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Pallante Maddalena

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A margine della tre giorni AIVEMP

Maddalena: questione etica o problemi di categoria?

La professione si confronta

Giuseppe Pallante

 

Maddalena, l’icona di Maddalena, comune incrocio di pastore tedesco, è li proiettata mentre la voce di una collega ne delinea la sua breve storia: arrivo in canile all’età di circa tre anni, a tutt’oggi ne compie quattordici, undici anni di canile…. Eppure Maddalena è dolce, anzi docile e socievole con tutti, un affido sicuro, ci ricorda la collega (di categoria A avremmo appreso di li a poco da altri relatori) eppure è li, eppure non è mai andata via, si potrebbe dire un nome una storia: ricordate Magdalena sister’s, Leone d’oro qualche anno fa al Festival del Cinema di Venezia?
Maddalena ha avuto la sfortuna di nascere da una razza o per meglio dire da un incrocio di razze che per quel tempo era superato, non andava più di moda per gli eventuali futuri richiedenti; magari dieci anni prima sarebbe stato tutto più facile, ma era nata (come tanti, troppi) fuori tempo massimo, e questo rendeva tutto più difficile. Non era valso per Maddalena essere buoni, non bastava possedere uno sguardo docile e il temperamento remissivo; no, ciò che è richiesto per essere al meglio spendibile sul mercato degli affidi, o per meglio dire ciò che chiede il futuro affidatario è la sua icona, come riflette molto bene Roberto Marchesini in un suo recente volume (Pedagogia Cinofila, Perdisa, 2007 ) ovvero non ciò che si è, ma quanto meglio risulti vicino a ciò che voglio che esso rappresenti per me o per quanti vedono me rappresentato da esso/essa.
In altre parole il destino di Maddalena era segnato: dal canile non sarebbe mai più uscita. Sarebbero cambiati negli anni i gestori, sarebbero cambiati i volontari e i responsabili sanitari, ma Lei sarebbe rimasta sempre li.
Un insuccesso, così conclude la relazione, una delle tante vite inutili spese ad abbaiare al primo passante per attirare l’attenzione nell’attesa di una vita migliore.
Tutti i colleghi presenti di simili storie ne avrebbero avute da raccontare: le migliaia di Maddalene che passano e tante volte si fermano nei canili di ogni singolo comune.
 Ma la storia di Maddalena non finisce qui: la collega volutamente (presumo molto volutamente) vuole portare a conclusione il suo contributo di relatore e dimostrare di avere svolto bene il compito assegnatole fino in fondo, non lasciando niente al caso o all’indefinito e così conclude: Maddalena nei suoi dieci anni abbondanti di permanenza è costata al pubblico 18.000 euro.
Una colpa, un errore grave che ci deve far riflettere se tutto ciò è giusto, se tutto ciò può ritenersi normale per noi che siamo chiamati a far di conto: i costi/benefici.
Maddalena è ancora lì rappresentata, ma la sua immagine ora sintetizza lo sperpero delle risorse a cui noi non possiamo concedere ulteriori deroghe. Incapace di fornire una risposta a se stessa prima ancora che alla questione in sé la collega conclude interrogandosi se fosse stato per il suo bene più corretto una giusta morte che un’intera vita spesa inutilmente in canile.
E quindi prima sottolineando lo spreco di risorse pubbliche e poi ammantando il tutto di una profonda riflessione etica sciorina l’immancabile confronto con gli altri Paesi concludendo la sua relazione.
E’ giusto spendere tutto ciò? E giusto vivere una vita in canile?
Gli applausi, qualche breve e soffusa contestazione, le domande di rito trascorrono, ma il sasso -provocatoriamente- è stato lanciato.
La cena serale con i colleghi dimostra che Lidia Levi ha centrato nel segno e ancora il giorno dopo e il giorno dopo ancora non si può più fingere di ignorare, di non sapere delle nostre quotidiane Maddalene: dei costi/benefici, del senso di una vita spesa in canile
Più che a un Convegno di tre giorni si può dire di aver assistito ad uno psicodramma collettivo dove ognuno motivava, giustificando, correggendo o lamentando il proprio stato delle cose nell’ottica del costo/beneficio edulcorato dall’etica che oggi, come il prezzemolo ieri, non guasta mai.
A riflettori spenti proviamo a riflettere e a confrontarci, magari non dico a far chiarezza ma a conoscerci tutti un po’ meglio.

