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La contesa sull’embrione


Raffaele Prodomo
 

Sommario: 1. Una premessa di ordine generale: la falsa dicotomia tra tecnofilia e tecnofobia. – 2. Uno scopo comune: prevenire la nascita di bambini malati. – 3. Procreazione tra natura e cultura: come e perché evitare di fare figli. – 4. Metodi naturali e tecniche biomediche. – 5. Chi mettere al mondo: diagnosi prenatali. – 6. L’autonomia delle scelte e la neutralità della consulenza genetica. – 7. Lo statuto etico-giuridico dell’embrione. – 8. Conclusioni.


1. Una premessa di ordine generale: la falsa dicotomia tra tecnofilia e tecnofobia

Il progresso biotecnologico degli ultimi decenni ha avuto un ritmo molto elevato che ha generato uno scollamento tra potere scientifico ed etica, proponendo problemi nuovi alla coscienza morale individuale e collettiva con la necessità di una regolamentazione pubblica che stabilisca l’accettabilità sociale di ogni intervento tecnologico sull’uomo. Realtà prima sottratte all’influenza umana e, quindi, in un certo senso moralmente neutre, si sono presentate in una prospettiva nuova, passibile di modifica da parte dei biotecnologi contemporanei.
Subito si sono strutturati e organizzati due stili di pensiero contrapposti: la tecnofilia e la tecnofobia.
Il pensiero tecnofilico, sposa un ingenuo quanto anacronistico entusiasmo per ogni tipo di progresso scientifico. Entusiasmo che si associa ad un elevato tasso di intolleranza: sui risultati scientifici non devono esistere perplessità di sorta, essi sono sempre e comunque un bene per l’umanità! Siccome la scienza si avvale del metodo matematico anche la morale e la politica devono piegarsi a una logica di calcolo oggettivo e così raggiungere gli stessi livelli di esattezza. Ricordiamo al proposito la famosa affermazione di Auguste Comte, padre del positivismo: «se non ammettiamo la libertà di pensiero in chimica o in biologia, perché dovremmo permetterla nella morale e in politica?» .
Esattamente agli antipodi rispetto alla tecnofilia pseudoscientifica si colloca l’atteggiamento di chi ritiene ingiustificato qualunque intervento dell’uomo sulla natura, considerando quest’ultima una realtà immutabile sottratta (spesso per volere divino) alle influenze e alle modifiche umane. Secondo i sostenitori di tale prospettiva, senza una forte opposizione etica ed energici divieti giuridici si rischierebbe la rottura metafisica della natura umana. Non è difficile correlare queste premesse teoriche con il rifiuto pressoché totale della tecnologia: è questo lo stile di pensiero tecnofobico .
Pur agli antipodi, tuttavia, entrambe le prospettive hanno in comune due cose: accettazione e rifiuto delle biotecnologie sono scelte aprioristiche e inappellabili, nessuna discussione che entri nel merito di questa o quella biotecnologia è utile o necessaria: la risposta, positiva o negativa, dipende dal punto di vista generale, e, in qualche modo, la si conosce già in anticipo per cui non sono necessari sofisticate analisi o estenuanti dibattiti, basta chiedere, nel primo caso agli scienziati e nel secondo ai preti, ed essi ci diranno cosa fare, con tanti saluti alle caratteristiche delle moderne democrazie: pluralismo e discussione pubblica!
Tuttavia, quella tra tecnofilia e tecnofobia è una falsa dicotomia. Non si è affatto obbligati a scegliere l’una o l’altra: tra la Scilla tecnofilica e la Cariddi tecnofobica si colloca il mare insidioso in cui nuota la riflessione bioetica, alla ricerca non di risposte aprioristiche, un si o un no pronunciati da una casta privilegiata, quanto piuttosto di un dibattito equilibrato e sereno teso alla ragionevole accettazione di singoli e specifici interventi biotecnologici. Riflettere tutti insieme come cittadini aventi uguali diritti e poteri decisionali per valutare pacatamente i pro e i contro caso per caso e alla ricerca delle soluzioni eque e condivise riapre lo spazio sia del pluralismo epistemologico che della tolleranza politica . Ed in questo spazio si collocano le riflessioni sulla possibilità di effettuare test genetici pre-impianto sugli embrioni allo scopo di prevenire la nascita di bambini affetti da gravi malattie genetiche.


2. Uno scopo comune: prevenire la nascita di bambini malati

Prevenire le malattie presuppone una conoscenza dei meccanismi etio-patogenetici che conducono all’alterazione della fisiologica attività di organi e apparati.
Per quanto la salute possa essere oggetto di metamorfosi nel passaggio da epoche e culture diverse, ci sono malformazioni e disfunzioni così gravi da mettere a tacere qualunque voce discordante che ne voglia proporre, attraverso sofisticate interpretazioni, una chiave di lettura ideologica . Anche se l’etichetta di folle è stata spesso usata per emarginare e isolare i diversamente pensanti e agenti, non tutte le malattie psichiatriche sono invenzioni del potere economico e politico come voleva una certa anti-psichiatria. Dalla drapetomania, una irrefrenabile pulsione a correre, diagnosticata agli schiavi africani nelle piantagioni degli stati americani del sud, alla schizofrenia attribuita ai dissidenti sovietici internati nei manicomi (luogo privilegiato da ogni totalitarismo per isolare gli oppositori) tante sono state le pseudo-malattie elaborate nel passato più o meno prossimo . Esse, godendo di un ampio se non unanime riconoscimento pubblico, in realtà mascheravano la dittatura comunista e gli interessi economici dei produttori di cotone americani. Altri esempi sotto gli occhi di tutti sono l’omosessualità o l’isteria, funzionali alla omofobia dominante nella cultura di massa e al maschilismo delle società patriarcali. Considerare il dissidente politico, in quanto dissidente, un pazzo, così come attribuire a una bizzara condizione patologica il sano desiderio di fuggire da parte di uno schiavo sono tentativi evidentissimi di falsa ideologia. In altre situazioni, invece, il giudizio è più controverso e persiste una certa perplessità. Si pensi alla sordità, di cui (sembra incredibile!) si è arrivati a mettere in dubbio lo status di malattia, interpretandola e vivendola non tanto come danno biologico quanto come una differenza culturale. Al punto da contestare e rifiutare per i propri figli gli impianti cocleari, un intervento che consente, soprattutto se effettuato in età pediatrica, lo sviluppo di una capacità uditiva e fonetica quasi normale . Eppure questi mezzi biotecnologici così affidabili e potenti estrapolati dal contesto scientifico generale e inseriti nella narrazione interna alla comunità dei sordi subiscono un capovolgimento di significato, vengono visti non tanto come strategia di inclusione del disabile uditivo nella popolazione degli udenti normali, quanto come strumento ideologico di esclusione dalla comunità di appartenenza.
Si badi bene, gli esempi discussi valgono solo a riprova della complessità e della pluralità di concezioni della salute. Non si vuole certo riproporre una dicotomia tra pseudo-malattia come prodotto culturale e, quindi, costruzione soggettivamente fragile e malattia vera e propria, intesa come dato biologico e, quindi, oggettivamente solida e ben fondata su un piano fattuale. La distinzione oggettivo-soggettivo non funziona in questo caso. Infatti, tutte le malattie sono soggettive e oggettive contemporaneamente, frutto di una decisione e negoziazione pubblica, che costruisce interpretazioni e concezioni sempre nuove. Si pensi alle rivendicazioni delle lobbies delle famiglie di soggetti Down e di autistici, che sono riuscite ad ottenere un più rapido e semplice sostegno sociale per i loro cari con una automaticità delle valutazioni in ambito di invalidità civile che, oltre a non corrispondere alla realtà clinica, non viene concessa ad altre forme di ritardo mentale .
Tutte le malattie sono esito, quindi, di una narrazione, come ha brillantemente dimostrato Byron Good, si tratta di distinguere tra narrazioni settarie e narrazioni corali, negoziazioni faziose e negoziazioni ragionevoli . Una volta raggiunto un ragionevole accordo sullo status di malattie di alcune anomalie genetiche allora evitare la nascita di persone affette da quello che si considera (a ragione) un male, diventa obiettivo condiviso.


