità di determinate caratteristiche che lo avrebbero reso ontologicamente superiore ed allontanando da sé il ricordo della propria natura animale.
Se per ragioni metodologiche volessimo delineare una sorta di parallelismo tra l’evoluzione umana e lo sviluppo cognitivo ed affettivo dell’individuo dalla nascita fino all’età adulta, potremmo individuare una serie di analogie significative.
L’uomo all’inizio della sua storia era cacciatore e raccoglitore, conduceva un’esistenza nomade o seminomade e non percepiva una netta frattura tra sé ed il mondo animale. Questo veniva investito di significati animistici e totemici,  sincronici con i ritmi della sopravvivenza, scanditi dai fenomeni atmosferici, dall’alternanza delle stagioni, dagli affascinanti misteri legati alla vita ed alla morte.
L’uomo si sentiva parte di un tutto, di un processo naturale in cui egli non occupava una posizione di distacco o di dominio, ma semplicemente ne costituiva parte integrante.
In ambito psicologico potremmo paragonare questo momento dell’evoluzione dell’umanità alla fase dello sviluppo cognitivo dell’individuo definito di fusione. La psiche del neonato ha la tendenza ad assimilare al proprio Sé la realtà esterna ed, all’opposto, ad espandersi in uno spazio potenzialmente infinito, cosmico. Questo funzionamento bipolare di assimilazione e di espansione, caratteristico dello stadio di non-integrazione viene superato intorno ai due anni e mezzo attraverso i processi complementari di separazione ed individuazione, che consentono progressivamente di tracciare appunto i confini dell’Io separando da questo il Sé- altro.
Come l’uomo primitivo, il bambino vive in un mondo magico reso possibile da fusione e confusione tra il proprio mondo interno ed una realtà esterna che si colora e si anima dei propri desideri, fantasie, paure.
Il passaggio alla pastorizia ed all’agricoltura e quindi, ad una vita pressoché stanziale, dando origine alle attività dell’allevamento e della domesticazione, portò all’elaborazione del distacco emotivo e concettuale dal mondo animale sentito per la prima volta come altro da sé e non più come parte di un’unica totalità. Momento altamente significativo nel processo evolutivo dell’uomo è stato quello della domesticazione, determinante nella costruzione di una visione gerarchica del vivente, e favorente la percezione di una superiorità ontologica dell’essere umano, fondata sul possesso della razionalità. Tali passaggi sono stati quindi determinanti nello sviluppo della posizione antropocentrica che considera l’uomo, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nel cosmo nonché, come riteneva Protagora, misura di tutte le cose, ponendo quindi l'essere umano come criterio unico ed universale.
Ritornando al suggerito parallelismo tra evoluzione umana e sviluppo infantile,  possiamo chiamare in causa Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, ovvero dello studio sperimentale delle strutture e dei processi cognitivi nel corso dell’età evolutiva. Piaget definisce egocentrismo la caratteristica di funzionamento della mente che influenza l’attività cognitiva durante tutto lo sviluppo - dalla nascita fino alla adolescenza, sia pure con modalità diverse -  e che spinge il soggetto a guardare la realtà esclusivamente dal proprio punto di vista, senza essere consapevole di altre prospettive e della parzialità della propria. L’egocentrismo è responsabile di svariati modi d’interpretare la realtà tipici dell’età infantile, come ad esempio l’artificialismo, cioè la tendenza a ritenere che tutto ciò che ci circonda sia stato creato dall’uomo o per l’uomo al fine del perseguimento dei suoi obiettivi.
L’egocentrismo infantile e la visione antropocentrica mostrano significative similitudini e si basano entrambi sull’errore di considerare come assoluta ed universale una prospettiva parziale e soggettiva di lettura e d’interpretazione dell’esistente.
La scienza ha da tempo abbandonato tale prospettiva: uno dei primi, fondamentali passi in avanti è stata la rivoluzione copernicana, avvenuta tra il XVI e XVII secolo, che ha decretato il superamento del sistema geocentrico aristotelico-tolemaico.
Fino a quel momento l’astronomia poneva la Terra al centro dell'Universo e considerava tutti i corpi celesti ruotanti attorno ad essa. Tale posto d’onore conferito al nostro pianeta (in realtà minuscolo puntino posto alla periferia di una tra le infinite galassie) oggi non può che farci sorridere. Forse lo stesso sorriso si stamperà tra qualche secolo sul volto dei nostri pronipoti, quando penseranno all’attuale modo di percepirci quali esseri superiori, al punto tale da antropomorfizzare addirittura l’immagine di Dio. Ma per ora di questa idea siamo ancora seriamente convinti, nonostante il cammino della conoscenza proceda verso una direzione che dovrebbe aiutare a farci riflettere e ridimensionare la nostra presunta superiorità.
Paradigmi fondamentali del pensiero scientifico contemporaneo sono infatti:
- l’evoluzionismo darwiniano, che sostiene la tesi della discendenza comune dei viventi, cioè che tutta la vita presente sulla Terra proceda da un comune antenato e quindi vi sia un continuum tra tutte le specie;
- la fisica di Einstein, che evidenziando il carattere relativo delle dimensioni fondamentali del nostro Universo, mostra quanto siano fuorvianti i modi di lettura assolutistici;