La questione costi/benefici
Ogni beneficio prevede un costo. Non lo dico io ma la legge di mercato su cui si fonda appunto il citato rapporto costi/beneficio.
Bene se io voglio trarre un risultato devo prevedere dei costi che a lungo andare dovrebbe arrivare ad apportarmi un beneficio.
Ciò significa in prima analisi che io debba prefiggermi un obbiettivo da raggiungere (in un lasso di tempo congruo) e quindi definire modalità e metodo di esecuzione, fare un preventivo di spesa e valutarne la sostenibilità, definirne il suo raggiungimento e quindi confrontare il tutto ai vantaggi previsti in origine .
Quindi i passaggi in sintesi sono 1) ideazione, progettazione e definizione dell’obbiettivo, 2) descrizione di materiali e metodi di attuazione, 3) determinazione di un tempo e impegno per raggiungere l’obbiettivo prefisso 4) quando e in che modo si ritiene che il risultato viene considerato raggiunto, e infine 5) rapporto costi/beneficio.
Prima domanda che sorge spontanea: è stato fatto tutto ciò? Ovvero è stato costruito un obbiettivo intorno a Maddalena?
O piuttosto la si è lasciata languire in canile dimenticando spesso la chiave oltre che il cane?
La collega ha parlato di cifre solo in termini di costo ma non ha illustrato alcun progetto mirato e magari poi miseramente fallito -è nell’ordine delle cose e ci può anche stare- che giustificasse la sua riflessione.
Lo sguardo dolce, il temperamento mite, il suo essere socievole non sono mai stati compresi come una risorsa ma volutamente -strumentalmente direi- utilizzati per infierire sull’inutilità della sua vita spesa in canile.
Maddalena ci fa da specchio: Maddalena riflette a tutto tondo la nostra frustrazione come conseguenza della nostra incapacità nell’aver realizzato un benché minimo straccio di progettualità che la valorizzasse, che ne desse un minimo di senso e che restituisse dignità al nostro ruolo prima ancora che alla sua vita.
Ma allora il problema è tutto nostro e non di Maddalena , perché poverina Lei altro non rappresenta che una vittima incolpevole da cancellare al più presto e mai più vedere perché mette a nudo le nostre incapacità, i nostri limiti da tenere ben nascosti.
Nelle parole della collega si leggeva non l’inutilità della vita di Maddalena, ma la propria impotenza a non aver compreso, non aver fatto nulla per Maddalena.
Diverso sarebbe stato se il tutto fosse stato rappresentato partendo da un progetto: “abbiamo costruito questo progetto mirato per questo cane di nome Maddalena, dallo sguardo docile, temperamento e bla bla bla e questi sono stati i risultati… come potete vedere il rapporto costi/beneficio...” .
Allora sì che avremmo capito quanto impegno, quante aspettative, quante risorse sono state impiegate e magari anche quante incomprensioni, quanta frustrazione raccolta. Ma così non è stato e così non è accettabile: Maddalena risulta solo una vittima, ahimè una delle tante quotidiane vittime di malasanità, di una mala gestione, cui gli stessi veterinari addetti risultano quanto meno complici passivi. L’eutanasia da opportunità a opportunismo.