3. Procreazione tra natura e cultura: come e perché evitare di fare figli

Prevenire una malattia genetica grave è possibile solo evitando che nascano bambini con i geni alterati; su questo obiettivo non ci sono dissidi di ordine ideologico ed agitare i fantasmi dell’eugenetica per chi si preoccupa di contrastare la talassemia maior o la corea di Huntington fa sorridere per l’ingenuità di chi non conosce il dramma di tali patologie.
Certo si può concordare sullo scopo ma dissentire circa i mezzi per perseguirlo; su questo torneremo più avanti, ora concentriamoci sulla prima e più drastica decisione: evitare di avere figli.
La nascita, secondo Hannah Arendt, rappresenta la possibilità di dare inizio ad una serie di eventi nuova mettendo in campo ancora un attore sulla scena del mondo, in tal modo essa è metafora della libertà e imprevedibilità della storia . Nonostante la dichiarata e costitutiva contingenza dell’evento, prevedere e programmare le nascite è stato, comunque, obiettivo antico dell’umanità, sempre influenzato, ancor più in epoca moderna, da consuetudini sociali e assetti di potere economico-politico. Il fenomeno si può inquadrare nel più ampio tentativo di sottrarre il proprio futuro al destino o al caso per inserirlo nella sfera delle possibilità decisionali.
Le opzioni di scelta in questo campo si possono articolare su tre punti fondamentali: quando, come e chi mettere al mondo.
Riguardo al primo interrogativo, si può tranquillamente ricordare che ponderare e stabilire il momento della generazione dei figli è una scelta che uomini e donne compiono da sempre sotto condizioni politiche e sociali di vario tipo. Si pensi, ad esempio, alle diverse politiche di controllo demografico poste in essere da un regime totalitario come quello cinese o da un paese democratico come l’India . Non meno complesso l’intreccio tra incentivi e disincentivi alla maternità proposti alle donne nei paesi ad economia avanzata dove accanto a un loro diffuso inserimento lavorativo persiste, contraddittoriamente, una struttura familiare ancora sostanzialmente patriarcale .
Evitare di fare figli è la prima opzione che si presenta a una coppia che sappia di essere portatrice di gravi anomalie genetiche. Ma non dimentichiamo che la procreazione dovrebbe sempre essere frutto di una scelta ponderata e responsabile, indipendentemente dal mettere al mondo un figlio sano o malato. Potrebbe essere inopportuno anche fare figli sani! Ragioni economiche, di ordine etico e di opportunità sociale influenzano la decisione di procreare. Una giovane studentessa che pensi di avere una figlia non essendo ancora laureata e senza indipendenza economica dimostrerebbe grande passione materna ma non è detto faccia la scelta migliore per lei e la futura figlia. Un uomo non più giovane che decidesse di procreare metterebbe al mondo un figlio destinato probabilmente a diventare troppo presto orfano. Allo stesso modo per un uomo giovane ma affetto da una grave malattia e con aspettative di vita limitate. Gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito e sempre alla libertà di procreare si dovrebbe accompagnare la responsabilità di farlo in modo da garantire il meglio a tutti gli attori sociali in gioco.
Infine, come ovvio, la scelta individuale o di coppia non avviene in un vuoto sociale ma all’interno di dinamiche familiari che la influenzano e la condizionano, a volte pesantemente. Infine, lo Stato interviene nella questione adottando politiche demografiche che condizionano e orientano la scelta fino ad arrivare in molti casi ad imporla con lo strumento coercitivo del diritto. Dal biblico crescete e moltiplicatevi, alle politiche di incoraggiamento ad avere figli, elaborate dal regime fascista a scopo di accrescere la potenza militare fino alle politiche di segno opposto volte a contenere le nascite, sempre si oscilla tra tentativi di convincimento e condizionamento persuasivi e politiche repressive dure e illiberali. Proprio a proposito di India e Cina, uno studioso attento dell’economia dei paesi poveri e in via di sviluppo, Amartya Sen ha messo in luce la notevole diversità di approccio tra le politiche cinesi di sterilizzazione maschile che rasentano e oltrepassano il limite tra stato di diritto e stato totalitario e lo sforzo in alcuni stati indiani di promuovere la cultura e l’indipendenza economica delle donne. Si scopre così che il contraccettivo più efficace non sono né i profilattici né la sterilizzazione, bensì la cultura e l’emancipazione. Più la donna è colta e indipendente economicamente più le scelte procreative sono ponderate e coscienti .


