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Genova, Festival di bioetica 2018

(intervento del prof. Pasquale Giustiniani, Facoltà teologica dell’Italia meridionale, sezione san Tommaso d’Aquino in Napoli)

 

1.     Provare ancora ad essere felici. Il paradosso della modernità è quello di voler creare la società del benessere, generando però, in alcuni casi, sentimenti di prostrazione e impotenza di fronte a tante malattie ancora non guaribili. Esso si scontra esattamente con il suo opposto, generando la necessità di comportamenti resilienti proprio nel­le giovani generazioni. Sono i giovani, in una società individualista e nichi­lista, fondata sui consumi e sul profitto, privati di quei diritti fondamentali, a provare ad essere felici. I dati del rapporto giovani 2014, spiega Ales­sandro Rosina, mostrano come la felicità derivi dalla possibilità di sentirsi partecipi ed attivi e nel riscontro positivo al tempo che essi impiegano nel fare le cose. La felicità non è legata al reddito, o al benessere economico, ma alla “produzione di senso e al riconoscimento sociale che si ottengono attraverso il proprio agire”.  Occorre costruire, in altre parole, “città del ben-vivere”: nel rapporto mondiale 2016 sulla Felicità l’Italia è, come ricorda Leonardo Becchetti, “l’ottavo peggior Paese nel mondo come declino della soddisfazione di vita nell’arco degli ultimi otto anni”, così come allo stesso tempo ricorda le tantissime buone pratiche disseminate in lungo e in largo per il paese a partire da un’innata generatività. “L’infelicità e la povertà di senso della vita sono dovute spesso alla mancanza di fantasia e di idee in grado di mettere in moto i nostri desideri e la nostra volontà”. La communitas è da considerarsi, oggi, “città dell’amicizia civile”, un’amicizia che, in nome dei diritti, è tra i cittadini, ma anche e soprattutto tra cittadini e ambiente..

2.     Una lezione dalla communitas monastica medievale. Oggi si potrebbe parlare dell’opuscolo sulla felicità, che viene ora presentato presso le edizioni ArteTetra di Capua, come di un testo a quattro, o più, mani; ma nella tradizione monastica medievale si usa scrivere lo stesso testo come su un palinsesto, soprattutto con l’intervento di coloro che, nella comunità, svolgono l’ufficio di archivista o bibliotecario. Alle origini, ci sono infatti le riflessioni tenute, in uno dei suoi soggiorni alla Christ Church di Canterbury, da Anselmo davanti al capitolo (= luogo della comunicazione orale, dove il monaco confrontava la propria vita con la Regula) dei cenobiti di Cluny. Perspicace a acuto di mente e dolce nell’eloquio – così l’apostrofa Eadmero nell’Epilogo – Anselmo, dunque, può essere ritenuto l’Autore principale delle note che Carmela Bianco ed io, nell’imminente edizione, abbiamo intitolato, un po’ ad effetto, “Il segreto della felicità”, anche perché del medesimo tema ritroviamo versioni analoghe in altri scritti del monaco-segretario (Dicta Anselmi, c. 5; De humanis moribus per similitudines, cc. 48-71, oltre che in vari passaggi del Proslogion). Ma lo spessore delle riflessioni proposte qui dal Maestro è tale che venga presto richiesto a chi, nella comunità, svolgeva il compito di “segretario” – nel nostro caso, Eadmer, o Eadmero, di Canterbury (che viene pregato, appunto, dal monaco e amico Guglielmo) – di mettere presto in scritto, cioè in bella forma letteraria, quelle riflessioni svolte a voce; quindi, più che di una trascrizione ad litteram, che peraltro lo stesso trascrittore giudica non all’altezza, si può perciò parlare di messa in scritto di un palinsesto orale anselmiano che, a sua volta, sarà tramandato da bocca a orecchio e di copia in copia, fino a giungere a noi, persone del contesto ultramoderno e ipertecnologico, e tuttavia ancora desiderose di ottenere una qualche vittoria sul dolore, o di poter conseguire benessere, salute e, come si dice nel dibattito bioetico più recente, buona vita all’interno di un biosistema eco-antropologico. La salute umana, infatti, è pensata oggi, soprattutto nel dibattito bioetico, “sempre più nella logica di un progetto che riguarda il benessere fisico, psichico e sociale della persona”[1]. Più che assenza di malattie, essa si configura perciò come benessere e, insieme, come ben-vivere: un vero e proprio esercizio di felicità, da intendere come insieme di prassi e di pratiche miranti all’obiettivo di uno stile di vita il più possibile sereno. Chi non vorrebbe, allora, un’esistenza felice? Esistono dei suggerimenti plausibili per trasformare ogni aspetto della vita quotidiana in un buon vivere? Per rispondere a simili domande, non è inutile confrontarsi con testi e contesti del passato remoto e recente i quali, pur non avendo ancora specifici sensibilità salutistiche o bioetiche, mostrano comunque l’intenzione di offrire dei veri e propri vademecum del benessere, anzi addirittura della felicità tout court. Spesso si trovano testi di questo tipo in ambiente ascetico e monastico, in contesti, cioè, in cui operano e vivono coloro che, come stile di vita, perseguivano un ideale ascetico (anche dal punto di vista alimentare), con lo scopo di raggiungere non soltanto la felicità, ma addirittura la beatitudine eterna. Ecco perché ci è sembrato utile portare idealmente il lettore nel periodo a cavaliere dei secoli XI e XII, entrando in contesti di tipo benedettino, caratterizzati, proprio in quegli anni, da un’ampia discussione sugli stili di vita e sugli esercizi più consoni per raggiungere, appunto, l’auspicata meta della beatitudo.

