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Capezzuto su Festival 1

Copyright © Istituto Italiano di Bioetica
qualsiasi riproduzione non autorizzata è vietata

 

La salute è un bene indivisibile e globale

Eugenio Capezzuto

 

I Festival di Bioetica
28 – 30 agosto 2017
Villa Durazzo
Santa Margherita Ligure - Genova

 

 

Dal 28 al 30 agosto 2017 si è tenuta nella splendida cornice di Villa Durazzo di Santa Margherita Ligure, la prima edizione del Festival di Bioetica, organizzato dall’Istituto Italiano di Bioetica in collaborazione con il comune di Santa Margherita Ligure, con il patrocinio e la partecipazione del Consiglio dei Ministri – Comitato Nazionale per la Bioetica, di Unicef, Unesco Chair in Bioethics, Biogem, Ecoistituto ReGe, Università degli Studi di Genova.
“Il programma del I Festival di Bioetica, in tre giornate dense, affronta la salute in relazione all’essere umano, all’ambiente e agli animali. Questi ambiti non sono indipendenti tra loro, ma esiste un filo rosso che li unisce. La salute è un bene indivisibile e globale. Basti pensare a come le recenti emergenze ambientali ci abbiano mostrato, indubitabilmente, la necessità di uscire da una visione antropocentrica e l’impossibilità di separare il nostro benessere da quello dell’ambiente e da quello delle altre specie viventi. La stessa nozione di ‘qualità della vita’ deve essere ridefinita in relazione a parametri più ampi che corrispondano agli interessi non solo dell’umanità attuale ma anche delle generazioni future, dell’ambiente e degli animali, i nuovi soggetti morali emergenti dalla bioetica. Il Festival della Bioetica intende, pertanto, promuovere una nuova filosofia di vita imperniata su una visione complessiva dei rapporti tra la nostra specie e il mondo vivente e che ponga al centro la salute di entrambi in ragione del nesso indissolubile che li lega”.(1)

Questo messaggio di Armonia tra uomo, ambiente e animali è stato ben espresso dal pittore Enrico Merli attraverso la bellezza e l’equilibrio del suo dipinto, che fa da sfondo alla locandina col programma completo del I Festival della Bioetica.
 

 

Hanno partecipato ai tavoli tematici esperti, docenti universitari, professionisti e studiosi che hanno messo a confronto saperi, esperienze e visioni su tre macro aree osservate in relazione alla salute: l’essere umano, l’ambiente, gli animali.
Non è mancato l’intrattenimento affidato a due giovani valenti musicisti Lorenzo e Jacopo Famà che insieme ai quadri degli artisti Luisa Conte, Franco Gorlero, Mauro Martini e Enrico Merli, esposti nella mostra VitArte di Villa Durazzo, hanno aggiunto il fascino delle loro note e dell’arte alla bellezza dei contenuti del Festival.
 

 

Prima giornata 28 agosto: Uomo e salute

Il titolo della Giornata “Uomo e salute” intende “sottolineare che le questioni più rilevanti e drammatiche della bioetica riguardano ciascuno di noi, maschi e femmine, sia come singoli individui che come specie umana e richiedono, quindi, un impegno condiviso in termini di etica della responsabilità”. (2)

I tavoli si avvicendano, a partire dalle ore 10 nel salone di Villa Durazzo, spaziando dagli stili di vita al testamento biologico. Gran parte della giornata è dedicata ai temi che riguardano le donne. Si parla infatti di maternità in relazione alle nuove tecnologie e di Medicina di genere.

1- SALUTE E STILI DI VITA

Coordina Claudia Frandi, Psicologa clinica, psicoterapeuta, responsabile sezione di La Spezia dell’Istituto Italiano di Bioetica. Partecipano: Gloria Bardi, Docente di Filosofia e Storia al liceo classico di Savona, membro dell’Istituto Italiano di Bioetica di Genova; Claudia Bighin, Dirigente medico oncologo al Policlinico Ospedale San Martino – Genova, presidente della sezione Liguria dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica – AIOM; Gianluca Ottomanelli, Vice presidente provinciale IP.AS.VI. La Spezia, Segretario Nazionale Nursing S,I.G.O.T. (Società Italiana Geriatria Ospedale Territorio). Responsabile Servizi Infermieristici Aziendali settore privato.

La psicologa C. Frandi dà inizio alla prima sessione di lavoro sottolineando quanto gli stili di vita e la salute sono diventati, oggi, centrali nell’organizzazione anche della vita familiare, e quanto la comunicazione rispetto alla prevenzione, promozione della salute, e le giuste informazioni, per esempio, su una sana alimentazione e buoni esercizi fisici, sono diventati, più di quanto non lo fossero una volta, importanti per l’impostazione della vita delle persone. In questo mondo vasto e variegato di informazioni, non sempre corrette, che ci giungono dal Web e da altre emittenti, è necessario che le persone conoscano le linee che si possono seguire, e le persone competenti a cui affidarsi. La coordinatrice dà quindi inizia al dibattito, scegliendo di partire dall’alimentazione che tutti noi sappiamo, già da tempo, ormai, quanto sia trasversale poi ai diversi fattori che vanno ad influire sul benessere quotidiano. Dà la parola all’oncologa C. Bighin: “Sicuramente l’alimentazione è un tema fondamentale per la prevenzione di svariate patologie, e per quanto riguarda il mio campo d’interesse, sta diventando ormai cosa scientificamente provata come un’alimentazione sbilanciata per l’assunzione ricca di grassi animali, aumenta il rischio di molte neoplasie, non soltanto a livello del tratto gastroenterico, che già da alcuni anni si conoscono, come il tumore del colon, ma, per esempio, per quanto concerne il tumore della mammella, abbiamo dei dati scientifici che mostrano che una dieta ricca di grassi animali crea uno sbilancio rispetto agli altri nutrienti”. Ciò non significa che in una dieta bisogna eliminare i grassi animali, ma solo che bisogna ridurli. “È stato infatti dimostrato che una dieta povera di grassi animali riduce il rischio di sviluppare per la prima volta un tumore (si parla di prevenzione primaria), ed anche il rischio di sviluppare le recidive in pazienti che hanno già avuto un tumore (prevenzione secondaria). Quindi il tema dell’alimentazione è fondamentale, e che, viceversa, non c’è nessun dato scientifico che supporti l’utilizzo di una dieta per ridurre il rischio di tumore o addirittura per curare quando il tumore è già presente”. Come possono allora i cittadini difendersi dalle tante informazioni sulle più disparate diete, e, soprattutto, su quelle che promettono la guarigione da un tumore? Spesso ci si imbatte in domande disperate da parte di pazienti affetti da tumore che, presi dall’angoscia della morte si lanciano a sperimentare diete, ad esempio, dieta alla ricotta, ecc. Come fa il cittadino a reperire delle informazioni, e noi professionisti come possiamo porci in maniera etica, bilanciata davanti a domande di questo genere? Quotidianamente sia i mass media sia, ancora di più, i social network sono ricchi di notizie che ci portano a credere che se noi facciamo una dieta che elimina un certo alimento, oppure che introduce solo un certo alimento, possiamo addirittura guarire da un tumore, magari in fase avanzata.
“Questa è una cosa, in termini bioetici, molto cattiva, perché ci sono persone molte fragili che abbiamo di fronte, e che si affidano in buona fede a persone che non sono assolutamente preparate. Quindi, bisogna rivolgersi innanzitutto al proprio medico e, se si è in cura già per un tumore, parlare con il proprio oncologo, o parlare con un nutrizionista del centro dove si viene seguito”. Non bisogna mai affidarsi a persone che vendono delle false speranze, e ci dicono che se facciamo una dieta alcaica, che è molto pubblicizzata, possiamo curare un tumore semplicemente eliminando tutti i cibi acidi. Purtroppo il meccanismo di progressione di un tumore è molto complesso, non è basato esclusivamente sullo stato alcaico o acido della persona, purtroppo affetta da tumore. Quindi, sicuramente, la dieta migliore per prevenire un tumore è la nostra dieta mediterranea, specie la dieta del Sud Italia, che è la dieta più composta da tanti nutrienti, in primis la fanno da padrone la frutta e la verdura che, come dice l’OMS, riducono il rischio di molte malattie non solo tumorali, ma anche cardiovascolari, metaboliche, ecc. “Quindi l’unico messaggio che voglio dare è questo: Non fidiamoci mai di chi dice di eliminare un certo alimento o di introdurre solo un certo alimento. Ci sta prendendo in giro nella maggior parte dei casi”. Il dott. G. Ottomanelli parla della sua personale esperienza di cura degli anziani. “Il nostro compito è trovare delle soluzioni alimentari che debbono tenere conto anche dei bisogni dagli anziani”. Certo, ad una persona anziana, malata di diabete, bisogna eliminare gli zuccheri dalla sua alimentazione, ma non del tutto, perché dobbiamo tener conto anche del momento del piacere legato all’assunzione di un cibo. “Questo tema dell’anziano, si fa più grave quando l’anziano è affetto da una malattia di Alzheimer”, aggiunge la prof.ssa G. Bardi. La diffusione della conoscenza, della sensibilizzazione sociale su questo tipo di malattia è in crescendo, e finora non è guaribile. Il malato di Alzheimer crea un disagio per l’intero nucleo familiare che se ne fa carico. Il problema dell’alimentazione diventa anch’esso un momento di difficoltà. Spesso, e questo è importante, nel cibo risiede un piacere, e quindi è importante tenerne conto per la qualità di vita dell’anziano malato di Alzheimer, che ha tutta una serie di limitazioni e di impossibilità di fruizione di altri beni. Altro problema è che l’anziano malato di Alzheimer non ha più la soglia della sazietà, e questo crea un’ulteriore grande difficoltà per la famiglia, che molto spesso si sente in colpa, si sente cattiva, avverte un disagio nel dover rispondere al malato che ha già mangiato un certo cibo, mentre egli sostiene di non averlo mangiato. Ad oggi, spesso sono i familiari del malato di Alzheimer che vengono a chiedere aiuto, magari in terapia, per avere quel supporto rispetto a cosa debbono fare di questo sentimento. Qui è facilmente immaginabile il ruolo degli infermieri, che è quello di entrare a contatto con la parte emotiva della famiglia, e dare ai familiari le informazioni, i consigli che li aiutino a mettersi in comunicazione con il mondo della persona, che in quel momento porta una malattia con sé. Si, questa è la parte difficile del mestiere, dice G. Ottomanelli, nel senso che entrare in comunicazione, non solo con pazienti ma anche con caregiver, non è semplice. E’ utile innanzitutto far comprendere ai familiari che possono fidarsi di noi. La presenza dei familiari, specie quando i malati sono ricoverati in istituti, dove non si riesce sempre a fare quello che i familiari possono fare nella propria casa, è importante perché la famiglia conosce la storia del paziente e ci aiuta a ricordare che il malato, ad esempio, amava mangiare la ‘farinata’, suggerendoci così di darglielo perché gli procura un benessere psicologico. Questo per noi infermieri è molto importante, perciò mettiamo sempre al primo posto l’individuare dei bisogni della persona. Anche sull’Alzheimer stiamo facendo delle ricerche sui bisogni della persona. L’oncologa C. Bighin interviene nel dibattito sottolineando l’importanza della comunicazione nel processo di cura. “Le difficoltà etiche che incontrano i sanitari che operano in queste situazioni sono tantissime. La facoltà di Medicina e anche le Scuole di Specializzazione non ci preparano affatto a parlare con il paziente. Per quanto la comunicazione si faccia sul campo, essa è legata, purtroppo, allo stato attuale, alla buona volontà di chi segue il paziente. Noi oncologi ci troviamo di fronte al problema della comunicazione della diagnosi. La prima diagnosi, per fortuna non è sempre infausta, ma nella stragrande maggioranza dei casi, per quanto riguarda, ad esempio, il tumore alla mammella, la diagnosi comporta uno choc iniziale, ma per fortuna vi sono tante terapie, tante possibilità di guarigione, e durante i vari incontri che abbiamo con i nostri pazienti riusciamo in qualche modo a stemperare. La stessa problematicità è quella legata alla comunicazione ai familiari della neoplasia accertata del proprio congiunto. Il momento peggiore che noi viviamo ogni giorno, che ci cambia la nostra vita, è comunicare al paziente e soprattutto ai suoi familiari la mancanza di speranze terapeutiche. Le parole le dobbiamo trarre da noi, dalla nostra capacità di empatia con la persona, perché spesso è difficile rispondere alle domande che ci vengono poste. Per esempio, la madre di una paziente affetta da neoplasia alla mammella, alla quale stavo comunicando che non c’erano più speranze terapeutiche, mi chiese: «Mia figlia potrà mai diventare mamma?». Di fronte a domande di questo genere la bioetica diventa proprio la capacità di entrare in empatia con l’altro. Purtroppo non esiste una ricetta. La risposta in quel momento ti viene spontanea, frutto della tua esperienza, del tuo vissuto. “Ritengo che lo stesso avvenga quando si comunica ai familiari di un paziente la diagnosi del morbo di Alzheimer”, dice la prof.ssa Bardi, che al riguardo precisa che”quando la comunicazione entra nel primo momento in cui si manifesta l’Alzheimer già diagnosticato e conclamato, il paziente è ancora in grado di capire e ancora capace di fare delle scelte. In questo caso abbiamo avuto diversi episodi: Ronald Regan, ad esempio, annunciò la sua malattia e lasciò la politica; un pittore decise di dipingere autoritratti, attraverso i quali volle testimoniare l’evoluzione della sua malattia. Questi autoritratti non sono solo di interesse artistico ma anche di interesse neurologico.
Un altro problema riguarda le decisioni sul futuro: qualora dovesse succedermi che…, non voglio essere rianimato. Questa può essere e, spesso, è una posizione. Oppure voglio entrare in una sperimentazione, teniamo conto che al presente non esiste un farmaco in grado di guarire l’Alzheimer, quindi io voglio entrare nella sperimentazione perché in ogni caso ritengo di avere una possibilità. Ecco tutto questo può essere deciso, e tutto questo può rendere opportuna ovviamente, viste le condizioni psicologiche, anche culturali, sociali della persona che si ha davanti, non sulla base di un modello astratto. Altro problema che sorge è che non esiste ancora una possibilità di previsione dell’Alzheimer, la diagnosi c’è e si fa ancora solo attraverso un esame autoptico, ma esiste la possibilità di individuare lo stato che configura un rischio di Alzheimer. Allora nel momento in cui non esiste una guarigione, ha senso comunicare al paziente la possibilità, il rischio, non la certezza, di una malattia di questo tipo? Rimane un residuo di vita, e questo non può essere intossicato da questa comunicazione. Quindi, anche in questo caso, le questioni sia etiche sia assistenziali e di cura sono questioni veramente difficili da affrontare”. Nella nostra professione, interviene G. Ottomanelli, “ci si trova spesso di fronte a situazioni critiche e differenti tra loro che ci portano a fare delle scelte comportamentali differenti. Spesso ci troviamo di fronte a problemi etici, mi viene da pensare al problema del dolore. È da poco tempo che riusciamo ad essere un po’ più presenti. “Mi sono trovato di fronte ad un paziente morente che soffriva anche di un grandissimo dolore. Ho chiesto al medico: facciamo un po’ di morfina? E il medico mi guarda e dice: ma lo sai che la morfina abbassa gli atti respiratori, poi il paziente muore? Ed io: Ma muore mezz’ora prima”. Su questo aspetto non voglio discutere, però dico che noi operatori sanitari dobbiamo affrontare queste problematiche con molta professionalità, competenza e responsabilità. Oggi la salute non è più quella di una volta, sono cambiate tante cose, sono cambiati i ruoli degli attori all’interno dell’azione della salute: in primo luogo il paziente, un paziente che non si rivolge più direttamente al medico come un tempo. ma si informa sul suo stato di salute attraverso il computer. Questo è grave, perché se è vero che è bene informarsi, e altrettanto ricorrente il rischio di pensare ad un foruncolo, mentre invece si ha un tumore. Anche il ruolo del medico è cambiato, si affida sempre più nella sua diagnosi alle conclusioni di esami diagnostici, realizzati con potenti macchine che il progresso tecnologico ha prodotto, quali Tac, Risonanza, ecc.. Il progresso scientifico tecnologico ha permesso anche che all’uomo si possano sostituire organi, che si può nascere mediante tecnologie riproduttive assistite, infine ha consentito che si allungasse la vita dell’uomo. Ma ciò può essere pericoloso, perché se è vero che aumenta il numero degli anziani è altrettanto vero che sono sorti nuovi problemi a livello assistenziale, strutturale, economico ecc. Questo progresso in ambito medico, chirurgico, aggiunge l’oncologa Bighin, ci fa anche pensare un po’ che siamo immortali, quindi accettare la morte diventa difficilissimo, soprattutto quando non si è convinti di aver fatto tutto quello che c’era da fare. Purtroppo ci troviamo di fronte al momento della comunicazione e della gestione delle ultime fasi della vita. Riguardo al problema dei malati terminali e del dolore, in Italia che è sede della Chiesa, abbiamo difficoltà ad accettare “non di far morire, ma di lasciar morire”, che è cosa diversa. La Chiesa cattolica si è schierata contro l’accanimento terapeutico e parla di accompagnamento alla morte, che è la strada che noi oncologi seguiamo”. La prof.ssa Bardi precisa che “Esistono malattie inguaribili, non malattie incurabili, la medicina, pertanto, è ancora attiva nel momento in cui la malattia diventa dolore”. Riguardo alla malattia di Alzheimer chiarisce che essa è una conseguenza dei progressi della medicina, che se da un lato ha allungato la vita media, dall’altra ha prodotto il manifestarsi di questa malattia che i neurologi prevedono si diffonderà sempre più nel futuro. Nel momento in cui la vita media dovesse arrivare a 90 anni, tutti o quasi si ammalerebbero di Alzheimer. Quindi è un qualcosa che ci chiama ad essere preparati a gestire.
Dopo questo ampio dibattito nel quale è stato rivolto lo sguardo al futuro, alla morte, la coordinatrice si sofferma poi sull’importante problema della comunicazione in maniera puntuale degli stili di vita ai giovani, sul come comportarsi, ad esempio, di fronte all’uso dell’alcool così diffuso oggi tra i giovani, che ne sono dipendenti in grande percentuale, e di fronte al fumo. L’oncologa Bighi, risponde illustrando un progetto di stile di vita per i giovani promosso dalla Associazione Oncologica denominato «Non fare autogol». “Questo progetto ha coinvolto a livello nazionale le squadre di calcio della serie A, e in ogni città un calciatore e un oncologo sono andati insieme nelle scuole medie a parlare dello sport come modello di vita attivo, e hanno fatto capire ai giovani che se lo sport viene praticato in maniera corretta, esso è un buon metodo per prevenire tante brutte abitudini, in primis: «uno sportivo agonistico non fuma». Il 30% delle neoplasie è determinato dal fumo di sigaretta, ma anche le malattie cardiovascolari, ischemiche sono determinate dal fumo di sigaretta, ed esso ha un ruolo nel peggioramento del morbo di Alzheimer. Perciò gli obiettivi del progetto «Non fare autogol» sono prevenire l’abitudine al fumo e all’uso smodato di alcool. Bere il sabato sera fino allo sballo è diventato purtroppo una moda. L’alcool non dovrebbe essere assunto sotto i 16 anni, perché i ragazzi non hanno gli enzimi epatici, e l’alcool, pertanto, rimane più tempo in circolo e può fare danno. I ragazzi che guidano i motorini dopo aver bevuto alcool sono sicuramente più a rischio di un adulto per la loro maggiore difficoltà a smaltire l’alcool. Certo non basta per noi adulti insegnare ai giovani principi morali, dobbiamo anche testimoniarli. Un papà che beve e poi si mette alla guida della sua auto non è un buon esempio per i figli. Sono messaggi semplici, ma efficaci. Oggi alle dipendenze da alcool, fumo si aggiungono le crisi di panico dei nostri giovani, e i disturbi alimentari. È importante educare i giovani ai saperi lenti (storia, filosofia) e non a quelli frenetici (informatica). Così come è importante recuperare il significato della solitudine come momento di riappropriazione di se stessi. I nostri giovani sono invece abituati ad una comunicazione continua. Anche un po’ di noia fa bene. Sembra invece che per loro tutto debba essere pieno, anche il corpo deve essere pieno di tatuaggi. C’è poi l’aggressione dei suoni. Questi stimoli eccessivi possono provocare difficoltà, crisi di panico. Noi adulti siamo responsabili dei comportamenti dei giovani, dobbiamo essere per loro delle guide autorevoli, offrire loro regole costruttive, e non umorali, perché essi possono conseguire il loro equilibrio psicofisico. Un esame di coscienza della nostra generazione va fatto”.