4. Metodi naturali e tecniche biomediche

Sul come mettere al mondo persone nuove fino a poco tempo fa il metodo naturale godeva di una pressoché incontrastata egemonia appena scalfita, a ben vedere, dall’avvento delle tecniche di procreazione assistita. Non bisogna, infatti, dimenticare che tali tecniche nella grande maggioranza dei casi sono utilizzate quando la natura fallisce, ossia come terapie della sterilità, in sostituzione, quindi, e non in alternativa ai metodi naturali. Esse rappresentano un’alternativa alla procreazione naturale solo nel caso delle donne single, delle coppie portatrici di tare genetiche o delle coppie omosessuali .
Le coppie sterili o infertili dispongono al giorno d’oggi di un’ampia costellazione di tecniche di fecondazione assistita in grado di superare l’infertilità (si badi bene che l’infertilità di coppia può essere causata da entrambi i partner non è una patologia soltanto della donna, come diffuso da una certa vulgata pseudoscientifica). Su questi temi il dibattito tra tecnofili e tecnofobi si è radicalizzato e focalizzato, nel nostro paese, intorno a una legge, la L. 40/2004, dapprima nella fase di discussione e approvazione parlamentare, poi nella fase successiva di applicazione quando sono emersi i tratti ideologici della normativa, con la sua monocroma ispirazione all’etica cattolica confermata dall’inclusione nel testo di una serie di divieti direttamente ispirati a quella prospettiva culturale . Un tentativo di eliminazione di tali divieti usando la strada referendaria si è scontrato con lo scoglio del mancato raggiungimento del quorum. Più fortuna hanno avuto i pronunciamenti dei giudici che hanno aperto alla strada lenta ma più sicura degli interventi costituzionali. Chiamata in causa più volte, la Corte Costituzionale, si espressa con chiarezza dichiarando l’incostituzionalità, ampiamente evidente anche ad un occhio profano, del divieto di impianto di non più di tre embrioni, del divieto di eterologa e infine la sentenza che ci interessa più direttamente per la discussione odierna: quella che abroga il divieto, presente in forma indiretta nel testo della legge 40, di diagnosi pre-impianto .
Una legge di fatto smantellata dal giudizio della Corte deve far riflettere sulla scarsa efficacia e competenza delle commissioni costituzionali parlamentari, tenute a esprimersi proprio sulla fedeltà ai valori costituzionali nella normativa di merito, ma evidentemente la faziosità politica di parlamentari spesso impegnati nella gara a mostrarsi l’uno più cattolico dell’altro, ha avuto il sopravvento sulla serenità e professionalità di un giudizio che dovrebbe essere prima di tutto tecnico e poi politico.