3.     Una nuova triade terapeutica. L’opuscolo medievale ci aiuta a trovare una triade terapeutica da sostituire alla ancora troppo diffusa triade dolore-sofferenza-paura, indicando nei termini resilienza-generati­vità-felicità, da svilupparsi a livello comunitario, la possibilità di un qualche riscatto. Detto altrimenti, attraverso le prove, le crisi, i dolori e le sofferenze dello stesso pianeta, le comunità sono competenti e capaci di catalizzare le risorse necessarie ad affrontare le sfide e ad essere “comunità resistenti”. In quest’orizzonte trova posto anche il FIL, Felicità interna lorda, proposto dal re del Buthan e particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, che misura non solo il PIL, bensì la qualità dell’aria e i rapporti sociali, i quali non sono in produzione e non si possono acquistare con un incremento del reddito: non si tratta solo di sganciare il benessere dalla quantità dei consumi, ma di misurare il benessere stesso con criteri etici. Al biopotere, fondamento dello Stato moderno, si deve sostituire nei fatti il governo come welfare, il governo del benessere e della moralità, dei rapporti so­ciali, della felicità. Quest’ultimo termine, particolarmente interessante, ci dà anche una nuova prospettiva sulla biopo­litica: è probabilmente il desiderio di felicità, inteso come richiesta di sta­bilità sociale e garanzia di diritti primari, di ciascun individuo, e l’impossi­bilità o la negazione di essa, nella quotidiana esperienza umana, a conferire senso al discorso sul dolore e sulla sofferenza. Ma fondamentalmente è una richiesta di felicità, all’origine, quindi un sentimento positivo, che il dolore ci mostra sotto la richiesta di aiuto anche e proprio alla politica. Richiesta di aiuto tale, allora, da dover riconsiderare la stessa biopolitica non come possesso dei corpi, ma, come affermerebbe Stefano Rodotà, una politica in grado di guardare alla vita “con partecipazione, umana pietas, non iden­tificandosi con il paternalismo o l’imposizione”. È proprio il non-senso del dolore a rafforzare la richiesta di felicità o, dal punto di vista politico, di benessere da parte di un cittadino globale, che si scopre profondamente solo e insicuro, stretto nella morsa, tutta occidentale, del rapporto tra sfera privata e pubblica, di una libertà individuale sempre maggiore da una parte e di una insicurezza collettiva dall’altra, tale da creare sofferenza, insta­bilità esistenziale e personale, incapace di vivere luoghi precisi e perso in “non-luoghi”, cioè “spazi privi di espressioni simboliche di identità, relazioni e storia”.