2- MATERNITA’ E NUOVE TECNOLOGIE RIPRODUTTIVE

Coordina Alessandra Fabbri, docente di ruolo nella scuola pubblica, dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. Partecipano Sandra Morano, Ginecologa, ricercatrice universitaria nella U.O. Ginecologia ed Ostetricia dell’Ospedale Policlinico S. Martino di Genova, presso il quale ha creato e diretto il primo Centro Nascita Intraospedaliero in Italia; Assuntina Morresi, Prof. Associato di Chimica Fisica e Presidente del Corso di Studio Magistrale in Biotecnologie Molecolari e Industriali, Università degli Studi di Perugia.

Questa seconda sessione di lavoro, coordinata dalla prof.ssa A. Fabbri, affronta l’importante tema della maternità e delle nuove tecnologie riproduttive, al quale è data particolare attenzione in ambito bioetico. Già a partire dagli anni ’70 si era avviata una discussione sulle tecnologie di riproduzione assistita, perché esse, da un lato, implicano per la prima volta una possibile manipolazione del corpo femminile, e dall’altra, rappresentano un mezzo di parziale liberazione della donna dall’alienazione sociale dei loro corpi. Da allora, si è passati da un’utopia di liberazione femminile alla riconsiderazione delle specificità femminili, e quindi ad una valorizzazione della maternità e delle sue cure. Su questo tema interviene per prima la prof.ssa A. Morresi, la quale spiega che con le tecniche di fecondazione in vitro si introduce una novità radicale nella maternità: per la prima volta nella storia dell’umanità, è possibile che una donna partorisca un figlio non suo. Il parto non è più prova certa della maternità, ed è possibile per un bambino avere fino a cinque teoricamente anche sei “genitori” sommando coloro che possono dare un contributo biologico al concepimento e chi invece rivestirà questo ruolo socialmente. Cambia radicalmente il paradigma fondante della genitorialità: si è genitori non perché si genera fisicamente un figlio, ma perché si ha l’intenzione di averlo, e sarà un contratto fra tutte le parti a stabilire il ruolo di ciascuno, un contratto “per sempre”, ossia che nessuno potrà mai annullare . Nel nuovo scenario disegnato dalle tecniche di fecondazione in vitro, quella nota come “utero in affitto” è la forma contrattuale in cui la frammentazione della maternità, in particolare, è più evidente e cupa, dove il nuovo mercato del corpo umano emerge in tutta la sua crudezza, in un vero e proprio commercio di donne e bambini, nonostante talvolta si tenti di nasconderlo dietro la maschera della”donazione altruistica”.
La seconda relatrice, la ginecologa S. Morano, parte da uno scenario che, fino a qualche anno fa, era abbastanza futuribile. “Quotidianamente una serie di film ci mostrano l’immagine di una società al limite della distruzione, veicolano un paradigma di società in cui bisogna procreare di nascosto, perché la procreazione viene controllata o vietata”. Questo scenario è ormai attuale nella nostra società contemporanea, perché in essa assistiamo ad una vera “difficoltà procreativa”. Non si procrea più, si adottano perciò gli animali, si festeggia il compleanno degli animali, e così via. Certo gli animali sono da sempre gli amici degli uomini, però rappresentano in qualche modo un surrogato di questa difficoltà a generare. L’allontanamento dalla maternità spinge anche alcune donne a ricercare bambole, che hanno le sembianze di un neonato e riproducono i vari atteggiamenti di un neonato, sembrano veri neonati, per accudirle come se fossero propri figli. “Che cosa succede oggi alle donne per quanto riguarda la maternità? Da una parte abbiamo questo scenario che ormai non è più tanto così futuro, ma attuale, della maternità in commercio o comunque dell’incentivo a produrre una nascita fuori dal corpo materno, dall’altra abbiamo a quanto pare da parte della donna qualche cosa che la allontana dalla maternità, e questo non sono io a dirlo, ma è qualcosa che ha cambiato la concezione, che era solo della madre, del figlio, al massimo della sua famiglia, del suo corpo, che lei conosceva intimamente, e che è cambiata proprio all’inizio del secolo scorso”. Anche il parto naturale familiare è diventato ospedalizzato. C’è stata una rivoluzione epocale. Se guardiamo i primi apparecchi del 1960, che utilizzano gli ultrasuoni, in possesso dei ginecologi, anch’essi hanno favorito una decorporeizzazione. “Ciò che prima la donna sentiva ed avvertiva nel proprio corpo, e dava notizia agli altri di essere incinta, oggi viene comunicato da uno schermo, da un saggio delle urine; qualcuno le dice, molto prima che lei possa sentirlo o capirlo, che è incinta. Tutto viene decorporeizzato, portato su degli assi cartesiani che mi fa vedere un’immagine, che non è mio figlio, ma ciò che è riprodotto dagli impulsi ecografici, ma attraverso questa immagine io vedo il mio bambino. E questo negli anni ha portato ad una personalizzazione del feto ‘fuori di me’. Il feto ‘fuori di me’ viene acquisito come mio figlio dall’esterno”. La piaga dei parti cesarei è un altro momento di decorporeizzazione. La donna, oggi, non vuole riconoscere che ha un canale del parto, ha una struttura nel suo bacino che nel corso dei millenni si è affinato in modo da permettere la fuoriuscita meravigliosa del suo bambino dal suo corpo. Di tutto questo le donne non ne vogliono sapere. “Ormai le nuove generazioni vogliono solo qualcuno che le aiuti a tirare fuori il loro bambino e al più presto: «in mezz’ora il mio ginecologo ha fatto tutto», si sente dire. In questo modo si vuole disconoscere questa capacità riproduttiva, affinata in milioni di anni. Solo negli anni ’80 avevamo un 11% di cesarei in totale, come è che siamo arrivati a questo picco? Solo negli ultimi due, tre anni stiamo continuando leggermente a scendere, ma siamo arrivati al 38% dei cesarei negli anni scorsi, che significa che noi eravamo, come Cipro, il paese in Europa al top di cesarei. In questo l’Italia ha ormai la maglia nera, insieme ad alcuni paesi dell’Est Europa e il Portogallo. Nel sud Italia, la Campania che era la regione più prolifica, la regione più semplicemente votata alla maternità, è a livelli più estremi, picchi dal 60 al 90 % di parti cesarei, a seconda che si va in ospedale o in clinica privata convenzionata. Questa situazione si verifica in tutti i paesi europei che finora avevano una tradizione di parti naturali. “Però com’è che in Italia, proprio le donne italiane accettano di avere questa maglia nera? Pur non essendo avvenuto nessun mutamento antropologico, che gli scienziati ci assicurano avviene ogni sei, sette milioni di anni, le donne evidentemente hanno ceduto a questo cambio di paradigma della procreazione e della maternità. Una cultura della sicurezza ha portato prima all’ospedalizzazione del parto, poi alla sanitarizzazione, poi a un modello ospedaliero, un modello che è molto rigido, non soddisfacente e costoso”. In effetti è stato ormai dimostrato, cosa che non sapevamo prima, che, invece, i migliori risultati si ottengono fuori dall’ospedale, in strutture molto semplici, o fuori dall’ospedale, strutture che sono gestite da ostetriche molto preparate che selezionano donne a basso rischio. Questi luoghi sono centri di nascita, strutture molto familiari che assicurano sempre degli esiti favorevoli e con bassissimo ricorso ai cesarei”. La relatrice mostra al pubblico una foto di un parto con l’assistenza di una ginecologa sotto una tenda di rifugiati, questa foto, ella dice, “dovrebbe farci ricordare ogni giorno che è nostro dovere etico migliorare la sostenibilità e ridurre le ineguaglianze. E questo si può avere con una formazione che non vede più le ostetriche e i ginecologi contrapposti, ma invece uniti nell’assistere in questo modo. Il volto delle ginecologa si presta all’unione di tutta la scienza da una parte e la percezione dei bisogni che tutte le donne vogliono esprimere”. Quindi il futuro della maternità è lungo, non solo delle tecniche, ma anche di tutto quello che noi, oltre alle battaglie che abbiamo fatto finora, dobbiamo ancora fare. Però c’è bisogno di una profonda riflessione sulla donna a cui seguano azioni, ma anche passioni, ricordando che la radice di passione è patire, ma patire nel senso di essere dentro, quindi di partecipare e di sentirsi pienamente da una parte responsabile, e dall’altra al centro di un disegno di cure che rispetti bene i bisogni delle donne”.

3- MEDICINA DI GENERE

Coordina Giovanna Badalassi, Economista, componente del Direttivo dell’Istituto Italiano di Bioetica, nell’ambito del quale si occupa delle tematiche relative alle politiche di genere e all’economia della cura. Partecipano: Laura Amoretti, Consigliera di Parità della Regione Liguria, in particolare, promuove interventi mirati all’inclusione sociale e alla pari dignità ed opportunità professionale nel rispetto delle differenze di genere; Anna Graziella Burroni, dermatologa, professoressa presso la Clinica dermatologica dell’Università di Genova; Stefano Domenicucci, Direttore del Dipartimento di cardiologia dell’Azienda Sanitaria Locale 3 “Genovese”, membro del Consiglio Direttivo dell’ANMCO; Valeria Maria Messina, Specialista in Medicina Interna e Ematologia Generale, Medico di famiglia. Presidente provinciale Genova della Società Italiana Medicina Generale (SIMG), consigliere e referente Commissione Pari Opportunità dell’Ordine professionale dei Medici di Genova (OMCeOGe).