5. Chi mettere al mondo: diagnosi prenatali

Il chi mettere al mondo rappresenta, infine, l’ultimo quesito proposto, in quanto le caratteristiche del figlio sono oggetto lecito e comprensibile di desideri, speranze e preferenze dei genitori, orientandone i comportamenti prima e dopo la nascita in direzioni non sempre eticamente condivisibili . La situazione della conoscenza genetica contemporanea, dopo il completamento del progetto Genoma, non è tale da giustificare allarmi circa i rischi di politiche eugenetiche moralmente aberranti. La mappatura e il sequenziamento del patrimonio genetico umano non significano affatto la “decifrazione del mistero della vita”, come è stato ripetutamente scritto su organi di informazione di massa, intendendoli come la scoperta di una sorta di sostanza ultima che sostiene e dirige la vita individuale. L’enfasi sull’importanza del patrimonio genetico, potente arma retorica usata per ottenere finanziamenti per il progetto di ricerca internazionale, ha alimentato l’idea di una possibile riduzione della vita ai geni, tesi semplicistica smentita non solo sul piano epistemologico generale ma anche su quello più strettamente scientifico . Il gene, come porzione discreta di DNA portatrice di una specifica informazione, è, infatti, un’entità astratta se intesa isolatamente dal contesto in cui opera effettivamente. Come le singole parole, isolate dalle frasi, sono ambigue o prive di significato, così il gene ha significato solo in rapporto agli altri geni e all’ambiente con cui interagisce e modula la sua espressione. Siccome la funzione dei geni, attraverso un messaggio in codice e dopo le opportune traduzioni dello stesso, è quella di avviare la produzione di specifiche proteine, gli stessi scienziati che hanno magnificato la conoscenza genetica si sono poi affrettati a dirci che essa, comunque, da sola non basta e bisogna andare oltre studiando i prodotti dell’attività genetica: le proteine.
Anche se si tratta di discussioni circa un futuro per ora abbastanza lontano, ben vengano, comunque, gli inviti a riflettere e a prevenire possibili abusi di un potere di modifica genetica in grado di trasformare radicalmente la vita umana, basta non esagerare in allarmismi. Solo dalla prospettiva di una genetica completamente sviluppata nel suo patrimonio di tecniche manipolative, infatti, avrebbe senso la quasi unanime condanna della cosiddetta ingegneria genetica positiva, intesa come azione di potenziamento o inserimento di caratteristiche completamente nuove nel patrimonio genetico umano . Tale trasformazione della specie umana voluta e gestita in modo artificiale rispetto al meccanismo di selezione naturale è vista con sospetto. Come opposizione a tale, seppur futuribile, ipotesi va interpretato il diritto, ribadito in numerose dichiarazioni internazionali, ad ereditare un patrimonio genetico non manipolato (Carta di Nizza e Costituzione europea). Alla base di tale diritto, come sostengono con argomentazioni comuni pensatori per altri aspetti diversi tra loro come Hans Jonas e Jurgen Habermas, sta la convinzione morale che la natura umana non dovrebbe essere a disposizione di singoli o di Stati, e ad essa andrebbe accordato uno status di sostanziale immodificabilità . Sia la genetica liberale, aperta alla prospettiva futuribile e deprecabile di un supermarket genetico in cui i genitori potranno programmare in ogni particolare il figlio desiderato, sia quella totalitaria e di stato di cui sono retaggio storico le politiche eugenetiche (si badi bene non esclusive del regime nazista) del Novecento, mostrano aspetti inquietanti . Non si tratterebbe dell’eugenetica classica che da Galton ad Hitler è stata caratterizzata da politiche pubbliche più o meno coercitive tese a favorire la riproduzione degli adatti e sfavorire quella dei disadatti (fino ad arrivare alla loro soppressione fisica nel caso del programma nazista) ma di una nuova forma di eugenetica contemporanea, nel cui ambito opererebbero scelte individuali e non coercizioni pubbliche. Quest’ultimo settore, la cosiddetta eugenetica liberale, è quello del cosiddetto supermarket genetico, figura retorica che sta ad indicare la possibilità di scegliere per i propri discendenti un ben delineato profilo attitudinale. Le scelte al supermarket sarebbero (e in parte già sono per quello che è oggi realisticamente possibile in tale ambito) estremamente disparate e vanno (caso realmente verificatosi) dalla preferenza per un figlio affetto da sordità congenita da parte di una coppia di non udenti (che così interpreterebbero la sordità come diversità culturale e non come malattia) alla richiesta, più in linea con i criteri medici tradizionali, di avere un figlio non affetto da anemia mediterranea o da fibrosi cistica.
L’ipotesi per ora quasi solo teorica del supermarket genetico è il bersaglio polemico centrato da prospettive diverse. Abbiamo visto le perplessità di Habermas nei confronti di una genetica liberale, asservita unicamente alla legge di mercato (ragion per cui meglio sarebbe stato chiamarla liberista e non liberale). Si tratta, tuttavia, di una polemica che resta nell’ambito del liberalismo politico, voci critiche si sono levate anche da prospettive di filosofia politica diverse e antagoniste al liberalismo.
In un recente volume, stimolato dall’esperienza come membro di un comitato governativo di bioetica negli USA, Michael Sandel, eminente studioso della politica, si pone la questione dell’etica nell’età dell’ingegneria genetica dal punto di vista delle teorie comunitarie, da sempre critiche dei modelli liberali di organizzazione sociale . Molte tecniche di modifica genetica sono rischiose e incerte nei lori effetti e pongono così limiti prudenziali al loro impiego. Il filosofo americano, invece, va al cuore del problema e si chiede quali siano i sentimenti morali che si provano di fronte anche alla più semplice e meno rischiosa modifica genetica. In altre parole, si propone di verificare le ragioni di una critica diretta e pregiudiziale alla modificazione del patrimonio genetico umano allo scopo di valutare se il senso di disagio avvertito da molti sia giustificabile su basi razionali o vada semplicemente rimosso. Ma da dove viene tale disagio?