- la genetica contemporanea, le cui scoperte hanno svelato quanto il nostro corredo cromosomico sia sovrapponibile a quello delle grandi scimmie antropomorfe.
Eppure l’uomo antropocentrico dei nostri tempi, tecnologicamente e scientificamente avanzato, avverte ancora il bisogno di essere rassicurato sulla sua provenienza e sul suo destino.  Necessita di prendere le distanze dalla sua origine animale, che percepisce come precaria, impotente, fragile e tenta di sfuggire ad un passato in cui gli uomini si sentivano angosciati ed insignificanti di fronte all’immensità di un cielo stellato.
L’animale uomo stenta a riconoscere come propri i retaggi di un passato ansiogeno e minaccioso e li tiene a distanza proiettandoli sugli animali non umani. Il termine proiezione indica il processo mediante il quale un evento psicologico viene spostato dal soggetto al mondo esterno. In senso psicodinamico si tratta di un’operazione attraverso cui si espellono da sé e si identificano nell’altro qualità, sentimenti e desideri, che non si riconoscono come propri e che si rifiutano. Questi scomodi frammenti psicologici, non integrati nell’immagine del Sé, vengono allontanati e l’oggetto dell’investimento diventa “l’altro”: le cui differenze sono amplificate e gli elementi comuni annullati. A questa distanza il processo di relazione empatica è inibito, in quanto vengono a mancare le similitudini e gli elementi comuni necessari per avviare le giuste connessioni.
Ma proprio l’empatia è l’attitudine è della persona matura, psicologicamente ed affettivamente sana: è la capacità di mettersi nei panni di un altro per comprenderlo profondamente, come se, fossimo l’altro. L’uomo antropocentrico, che si sente unico, è incapace di comprendere empaticamente chi non percepisce identico a lui. Per paura proietta fuori di Sé parti che non riconosce come proprie, pervenendo alla costruzione di un Sé frammentato, immaturo, estraniato da se stesso e non integrato.
Ritornando al tema centrale del Convegno, “il valore e la dignità di una specie – come scrive la prof.ssa Battaglia – andrebbero pertanto giudicati in base a qualità diverse rispetto a quelle umane e in ciò risiederebbe tra l’altro per l’uomo la possibilità di fare esperienza di ‘realtà’ altre e misteriose”. In questo senso il concetto di dignità è strettamente correlato, come propone Marta Nussbaum, al concetto di capacità.
La dignità di un individuo è garantita quando gli viene riconosciuta la possibilità di portare a compimento le sue potenzialità specifiche e pertanto di realizzare quella che la Nussbaum, definisce una “vita buona”. Chiedere una “vita buona” esige un orientamento significativamente diverso dall’impostazione della minimizzazione della sofferenza richiesta dalle più accreditate teorie animaliste attuali. Per la Nussbaum la “vita buona” per un non umano coincide con il “vivere secondo natura” ed a tal proposito auspica la stesura di una “Dichiarazione dei diritti animali” che ne garantisca la realizzazione. Nonostante le difficoltà che si possono presagire in merito ad una individuazione futura delle coordinate teoretiche di un “vivere secondo natura”, ed ancor più in relazione ad una loro attuazione pratica, questa prospettiva facilita la delineazione di un animalismo finalmente depurato da concezioni antropocentriche.
L’asse attorno cui ruota la questione animale non è più l’uomo e quanto egli sia disposto a concedergli per minimizzarne le sofferenze, ma l’animale stesso con la sua “soggettività” specifica.
Potremmo parlare di “animalismo centrato sull’animale” e ciò ci spingerebbe naturalmente a ripensare alla “terapia centrata sulla persona” dello psicologo-psicoterapeuta americano Carl Rogers. Nata nell’ambito della corrente umanistico esistenziale, la psicoterapia rogersiana restituisce alla persona il ruolo centrale di unico e solo conoscitore della sua esistenza e della sua esperienza soggettiva. La comprensione empatica è la facoltà che consente di accompagnare l’altro alla scoperta e alla realizzazione della sua personale prospettiva d’esistenza, senza imporgli desideri, bisogni, necessità, obiettivi.
L’idea stessa di “capacità” rimanda a concezioni di stampo rogersiano, quali quella della tendenza attualizzante che presuppone che ogni vivente abbia in sé le capacità, per l’appunto, di realizzare la vita migliore per lui. L’iter verso la propria autorealizzazione è infatti il dispiegarsi di quel processo di fioritura che è il solo in grado di portare alla realtà ciò che era solo implicito nel concetto di capacità.
Non risulta quindi possibile percepire e tutelare la dignità né degli uomini, né degli animali, prescindendo dalla dimensione della comprensione empatica, che ci mette in condizione di vedere e riconoscere l’altro diverso da noi, senza confonderci, senza identificarci, senza sostituirci, ma rispettandone la diversità.
Tale prospettiva, tanto affascinante nel suo delinearsi, quanto titanica nel suo processo di attuazione, si pone come causa ed effetto di un percorso di crescita psicologica dell’uomo in cui questo pensi sempre più alla propria evoluzione in termini di sintonia e non piuttosto  di dissonanza con i viventi che gli sono intorno.
 
*Psicologa – psicoterapeuta - Responsabile del Support Group Napoli per Animals Asia Foundation

 

Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

 

 

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