“La donna e lo sguardo di genere ha anch’esso un ruolo decisivo in questa prima giornata del Festival, a partire dalla medicina di genere, dice la coordinatrice, la dott.ssa G. Badalassi. È assolutamente necessario una nuova impostazione di tutti i settori della medicina che siano sempre più attenti alle differenze di genere”. La prima relatrice, dott.ssa V. M. Messina, ritiene che spetti al medico di famiglia il compito di promozione della salute oltre che di trattamento e cure: “pregiudizi legati ad una vecchia cultura che non prevede una ‘tipizzazione’ di genere rischiano di rendere non idonei i suoi atti. La non conoscenza della Medicina di genere, l’inadeguata formazione universitaria, la mancanza di sperimentazioni farmacologiche e studi clinici, nonostante gli accorati richiami dell’OMS, rischiano di rendere vana l’azione di prevenzione e cura di patologie ad alto impatto sociale, quali le malattie cardiovascolari o l’osteoporosi”. Sintomi d’esordio, procedure diagnostiche e trattamenti possono differire tra i due generi. La Medicina di genere è la scienza che studia l’influenza del SESSO (accezione biologica) e del GENERE (accezione sociale) sulla fisiologia, fisiopatologia e clinica di tutte le malattie per giungere a decisioni terapeutiche basate sull’evidenza sia nell’uomo che nella donna. “La Medicina di genere non è la medicina della donna, anche se la maggiore inappropriatezza delle cure riguarda il genere femminile. La ministra Lorenzin si è recentemente espressa, durante la II Giornata Nazionale della Salute della donna (Roma 2017) sulla necessità di inserire la promozione della Medicina di genere tra le priorità in campo medico. La variabilità e unicità degli individui porterà al superamento della Medicina di genere per giungere ad una medicina genere specifica, tarata sull’individuo e sulle sue precipue caratteristiche genomiche. Le parole della Prof.ssa Giovannella Baggio, Presidente del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di genere, cattedra di Medicina di genere di Padova, esortano ad operare questo grande passaggio culturale: «è assolutamente necessaria una nuova impostazione di tutti i settori della medicina che siano sempre attenti alle differenze di genere, poiché la Medicina di genere non è un settore per pochi, ma è la riscrittura e la pratica di tutta la medicina declinata in base alle differenze di genere. Si deve allora passare dalla Medicina di genere alla Medicina genere specifica»”. La dermatologa A.G. Burroni interviene sull’aspetto della “inappropriatezza delle cure che riguarda il genere femminile, affermando che essa si riscontra anche in alcune malattie cutanee, le quali hanno una valenza completamente diversa in funzione del sesso di appartenenza, basti pensare all’alopecia androgenetica: segno di virilità nell’uomo, elemento di confusione di identità di genere e danno imponente dell’immagine corporea della donna. La dermatologia è disciplina prodiga di spunti per declinare la Medicina di genere. Le differenze nella struttura e nella fisiologia della pelle, l’effetto degli ormoni sessuali, l’etnia, il comportamento socioculturale e i fattori ambientali possono interagire per determinare le differenze tra i due sessi. Gli epidemiologi ci segnalano che i maschi sono più frequentemente affetti da malattie infettive da precancerosi; mentre le donne sono più sensibili ai problemi psicosomatici, ai disturbi pigmentari, a patologie dei capelli, e soprattutto alle malattie autoimmuni e allergiche. L’utilizzo da parte del dermatologo di farmaci potenzialmente teratogeni crea una forte discrepanza tra la possibilità di curare un maschio rispetto ad una femmina”.
La seconda relatrice dott.ssa L. Amoretti cita l’articolo 28 del dgls 81/2008 che rafforza anche in Italia, i percorsi intrapresi “per fare salute partendo dal genere”. A questo proposito, per la prima volta, si riconosce nella valutazione dei rischi sul luogo di lavoro anche quelli collegati allo stress lavoro correlato, connesso alle differenze di genere, di età, di provenienza da altri paesi. “Nella società odierna il contributo della donna al mondo del lavoro è sempre più rilevante con possibili quadri di disagio, di stress o tensione fisica e possibili ricadute sulla salute: tra i fattori di rischio, il sovraccarico materiale e psicologico (dalla casalinga, alla donna con un lavoro esterno, alla donna immigrata con difficoltà di inserimento sociale) può contribuire ad incrementare le patologie di genere femminile. Ecco quindi che oggi sempre più si deve parlare di medicina di genere, universalmente riconosciuta come una branca importante ed essenziale della medicina”. Il cardiologo S. Domenicucci dice che “la gestione delle diverse patologie cardiovascolari deve tener conto di differenze tra uomo e donna nella epidemiologia e fisiopatologia delle cardiopatie e nella loro manifestazione clinica: tali differenze si esprimono anche a livello degli effetti dei trattamenti messi in atto e, di conseguenza, sull’esito di tali trattamenti. Tali differenze derivano da una diversità biologica tra uomo e donna (differenze legate al sesso), ma anche da fenomeni socioculturali che influenzano il comportamento, la esposizione a fattori ambientali, l’alimentazione e lo stile di vita (differenze legate al genere). Le società scientifiche cardiologiche, rappresentate in primo luogo in Italia dall’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri, devono quindi promuovere un’appropriata “cardiologia di genere” sia nell’ambito degli operatori e istituzioni sanitarie che nella popolazione”. L’economista G. Badalassi spiega perché sia decisivo attribuire una centralità alla donna quando si parla di salute, per una serie di connessioni - dirette e indirette – in vari ambiti, da quello organizzativo fino a quello economico. “Parlare di economia, di donne e salute può sembrare a prima vista un accostamento di argomenti molto distanti tra loro. In realtà sperimentiamo ogni giorno nel nostro vissuto quotidiano una relazione continua e costante tra questi argomenti”. Le donne hanno un ruolo ancora predominante di caregiver nelle nostre famiglie, e rappresentano i principali soggetti erogatori del lavoro di cura per bambini, anziani, mariti, parenti, ecc. All’interno del lavoro di cura rientra anche la tutela della salute dei propri cari, che le donne spesso esercitano in virtù di quel ruolo femminile ancora oggi definito da un modello educativo familiare molto stereotipato: pensiamo al ruolo delle donne nella preparazione dei pasti quotidiani nelle famiglie, nella cura in termini di accudimento, valutazione dei sintomi, erogazione di farmaci, accompagnamento dei familiari presso vari servizi sanitari, ecc. Le donne, inoltre, hanno una propria specificità sia corporea che psicologica, che richiede un’attenzione particolare da parte della Medicina di genere, per riconoscere le differenze tra donne e uomini in termini di sintomi, psicologie, dosaggi di farmaci, ecc. Per non parlare poi della questione legata alle gravidanze, all’età anziana e al maggior numero di anni di non autosufficienza che caratterizza le donne. “Il connubio donne e salute è molto stretto, e merita di essere approfondito e analizzato nella sua specificità, sia sociale, per quanto riguarda la differenza di ruoli tra donne e uomini nella nostra società, sia sanitario in merito ad uno sviluppo della ricerca e della pratica medica e farmacologica più attenta alle specificità femminili”. L’economia in questa prospettiva rappresenta una variabile particolarmente condizionante secondo differenti punti di vista. È immediato, infatti, riflettere sui costi della sanità, sull’efficacia delle prestazioni mediche, ma occorre anche valutare bene come le differenze sociali e sanitarie tra donne e uomini possono portare non solo ad un risparmio di spesa ma anche ad una maggiore efficacia ed efficienza dei servizi, riducendo il consumo delle risorse ed indirizzandole ad una cura più mirata e specifica. Ad esempio molti farmaci tarati sul peso medio maschile, sono sovradosati per le donne, e potrebbero essere ridotti, con beneficio sia per le pazienti che per i costi. Favorire la prevenzione di determinate patologie tumorali femminili consente di intervenire in tempo non solo tutelando meglio la salute delle donne, ma anche ricorrendo a strumenti di cura meno invasivi e, di conseguenza, anche meno costosi. Esiste inoltre una forma di alleanza invisibile tra la capacità di cura delle donne e la capacità di cura del sistema sanitario. È stato infatti dimostrato, ad esempio, come un buon accudimento degli anziani ne protegge la salute e riduce considerevolmente le patologie degenerative, anche in questo caso ottenendo il doppio beneficio rivolto sia al paziente sia ai costi sanitari. “Si tratta solo di alcuni esempi che permettono però di comprendere come questo argomento, ancora affrontato a livello pioneristico in Italia, vada approfondito e studiato in tutte le sue peculiarità e, soprattutto, meriti, di essere preso in considerazione nelle decisioni politiche a tutti i livelli”.

4- FINE VITA E TESTAMENTO BIOLOGICO

Coordina Ivana Carpanelli, Dottore magistrale in Scienze infermieristiche, componente del Comitato Etico Ligure, Segretario generale e legale rappresentante dell’Istituto Italiano di Bioetica. Partecipano (nella I parte): Michele Schiavone, Presidente della Commissione di Bioetica dell’Ordine dei Medici di Imperia, e Professore emerito di Bioetica nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Genova; Giovanni Palumbo, docente di medicina legale, bioetica e storia della medicina presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Genova. Partecipano (nella II parte): Franco Henriquet, Presidente Associazione Gigi Ghirotti di Genova organizzazione non lucrativa per l’assistenza domiciliare e in hospice di malati in necessità di cure palliative; Carlo Casonato, professore ordinario di diritto costituzionale comparato all’Università di Trento, dove è responsabile scientifico del progetto Biodiritto; Carlo Pasetti, medico chirurgo, specialista in Neurologia e Neuropsichiatria infantile, direttore scientifico Centro Europeo di Bioetica e Qualità della Vita, UNESCO Chair in Bioethics, Italian Unit.

La coordinatrice dott.ssa I. Carpanelli introduce i relatori partecipanti a questo tavolo tematico, che esaminano sul piano normativo ed etico il “Fine vita e Testamento biologico, questioni delicatissime e di attualità anche per l’esame in parlamento della legge dedicata”. Nel breve tempo dedicato a questo tema nella prima parte, il prof. M. Schiavone, muovendo da un’analisi dello statuto epistemologico della bioetica ne sottolinea “la complessità in quanto in una situazione intermedia tra scienza ed etica”. Successivamente esprime valutazioni critiche sul disegno di legge sul testamento biologico. Il dott. G. Palumbo traccia un breve excursus sul concetto di responsabilità del medico nelle varie epoche, con particolare riferimento alla evoluzione di tale problematica dalla seconda metà del millenovecento ai giorni nostri. “Ciò è anche in parallelo alla comparsa ed evoluzione della bioetica, nonché alla rivoluzione tecnologica in medicina ed alle ripercussioni che tutto ciò ha avuto sul rapporto medico-paziente. Rapporto oggi connotato da una così forte conflittualità che, anche, in Italia, si è recentemente reso necessario promulgare una legge specifica sulla responsabilità in ambito medico sanitario”.
Nella seconda parte, il dott. F. Henriquet evidenzia in apertura “la crescente incidenza di malattie croniche quale causa prevalente di morte con un percorso di malattia che copre un arco di tempo decisamente più lungo rispetto ai tanti secoli che hanno preceduto l’attuale e quello appena trascorso. Contemporaneamente la morte avviene in grande prevalenza in istituzioni di ricovero sotto la competenza e responsabilità medico sanitaria, ove sono ridotti gli spazi di autodeterminazione della persona malata. In questo contesto si pone la richiesta sempre più presente di una legge che dia la possibilità di scelta delle cure di fine vita alla persona che in piena coscienza e consapevolezza decida di sottoscrivere una dichiarazione anticipata di trattamento”. Su questo punto il dott. Henriquet fa alcune considerazioni critiche sul testo di legge approvato dalla camera dei Deputati nel giugno del 2017. “La legge sul testamento biologico si attende nel nostro Paese ormai da molti anni e molti disegni di legge sono giacenti in Parlamento in attesa di essere discussi per diventare legge dello Stato. Negli Stati Uniti leggi in materia sono ormai operanti sin dai primi anni novanta e in Europa sono in vigore nella gran parte dei suoi Paesi. La legge sul Testamento biologico si propone di dare la possibilità di scelta delle cure sanitarie anche a chi è privo di coscienza e si trova in una situazione di un evento morboso o trauma che prelude alla fine della vita o che può porlo in una condizione di grave menomazione fisica e psichica con prevedibile perdita irreversibile dell’autonomia e della vita di relazione. La possibilità consiste nel redigere una determinazione di volontà in un momento antecedente all’evento che lo renderà incapace a esprimere la sua facoltà di scelta. Con questa legge si potrà far valere il diritto di scelta dei trattamenti sanitari anche a chi nel momento della scelta non è in grado di farla, garantendone il diritto alla pari di chi in piena consapevolezza può esercitare questo diritto. La libertà di scelta è fondata sul principio etico dell’autodeterminazione, condiviso ormai universalmente, un principio che riconosce alla persona il diritto di poter accettare o rifiutare i trattamenti sanitari che lo riguardano. È il principio che ha sostituito quello passato, di origine ippocratica, della beneficialità o del paternalismo medico, secondo il quale spettano solo al medico le decisioni delle terapie che ritiene più idonee nell’interesse del malato. Solo il medico sarebbe quindi l’arbitro delle scelte dei trattamenti e legittimato a porlo in atto. I cambiamenti dei principi etici in medicina sono venuti al passo della stessa evoluzione medica e dei nuovi rapporti che si sono stabiliti tra chi cura e chi è curato. Nel mondo occidentale oggi i due terzi delle persone muoiono per malattie croniche, cioè con percorsi di malattia non brevi, proprio grazie a una medicina che mette in campo sempre nuovi mezzi atti a procrastinare la vita anche in situazioni di grande criticità. Inoltre i due terzi delle morti avvengono in ospedale o istituzioni sanitarie diverse sotto responsabilità e competenze sanitarie, ove meno facilmente si può far valere la volontà di chi vi è ricoverato È un contesto che favorisce quanto oggi si denuncia, pur con tutte le riserve del caso, come accanimento terapeutico. L’opportunità e l’urgenza di avere una legge che favorisca più estesamente l’espressione della volontà della persona e quindi l’esercizio di un suo inalienabile diritto è da vedersi alla luce di questo contesto. La proposta di legge presentata alla camera dei Deputati e approvata nel Giugno 2017 dal titolo “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” consta di 6 articoli. Personalmente ritengo ci siano due punti che potrebbero mettere a rischio il fine principale della legge che è quello del pieno rispetto della volontà di chi sottoscrive l’atto. Il primo punto è nel comma 7 dell’articolo 1 che recita «Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali». È ovvio che non si possono esigere trattamenti sanitari contrari a norma di legge, a salvaguardia della incolumità degli altri, ma per il resto si cadrebbe nella piena discrezionalità del medico o di chi per lui perché le norme richiamate, oltre a quelle di legge, potrebbero essere stabilite secondo una personale interpretazione dell’esercizio della professione, secondo su ciò che si intende sia meglio per il malato in accordo al principio etico del paternalismo medico, secondo la propria coscienza che esula dal volere del malato. Il secondo punto è nel comma 5 dell’articolo 3 dove si prevede che le DAT possono essere disattese qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione in grado di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. È una via che potrebbe dare facilmente l’opportunità per non applicare la volontà del malato dal momento che nel numero sempre crescente di nuovi farmaci o altri trattamenti sanitari si troverà sempre qualcosa che potrebbe migliorare le condizioni di vita del malato. Sono rilievi critici che richiamano l’obiezione di coscienza, un tema che non si evince esplicitamente nella legge ora passata alla camera, ma che mi pare sia mascherata nella sostanza nei due punti critici considerati”.
Il prof. C. Casonato tratta delle “criticità che si incontrano in tutti gli Stati (come l’Italia) che, da un lato, riconoscono il diritto di rifiutare i trattamenti sanitari, ma, dall’altro, vietano l’assistenza al suicidio”. La narrazione delle storie di Gloria Taylor (Canada), di Daniel James (Inghilterra) e di Fabiano Antoniani (Italia) mettono in luce le contraddizioni presenti negli ordinamenti che “negano alle persone consapevoli e capaci il diritto di gestire le fasi finali della propria esistenza”. Il prof. C. Pasetti, tratteggia brevemente i sintomi della Malattia di Alzheimer e della Malattia di Parkinson, che costituiscono le patologie maggiormente disabilitanti nell’età presenile e senile, oltre che comportare le più onerose problematiche gestionali e socio assistenziali. “Pur richiamandosi ad eziopatogenesi diverse ed estrinsecatesi all’esordio con fenomenologia clinica differente, le due malattie, particolarmente nelle loro fasi avanzate, spesso tendono ad embricarsi e confluire l’una nell’altra, pur rimanendo profondamente diverse nell’approccio etico decisionale che le caratterizza. La malattia di Parkinson infatti può lasciare un discreto margine di consapevolezza al paziente, e quindi consentire la stesura di eventuali Direttive Anticipate, mentre la malattia di Alzheimer rende sul piano pratico molto difficile o impossibile l’impiego di tale strumento, non solo per le informazioni non sempre corrette ricevute sulla diagnosi e la prognosi o per il deterioramento cognitivo di per sé, ma soprattutto per l’impossibilità di cambiarle all’ultimo momento, oltre che per il problema ancora non risolto dell’eventuale cambiamento dell’identità personale con la progressione della malattia”.

Agorà, il bene salute

I lavori della prima giornata, che si è svolta lungo l’asse tematico della salute intesa come bene collettivo e quindi estesa al gruppo, all’ambiente circostante e in generale alla terra come preparazione del futuro, continuano in Piazza Caprera, nel cuore della città, “«perché la Bioetica non è una disciplina riservata a pochi ma riguarda il quotidiano di tutte le persone» . L’Agorà è stata idealmente intesa (ogni sera) come spazio di sedimentazione delle riflessioni proposte nel corso di ciascuna giornata ad un pubblico numeroso e attento.
Coordina questo primo dibattito pubblico sul bene salute, la scienziata Silvia Giordani, professore associato di Chimica organica presso l’Università degli di Torino. Partecipano: Don Paolo Farinella: biblista e scrittore, è specializzato in Teologia Biblica, Scienze Bibliche e Archeologia con studi a Genova, Verona, Milano e Gerusalemme, dove ha studiato lingue orientali bibliche. Pubblicista del Fatto Quotidiano, la Repubblica e MicroMega; Antonio Guerci, titolare della Cattedra UNESCO “Antropologia della salute, Biosfera e sistemi di cura”; Gianmarco Veruggio, Dirigente di Ricerca del CNR, nel 2000 ha fondato la Associazione Scuola di Robotica; Lorenzo De Michieli, docente universitario presso la Facoltà di Economia in Innovazione e Trasferimento Tecnologico di Genova; Giorgio Macellari, docente nella scuola di Specializzazione in Chirurgia, Università di Parma.