Esso sarebbe frutto della consapevolezza di una modifica radicale della natura umana, che coinvolge e stravolge l’immagine che il genere umano ha di se stesso. A fondamento dell’immagine che l’uomo ha di se stesso c’è la consapevolezza del carattere non autonomo della nascita individuale. Più in particolare, sarebbe messo in discussione il carattere oblativo della vita per cui i figli dovrebbero essere intesi come qualcosa di ricevuto ma non controllato o controllabile da parte di chi li genera. Questo carattere di dono della natura umana è messo radicalmente in crisi dalle varie tecniche di ingegneria genetica e dalle connesse politiche di eugenetica. Il carattere liberale delle scelte individuali di contro alla costrizione statale non sarebbe infatti garanzia di moralità in quanto resterebbe pur sempre quel problema fondamentale cui si accennava prima, ossia il senso di perdita, quasi una nostalgia, nei confronti della relativa imprevedibilità della vita. In questo senso Sandel va oltre le critiche mosse all’eugenetica da un eminente esponente della tradizione liberale come Habermas. Questi ha criticato il figlio programmato secondo i desiderata genitoriali per ragioni legate all’autonomia e all’eguaglianza generazionale. Per il filosofo tedesco, infatti, un figlio progettato con determinate attitudini genetiche sarebbe privato della quota necessaria di libertà esistenziale e avviato a un futuro in buona parte già scritto dai genitori-programmatori. Questa evidente asimmetria di potere tra genitori e figli sarebbe fonte di grave ingiustizia intergenerazionale. Ad Habermas si potrebbe obiettare che la scelta da parte dei genitori di caratteristiche genetiche particolari per i figli non sarebbe affatto una limitazione esistenziale, tutti nasciamo con un patrimonio genetico dato e non voluto da noi, che siano i genitori ad influenzarlo in qualche modo o la semplice casualità non cambia il nostro statuto di relativa indipendenza esistenziale (su quanto realmente incidano i geni sulla nostra vita ritornerò più avanti). Né con le modifiche genetiche si pongono più problemi di giustizia intergenerazionale di quanti già non siano presenti nella generazione naturale (in altri termini l’asimmetria genitori-figli con tutto quello che ne è scaturito come problematiche e conflitti generazionali esiste già e non è provocata dalla genetica). In realtà, queste critiche ad Habermas se pur plausibili e condivise da Sandel, non sarebbero determinanti e conclusive in quanto comunque interne al modello etico-politico liberale: per un argomento veramente decisivo bisogna attingere a una tradizione di pensiero diversa dall’individualismo liberale.
Si tratta di quella tradizione comunitaria, di cui Sandel fa parte, che interpreta la vita come dono, ossia come dato ricevuto e, in qualche modo, imprevedibile nei cui confronti va esercitato un sentimento di accettazione. Tale etica del dono è spesso connotata religiosamente, in quanto il più delle volte il dono di cui si parla è quello fatto dalla divinità, ma può anche avere supporti argomentativi esclusivamente laici. Ad ogni modo, se modifichiamo un organismo in corso di formazione nel senso da noi desiderato come genitori (anche se per il suo bene) contraddiciamo in maniera significativa il sentimento del dono e ne perdiamo l’originaria purezza.
Nei confronti di tali critiche che cosa si potrebbe ribattere in difesa di una prospettiva di riflessione liberale e storicista che salvi almeno la possibilità di alcune forme di intervento genetico sull’uomo?
In primo luogo, emergono forti perplessità sull’eccessiva enfasi riduzionistica con la quale si affronta la questione genetica. Se si pensa al ruolo da protagonista assoluto che, da tali correnti di pensiero, viene assegnato ai geni nel determinare le future caratteristiche dell’organismo non si può fare a meno di sottolinearne l’ingenuità della prospettiva biologica. Sappiamo, infatti, che l’epigenesi e l’ontogenesi individuale sono fenomeni che creano e amplificano notevolmente la diversità fenotipica, ossia la reale conformazione fisica e le attitudini di un individuo. Prendendo, ad esempio, il caso dei gemelli monovulari, a partire dallo stesso identico patrimonio genetico, se fosse questo l’unico fattore determinante in gioco, dovremmo avere sviluppo e crescita di due individui identici. Invece, dall’incontro e dall’interazione geni-ambiente, sappiamo che si formano individui biologicamente diversi (per non parlare delle diversità psicologiche e biografiche). In particolare, per citare un paio di esempi particolarmente significativi, ricordiamo i meccanismi biologici che sottostanno al formarsi di un’identità immunitaria e un’identità neuronale.
L’Io immunitario, il self della letteratura filosofica e immunologica anglosassone, si definisce attraverso un procedimento di selezione degli anticorpi, la cosiddetta selezione clonale, che comporta la disattivazione degli anticorpi diretti contro gli antigeni delle componenti corporee. Queste, in tal modo, vengono riconosciute come proprie e non attaccate dagli anticorpi. L’organismo quindi produce solo anticorpi verso antigeni estranei, nei cui confronti sviluppa una difesa. Il meccanismo è ben esemplificato dalle malattie infettive dove l’estraneo invasore è il microrganismo patogeno, altre situazioni sono quelle correlate ai trapianti d’organo in cui l’estraneo è l’organo trapiantato, senza dimenticare le patologie autoimmuni in cui alcune componenti corporee non sono più riconosciute come self e vengono attaccate, in quello che in termini bellici verrebbe definito un fuoco amico. Un altro importante esempio di sviluppo epigenetico è quello cerebrale. Lo sviluppo del cervello in un neonato è un processo minimamente programmato dai geni ed al contrario esito di processi di selezione neurale altamente condizionati dagli stimoli ambientali .
Questa digressione sul ruolo importante ma non determinante dei geni per il futuro individuale è utile perché in molte preoccupazioni sulla possibile alterazione della natura umana ad opera dell’ingegneria genetica opera invece un paradigma ispirato ad un forte determinismo genetico (discutibile sia sul piano scientifico che su quello filosofico) che porta ad una sorta di identificazione dell’essenza dell’umanità col patrimonio genetico. L’essenza o la sostanza individuale delle antiche metafisiche verrebbero ridotte più o meno drasticamente ai geni. A tal proposito c’è chi ha parlato, come già anticipato, di una rottura metafisica con l’essenza dell’umano (Jonas) chi di una nuova Genesi (Rifkin), chi della perdita dell’autocomprensione del genere umano (Habermas), o, come visto in precedenza, del senso della vita come dono (Sandel). In tutti i casi citati (a parte la posizione di Habermas che al proposito non è del tutto chiara) così come in molte posizioni morali ispirate ad una prospettiva religiosa, si parte dal presupposto essenzialista e fissista di una natura umana intesa come praticamente immutabile e statica nei cui confronti l’unico atteggiamento eticamente accettabile è il riconoscimento dell’intangibilità e del carattere di dono .
Una risposta tecnofobica così marcata appare francamente eccessiva. Senza per questo ricadere nell’eccesso di un’opposta ed esasperata tecnofilia che glorifica tutto quanto ci viene dalla tecnologia, tuttavia ci sono molte sensate obiezioni alla tecnofobia in ambito genetico. Per quanto riguarda l’obiezione più radicale, quella ontologica, non solo bisogna considerare l’incompatibilità di una metafisica fissista con le teorie evoluzionistiche della vita, ma bisogna mettere in discussione la stessa visione metafisica in quanto tale, ossia un pensiero parmenideo che trascura il carattere storico di qualunque realtà, umana e no.