4.     Fragilità e ricerca istituzionale della felicità. La fragilità e la vulnerabilità dell’essere umano cercano nelle istituzioni un porto sicuro. La vita di ogni uomo nella società attende risposte sicure a domande concrete, quali il senso della felicità, la realizzazione della felicità, la virtù, le scelte educative, la qualità del vivere insieme. Le istituzioni devono operare onestamente e comunicare la verità, ma per raggiungere questi impegnativi obiettivi, non devono mai perdere di vista il rispetto della persona e della sua intimità, a garanzia della tutela della sfera privata. C’è, invero, uno strettissimo rapporto tra felicità personale e istituzioni. La felicita è senz’altro della persona singola, ma dipende dalla qualità della vita della comunità, dalla qualità dell’ambiente e dell’ecosistema. L’uomo, come scriveva David Hume, rimarrà infelice fino a quando non metterà vicino a lui una persona con cui dividere la sua felicità: tutti i valori che maggiormente coinvolgono, antropologicamente, filosoficamente, l’essere umano, e che sono identificabili con i termini di sicurezza, felicità, affidabilità, giustizia, ordine, hanno, nella tradizione biblica, un solo nome che, in un certo senso, li compendia tutti: shalom, pace. La pace di un’istituzione è il frutto della sua pienezza di vita, intesa come esperienza fondata su un modello di ordine e di giustizia: è frutto della coerenza con essi. Perché no, di un ordine ecosistemico e, purtroppo, oggi sin troppo fragile, tale da invocare il riconoscimento del “principio-fragilità”.

5.     Cosa è la salute vera? Si legge in Eadmero: ecco “ciò in vista di cui tutte le altre cose sono dagli uomini ricercate: bellezza, velocità, forza, libertà, salute, piacere, vita lunga. Se poi, in tali beni, ce ne sono alcuni che i servi di Dio non solo non vanno ricercando, ma in questa vita si sforzano con grande impegno di sfuggire, come sono, ad esempio, la bellezza del corpo o il piacere corporeo, comunque fanno ciò non perché per natura essi non li vogliano, bensì per non offendere in qualche modo in essi Iddio… In precedenza abbiamo affermato che dagli esseri umani viene amata la salute. E di essa, che cosa di meglio si potrà dire se non ciò che il Salmista canta, affermando: “La salvezza dei giusti viene dal signore?” (Sal 36 [37], 39). Per chi mai, poi, verrà dal Signore la salute vera, che sarà in grado di eliminare l’infermità? In verità, di questa salute, che nell'età futura avremo, non vedo quale esempio potrei addurre in maniera che si comprenda quale essa sia, poiché nulla della salute, che adesso io potrei ad essa comparare, ho io in me, o qualcuno che vive in una carne mortale percepisce in se stesso. Allora, infatti, ci sembra di essere in salute, quando nulla percepiamo in noi che ci arrechi dolore. Ci sbagliamo, tuttavia, abbastanza in questo. Difatti, frequentemente noi siamo infermi in qualche parte del corpo, né tuttavia questo, senz’aver nulla preventivato, noi lo percepiamo se non per un movimento del corpo, o per qualche tatto. E di coloro che non diventano infermi in questo modo, ma sotto qualunque aspetto si percepiscono esser sani, cosa possiamo dire se non provare che essi sono, e insieme non sono, sani? Immàginati, dunque, uno sanissimo nel corpo e indaga sulla sua salute: egli è sano, a suo giudizio. Questo tale, un po’ di tempo dopo, sia toccato più a fondo, oppure in qualche parte del suo corpo sia costretto con maggior dolore; vedrai immediatamente che egli si lamenterà: sì, tu mi fai male, tu mi sfibri[2]. Che cosa è mai ciò? Non diceva, un istante prima, di stare bene in salute? E adesso, seppur solo toccato leggermente, egli si lamenta con tanto dolore. Forse ti sembra davvero in salute costui? Non lo credo. Nessuna salute di tal tipo, dunque, ci sarà data se non a coloro a cui la salute venga promessa per il futuro in modo speciale dal Signore. “Infatti Dio aspergerà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più né lutto, né lamento, né alcun dolore, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 34); “e non avranno calore, ne soffriranno più sete, né picchierà su di loro il sole, né alcuna calura” (Is 49,10; Ap 7,16); “con la destra infatti Dio li proteggerà e col suo santo braccio li difenderà” (Sap 5,16[3]

 

[1] C. Bresciani, v. Salute, in G. Russo (a cura di), Nuova Enciclopedia di bioetica e sessuologia, Elledici-Velar, Leumann (To)1922-1927, qui 1923.

[2] La fenomenologia dolorosa o le febbri che accompagnano lo stato di malessere sono descritte in maniera vivace, anzi si aggiunge, con una certa “modernità”, che non sempre l’assenza di dolore è da ritenere sintomo dell’assenza di patologie.

[3] Migne rinvia a Sap 5,2.17.

 

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