P. Farinella: “Il concetto di salute come bene nella Bibbia non è mai un valore individuale, ma una prospettiva estesa al gruppo (clan/tribù), all’ambiente circostante e in generale alla terra come preparazione del futuro. Non a caso in ebraico “salute” è connessa con “salvezza” che è il nome proprio del “Messia”, colui che porta la salute/salvezza che è già qui, ma non è ancora realizzata perché si compirà nel futuro. Vi è qui una visione modernissima della responsabilità intergenerazionale perché il futuro è concepito nel passato e consegnato attraverso il presente. Il genere umano (Adam) ha la stessa origine fisica e semantica della terra (ademàh) per cui la loro sorte è reciproca solo in una assunzione di cura vicendevole. Prendersi cura della terra nella sua accezione più ampia è curare la salute come bene essere della persona e del genere umano nel suo complesso. Nessuno si può salvare da solo, ma la salvezza è possibile solo insieme”.
A. Guerci: “L’inedita situazione demografica che ci troviamo oggi ad affrontare fa sì che non abbiamo alcuna esperienza storica delle popolazioni che invecchiano e che le relative politiche devono essere ‘prese alla cieca’. Si tratta pertanto d’un esercizio di prospettiva tanto più difficile da realizzare in quanto deve coinvolgere il lungo termine e che occorre rifuggire dalla doppia tentazione di ricercare un passato fossile e d’anticipare un futuro morto. Sfogliando i trattati di gerontologia e geriatria dell’ultimo secolo vengono estrapolati i pochi elementi comuni che i differenti studiosi hanno evidenziato al fine di promuovere un invecchiamento attivo”.
G. Veruggio: “A differenza di altri sistemi tecnologici, la robotica realizza macchine intelligenti ed autonome che non sono soltanto oggetti tecnologici ma sempre più soggetti dotati di capacità decisionali. Per questo le ricerche e le applicazioni nel settore della robotica di servizio applicata al medicale, alla biorobotica e alla robotica per l’assistenza sollevano inquietudini e perplessità. Di quale grado di autonomia dovremmo dotare i robot? Quando è etico sostituire esseri umani con macchine nell’assistenza e cura di altri uomini che, proprio in condizioni difficili, avrebbero bisogno di un sostegno emotivo?”.
L. De Michieli: “La robotica sta introducendo nuovi e rivoluzionari modi di fare riabilitazione, già ora attraverso le prime macchine per uso clinico e personale, come esoscheletri per pazienti con lesioni al midollo spinale o al cervello, nel futuro attraverso le neuroprotesi, dispositivi impiantabili in grado di sostituire o ripristinare la funzione di aree del cervello e del sistema nervoso centrale. Il bacino di potenziali beneficiari è enorme e in costante crescita, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione: in Europa ci sono circa 300.000 persone con lesioni al midollo spinale e 11.000 nuovi pazienti ogni anno, in USA 12.500. A questi si aggiungono circa 8.700 casi di ictus fra Europa ed USA. In questo ambito si inserisce la collaborazione tra l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e INAIL, che nel 2013 dà origine al Rehab Technologies Lab di IIT, un laboratorio finalizzato a trasformare le tecnologie robotiche di avanguardia in prodotti industriali ad alta tecnologia nell’ambito della protesica e della riabilitazione, che siano in grado di migliorare la qualità della vita dei pazienti, superando barriere fisiche e culturali. Il goal è sviluppare tecnologie e dispositivi “Made in Italy” che siano più sostenibili sia per il Sistema sanitario Nazionale, sia per i pazienti”.
G. Macellari: “Nell’ultimo mezzo secolo la medicina è stata attraversata da almeno tre grandi rivoluzioni. Dapprima la rivoluzione bioetica, sulla spinta di straordinari progressi tecnologici che hanno però alimentato dibattiti e interrogativi sulla loro legittimità morale. Quindi la rivoluzione copernicana che ha tolto il medico dal centro dell’universo sanitario per sostituirlo con il malato e conferirgli la piena autonomia e autodeterminazione in tema di scelte per la salute, non senza però aver alimentato resistenze, neutralità o indifferenza ostile. Da ultimo la rivoluzione più recente, della quale non tutti gli attori che operano nella galassia sanitaria sembrano aver mostrato piena contezza: la sostituzione del vocabolo “malato” con il termine “persona malata”. Un’impercettibile sottigliezza semantica, ma in realtà una radicale innovazione culturale che ha aperto le porte alla medicina della persona e alla necessità di rivedere i percorsi formativi degli operatori sanitari e delle dirigenze politico amministrative”.

Seconda giornata 29 Agosto – Ambiente e salute

I tavoli si avvicendano, a partire dalle ore 10 nel salone di Villa Durazzo, spaziando dagli interventi sull’ambiente e salute, alla responsabilità umana per l’ambiente. Altro campo degli interventi è quello sulla vivibilità nelle nostre città. La città, deve essere non solo una città vivibile ma anche una città vissuta, una vera vita cittadina con la riaffermazione dei diritti dei cittadini alla salute e alla giustizia. Altro tema di riflessione è quello sul diritto all’ambiente e diritto dell’ambiente.


1- AMBIENTE E SALUTE

Coordina Gianfranco Porcile, Oncologo, Referente regionale per la Liguria di “ISDE Italia” (Medici per l’ambiente), Ecoistituto REGE. Partecipano: Valerio Gennaro, Oncologo, epidemiologo dei tumori presso l’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro (IST); Francesca Di Gioia, membro dell’Istituto Italiano di Bioetica della commissione scientifica dell’Istituto REGE; Franco Meschini, professore associato presso l’Università del Salento. Si interessa del pensiero filosofico e scientifico moderno, di biblioteconomia e di bibliografia.

Il programma della prima sessione della seconda giornata di lavoro, coordinata dall’oncologo G. Porcile, ha per tema “La salute in rapporto all’ambiente”. I danni e le emergenze ambientali stanno compromettendo la vita del nostro pianeta: accumulo di sostanze tossiche biopersistenti nella filiera alimentare, disastri naturali e di origine antropica, effetto serra, mutamenti climatici, urbanizzazione, perdita di biodiversità, “un rapporto conflittuale dell’uomo con la Terra, dove egli si comporta più da padrone, che da figlio della madre, e sembra dimenticare che la biosfera non gli è stata data in dono, ma rappresenta soltanto un prestito che deve restituire ai propri figli e discendenti. La letteratura scientifica a questo proposito è vastissima e sarebbe impossibile anche soltanto una sintetica soluzione: ci piace ricordare soltanto la recentissima enciclica di Papa Francesco “Laudato si”, che, con la Sua Ecologia Integrata conferma in chiave teologica ed escatologica tutte le acquisizioni scientifiche in materia di problematiche ambientali planetarie e di salute globale.
Anche senza riferirci alle catastrofi naturali, è oggi evidente che molte malattie sono collegate al degrado ambientale. È ormai consolidata la letteratura scientifica che dimostra come stili di vita corretti siano la base per una vita lunga e sana: i principali sono attività fisica, astinenza dal fumo di tabacco, consumo moderato di alcool, alimentazione variata e corretta. Accanto a questi quattro fattori importantissimi e irrinunciabili, sono ormai dimostrati avere un ruolo non secondario per la salute umana altri determinanti di salute: sociali, economici, ambientali, culturali, ecc. In particolare gli inquinanti ambientali, dall’inquinamento atmosferico e del suolo derivante da uno scorretto smaltimento dei rifiuti, a quello di origine industriale, a quello di origine da traffico su gomma, all’uso di fitofarmaci in agricoltura, volendo citare soltanto le principali, svolgono un ruolo altrettanto importante nella eziopatogenesi delle malattie, da quelle neoplastiche a quelle cardiovascolari, da quelle respiratorie alle malattie neurovegetative. Che l’ambiente sia un importante determinante di salute, forse il più importante, è dimostrato anche da un recente documento pubblicato dall’OMS che attribuisce all’ambiente il 25% delle patologie mondiali. In particolare ogni anno vi sono 12,6 milioni di morti nel mondo per colpa dell’inquinamento. I responsabili sono l’inquinamento dell’aria, acqua, suolo, esposizioni chimiche, cambiamenti climatici, radiazioni ultraviolette. Più frequenti risultano ictus e malattie cardiovascolari. Quest’ultimo dato può sorprendere perché siamo abituati a ritenere di origine ambientale le malattie neoplastiche: dai recenti dati epidemiologici a livello mondiale queste vengono confermate, ma si rivelano in termini quantitativi più importanti le malattie cardiache e circolatorie. Un altro inquinamento che spesso dimentichiamo è quello acustico, il rumore provoca negli adulti ansia, nervosismo, nei bambini prevale il disagio nervoso e le difficoltà di concentrazione. Ma la conseguenza più dannosa è l’aumento di tumori infantili, che in Italia rappresenta il doppio degli altri paesi europei, e nel primo anno di vita aumenta del 2-3%. Legate all’ambiente vi sono anche l’asma bronchiale e le allergie, soprattutto, dei bambini. Vi sono poi i pesticidi che hanno tutta una serie di conseguenze negative per l’uomo. Il cittadino può difendersi denunciando situazioni di inquinamento ambientale. È però emblematico il caso di una cittadina ligure che aveva denunciato il vicino di casa per l’uso di un diserbante che infestava la sua abitazione. Un’ordinanza comunale ha dato ragione alla signora vietando l’uso in tutto il territorio di tale diserbante, ma, poi in seguito, questa ordinanza è stata ritirata. Un’esperienza questa che ci fa capire come la strada da percorrere sia lunga. Anche l’oncologo ed epidemiologo V. Gennaro, che ha una lunga esperienza nella cura dei tumori e soprattutto si occupa della loro prevenzione, è convinto che l’ambiente ne sia responsabile. “È impressionante ascoltare dati di ricerche secondo cui in Italia i bambini che si ammalano di tumori sono il doppio rispetto agli altri paesi. Nel rispetto della Costituzione (art. 32) che sancisce che la malattia e la salute delle persone è di interesse pubblico, la salute andrebbe maggiormente tutelata come interesse sociale, oltre che economico. L’Epidemiologia, che studia i determinanti della salute della comunità anche nel lungo periodo, ci dice che si è allungata la vita, ma è diminuita l’attesa di vita sana con molte diversità tra regioni e regioni o nell’ambito di una stessa regione. L’aspettativa di vita sana in Italia è sotto la media europea. Nel 2004 un 65 enne aveva altri dodici anni di vita sana. In Italia ora siamo verso gli otto anni. Abbiamo perso 4 anni di vita sana, e ciò significa la perdita della capacità di autonomia. È emblematico lo studio dello stato di salute degli abitanti dei quartieri di Genova e di Taranto.
A Genova, qualche anno fa, abbiamo confrontato tra loro quartieri tra loro distinti, uno più al centro, uno più in periferia, per vedere se c’era diseguaglianza nello stato di salute dei loro abitanti. Abbiamo scoperto che 4 su 25 quartieri di Genova sono in emergenza, sono a rischio salute. Le zone industriali, le zone povere, le zone distanti dai servizi sono risultate quelle in cui avviene il 10-20% di decessi in più. In altri quartieri risulta che dal 2006 al 2010 c’è una riduzione della mortalità complessiva. Il cancro incide per il 30%, il resto è attribuibile ad altre cause ambientali. A Taranto, nella zona industriale, in cui c’è la famosa acciaieria, un inceneritore, una raffineria che interessa in parte il quartiere e in parte no, e in altri quartieri a ridosso di essa, il rischio di mortalità è più elevato che in altri, perché i cittadini assorbono i veleni di piombo e altre sostanze tossiche”.
La dott.ssa F. M. Di Gioia, che è autrice del libro Disastro Eternit, parla del disastro avvenuto a Casale Monferrato, e delle migliaia di morti causate da una fabbrica di Eternit e dalla polvere di amianto con cui si facevano giocare i bambini nei parchi pubblici, inconsapevoli, allora, del rischio legato a questa sostanza chimica. “Oggi, grazie all’azione collettiva, promossa da un cittadino che si chiedeva quali fossero le cause dei decessi di tanti operai che erano venuti a contatto con queste polveri di amianto, Casale Monferrato è la città più bonificata d’Italia. Ma si registrano oltre 2000 decessi per mesotelioma anche in persone che non sono mai entrate nella fabbrica. La questione è gigantesca visto che, secondo l’OMS, ogni anno sono 112 mila i decessi causati da malattie a causa dell’amianto, e si stima che in Europa più di 300 mila cittadini moriranno entro il 2030: una tragedia che potrebbe interessare 10 milioni di persone nel mondo nei prossimi 20 anni. Il prof. F. Meschini, amplia il discorso sulle cause di inquinamento ambientale, ponendo l’accento sul senso e sul valore delle parole in una società in cui ci sono troppe parole, che però valgono poco e in cui è venuta meno la fiducia. La parola, dunque, altro fattore d’inquinamento della società. Il filosofo analizza questa problematica partendo dalla Sacra Scrittura. Nei detti e nella vita di Gesù di Nazareth, così come risulta dai vangeli canonici manca un discorso sulla natura in quanto ambiente in cui si svolge la vita dell’uomo. Gesù, facendo propri la legge e i profeti, ha una concezione creaturale della natura e, qua e là, fa riferimento alla preoccupazione del Padre nei confronti delle creature non umane, come uccelli, piante e fiori. Ma il suo discorso prescinde del tutto da una riflessione sui rapporti tra l’uomo e l’ambiente. Tutt’altro discorso sugli stili di vita, anzi il suo messaggio, che può essere letto a vari livelli, anche a prescindere da un discorso prettamente teologico, contiene alcune interessanti considerazioni in proposito. In primo luogo, il filosofo cita il passo del Prologo dell’evangelista Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», e ne fa un’esegesi per spiegare la radice dell’importanza della parola. Diventare carne significa assumersi una responsabilità. Dio incarnandosi acquista la possibilità di morire, perché solo la carne può morire. Caricarsi dell’umanità è poter morire per essa. È perciò una parola che si fa viva. Oggi c’è una molteplicità di parole. Dio non si è fermato a dire, ma a dare una testimonianza. Ciò implica una concretezza della parola. La parola è assumersi una responsabilità per il bene dell’uomo. Lo conferma anche la lettura di Matteo 15,11: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo». Un bel testo che può essere di provocazione, e che configura la parola come altro fattore determinante di uno stile di vita buono. La parola crea solidarietà, la cooperazione, la fratellanza”.

2- RITORNO AD ITACA

Coordina Enzo Baldini, docente universitario di Storia del pensiero politico presso la facoltà di Scienze Politiche di Torino. Partecipano l’oncologo Gianfranco Porcile, rappresentante dell’Ecoistituto REGE; Massimo Quaini, ordinario di geografia storica e umana presso l’Università degli Studi di Genova, componente del Comitato Scientifico di Ecoistituto REGE; Aldo Rossi, titolare della cattedra di Storia del pensiero scientifico e di Storia del pensiero medico presso il Dipartimento di Filosofia, settore Epistemologico dell’Università degli Studi di Genova.