La prospettiva storicista propone un’antropologia filosofica che interpreta l’uomo come attività in continuo divenire: più processo dinamico che essenza statica. In tal modo si oppone a metafisiche e biologie fissiste e riduzioniste.
In Sandel questo riduzionismo genetico è presente ma resta più sullo sfondo, centrale nella sua critica è, invece, la tematica del dono. Per difendere la sua tesi, tuttavia, deve sostenere una distinzione da lui stesso considerata problematica: quella tra terapia e miglioramento, ossia tra una medicina intesa come reintegro di funzioni naturali, e quindi una concezione descrittivistica e naturalistica della salute, e una medicina che interpreta normativamente e costruttivisticamente la salute come valore storicamente determinato, incorporando nella sua nozione anche elementi di progressivo miglioramento delle capacità naturali. Ma, più in particolare, l’aspetto debole nell’etica del dono (inteso come esclusivo affidarsi alla lotteria genetica) sembra essere correlato al fatto che ci sono evidenti svantaggi e, a volte, mali terribili cui risulta difficile rassegnarsi.
In altri termini, vanno accettate come dono anche le più terribili malattie? Quelle che nessuno si sognerebbe di contestare come grandi mali da evitare?
Il rifiuto del supermarket genetico deve necessariamente tradursi in una sorta di sacralizzazione della lotteria genetica?
La posizione di Sandel al riguardo è molto equilibrata e non arriva all’estremo della sacralizzazione del dato biologico naturale, egli si rende conto che l’intervento genetico curativo non contraddice un’etica del dono che non si proponga come passiva accettazione di qualsiasi cosa. Questo sembrerebbe aprire la strada all’uso dei test genetici per la diagnosi delle malattie ereditarie gravi per le quali in mancanza di terapie idonee la scelta di interrompere la gravidanza è ancora l’unica opzione possibile. Ma questo giudizio equilibrato del filosofo americano, se plausibile sul piano intuitivo appare, tuttavia, poco coerente col quadro argomentativo generale da lui proposto. Distinguere tra doni accettabili e immodificabili e doni inaccettabili e, quindi modificabili, resta pur sempre una scelta umana. A tal proposito, il richiamo a un pensiero teologico che distingue tra amore che accetta e amore che trasforma sembrerebbe minare alla radice il concetto di dono come dato assolutamente irrevocabile e indiscutibile. In realtà, quando opera la dialettica accettazione-trasformazione niente è più considerabile come dono in senso assoluto: anche quello che poi si finisce con l’accettare senza trasformazioni, nel momento in cui è stato sottoposto al vaglio della coscienza individuale già ha perso le caratteristiche della mera accettazione del dato naturale o del lascito divino. Il contatto con la coscienza etica individuale trasforma il dato subito passivamente in attivo processo morale e anche l’accettazione senza modifiche non è acritica subordinazione a una realtà imposta dall’esterno ma un esercizio responsabile di libertà morale.
Ma in questo modo non restiamo ancora pienamente nell’ambito, che si voleva superare, dell’etica liberale (e cristiana) di esaltazione della coscienza individuale?
Interpretare l’immodificabilità in modo assoluto significherebbe, infatti, negare fondamento morale alle terapie geniche pre-natali che potrebbero curare una malattia all’origine correggendone l’errore genetico che la determina. La difficoltà consiste nel non poter facilmente rendere coerenti premesse teoriche generali e concrete decisioni morali in quanto, così facendo, il diritto a un patrimonio genetico non modificato si trasformerebbe in un paradossale diritto a nascere malati!
Non possiamo credere che la condanna delle aberrazioni storicamente documentate dell’eugenetica di stato e di quella di mercato debba necessariamente estendersi anche a tali situazioni cliniche circoscritte e tradursi nella impossibilità di qualunque giustificazione morale valida. In altri termini si può immaginare un comportamento eugenetico che non sia dominato né dal mercato né dal potere politico ma sia frutto della scelta individuale, anche se di una scelta individuale ragionevolmente condivisa e giustificabile sul piano pubblico . In questo caso la valutazione morale non è pregiudizialmente negativa.
Si è visto come lo scegliere consapevolmente chi mettere al mondo non sia un obiettivo in sé deprecabile. Se la scelta è quella di privilegiare la nascita di un bambino di un sesso particolare con l’aborto selettivo del feto di sesso sgradito, la preferenza può essere esito di una discriminazione ingiusta, ma non è detto sia sempre così, essa può anche scaturire da un’opzione legittima e condivisibile. La discriminazione si concretizza quando alla base della scelta agiscono stereotipi socio-culturali che considerano preferibile avere un figlio maschio. Quando la preferenza è dettata dall’esigenza di bloccare la trasmissione di una malattia ereditaria correlata al sesso (ad esempio l’emofilia), è evidente che le cose cambino e con esse cambi anche la valutazione morale. La preoccupazione circa la salute futura del nascituro si pone, ovviamente, anche in relazione a malattie che hanno altre modalità di trasmissione non legate al cromosoma sessuale femminile e sondabili oggi attraverso test molecolari sempre più numerosi e di sempre più semplice esecuzione. Per regolare tali contesti si possono immaginare politiche diversamente ispirate.
Per evitare le discriminazioni sessuali in Cina, ad esempio, agli ecografisti è stato proibito di rivelare il sesso del feto ai genitori. In India, nel tentativo di modificare l’immagine pubblica femminile, sono state adottate, invece, strategie diverse che si pongono il problema più a monte con l’attivazione di programmi per migliorare l’educazione e l’indipendenza delle donne. Quando due persone sono consapevoli di essere portatrici del gene per la fibrosi cistica o per la talassemia e intendono prevenire la nascita di un figlio malato selezionando gli embrioni sani da impiantare in utero, non operano una discriminazione ingiusta né hanno di mira la purezza della razza. Non si tratta affatto di eugenetica, nel senso odioso assunto storicamente dal termine quale selezione imposta dal potere politico (spesso totalitario). Si tratta solo della scelta responsabile di chi vuole evitare di mettere al mondo un essere destinato a soffrire per un male terribile. Vale quanto anticipato prima: se in campo procreativo alcune scelte sono da disapprovare e da contrastare perché discutibili o addirittura odiose non è detto che altre non siano, al contrario, moralmente giustificabili.
Questo carattere di scelta autonoma di contro alla imposizione politica che pretende di rendere obbligatori determinati comportamenti, apre la strada alla decisione individuale, decisione che per essere ponderata e saggia ha bisogno di un minimo di conoscenza che consenta di capire su che cosa si sta per prendere posizione: questa informazione pur minima sulle caratteristiche dei diversi test diagnostici pre-natali viene fornita attraverso lo strumento della consulenza genetica.