La questione etica
Alla mia domanda se all’interno del servizio si fosse previsto un Comitato Etico preposto all’eutanasia la risposta sintetica della collega si limitava a confermare le mie più tetre previsioni: a decidere era il collega di turno che aveva la professionalità e il potere per decidere al meglio. Ma nel suo volto si leggeva molto di più della pur esplicita risposta.
Quanto meno strano questo appellarsi all’etica in assenza di un Comitato.
Eppure mi hanno insegnato che il massimo dell’ Etica si coniuga con la sospensione dl giudizio! Forse qualcosa non torna, forse si sta facendo un grande insalata tra costi, beneficio e etica da fornaio (con tutto il rispetto della categoria, dei panettieri si intende). Forse molto più semplicemente stiamo entrando in un campo che ancora non conosciamo bene.
Ragionare per categorie morali(?) è spiazzante in quanto determina un giudizio di valore per ogni azione, con la conseguenza che, ad esempio, anche i medici veterinari si sentono essi stessi -prima ancora che gli altri li facciano sentire- dei professionisti di serie b, c o zeta a seconda di come o verso chi ci rapportiamo.
Non possiamo imputare a nessuno la nostra visione di vedere il mondo: non ho sentito ancora da nessun medico per umani dire oggi ho visitato due marocchini e un cingalese ma più semplicemente ho fatto tre visite.
Il costo, i presunti diciottomila euro spesi in oltre dieci anni per quella bastarda di Maddalena suscitano indignazione, ma se abbassiamo il valore della vita di Maddalena apriamo le porte a tanti altri confronti: sono giustificabili in termini di costi/beneficio il numero di forestali che per la sola Calabria risultano superiori all’intero Stato del Canada?
E quale costi/beneficio tra i netturbini di Napoli?
E sono forse giusti gli oltre duecento euro al giorno che spendiamo come contribuenti per ogni carcerato in regime di 41 bis?
Quali prospettive future se sono all’ergastolo? Quale è la qualità della loro vita?
Quali i costi/beneficio?
E’ etico tutto ciò?
Perché nell’ottica del costi/beneficio non si provvede ad una eutanasia d’ufficio (e forse qualcuno ora tra i lettori ci sta giusto pensando) ?
Difficile rispondere, perché c’è un po’ di tutto ciò e altro nella storia di Maddalena.
Se abbassiamo le nostre difese, se per semplificare riducessimo i mondi a categorie, non ne verremmo più fuori.

Problemi di categoria
Tanto per restare in casa nostra, è giusto allora equiparare lo stipendio di un veterinario AUSL a quello del collega medico umano?
Abbiamo bisogno di essere definiti Sanità Pubblica per poterci sedere come pari membri al tavolo con i colleghi di medicina umana?
Perché definire Sanità Animale ci risulta stretto e dequalificante?
Sabrina Giussani con il suo carattere sanguigno ha espresso chiaramente il concetto: signori: che si parli di gatto, cane o uomo per me non fa differenza.
E’ un problema grosso, il vero problema della categoria.
Se prima non ci crediamo noi come possiamo pretendere che ci credano gli altri?
Difficile rispondere e un’intrinseca difficoltà a discuterne.
E chiaro che per crederci non è sufficiente vendere fumo, ma essere credibili.
E come si fa ad essere credibili facendo affermazioni a dir poco avventatamente etiche?
Tutti i giorni siamo al contatto con la morte: per eutanasia o per macellazioni, ma nessuno a livello universitario si è mai preso la briga di istituire corsi di supporto etico per la professione (e si sente).
Il veterinario è solo, ma lo è ancora di più perché lo si vuole lasciare solo.
Sin dalla formazione universitaria, a partire dai docenti, nessuno ci crede: non si vuole formare un professionista a tutto tondo ma un tecnico che non si ponga domande ma che risponda solo ai costi beneficio del proprio datore di lavoro tanto nel pubblico quanto nel privato e che dell’etica se ne ricordi (e se ne serva) a mo di foglia di fico solo per nascondere i propri insuccessi.
Costi/beneficio non sono problemi che ci devono riguardare o quanto meno non in termini decisionali. A far quadrare i conti penseranno altri soggetti preposti in merito, a noi è richiesto di fare il nostro dovere e per quanto possibile nel migliore dei modi.
Il nostro deve essere un giudizio sanitario, se vogliamo (e ne siamo in grado) anche di sostenere un Parere Etico (l’etica esprime pareri non fornisce giudizi!) ma mai di costi/beneficio.
Le tre giornate sono state lunghe e intense, un noioso viaggio di ritorno mi attende, faccio per uscire quando un armadio di collega, giacca senape, marchio Bayer al bavero mi ferma sull’uscio: Tu sei Pallante ti riconosco, senti mi fai copiare le risposte? Tu le sai ste cose. Trasalgo. Si deve intuire una espressione infelice sul mio volto. Lui tende di scusarsi: Sai… sono buiatra … .
Gli detto le lettere a,c,e,a ….
Concluso. Sto per andare ma lui no: Senti scusa ma sai per caso quanti sono gli ECM di questi giorni?

 

Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

 

 

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