Il coordinatore prof. E. Baldini spiega che il titolo “Ritorno a Itaca” di questa seconda sessione mattutina di lavoro trae spunto da una poesia di Costantino Kavafis intitolata “Itaca”, dove il poeta invita a non pensare soltanto alla meta agognata ma a godere di tutte le bellezze e le gioie che riserva il viaggio. “Ritorno a Itaca” vuole affermare che “le bellezze di una città non sono solo le eccellenze turistiche ma anche ponti, strade, sentieri che collegano tali bellezze. È pertanto necessario riconsiderare la città come un insieme unico ed organico, rivalutando i collegamenti a piedi o con mezzi sostenibili”.
L’oncologo G. Porcile dice che “Ritorno a Itaca” è una metafora di un viaggio di vita lento e partecipato in ogni momento, che ci consente di cogliere i valori della nostra Itaca. “Ritorno a Itaca” è un documento dell’Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova che vuole affermare che “Genova, ma ciò vale per ogni città, deve essere non solo una città vivibile ma anche una vera vita cittadina con la riaffermazione dei diritti dei cittadini alla salute e alla giustizia. Genova “città vissuta” è la città di chi vive la propria quotidianità, di chi ci vive e ci lavora. Sono gli spazi vissuti dai genovesi e dagli abitanti del territorio metropolitano nei confronti della sua capitale. Bisogna recuperare la bellezza di Genova la “sua unicità”, che non consiste solo nel pensare alle sue eccellenze, ma anche alla bellezza dei suoi vecchi ponti e le vecchie strade che li uniscono. Tutti i cittadini debbono contribuire consapevolmente a ricostruire il tessuto territoriale e culturale lacerato dalle profonde trasformazioni dei rapporti generazionali e dai processi di emarginazione del territorio rurale. Da ciò discende il coinvolgimento delle scuole e dei quartieri, dove gli spunti progettuali potrebbero essere dati dalla cura di qualche bene e manufatto significativo da riscoprire e valorizzare all’interno di una visione non solo in seconda battuta destinata al turista. Genova è “capitale della cultura territoriale”, e questo lo si potrà realizzare non incentivando vecchie o anche nuove forme di turismo, ma cambiando visione della città e del territorio e tenendo ben fermo che i nostri primi interlocutori sono gli abitanti, i cittadini, i giovani. La prima cosa da fare è rivalutare il viaggio a piedi come forma di conoscenza, camminare lungo gli antichi percorsi pedonali dentro la città, e lungo le direttrici che dal porto salivano alle colline e ai monti, e che costituivano le arterie del sistema vivente città-campagna che alimentavano la città. Ripercorrendo oggi quelle vie possiamo assicurare anche il nostro reciproco ricambio organico: non solo la salute, ma anche la nostra crescita culturale. Camminando si prevengono le malattie, e se si impara a guardare, si scoprono ambienti fatti non solo di piante e di animali che vivono insieme a noi, ma anche di molti segni lasciati dalla storia e dal lavoro umano, che hanno profondamente trasformato il nostro paesaggio originario. L’urbanizzazione, a base di asfalto e cemento, deve riconvertirsi in una città a misura d’uomo, anzi a misura di bambino e di persona anziana. La provocazione potrebbe essere quella di considerare l’intero “Genovesato” come un parco che consentirebbe ai cittadini di tutelare e controllare l’intero territorio, senza privilegiare questo o quella parte, perché tutte le parti sono importanti perché, nella loro diversità, costituiscono la bellezza del “Parco Genova”.
Il prof. M. Quaini precisa che il punto centrale del progetto Itaca è ricucire il rapporto città-periferia. “Ritorno a Itaca” è ritorno alla terra, alla città, alla montagna, ai sistemi economico-sociali. La dinamica più devastante in Italia è stato l’addensamento della popolazione sulla costa e la desertificazione della campagna. Quello che serve per arrivare a una nuova progettazione che guardi solo segmenti è “rovesciare il cannocchiale”, cioè girarlo dalla parte del territorio, che è costituito da una coerenza tra parti che non può cancellarsi. Bisogna girare il cannocchiale dalla città al territorio, di cui la città è parte. Lo sono anche le periferie che hanno collegamenti storici con il territorio. Bisogna guardare il territorio e un modo itinerante di fruirlo e percepirlo, perché il territorio e il paesaggio è un universo continuo e indivisibile. Il paesaggio non è solo una parte di paese che si contempla, uno spettacolo che appaghi la nostra vista, ma è un tutt’uno da vivere”.
Il prof. A. Rossi, a conclusione di questa sessione di lavoro, parla di “Bioetica ed Ecoetica. Un falso ambientalismo”. Il relatore ricorda che, una notte, zippando fra i canali televisivi, si è trovato di fronte ad un messaggio “commercial-sociale” o di “pubblicità progresso” davvero commovente e coinvolgente. In una squallida stanza, metà vecchia cucina e metà ripostiglio d’attrezzi, c’era una vecchia culla con la giostrina delle api fuori moda che girava seguendo il suono di un carillon. Allargando il campo si vedeva che nel lettino c’era un bambino nero con i capelli crespi, di una bellezza che toglieva il fiato e di una spontaneità del tutto verosomigliante, che si stava assopendo alla musica e alla nenia del girotondo. Poi una sola frase: “questo bambino si sta addormentando, ma non si sveglierà più!” Era un messaggio di una ONLUS Antimalaria, di cui il prof. Rossi non è riuscito a sapere il nome.
La morte per malaria (la malattia tropicale più diffusa al mondo) può avvenire in meno di 24 ore dai primi sintomi, ossia, in molto meno tempo di quello occorrente per raggiungere un ospedale mediamente attrezzato da un villaggio di campagna. La malaria cerebrale è la più devastante. Ogni anno sono più di un milione i decessi per malaria e 200 milioni gli infettati, ma il 90% delle morti si verificano in Africa, in Asia e in America del Sud (nella zona equatoriale), dove una valutazione per difetto stima che la malaria uccida un bambino ogni minuto (il 70% dei milioni di morti sono bambini, di meno di cinque anni di età, che vivono in mezzo alle zanzare e non hanno ancora attivato le difese immunitarie). L’organismo irresponsabile di tutto ciò è un protozoo (il Plasmodium). Il premio Nobel per la medicina nel 1902 Ronald Ross rese nota la presenza di questo protozoo nello stomaco della zanzara Anopheles e, finalmente, nel 1899, G.B. Grassi (1854-1925) ha dimostrato che la malaria nell’uomo può essere trasmessa solo dalla zanzara anofele. Questo protozoo si sviluppa in due fasi, una nell’insetto e uno nell’uomo che funge da ospite intermedio.
L’organismo responsabile di questa malattia è un individuo della specie umana (l’homo damnosus per sé e gli altri) che commette un autentico genocidio, perché crede che il DDT (diclorodifeniltricloroetano), un insetticida molto economico, faccia male, e non solo l’ha bandito dalla casa sua (dove, per altro, le zanzare anofele non ci sono più), ma anche dalle zone dove di ditteri portatori del plasmodio ce ne sono decine di milioni per chilometro quadrato, e questo lo fa con un ricatto atroce e disumano: non vi mandiamo più aiuti alimentari se voi sarete sorpresi ad usare il DDT (perché pensiamo vi faccia venire col tempo il cancro, cosa assolutamente non vera né assodata!). Quindi fra la fame e il rischio di infettarsi tutti sanno quale morte scegliere: la misura della loro inedia batte di gran lunga la paura di contagiarsi dal morso di una zanzara. La diffusione della malaria diventa sempre più insostenibile e intollerabile, anche perché, per ora, non esiste un vaccino (sarà sperimentato nel 2018 in Ghana, Kenya e Malawi), che secondo l’OMS potrebbe salvare migliaia di vite, ma per essere efficace e offrire una copertura sufficiente, il vaccino dovrebbe essere somministrato 4 volte: una al mese per tre mesi e una quarta dopo 18 mesi e, finora, ha consentito di prevenire circa 4 su 10 contagi da malaria (una media piuttosto bassa). Nel Burkina Faso sarà condotto un esperimento su larga scala, per introdurre zanzare geneticamente modificate allo scopo di ridurre la popolazione di questi insetti (e qui il problema è di ecoetica). Le medicine antimalariche sono a lungo andare tossiche, e della malaria non si guarisce mai.
Il DDT consentì di ridurre del 50% la mortalità infantile in alcune parti dell’Africa sub Sahariana e in altre regioni sradicò la malaria completamente, dunque gli eventuali e presumibili danni ambientali (se pur ci sono) possono essere considerati un effetto collaterale sopportabile e tollerabile, se l’utilizzo del DDT può salvare milioni di vita. Se spruzzato in piccole quantità nelle case, dove accadono il maggior numero di punture notturne di zanzare, il DDT potrebbe non essere dannoso né per le persone né per l’ambiente e in Sudafrica nel 1996, quando si utilizzarono altri prodotti, i casi di malaria aumentarono di molto e in breve tempo, mentre il ritorno al DDT ha riportato tutto sotto controllo; lo stesso è accaduto in Messico, Sud Africa e Ceylon. Quando il DDT è stato soppresso su pressioni degli ecologisti, la malaria ha ricominciato a colpire milioni di persone. Nonostante che, nel 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia dichiarato, a trenta anni di distanza, che il DDT, se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana, l’homo damnosus continua a credere ad un’attivista americana Rachel Carson (1907-1964), zoologa marina al Dipartimento Americano per la pesca, che pubblicò il libro Silent Spring (Primavera silenziosa) in cui denunciava il DDT come causa del cancro e nocivo nella riproduzione degli uccelli. E, anche, quando il Dr. James De Vitt, dell’U.S. Fish and Wildlife Service, scoprì che non era stata osservata alcuna differenza significativa nell’apertura delle uova tra uccelli che erano stati esposti al DDT e no, l’attivista ha continuato a propagandare le sue convinzioni. Ma per quanto la Carson avesse torto, l’azione della Environmental Protection Agency (EPA) è del tutto ancora più sbagliata ed ingannevole: il prodotto è presentato come cancerogeno per l’uomo. Dopo sette mesi di sedute e 9000 pagine di testimonianze, il giudice amministrativo stabilì che “il DDT non è un rischio di cancro per l’uomo…esso non è mutagenico o teratogenico per l’uomo…l’uso del DDT come da regolamenti correnti non ha un effetto deleterio sui pesci d’acqua dolce, sugli organismi di estuario, uccelli selvatici e altra fauna”, ma nonostante tale assoluzione il DDT venne messo al bando. Gli scienziati del Fondo per la difesa dell’ambiente (Enviromental Defense Food (EDF), sostenuti da William Ruckelshaus, l’amministratore dell’EPA, che più tardi si scoprì facesse parte dell’EDF e richiedesse donazioni a favore di tale gruppo attivista anti-pesticida, pur conoscendo la sentenza, lanciarono l’allarme contro il DDT ritenendolo cancerogeno. La malaria aveva vinto.
La malaria si sconfigge sterminando le zanzare anofele che ne sono le portatrici, il che si ottiene uccidendole ed eliminando con bonifiche e altri provvedimenti l’habitat in cui vivono. Il 1 giugno del 2007 l’articolo Rachel aveva torto della Dr. Angela Logomasini, affermava “La Carson sosteneva che vi fossero alternative migliori al DDT e ad altri prodotti chimici che condannava. Ma la Carson aveva torto e milioni di persone continuano a pagarne il prezzo. Perché oggi dovremmo fidarci dei suoi epigoni?”.

3. DIRITTO DELL’AMBIENTE E DIRITTO ALL’AMBIENTE

Coordina Federico Anghelé, dottorato in storia politica e ricercatore, responsabile delle relazioni istituzionali e della attività di policy di Riparte il Futuro. Partecipano: Federico Valerio, Coordinatore del Comitato Scientifico dell’Ecoistituto REGE e referente scientifico del corso di ECOlogia e ECONomia dell’Università popolare di Genova; Mario De Cillis, dottore di ricerca sul tema Diritto, Economia e Bioetica ambientale presso l’Università del Salento e membro dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse naturali (AIEAR); Massimiliano Monaco, dal 2002 referente operativo di Banca Etica in Liguria, dal 2009 direttore della Filiale di Genova.

I tre relatori che partecipano a questo tavolo tematico offrono contributi e spunti sul tema “Diritto dell’ambiente e diritto all’ambiente”. Il primo relatore, dott. F. Valerio afferma che il primo requisito del diritto all’ambiente e dell’ambiente è “la conoscenza dei complessi meccanismi che permettono il mantenimento del benessere degli eco sistemi naturali ed antropici. Altrettanto indispensabile un’adeguata educazione collettiva alla comprensione dei limiti della crescita continua, dei cambiamenti climatici in atto, delle loro cause e dei possibili rimedi ancora possibili. Le scuole dovrebbero educare all’ambiente”. Abbiamo bisogno di conoscere e di informazioni per capire la complessità che ci circonda”. Il secondo relatore, dott. M. De Cillis, autore del libro “Diritto, economia e bioetica ambientale nel rapporto con le generazioni future” è entrato nel vivo di tale complessità parlando degli effetti negativi degli squilibri sociali ed economici e dei disequilibri intergenerazionali, e ha sottolineato che “dal modo di condurre l’economia e livello di pressione sociale dipende la salute umana, la lotta per l’ambiente è la lotta per la vita e per i diritti, in un intreccio indissolubile”. Nell’ambito del rapporto diritto-ambiente la rottura dell’equilibrio uomo-ambiente ha contribuito “alla articolazione del diritto in tre differenti approcci: 1) diritti dell’ambiente; 2) diritto dell’ambiente; 3) diritto all’ambiente. Inoltre, in questo scenario, le generazioni future hanno assunto un posto peculiare nell’ambito dei nuovi soggetti di diritto. Tuttavia in assenza di norme di rango costituzionale, attualmente il Testo Unico Ambientale (D. Lgs. 152/2006) è l’unico statuto per cercare di ristabilire il corretto equilibrio uomo-ambiente. A tal fine, al suo interno, particolare rilievo assumono quattro principi: 1) Sviluppo sostenibile; 2) Chi inquina paga; 3) Prevenzione; 4) Precauzione. La corretta applicazione e l’utilizzo delle tecnologie informatiche si rivelano uno straordinario strumento per garantire una crescita economica ecosostenibile e un mezzo per combattere gli ecoreati”.
Il terzo relatore, dott. M. Monaco, direttore della filiale di Genova della Banca Etica, offre un approfondimento su quale filo rosso oggi lega la bioetica alla finanza etica, attraverso alcune domande fondamentali quali: quale ruolo gioca la parola “etica” all’interno della finanza e in generale dell’economia? Quali valori ispirano la Finanza Etica in generale e la Banca Etica. Cosa posso fare come cittadino responsabile per affermare e realizzare il Bene Comune nel territorio in cui io vivo? Quali piccoli gesti posso mettere in atto nel mio quotidiano nei vari ambiti che animano la nostra esistenza? Risponde a queste domande portando la sua personale esperienza di dirigente della Banca Etica, il primo istituto di credito ligure che ha dimostrato “che una finanza etica, solidale e attenta all’ambiente è possibile ed efficiente”. Essa svolge questa sua missione dando credito a tutte quelle iniziative economiche che vanno nella direzione del sostegno alle categorie più vulnerabili che rischiano di incontrare difficoltà, e della sostenibilità sociale e ambientale. Parliamo di importanti cooperative sociali che offrono servizi a persone svantaggiate, associazioni, botteghe del commercio equosolidale, circoli Arci, iniziative di microcredito con la Caritas, ma anche l’installazione di impianti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili – elica o solare - e la tutela dell’ambiente. L’obiettivo che egli intende raggiungere è quello di “mettere in rete in Liguria tutte le persone che vogliono stare dalla parte buona della vita, facendo del denaro uno strumento di condivisione e non un fine”.

4- RESPONSABILITA’ UMANA PER L’AMBIENTE

Coordina Giulia Barbieri, già ordinaria di Italiano e Storia presso il liceo Virgilio di Milano, vice presidente del Comitato internazionale PRO MONT BLANC. Partecipano: Dario Arkel, laurea in Servizio Sociale e in Pedagogia. Ha insegnato Sociologia generale, Pedagogia della devianza ed è attualmente docente di Pedagogia Sociale all’Università di Genova; Hanz Gutierrez, Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno, professore ordinario e coordinatore del dipartimento Teologia sistematica e anche titolare delle materie di bioetica e teologia della salute presso la Facoltà Avventista di Teologia di Firenze; Marianna Gensabella, ordinaria di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Messina, componente del Consiglio Nazionale per la Bioetica e della sezione Sicilia dell’Istituto Italiano di Bioetica.