6. L’autonomia delle scelte e la neutralità della consulenza genetica

Una delle caratteristiche riconosciute come fondamentali per una buona consulenza genetica in modo pressoché unanime è quella della cosiddetta non direttività, ossia l’impegno del consulente a non sovrapporre la propria morale all’etica del consultante. Nel caso delle principali malattie geneticamente trasmesse, si pensi alla beta-talassemia come esempio riferito alla realtà epidemiologica di alcune regioni italiane, i programmi di prevenzione sono stati efficaci nel ridurne l’incidenza. Ricordiamo che si tratta di una malattia autosomica recessiva comportante una grave forma di anemia che si manifesta in soggetti che hanno ricevuto da entrambi i genitori una copia difettosa del gene che codifica per l’emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi. Attraverso un’azione di screening volontario, in Sardegna si è molto ridotta la diffusione della beta-talassemia, detta anche anemia mediterranea. Per prevenire la nascita di bambini malati sono disponibili varie alternative:
a) si può evitare il concepimento tra due portatori;
b) si può ottenere un concepimento attraverso la fecondazione in vitro e fare una diagnosi pre-impianto;
c) si può eseguire un’analisi genetica a gravidanza in corso, tramite una NIPT (non invasive prenatal test) villocentesi e amniocentesi .
Si deve premettere che il fine di non mettere al mondo persone affette da anemia mediterranea è pressoché unanimemente condiviso e, sebbene sia interpretabile come un fine in senso lato eugenetico, abbia poco a che vedere con la squalificata eugenetica novecentesca. I problemi etici semmai si pongono al livello della scelta dei mezzi per raggiungere tale fine.
Se si analizzano le ipotesi prima elencate si nota che, per quanto attiene al primo punto le possibilità per evitare il concepimento tra due portatori sono varie. Si potrebbe imporre per legge una diagnosi prematrimoniale e concedere la licenza di matrimonio solo ai soggetti geneticamente sani (politica eugenetica nel senso classico e deteriore del termine). La coppia potrebbe spontaneamente decidere di separarsi per ricercare ognuno singolarmente un altro partner non portatore del difetto. La coppia potrebbe decidere di continuare a vivere insieme senza procreare, utilizzando vari metodi contraccettivi più o meno naturali o optando addirittura per la totale astinenza sessuale. Nella seconda situazione in cui si opta per il ricorso alla FIVET (nei paesi dove ciò è legale) si può praticare un test pre-impianto e procedere all’impianto solo in caso di risultato negativo (con una probabilità del 75%). Infine, nel terzo e ultimo caso, l’alternativa decisionale è tra interrompere o meno una gravidanza già avviata. Queste seppur parziali esemplificazioni di possibili situazioni concrete in cui si colloca la richiesta di un test genetico (tralasciamo di considerare la situazione di chi non chiede nessuna consulenza genetica e si affida al caso) dovrebbe essere sufficiente a chiarire il perché la consulenza non dovrebbe essere direttiva ma solo orientativa.
E’ fin troppo evidente la ragione per cui la consulenza non debba assumersi oneri normativi. Ci sono troppi valori importanti in gioco, per evitare interferenze indebite il consulente presenta il quadro biomedico e prospetta il ventaglio di opzioni procreative ma non ne nasconde la problematicità sul piano etico, anzi la illustra e ne rende edotto il consultante. La scelta finale tuttavia deve essere demandata ai diretti interessati. Il modo in cui si interpreta il rapporto di coppia, l’importanza che in esso si assegna all’avere figli, le opinioni morali sulle diverse modalità di contraccezione, i criteri etici con i quali giudicare la procreazione (come fatto eminentemente naturale o culturale), le convinzioni circa il grado di importanza della vita umana nascente, con i riflessi inevitabili nelle decisioni abortive, danno ragione di un’ampia gamma di opzioni morali e testimoniano di un pluralismo etico non riassumibile nella semplicistica dicotomia laici-cattolici.
Le scelte da prendere chiamano in causa la nostra identità più profonda e hanno a che fare col tipo di persone che vogliamo essere e con la comunità morale cui intendiamo aderire ed essere fedeli. In altre parole sono costitutive della nostra autonomia e dignità di persone.
Nell’ambito, infatti, di quella consulenza genetica che dovrebbe sempre precedere un test genetico (anche se nel nostro paese purtroppo questo non avviene sempre) il consulente dovrebbe, in analogia a ogni altro atto o proposta diagnostico-terapeutica, informare in primo luogo sulle conseguenze positive e negative del test che si va ad eseguire. Siccome si tratta di test che ci informano della nostra conformazione genetica e quindi forniscono informazioni utili sia a chi in prima persona si sottopone a indagine sia a tutti coloro che condividono per consanguineità la stessa linea genetica, il problema è essenzialmente di valutare se le conoscenze eventualmente acquisibili siano un fatto positivo o negativo: la scelta pregiudiziale è, quindi, tra il sapere e il non sapere . Intendiamoci, in tale ambito non è in discussione un’assenza di sapere ingenua e inconsapevole. L’ignoranza di cui si discute a proposito del cosiddetto diritto a non conoscere l’eventuale presenza di alterazioni patologiche del proprio corredo genetico, non è l’ignoranza inconsapevole ma è l’ignoranza a ragion veduta, ossia esito di una decisione ponderata.
Prendiamo il caso di scuola della cosiddetta corea di Huntington. Si tratta, come è noto, di una grave malattia degenerativa del sistema nervoso che sfocia nella demenza e che si presenta in età adulta, in genere dopo i 40 anni. La malattia, contrariamente alla talassemia, è di tipo autosomico dominante, ossia basta che la mutazione sia presente in uno solo dei due cromosomi in dotazione all’individuo per essere clinicamente manifesta, sebbene non in età precoce. Chi sa di avere un genitore affetto dalla patologia ha il 50% di probabilità di avere il gene difettoso e, quindi, di sviluppare la malattia. Se fa il test l’incertezza sarà azzerata nel senso di sapere se il gene è o no alterato, non facendolo si decide di restare nell’incertezza, vivendo la vita come viene.
Obiettivamente è difficile valutare e stabilire quale sia la decisione migliore. Inevitabilmente nella scelta entrano in gioco caratteristiche individuali e caratteriali che potrebbero indurre nell’una o nell’altra direzione. Chi opta per fare il test va incontro a una conoscenza che potrà sollevarlo da qualunque preoccupazione futura ma sa anche che potrebbe conoscere un destino spaventoso e per ora immodificabile (per la corea di Huntington non esistono ancora terapie efficaci). Tuttavia, potrebbe voler correre il rischio e ritenersi in grado di sopportare anche la notizia peggiore. Al contrario chi si astiene dal test preferisce l’ignoranza relativa, opta cioè per una situazione in cui conserva per entrambe le opzioni il 50% di probabilità. Non potendo conoscere la propensione al rischio e all’incertezza dei vari individui dobbiamo avere fiducia nel fatto che, adeguatamente messo di fronte all’alternativa tra sapere o non sapere, ognuno sia in grado di decidere cosa è meglio per sé. Alla tradizionale enfasi sul diritto a essere adeguatamente informati si affianca un nuovo e, a prima vista, paradossale diritto a non sapere che va oltre, e in qualche modo stravolge il precetto socratico che impone il conosci te stesso a partire dalla coscienza della propria ignoranza. L’ignoranza, infatti, era premessa, per il filosofo greco, di una ricerca di sempre maggiore conoscenza mentre, nel caso in questione, essa si tradurrebbe in una volontà di mantenere lo status quo conoscitivo. In questo caso io non solo so di non sapere ma voglio continuare a non sapere. Il paradosso di tale situazione è solo apparente. Come già accennato l’eventuale decisione di non conoscere il proprio status genetico si colloca alla fine di un percorso di consulenza genetica orientato a un consenso-informato. La persona, proprio perché correttamente informata dal consulente circa benefici e rischi dell’esecuzione del test, decide che è preferibile non sottoporsi all’indagine genetica cui era stata in un primo tempo indirizzata, con tutto quello che ne consegue.
Tutto questo non crea problemi se la scelta riguarda la propria salute e le conseguenze ricadono su se stessi, ma come valutare la cosa migliore da fare quando è in ballo il destino di un altro essere, soprattutto un essere in sviluppo come l’embrione? Nell’ultima parte di questo scritto si affronterà il problema dello statuto etico-giuridico dell’embrione.