La coordinatrice dà la parola alla prof.ssa M. Gensabella, filosofo morale, la quale inizia la sua riflessione sul tema della responsabilità dell’uomo nei riguardi dell’ambiente ponendo la seguente domanda: «Che cosa significa la parola ‘responsabilità’ quando parliamo di responsabilità nei riguardi dell’ambiente?». In genere, ella chiarisce, “quando parliamo di responsabilità, ci riferiamo a qualche cosa di già fatto, la responsabilità riguarda un’azione già compiuta, ma c’è un altro senso della responsabilità, responsabilità come imputabilità, ad esempio, nell’ambito del diritto la responsabilità è per ciò che abbiamo fatto, ma c’è un altro senso della parola responsabilità a cui siamo invitati a pensare proprio nei riguardi dell’ambiente da un filosofo morale, molto importante del ‘900, che è Hans Jonas. Questo senso della responsabilità riguarda il futuro, non tanto ciò che noi abbiamo fatto, ma le conseguenze delle nostre azioni nel futuro, e in un futuro che non è neanche tanto immediato, ma in un futuro che può essere più o meno lontano. In effetti, quando noi parliamo della nostra responsabilità verso l’ambiente non parliamo semplicemente di ciò che facciamo e che accade nel qui e nell’ora, ma pensiamo anche a delle azioni compiute ora e che hanno una ricaduta anche dopo 40-50 anni, pensiamo all’amianto, e alla ricaduta di quelle polveri a 40 anni di distanza sulla salute, anzi sulla morte di tante persone. La responsabilità quindi come attenzione alle conseguenze in un raggio piuttosto lungo di azione. Questa responsabilità ci parla, la sentiamo questa responsabilità. E il problema enorme non è semplicemente il problema della informazione, su cui ci siamo soffermati nella sessione precedente, che già è un tema estremamente complesso per assumere la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni nel futuro, ma è quello che sicuramente dobbiamo essere informati. Io debbo sapere quali saranno queste conseguenze, debbo prevedere. Ecco che la responsabilità ha bisogno prima di tutto di “essere informata e di sapere”, sapere che l’amianto fa male, non lo sapevamo prima, e saperlo in modo più o meno certo, più o meno sicuro, per quanto riguarda l’informazione che gli scienziati ci danno, però, purtroppo, questo sapere è spesso un “sapere oscillante”, abbiamo delle informazioni che sono spesso equivoche. Pensiamo a quello che è stato l’intervento di stamattina, a proposito del DDT, noi sapevamo da Rachel Carson che il DDT fa male, non pensavamo che il DDT, sì, fa male, ma, potrebbe, il DDT, non fare poi tanto male, e così le nostre informazioni riguardo alla nostra responsabilità nell’uso del DDT cominciano a oscillare. Facciamo bene o facciamo male ad usare il DDT in alcune zone che sono infestate dalla malaria? Questo interrogativo è stato riaperto oggi. Ma così come questo interrogativo, in questo esempio, tanti altri interrogativi, che riguardano la responsabilità verso l’ambiente, potrebbero essere riaperti da informazioni che siano più o meno chiare, o più o meno oscillanti, diverse, più o meno confuse, confuse volutamente ad arte, o confuse perché si sovrappongono. Ecco che qui c’è una responsabilità della responsabilità da parte di chi queste informazioni le dà di prima mano, da parte degli scienziati, che dovrebbero essere il più possibile attenti, precisi e comunicare in modo chiaro le informazioni per quello che riguarda le nostre condotte, e le ricadute delle nostre condotte sull’ambiente. Quindi c’è un primo livello di problema, il problema del sapere. Ma per quello che riguarda le ricadute sull’ambiente, molto spesso queste informazioni non ci possono dare delle certezze, ci possono dare dei gradi di prevedibilità. Noi sappiamo che forse, prevedibilmente, determinate azioni potrebbero essere dannose, potrebbero anche essere benefiche, e abbiamo un rapporto tra costi e benefici che dobbiamo valutare. Ecco questo è un grandissimo problema, ad esempio, per la genetica, per gli interventi sulla genetica umana o anche animale, quanto possono essere positivi e vantaggiosi questi interventi di ingegneria genetica, quanto possono essere dannosi. Chiaramente più noi interveniamo in modo avanzato rispetto alla scienza, il Comitato Nazionale di Bioetica si è occupato spesso di questa tematica, più questo sapere predittivo comporta da parte nostra anche una scelta. Dove poniamo l’accento, sui benefici o sui rischi? Pensiamo alle grandi promesse dell’ingegneria genetica, saremmo portati a pensare a porre l’accento più sui benefici, perché tutti noi vorremmo un mondo più sano, delle piante che si ammalano di meno, degli animali che si ammalano di meno, ma, soprattutto, degli uomini che si ammalano di meno, ma quali sono i rischi di interventi genetici che sono di nuova generazione, che sono gli interventi ancora fortemente sperimentali sull’ambiente? A questo punto la nostra responsabilità deve valutare di più i vantaggi, o di più i rischi? Su questo punto i bioeticisti di dividono. L’etica del futuro di Hans Jonas, ad esempio, è un’etica fortemente conservativa, dice “ noi dobbiamo soprattutto conservare ciò che abbiamo”, ad esempio, nell’ingegneria genetica non dobbiamo rischiare quello che l’essere umano è, cioè un essere umano che è capace di intendere e volere, libero, non è condizionato, mentre gli interventi di ingegneria genetica potrebbero mettere a rischio l’essenza della natura umana. Ci sono invece degli altri che dicono no, perché non un mondo di superman, un mondo che possa andare verso modelli diversi, modelli superiori? Ebbene questa ricaduta potrebbe essere dall’essere umano all’ambiente.
Ma noi potremmo in qualche modo adottare una via di mezzo, che è poi la via di mezzo dei documenti internazionali, cioè assumere un principio base, il principio di precauzione, cercare di stare, così come voleva la saggezza filosofica greca, in qualche modo in medias res, quindi non rallentare il passo della scienza, della ricerca, ma neanche accelerare il passo, come alcuni ricercatori vorrebbero, ma cercare con umiltà e responsabilità da parte dello scienziato di tenere sempre di fronte a noi l’idea della misura negli interventi sulla vita. Ma è possibile questo? Ed è possibile che in qualche modo la nostra responsabilità verso l’ambiente, che parte da questo sapere, a volte oscillante, a volte confuso, e molto spesso predittivo, un sapere che guarda al futuro e che risente della probabilità, è possibile che questa responsabilità effettivamente confermi ciò che di buono noi abbiamo? Noi siamo qui a Santa Margherita Ligure, un luogo incantevole, possiamo pensare che tutto questo possa essere messo a rischio da azioni avventate? Noi sicuramente vogliamo che questo non accada, però quando questo nostro volere, che è sollecitato dalla bellezza del luogo, deve misurarsi con delle azioni concrete, o con la rinuncia ad alcuni benefici immediati, siamo un po’ esitanti a sentire veramente la responsabilità nei confronti dell’ambiente, perché non abbiamo il pericolo immediato, non vediamo a Santa Margherita il pericolo immediato per le nostre piccole azioni quotidiane, per i nostri piccoli incidenti di percorso sull’ambiente, per le nostre piccole azioni od omissioni nei confronti dell’ambiente. Certo se ci fosse un pericolo immediato la nostra responsabilità sarebbe sollecitata, ma siccome il pericolo è da venire, forse verrà, forse non verrà, perché interrompere le nostre azioni che potrebbero essere delle azioni tranquille, quotidiane, di poco rilievo, secondo noi, ma che accumulate nel tempo una dopo l’altra, sommate, potrebbero un domani costituire effettivamente un pericolo. Qui la responsabilità si confronta con due problemi, da una parte il fatto dell’avvertire l’importanza dell’azione o dell’omissione nei confronti dell’ambiente, quando questa è ancora da mostrarsi nella sua rilevanza, ovvero cercare di capire quanto le nostre azioni fino ad ora possano incidere su quello che è il divenire, il futuro, il domani della nostra terra. Certo a volte questo non lo vediamo, e sono, ad esempio, le alluvioni, ne abbiamo avute qui in Liguria, così come in Sicilia. Quando si costruiscono le case o quando non si piantano gli alberi, non si pensa a quello che si sta facendo all’ambiente, si pensa alla propria casa, si pensa a liberare la visuale. L’alluvione, che mostra quanto tutte quelle azioni a seguire hanno causato di danno, ci causa un trauma, allora siamo portati a rivedere le nostre azioni, un po’ come fecero i troiani quando, dopo non aver ascoltato Cassandra, si videro i greci uscire dal cavallo di Troia. Era troppo tardi. A Messina, anni fa, ci fu una grande alluvione, debbo dire che, con grande umiliazione della cittadina, abbiamo avvertito anche la colpa che avevamo commesso nei confronti della nostra terra. Ma quando l’abbiamo avvertita? Quando era già avvenuto il danno, ebbene l’avessimo avvertita prima quella colpa, ovvero, non la colpa, ma la responsabilità verso l’azione, quegli alberi non sarebbero stati sradicati, quelle case non sarebbero state costruite, tutto quello che ne veniva non sarebbe successo. L’altro ostacolo alla responsabilità verso l’ambiente è di altro tipo, ed è forse più complicato ancora, ed è che non bastava che uno di noi non tagliasse l’albero, o che non costruisse quella casa, occorreva che tutti coloro che abitavano in quella zona non sradicassero gli alberi, o non costruissero case abusive. Allora la responsabilità verso l’ambiente non è solo responsabilità personale, ma è anche responsabilità collettiva. Però noi sappiamo che è difficile questo andare e venire dalla responsabilità personale a quella collettiva, perché il passaggio che noi tutti facciamo è: io lo faccio perché tanto lo fanno tutti, io la butto questa carta, io lo inquino l’ambiente con il fumo ed altro, perché tanto lo fanno tutti. La responsabilità collettiva richiede invece il passaggio inverso: io non lo faccio, non lo posso fare, perché se tutti facessero così, che cosa accadrebbe? Questo è un passaggio estremamente difficile. È stato detto, oggi, molto bene, che bisognava dare l’informazione direttamente alla popolazione, senza passare dalla via della mediazione politica, e questo giustamente, perché l’assunzione della responsabilità dovrebbe essere diretta dei cittadini, non può essere purtroppo dei rappresentanti, per un ovvio motivo: dai nostri rappresentanti politici, nelle società democratiche, noi vogliamo ora, subito, dei benefici, vogliamo dei risultati, le responsabilità verso l’ambiente richiedono uno sguardo verso il futuro che richiede il sacrificio dell’oggi per il vantaggio del domani. Sono delle misure, delle scelte assolutamente impopolari perché richiedono dei sacrifici ora: non usate la macchina, abbassate l’aria condizionata e il riscaldamento, pensate a tutte le misure possibili, ma pensate anche a quanto queste misure, poi a cascata, ricadono non sulla vita ma anche sull’economia. Molte di queste misure sono delle misure impopolari perché richiedono qualche cosa che noi dobbiamo fare con sacrificio in questo momento, un’interruzione della festa, della festa dei consumi, del capitalismo, dell’economia, per avere che cosa? Per avere un ambiente che ci consenta ancora di sopravvivere e di stare bene. Gli imperativi dell’etica del futuro, di cui parla Hans Jonas, sono degli imperativi semplicissimi: agisci in modo che la natura possa conservarsi, e possa conservarsi anche per le generazioni future, pensate quanto è semplice questo interrogativo, ma quanto è complicato rispettarlo, perché, sì, io posso pensare di sacrificare qualche cosa per i miei figli, anzi penso che lo facciamo tutti, come buoni padri e madri di famiglia, posso pensare di darlo ai miei nipoti, ma quando si parla delle generazioni future stiamo pensando di qualcuno che noi non conosciamo, non vediamo, non sappiamo neanche se ci sarà, non ci sarà, dipende però anche da noi, se ci sarà, se non ci sarà, se starà bene o se sarà in un mondo vivibile.
Il secondo relatore è il prof. D. Arkel, il cui libro “Il pianeta condiviso” resta un volume indispensabile per la conoscenza dell’oggi e per la difesa dell’umana sopravvivenza nella dignità e nel rispetto. “La società pedagogica dal pesantemente necessario al benevolmente opportuno” propone la pedagogia sociale quale studio per la trasformazione individuale e sociale verso la ricerca del ben essere contrapposto al bene avere. Nella sua opera si coglie il limite della sofferenza (nero), e la ricerca dell’oltrenero, ovvero il suo superamento (l’esempio principale è il dramma di Janusz Korczak e dei suoi bambini, morti a Treblinka nel 1942): il prof. Arkel delinea la possibilità di applicazione di questo postulato per la vita quotidiana, i problemi e i disagi comunemente incontrati, consapevole che il superamento delle difficoltà è sinonimo di trasformazione e quindi di crescita. “Saper non basta, egli dice, bisogna imparare. Per esistere, per essere, bisogna rispettare gli altri e l’ambiente. Il rispetto della vita è l’antidoto contro le cattive relazioni”.
Chiude questa sessione di lavoro il teologo H. Gutierrez che offre una sua riflessione sulla crisi ambientale in corso, che, egli precisa, ha una lunga genesi che non è sempre facile articolare. “Imputati maggiori di questa crisi sono la tecnica, la scienza, la moderna antropologia prometeica e consumistica. La religione cristiana si è presentata estranea a questo, e caso mai come parte della soluzione. Il cristianesimo ha però maggiori responsabilità di quelle ammesse non solo perché questa crisi nasce nei paesi di forte tradizione cristiana e non altrove. Ma anche perché il centro del suo messaggio, la descrizione di Dio stesso, subisce ad un certo punto una svolta. Dio non è più descritto prioritariamente come “amore” ma tramite la grandezza della sua “volontà”. Questo spostamento teologico tutto moderno probabilmente getta le basi per una intesa implicita con la cultura della crescita e del progresso indefinito che è in atto e che descrive l’essere umano appunto come una volontà inarrestabile e che semplicemente ha bisogno di programmarsi e stabilire chiaramente i suoi traguardi. Per arrestare e rovesciare quindi le crisi ambientali oggi, abbiamo bisogno anche di rovesciare l’articolazione attuale della teologia cristiana. È questo possibile? È possibile leggere la Bibbia diversamente? La metanoia (rinnovamento, conversione del pensiero), che la teologia impone da sempre all’uomo, alla cultura o alla società, questa volta deve applicarla a se stessa”.

Agorà: la salute globale

I lavori della seconda giornata, che si è svolta lungo l’asse tematico “Ambiente e salute”, continuano in piazza Caprera. Un gruppo di docenti universitari, professionisti e studiosi offrono ulteriori contributi e spunti sul tema “La salute globale” ad un pubblico numeroso e attento.
Coordina il dibattito Teresa Tacchella, giornalista, facente parte del Comitato Scientifico di Ecoistituto REGE. Partecipano: Gianfranco Porcile, Oncologo, rappresentante dell’Ecoistituto REGE; Salvatore Amato, docente di Filosofia del Diritto, Università di Genova; Edoardo Brodasca, direttore internazionale del progetto Posidonia Green Project; Federico Valerio, coordinatore del Comitato scientifico dell’Ecoistituto di Reggio Emila e Genova; Ida Li Vigni, dottore di ricerca in Filosofia, collabora con l’Università di Genova, Facoltà di lettere e Filosofia con la Cattedra di Storia del pensiero scientifico e di Storia del pensiero medico e biologico; Marianna Gensabella, filosofo morale presso l’Università di Messina.

Per il dott. G. Porcile non rispettare l’ambiente comporta conseguenze per la salute delle piante e degli animali (perdita della biodiversità) ma anche conseguenze gravi per la salute dell’uomo. L’OMS ha dichiarato che il 25% delle morti di esseri umani nel mondo è di origine ambientale. Il danno ambientale si verifica sia direttamente, ad esempio il mesotelioma che porta a morte persone che hanno inalato fibre di amianto, sia indirettamente, cioè attraverso i cambiamenti climatici: il surriscaldamento terrestre comporta conseguenze sociali del tipo siccità, mancanza di acqua e di cibo, guerre, migrazioni, ecc. Un importante deterrente di salute è il fattore economico: a parità di grado di inquinamento i ceti più poveri si ammalano di più e muoiono di più - minor ricorso allo screening, minore prevenzione, ignoranza circa gli stili di vita corretta, ecc.- In questo senso si parla di “Salute globale” sia perché l’inquinamento di una zona comporta conseguenze anche in altre parti del mondo, sia perché la salute è il risultato di diversi fattori: culturali, economici, sociali, ambientali, sanitari, ecc. Tutti questi fattori prendono il nome di “determinanti della salute”. Tra questi uno dei più importanti è certamente il fattore ambientale. Ad esempio il surriscaldamento della Terra, sicuramente di origine antropica, causa colpi di calore e di sole ed aumento di tumori cutanei anche maligni, come il melanoma, ma causa anche siccità nei Paesi equatoriali, con conseguenti migrazioni per sfuggire alla carenza di acqua ed alla fame, e piogge torrenziali di tipo monsonico. Questi fenomeni si stanno verificando al giorno d’oggi anche alle nostre latitudini. E l’inquinamento dell’aria, che è alla base dell’”effetto serra”, è causa importante di malattie gravi anche nel nostro Paese: dalle malattie cardiocircolatorie alle patologie neoplastiche alle forme allergiche. In sintesi la Salute Globale riconosce cause di livello planetario e pertanto è indispensabile un approccio scientifico e medico di tipo integrato e di livello internazionale per limitare il ricorso alle energie di origine fossile e privilegiare l’impiego di energie alternative eco-sostenibili. Il prof. S. Amato parla delle contraddizioni della salute globale. Mercato globale vs. Giustizia sociale: il prezzo dei farmaci, la mercificazione del corpo, la sperimentazione nei paesi in via di sviluppo. Biosocialità vs. Cittadinanza biologica: il biopotere. Salute integrale vs. libertà: Mobile Health. Il dott. E. Brodasca, parla del Posidonia Green Festival. È un EcoFestival internazionale di Arte, Natura e Sviluppo Sostenibile. Uno spazio di diffusione delle conoscenze e delle pratiche che favoriscono la difesa dell’ambiente naturale costiero e, allo stesso tempo, un’opportunità per lo sviluppo sostenibile, culturale e turistico. Un laboratorio di soluzioni sostenibili che crea un ambito di sperimentazione, riflessione e promozione che connette in modo innovativo i mondi dell’ecologia, dello sviluppo sostenibile dell’arte. Parla dell’importanza dello storytelling per generare un cambio verso un futuro sostenibile. L’arte, la cultura, istruzione e conservazione dell’ambiente sono un connubio perfetto verso un pianeta sostenibile. Il dott. F. Valerio parla dei gravi disastri umani ed ambientali creati dalla società dei consumi “usa e getta”, e delle possibili soluzioni offerte da un nuovo modello di sviluppo basato sulla circolarità della materia. La dott.ssa I. Li Vigni, offre una panoramica storica della relazione tra teorie mediche e alimentazione, con l’intento sia di illustrare come il medico eserciti un controllo sulla scienza della cucina e dell’alimentazione, sia come pur evolvendosi il bagaglio di conoscenze in campo medico lo schema di controllo continui a conservare caratteri costanti. La prof.ssa M. Gensabella illustra il modello di bioetica globale di Potter e il concetto di salute come equilibrio. “Il tema della salute globale richiama alla mente il modello di bioetica globale proposto da Van Rensselear Potter nel testo degli anni ’80, Global Bioethics, ma già implicito nel primo testoBioethics. A Bridge to the Future, del 1971 ( in traduzione italiana per i tipi di Sicania, 2000). Per Potter la salute dell’uomo deve essere vista sempre in connessione con le altre specie viventi, sia le specie animali che quelle vegetali e in stretto rapporto con l’equilibrio dell’ecosistema. Le raccomandazioni della prima bioetica sono rivolte quindi ad un mutamento dei nostri comportamenti, che è su un duplice versante: gli stili di vita, dall’attenzione all’alimentazione e all’esercizio fisico, a quella sul versante della procreazione; i nostri rapporti con la Terra non più da padroni, ma da cittadini rispettosi delle sue leggi. Una salute globale, quindi, nel senso che guarda alle interazioni tra i diversi abitanti della Terra, e che ci invita a guardare, come ha fatto in questi anni il Comitato Nazionale per la Bioetica, anche per indicazioni e stimoli della prof.ssa Luisella Battaglia, alle strette connessioni tra salute degli esseri umani e benessere degli animali. Raccomandazioni che spesso disattendiamo. La salute è, infatti, per noi un bene prezioso e, insieme, “nascosto” come suggerisce Gadamer (Dove si nasconde la salute): non ci accorgiamo di quanto sia prezioso se non quando viene a mancare. Da qui la nostra mancata cura della salute, della nostra, come di quella degli altri esseri viventi con cui siamo in rete, così come della Terra in cui abitiamo. La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità della salute come qualcosa di più dell’assenza della malattia, “pieno benessere fisico psichico e sociale della persona”, ci appare una meta irraggiungibile e pretenziosa. Cos’è questo pieno benessere? Ciò che noi avvertiamo è quasi sempre la sua assenza, la sua perdita. Le campagne per la prevenzione, che ci invitano a prenderci cura della salute, ma anche a cercare di raggiungere attraverso corretti stili di vita, il maggior livello di salute possibile, rischiano di trovare nelle nostre vite quotidiane due effetti diversi e contraddittori: continuiamo in condotte alimentari, e in genere stili di vita che sappiamo essere sbagliati; o all’inverso veniamo presi da una singolare rincorsa verso il salutismo, che si traduce in iper-medicalizzazione e spesso in ricerca ossessiva di fitness. La salute, personale e globale, è altra cosa: è ricerca dell’equilibrio tra le diverse dimensioni del nostro essere persona, ma anche dell’equilibrio con cui abitiamo la terra. Una ricerca, supportata certo alle informazioni che ci vengono dal sapere scientifico, ma che per tradursi in effetti reali e non rimanere lettera morta, deve essere affidata alla nostra “responsabilità”. Questo principio, posto da Hans Jonas alla base della sua etica del futuro, è centrale per la cura della salute, vista indissolubilmente come personale e globale. E’ il principio che dovrebbe guidare le nostre emozioni, fare da freno e da correttivo alla nostra ricerca di ben-esseri transitori e allettanti, che appaiono “pieni” nel loro immediato coinvolgimento, quando scienza e coscienza vi avvertono un pericolo per un ben-essere di più lunga durata per noi e per gli altri viventi. E’ un principio che si serve per tradursi in pratica quotidiana dell’arte antica della “misura”: un’arte difficile, come Aristotele insegna, su cui il filosofo da sempre cerca di attirare lo sguardo distratto degli esseri umani. La stessa che deve guidare, nell’età della tecnica, la cura della salute globale”.
 

 

Terza giornata 30 Agosto – Animali e salute

I tavoli si avvicendano, a partire dalle ore 10 nel salone di Villa Durazzo, spaziando dagli interventi sul benessere animale e salute umana alla Etologia cognitiva. Altro campo degli interventi è quello sulla Bioetica veterinaria e sugli Interventi assistiti sugli animali.

1- BENESSERE ANIMALE E SALUTE UMANA

Coordina Susanna Penco, laureata in Scienze biologiche, specializzata in Patologia generale, ricercatrice all’Università di Genova, e membro della Lega internazionale medici antivivisezione (LIMAV). Partecipano: Pierluigi Castelli, Medico veterinario comportamentalista, Direttore sanitario del centro “Martin Buber”, dell’oasi felina e canina della LNDC Genova; Walter Mignone, Laureato in Medicina veterinaria presso l’Università degli Studi di Torino, Dirigente Veterinario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta; Enrico Moriconi, medico veterinario, dipendente ASL di Torino, da anni opera per la difesa degli animali, recentemente è stato garante per gli animali nella Regione Piemonte.