7. Lo statuto etico-giuridico dell’embrione

Sulla questione si sono ormai consolidati tre punti di vista teorici alternativi.
Il primo considera l’embrione come essere umano con piena dignità di persona fin dal momento iniziale del concepimento. Il secondo, invece, colloca più avanti nel tempo l’acquisizione, da parte dell’embrione precoce, delle caratteristiche sensitive, cognitive e, secondo alcuni, metafisiche (anima) che darebbero luogo al riconoscimento etico. La terza proposta teorica, infine, coglie nel processo di sviluppo embrionale un parallelismo tra grado di complessità biologica e caratteristiche personali.
In precedenti occasioni ho mostrato una personale preferenza per quest’ultimo modello teorico che, nel negare all’embrione un’essenza fissa sul piano ontologico, gli riconosce, tuttavia le caratteristiche di un sistema vivente meritevole di una tutela che si accresce progressivamente e parallelamente allo sviluppo biologico .
Tali controversie teoriche sul valore della vita umana individuale prima della nascita (evento tradizionalmente interpretato come passaggio moralmente cruciale) hanno accompagnato il classico dibattito sull’aborto e, soprattutto, le più recenti polemiche correlate alla fecondazione medicalmente assistita. Negli ultimi tempi, tuttavia, l’uomo, oltre che interagire con feti abortiti e/o embrioni da impiantare in utero, è entrato in contatto, in qualità di sperimentatore biomedico, anche con cellule embrionali isolate, studiate per le loro caratteristiche di totipotenza interessanti da un punto di vista terapeutico.
Per ostacolare tali ricerche (sia quelle sugli embrioni che quelle sulle staminali), l’argomento principale avanzato dai sostenitori del carattere personale dell’embrione fin dal concepimento è quello della potenzialità. In altri termini, si sostiene che lo zigote, ossia la cellula uovo appena fecondata, deve essere considerato come se fosse già un individuo completamente sviluppato sia biologicamente che moralmente, in quanto il definirsi come organismo e come persona, pur non essendo ancora attuale ed evidente fenomenologicamente è, tuttavia, potenzialmente presente nella sua costituzione genetica. In questo ragionamento sono collegate tra loro due cose: la distinzione tra atto e potenza e la costituzione genetica, con quest’ultima considerata la forma potenziale dell’organismo completo.
Quindi, semplificando, si potrebbe dire che il genotipo è, in potenza quello che il fenotipo è in atto: una medesima sostanza vivente che si modifica esternamente con la semplice messa in opera di qualità interne da sempre a essa intrinseche.
Questa visione presenta alcuni limiti. In primo luogo, ha il difetto di ritenere il percorso evolutivo embrionale correlato esclusivamente all’informazione genetica mentre si sa che molti punti evolutivamente oscuri nell’embriogenesi chiamano in causa fattori non genetici. Le relazioni gene-organismo-ambiente, che costituiscono la cosiddetta epigenesi, sono, infatti, tali da mettere in crisi lo schema riduzionistico secondo cui, nel percorso formativo di un essere vivente dai geni all’organismo, si tratterebbe di un unico substrato (è questo il significato etimologico di sostanza) soggetto a trasformazioni nel tempo. Una considerazione più attenta dei risultati raggiunti dalla biologia contemporanea nega sia la sostanzialità che il carattere di necessità dello sviluppo embriologico e, più in generale, del rapporto genotipo-fenotipo.
L’epigenesi, quindi, oltre a non essere dettata esclusivamente dai geni, è anche un fenomeno contingente, ossia non avviene per necessità logico-deduttiva ma si svolge sul piano storico-narrativo.
In secondo luogo, la potenzialità, se presa veramente sul serio e in connessione con il determinismo genetico, è una teoria esplicativa che conduce a conseguenze paradossali. Nel caso della clonazione, ad esempio, applicare lo schema della potenzialità conduce a conseguenze paradossali. Il punto interessante scientificamente e generante il paradosso etico è che nell’ambiente citoplasmatico di una cellula uovo il nucleo differenziato di una cellula adulta si comporta come il nucleo indifferenziato di una cellula embrionale: ossia è in grado di riprendere un nuovo e indipendente cammino evolutivo (in termine tecnico si parla di sdifferenziazione).
Che cosa succede se si continua ad applicare lo schema esplicativo della potenzialità anche a tale fenomeno?
In linea teorica le cellule differenziate che compongono a miliardi un organismo vivente potrebbero tutte, potenzialmente, sdifferenziarsi e ritornare totipotenti, ricostituendo ognuna un organismo completo. Se così fosse, dovremmo considerare ogni cellula adulta rilevante moralmente come un individuo? Infatti, se è essenziale e sostanziale ai fini della valutazione morale solo quello che i geni sono in grado di fare, dove sta la differenza, in termini di pura potenzialità genetica, tra un embrione e una cellula adulta?
In realtà la nozione aristotelica di sviluppo ha delle caratteristiche ben precise, si tratta di un processo necessario, in quanto intrinseco alla natura dell’ente considerato, irreversibile e unidirezionale. In altri termini, il passaggio avviene sempre dalla materia alla forma e dalla potenza all’atto mai viceversa. Finché la differenziazione genetica cellulare è stata considerata irreversibile, il parallelismo tra potenza ed atto e genotipo e fenotipo ha retto. La clonazione, tuttavia, ha spezzato la simmetria, in quanto, come si è visto, la cellula adulta già differenziata può sdifferenziarsi e tornare indietro alla totipotenza originaria. L’analogia gene-potenzialità (almeno nel senso aristotelico) non è più perfetta e mantenerla a tutti i costi porta alla conclusione paradossale prima ricordata: ogni cellula (embrionale o adulta poco importa) se messa nelle condizioni adatte è potenzialmente persona, ergo andrebbe moralmente considerata e rispettata come tale!
I metafisici essenzialisti farebbero bene a tenere conto di questo: se vogliono salvare lo schema metafisico devono abbandonare il determinismo genetico, altrimenti le due cose affondano insieme e la seconda trascina con sé la prima.


9. Conclusioni

La contesa sull’embrione e sulle ragioni ontologiche ed etiche che ne consentano una ragionevole manipolazione biotecnologica è improbabile che si chiuda col raggiungimento di una teoria esplicativa totalmente condivisa da tutti. Realisticamente è molto più probabile che un dibattito iniziato agli albori della filosofia greca e passato, attraverso Tommaso d’Aquino, dal Medioevo ai giorni nostri sia ancora aperto e vivace per molto tempo ancora. La società civile e il giurista non possono certo attendere un accordo teorico che potrebbe non essere mai raggiunto, essi pretendono risposte certe e immediate, al fine di una produzione di regole pubblicamente condivise . Lo strumento del bilanciamento tra valori, elaborato originariamente dal giurista in sede costituzionale, potrebbe essere utilmente esportato nel mondo delle discussioni bioetiche. Si garantirebbe in tal modo la dignità e il rispetto per ogni valore (anche di quelli che non si condividono) senza effetti paralizzanti correlati a tentativi egemonici di un valore rispetto a tutti gli altri. Con un consenso minimo che si basa su valori comuni universali si potrebbero proporre normative in ambito bioetico che siano, allo stesso tempo, maggiormente condivise e durature nel tempo.
Adottando la prospettiva del bilanciamento alla questione su cui si discute in questo libro, ossia il giudizio etico sulle diagnosi genetiche pre-impianto, la valutazione analitica dei pro e dei contro mi sembra conduca a una cauta apertura verso indagini genetiche che preludano a un mancato impianto nel caso si riscontrino anomalie gravi e ben definite (quali la talassemia e la fibrosi cistica). Circoscrivere all’ambito delle anomalie gravi la possibilità di test genetici pre-impianto dovrebbe fugare i timori di una deriva eugenetica, troppo spesso evocata a sproposito per proporre veti inaccettabili in uno stato laico e tollerante.
 

 

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