La biologa S. Penco introduce i tre relatori di questa prima sessione, tre medici veterinari, i quali affrontano la questione della sperimentazione animale destinata alla salute umana. Il primo relatore è il dott. P. Castelli, medico veterinario comportamentalista, che analizza l’annosa questione della sperimentazione che usa gli animali per scopi scientifici, per finalità terapeutiche, per la ricerca. “Questa sperimentazione, egli dice, è fondata su un errore etico che la scienza veterinaria fino a poco tempo commetteva, quello di considerare l’animale come essere vivente al servizio dell’uomo, e non nel suo essere”.
Passa a mostrare le implicazione etiche della sperimentazione animale e le criticità dei molteplici e differenti metodi che essa impiega. Il primo elemento di criticità è legato alla sperimentazione didattica. Gli studenti di Veterinaria, ad esempio, nella didattica devono vivisezionare gli animali per imparare l’anatomia e implementare con la manualità chirurgica, che a loro manca perché è solamente teorica. Ma la differenza tra uomini e animali è netta, perciò per lo studio umano questa manualità serve a ben poco, perché completamente diversa. Ci sarebbero delle alternative sicuramente molto più valide, ad esempio, la possibilità di uno studio sui cadaveri umani, o ancora meglio è l’affiancamento a medici specialisti per assistere interventi e prendere quella manualità e quella esperienza che non è utile fare sugli esseri diversi. In aggiunta c’è la formazione soggettiva, non oggettiva, dell’animale, purtroppo nella visione zootecnica l’animale è un mezzo, mentre nella visione bioetica l’animale è un soggetto, è il fine dell’intervento stesso. Purtroppo, anche nella Facoltà di Veterinaria, fino a qualche anno fa, le sperimentazioni erano tutte improntate sull’utilizzo degli animali per l’uomo e mai per il benessere animale.
Altri elementi di criticità riguardano i test tossici, obbligatori per legge, che dovrebbero accertare le pericolosità di una data sostanza chimica per l’uomo; gli studi di ricerca in campo militare sugli effetti di armi chimiche e biologiche, di radiazioni sugli animali; gli studi sullo stress, per studiare la fisiologia e il comportamento degli animali, i quali vengono esposti a condizioni estreme di freddo, caldo, a privazione del sonno, a maltrattamenti; gli esperimenti, inoltre, in cui gli animali (le scimmie) vengono privati del contatto con la madre, e sottoposti a privazioni sensoriali; le ricerche sull’aggressività che sottopongono gli animali a una serie di condizioni indotte dall’uomo che non costituiscono condizioni di normali patologie. C’è poi la ricerca in campo neurologico in cui gli animali vengono traumatizzati con azioni chirurgiche di estrema crudeltà. È questa crudeltà, unitamente alla sofferenza che patisce l’animale, il denominatore comune di tutti questi esperimenti con esseri che sono primati, molto vicini al genere umano. Viene da chiedersi: se gli animali sono come noi, la coscienza ci impone di non usarli. Se sono diversi da noi, perché usarli? L’uso di animali è improponibile, e tutti questi esperimenti sono inutili e dannosi, addirittura dannosi per la crescita delle medicina. Da qui la necessità di ricorrere a metodi alternativi di ricerca non cruenti e che offrano risultati migliori, come ha dimostrato un recente studio sulla tossicità di sostanze chimiche condotto in Svezia. Altro elemento di criticità riguarda le leggi che pretendono di normare la vivisezione, di tutelare il benessere e la tutela degli animali impiegati nella sperimentazione per fini scientifici. La legge 86/609, volta ad eliminare le disparità legislative degli Stati membri dell’Unione Europea relative alla protezione degli animali a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, contiene delle direttive che di fatto vengono disattese dagli Stati membri. Alcuni stati membri, infatti, hanno adottato misure nazionali di attuazione della legge che garantiscono un elevato livello di protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, mentre altri Stati membri si limitano ad applicare i requisiti minimi stabiliti dalla direttiva 86/609 che sono: l’uso di un numero minimo di animali, un trattamento adeguato, e la necessità di infliggere sofferenze psico-fisische solamente ove strettamente necessario. Di conseguenza è opportuno che si riduca tale disparità riavvicinando le norme in tale settore al fine di garantire il corretto funzionamento del mercato interno. Queste leggi, inoltre, sono appesantite da deroghe che, anche nel caso in cui una certa legge generale va bene, negano ogni nostra lotta contro la sperimentazione animale. Altro punto di criticità è nella questione della eutanasia animale. L’animale dovrebbe essere sacrificato da un medico veterinario o da altro personale laureato, abilitato, esperto. Da una parte, quindi, è importante la presenza del veterinario, dall’altra la sua presenza non serve. L’eutanasia viene praticata con metodi fisici e chimici. In ogni caso, l’animale deve essere sacrificato istantaneamente, oppure attraverso un graduale passaggio dallo stato di incoscienza alla morte. La legge dice che bisogna avere cura di non creare paura o apprensione nell’animale, che il metodo scelto non dovrà essere sgradevole o emotivamente toccante per il personale, e che si deve evitare di compiere il sacrificio dell’animale in presenza di un altro animale. La verità è che qualunque sia il metodo impiegato per l’uccisone si produce sempre una grande sofferenza nell’animale. Il metodo più umanitario è l’eutanasia praticata con agenti ipnotici ad elevata concentrazione. Concludendo questa sua riflessione sulla sperimentazione animale e i suoi metodi, il dott. Castelli fa due ultime personali considerazioni. La prima è che gli animali impiegati nella sperimentazione, condividono lo stesso destino di sofferenza e morte di milioni di uomini, che, ad esempio, ad Auschwitz, sono stati sottoposti a sperimentazioni dannose e non terapeutiche. Uomini e animali sacrificati perché considerati come soggetti deboli, inutili, cose da usare, e non, invece, come soggetti aventi una dignità, di cui bisogna preservare il benessere. La seconda, “di fatto, noi non sappiamo che cosa succede in questa sperimentazione. Essa ci viene spiegata sempre per un giusto fine, in nome della scienza e per l’uomo. Per chi non è dentro questi ambiti di ricerca tutto appare utilissimo, ma per chi conosce veramente gli animali, come noi veterinari, vede quanto sia inutile questa sperimentazione animale, perché l’unico modo per poter capire e sperimentare è l’esperienza diretta, tutto il resto è veramente inutile e dannoso. E noi abbiamo molte esperienze di questo genere”.
W. Mignone, medico veterinario, affronta la problematica riguardante le patologie che si trasmettono dagli uomini agli animali e viceversa, in particolare le zoonosi. “Su di esse vi è una scarsa informazione, e quella poca informazione che viene fatta viene trattata dai mass media in modo veramente deleterio, facendo del terrorismo”. Basti ricordare, ad esempio, cosa è successo con l’influenza virale, con la mucca pazza, ecc. Trattare questo tipo di informazioni in maniera cattiva crea solo del sensazionalismo. Fatta questa importante premessa, il medico veterinario passa a parlare nello specifico delle zoonosi e della loro profilassi per la famiglia interspecie, non di tutte le zoonosi, che sono centinaia, ma limitandosi a quelle che vedono coinvolti animali, come cani e gatti, che spesso condividono con l’uomo gli stessi spazi di vita. In Liguria la malattia più problematica, più diffusa, è la leishmaniosi, che riconosce come serbatoio il cane, ma anche la volpe, il lupo e il ratto nero, il topo del solaio. La leishmaniosi è una malattia parassitaria causata da un protozoo intracellulare che viene trasmesso attraverso puntura di insetti appartenenti al genere Phlebotomus noti come pappataci. Questo parassita del sangue, Flebotomo o pappatacio, è un insetto simile a una zanzara di piccole dimensioni che punge gli animali, infettando il loro sangue. Per quello che riguarda il cane, il problema è collegato direttamente al tipo di risposta immunitaria che dà l’animale. Di per sé la leishmania, che è il vettore della malattia trasmessa al cane, che è il suo ospite, il suo serbatoio, non crea nessun tipo di problema. Il 50-60% dei cani hanno avuto contatti con la leishmaniosi perché sono stati morsicati dal flebotomo infetto, ma non avranno mai la malattia in tutta la loro vita. Purtroppo, nelle zone endemiche si arriva ad avere anche un 30% di cani con sintomatologia clinica molto grave, che però dipende esclusivamente dal tipo di risposta immunitaria che viene data dal cane. C’è una immunità sierologica, che produce anticorpi, che è dannosa, e c’è una immunità cellulare mediata, che è quella gestita dai macrofagi, che invece è protettiva. La malattia evolve in maniera negativa, nel caso di cani, che non hanno una immunità cellulare ma solo sierologica. I sintomi principali dello sviluppo della malattia sono una depilazione, un dimagramento, un’anemia. La morte del cane avviene poi per un blocco renale dovuto agli anticorpi prodotti in modo esagerato dal sistema immunitario, e alle loro cospicue dimensioni. Soprattutto nelle zone endemiche bisogna controllare una volta all’anno il cane, e questo in Liguria viene fatto abbastanza, come riferiscono i veterinari. Molti proprietari si preoccupano di eseguire il controllo annuale del loro cane preferibilmente tra dicembre e marzo perché in questo periodo i flebotomi non ne abbiamo. Per ridurre il rischio di leishmaniosi è consigliabile dotare il cane di un collare (collare antiparassitario di Permetrina) che lo protegge nella bella stagione dall’attacco di pulci, zecche e i pericolosi pappataci. È importante l’uso del collare anche da un punto di vista etico, perché mettendo il collare siamo sicuri che se anche il nostro cane è malato già di leishmaniosi, viene morsicato da un flebotomo, questi morirà entro 24/48 ore, perché si è intossicato e non trasmetterà la malattia né agli altri cani né all’uomo. In Liguria, i bambini e gli anziani sono i più colpiti da questa malattia infettiva. La vaccinazione non dà buoni risultati. “Non abbiamo una grandissima opinione in generale di questo tipo di profilassi”, afferma il dott. Mignone, perché si arriva solo al 91-92% di protezione e non di più. E tra l’altro, sul bugiardino del vaccino c’è scritto che si può fare solo a cani che sono liberi da leishmaniosi”. Fortunatamente l’uomo è estremamente resistente. Il medico veterinario conclude il suo intervento parlando di un’altra patologia: la toxoplasmosi, che, secondo lui, è “molto enfatizzata, su cui, medici, e soprattutto ginecologi, fanno del terrorismo”. Il responsabile di questa malattia è il protozoo endocellulare, noto come Toxoplasma gondii. L’ospite definitivo di questo parassita è il felino. Nell’intestino del felino (il gatto nella nostra realtà) succede, una volta nella vita del gatto, che il toxoplasma è in grado di completare il suo ciclo di riproduzione sessuata e di espellere con le feci ovociti estremamente resistenti nell’ambiente che resistono anni nel terreno, e sono quelle che andranno in qualche modo ad essere potenzialmente causa di infestazione mangiando le verdure crude e l’erba. Tutti gli erbivori mangiano erba, e, dunque, maiali, conigli, ecc, invece di avere il ciclo intestinale hanno un ciclo diverso che fa sì che all’interno dei loro muscoli questi parassiti formino delle cisti piccolissime invisibili. Se noi non mangiamo la carne cotta bene possiamo in qualche modo contrarre la malattia, soprattutto se abbiamo problemi immunitari, o siamo dei trapiantati, se facciamo cure a base di cortisone, assumiamo farmaci per altre patologie che diminuiscono le nostre difese immunitarie, e possiamo avere dei problemi. Dopo questo primo ciclo anche il gatto diventa come tutti gli altri, anche lui per poterci contagiare, dovrebbe essere mangiato crudo. “Dunque l’allontanare il gatto dalla donna in gravidanza non ha assolutamente senso, anche, soprattutto, se è un gatto adulto. Se è un gattino, può anche essere che in quella fase abbia 3-4 giorni in cui elimina le forme di resistenza, ma, insomma, misure elementari di igiene, come svuotare la lettiera del gatto e poi mangiarsi una brioche senza lavarsi le mani, non lo fa nessuno. Purtroppo, tuttora, molti ginecologi dicono alla donna in gravidanza di allontanare il gatto, ma, il fattore di rischio diffusissimo è solamente il mangiare carni crude e verdure crude non pulite”.
Altre malattie parassitarie sono quella prodotta dalle zecche, l’encefalite da zecche in Liguria, e la febbre bottonosa, l’echinococcosi, la sindrome da larva migrante viscerale. Infine, un problema di salute pubblica emergente, preoccupante, riguarda il fenomeno dell’antibiotico-resistenza. All’Hôpital L’Archet di Nizza il prof. F. Martin, da qualche anno si è messo in testa di controllare quando gli arrivano persone soprattutto con dermatiti da stafilococchi di controllare anche il cane, e ha visto che lo stafilococco è lo stesso e c’è un problema poi anche spesso di antibiotico-resistenza. La soluzione è usare antibiotici nell’uomo solo dopo aver consultato un medico, usare antibiotici negli animali solo dopo aver consultato un veterinario, e non usare antibiotici per umani per gli animali e viceversa.
La coordinatrice S. Penco introduce l’ultimo relatore di questa sessione, il medico veterinario E. Moriconi che ci parlerà dell’alimentazione vegetariana e dei suoi vantaggi e dei rischi correlati ad un’alimentazione che comporti anche parzialmente l’uso di animali e di derivati degli animali.
“Io, da veterinario, parlerò, dice il dott. Moriconi, dei problemi connessi all’alimentazione di alimenti di origine animale, perché sappiamo tutti che l’alimentazione vegetariana comporta dei principi benefici, anche, perché permette di evitare quei principi negativi che ci sono negli alimenti di origine animale. In questi prodotti di origine animale noi troviamo i ricicli dei vegetali che gli animali mangiano e concentrano nel loro organismo. Ci sono soprattutto i residui dei trattamenti fatti agli animali di antibiotici, cortisonici, ormoni e anabolizzanti che sono illegali, ed altri contaminanti ambientali come la diossina. Ricordiamo tutti, il caso della mozzarella alla diossina in un caseificio, nel Casertano, e, anche, nel Vercellese (vicino ad un inceneritore). C’è poi il problema delle proteine transgeniche, che nei mangimi degli allevamenti intensivi possono essere utilizzate. C’è stato un cambiamento grosso negli anni ’60, perché fino agli anni ’60 ci si preoccupava essenzialmente delle malattie che colpivano gli animali, perché potevano trasmettersi alle persone. Dopo gli anni ’60 ci si è accorti che il problema erano anche le sostanze che venivano introdotte negli animali di allevamento, in specie gli antibiotici, i cortisonici, usati a scopo terapeutico nel campo delle malattie infettive, gli anabolizzanti usati per accrescere la performance produttiva degli animali. Si parlava nell’intervento precedente di antibiotico-resistenza. Negli ultimi anni c’è stato un grosso aumento delle forme di antibiotico-resistenza nelle persone. Questo accade quando le persone fanno delle terapie antibiotiche non controllate e quindi in modo eccessivo, ma quello che preoccupa anche l’OMS è proprio l’assunzione indiretta degli antibiotici tramite i prodotti di origine animale. Nel 2011, uno studio dell’OMS sull’antibiotico-resistenza dichiarava che in Europa, ogni anno, ci sono circa 25000 morti per forme di antibiotico-resistenza, mentre in USA si arriva a 90000 morti, perché la somministrazione di antibiotici agli animali è più intensa. La dieta occidentale si basa molto sull’assunzione di carne che è responsabile di cardiopatie, come dimostrano le ricerche scientifiche. L’Università di Oxford, nel 2013, ha fatto uno studio sulla dieta vegetariana ed ha dimostrato che essa riduce il rischio di malattie cardiache, e, i vegetariani, e i vegani, ancora meglio, hanno il 32% in meno di probabilità di morire o di essere colpiti da malattie cardiache. Le patologie tumorali, e questo è un altro dato di fatto accettato dall’OMS, ma già prima l’Organizzazione Internazionale degli Studi del Cancro diceva che c’è pericolo delle forme tumorali legate all’assunzione di carne. C’è una ricerca del 2014 dell’Università di Harvard che è molto significativa, perché dice che le carni rosse sono pericolose per il cancro al seno. Lo studio è stato fatto sulla quantità di carne con cui si alimentavano le donne, e i fattori di rischio: fumo, familiarità, ’uso dei contraccettivi orali, e studi ormonali. Il risultato è che il consumo di carne rossa, soprattutto da giovani, aumenta il rischio del cancro al seno del 22%. Solo l’altro anno, il 2016, l’OMS ha ammesso ufficialmente che gli insaccati sono sicuramente cancerogeni, e, per adesso, le carni rosse sono considerate ad alto rischio. Una ricerca recente sul Medical Journal dimostra che le carni rosse sono pericolose. Oggi si punta molto sui controlli degli animali. Ma, “quando vi dicono che tutto va bene, perche ci sono i controlli, sappiate che i controlli sui bovini sono solo, lo 0,4% di essi, cioè 4 bovini su 1000 vengono controllati, così come 4-5 suini su 10000, 1 avicolo su ogni 100 mila tonnellate di peso. Il dott. Moriconi fa altri due esempi problematici che riguardano la produzione dell’hamburger e dei wurstel, di cui i bambini sono molto ghiotti. “In un hamburger sono stati trovati 400 DNA diversi, che equivale a dire che in un hamburger c’era carne di 400 bovini diversi, e un’alta percentuale di grassi: un insieme cancerogeno. Anche le carni in scatola sono cancerogene perché contengono nitriti e nitrati, inoltre hanno un’alta percentuale di sale che provoca l’ipertensione. La bresaola, la carne viene dal Brasile con voli aerei, il bel prosciutto di Parma è nel 66% di importazione, e ha un’altissima percentuale di sale, mentre il prosciutto cotto ha un’alta percentuale di acqua. I bambini mangiano di queste cose, così anche i wurstel, fatti con carne che viene separata meccanicamente. Quando all’animale si è tolto tutto quello che si può mangiare, rimangono le ossa. Queste ossa vengono raccolte e sottoposte a pressione e si ottiene una pasta, che viene poi sterilizzata con l’ammoniaca e insaporita e successivamente può essere forgiata in vari modi, e si ottengono i wurstel che diamo da mangiare ai bambini”. Il problema è che noi, come popolazione mondiale stiamo andando verso i 9 miliardi di persone, adesso siamo 7 miliardi di persone, consumiamo circa 180 milioni di tonnellate di carne e 160 milioni di tonnellate di pesce. A questi consumi enormi bisogna poi aggiungere che il 30% del cibo prodotto viene sprecato. Ciò significa che se noi non cambiamo stili di vita, se noi non abbassiamo il consumo di carne e derivati degli animali, è chiaro che tutti questi problemi non potranno essere superati. Teniamo conto che l’ultima frontiera non è solo quella della carne sintetica, ma è quella degli insetti: stanno già rinascendo allevamenti di insetti da utilizzare come cibo per nutrire i suini, che a loro volta nutriranno gli uomini. Tutto questo per continuare a mantenere questo altissimo consumo di carne animale. Il detto di Lucilio, poeta romano: «vivete ghiottoni, mangioni, pance che siete», mi sembra che vale ancora oggi”.

2- BIOETICA E VETERINARIA

Coordina Franco Manti, docente di Etica sociale ed Etica della Comunicazione (Università di Genova). Direttore International Research Office for Bioethics Education (European Centre for Bioethics and Quality of Life UNESCO Chair in Bioethics. Partecipano: Rosagemma Ciliberti, docente di Bioetica presso la Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Genova. Componente della Consulta Deontologica Nazionale, FNOMCeO, e del Direttivo IIB della Liguria; Graziana Moretti, etologa pet partner, presso il Centro “Martin Buber” afferente alla LNDC Genova, che si occupa di Medicina Veterinaria per animali d’affezione e di Interventi di Animali Assistiti, tra i quali presso l’hospice di Bolzaneto della Gigi Ghirotti e membro del direttivo dell’IIB.
Introduce la sessione il prof. F. Manti, che ricorda come le riflessioni fatte nella sessione precedente hanno dimostrato quanto sia necessaria la riflessione bioetica nell’ambito veterinario, che è il tema di questa seconda sessione, e come essa deve diventare patrimonio non solo degli addetti ai lavori della bioetica, ma anche, e, per certi versi, nello specifico veterinario, in primo luogo dei veterinari stessi. Introduce i tre relatori ponendo loro la domanda: “È veramente necessaria un’etica veterinaria specifica, o l’etica veterinaria è soltanto una branca possibile della bioetica animale? Perché parliamo di bioetica veterinaria?”. Io credo che se vogliamo parlare di bioetica veterinaria, dobbiamo tenere presente alcuni campi. Il primo campo è di carattere generale, ossia l’etica veterinaria ha molto a che fare ed è fondamentale per l’etica che noi chiamiamo etica della biocultura, perché ci dà un approccio globale alle questioni che riguardano il benessere animale e il rapporto fra uomini e animali. L’etica della biocultura è l’etica che si occupa dei rapporti che noi abbiamo con gli animali e anche con i vegetali, quando essi sono sfruttati per le nostre esigenze, quindi, tutto ciò che riguarda lo sfruttamento degli animali e della flora. Ora da qui si capisce quanto sia strategico il ruolo professionale del veterinario riguardo a tutta questa grande questione. Il secondo campo importante è il campo delle relazioni che gli umani intessono con gli animali, è quello che forse riteniamo più proprio, tradizionalmente, del veterinario, cioè le relazioni che si hanno con il veterinario, e quando noi interpelliamo il veterinario come medico dei nostri animali. Il prof. Manti sottolinea l’importanza di parlare di medico veterinario dal punto di vista etico e bioetico, e per l’etica professionale del veterinario, perché altrimenti il rischio è quello di ridurre il veterinario non medico a una sorta di tecnico. Quindi, sui processi relazionali è fondamentale l’intervento del medico veterinario perché con alcuni animali noi viviamo, sono nostri conviventi, sono parte delle nostre famiglie, e l’intervento del veterinario è un intervento non solo sull’animale ma sulla famiglia. C’è una rete di relazioni sulle quali il veterinario è competente. Quindi se i cani e i gatti che vivono con noi hanno delle patologie, questo è un problema non solo degli animali, ma di tutto il nucleo familiare sul quale il veterinario interviene. Il veterinario è membro di diritto in tutte le equipe nelle quali si svolgono interventi assistiti con gli animali, dalle terapie alle attività assistite. E questo potenzia di nuovo il ruolo del veterinario, perché il veterinario ci deve saper dire quali sono le caratteristiche dell’animale, come possiamo impiegarlo correttamente in questo tipo di relazioni che anch’esse debbono generare benessere per tutti i soggetti interessati e nello stesso tempo anche gli animali. Ultimo, quanto decisivo è la formazione del veterinario, una formazione che purtroppo, in grandissima parte, emargina gli aspetti bioetici. Se, infatti, noi andiamo a guardare i programmi universitari ci rendiamo conto che nella formazione del veterinario ci sono soltanto due realtà dove si insegna bioetica veterinaria come Padova e Bari. Del resto la bioetica nel Dipartimento di Veterinaria non esiste, ma c’è la cosa ancora più grave che porterebbe a uno sconvolgimento dell’assetto universitario attuale, e cioè il fatto che Veterinaria è Scuola di Scienze Agrarie, cioè il Dipartimento è stato con Agraria, non è stato con Medicina. Questa scelta va nella direzione di una visione del medico veterinario come il tecnico che garantisce la produttività, l’utilità o al massimo il fatto che l’animale di compagnia sia utile ai bisogni delle famiglie che possiedono l’animale. Abbiamo solo dato uno spaccato che è importante per discutere questi temi dal punto di vista bioetico, e credo che questa impostazione debba darsi alla questione che riguarda i veterinari e il loro rapporto con l’etica in generale e la bioetica più in particolare. Proprio per sviluppare questo tipo di tema credo abbiamo una parola chiave che interessi il nostro tavolo di riferimento. La parola chiave è bene-essere, perché gli animali devono essere messi in condizione, qualsiasi sia la condizione nella quale vivono, di poter avere delle soglie di benessere possibile. Il benessere deve essere il quadro etico della valutazione della sofferenza animale, valutazione che deve essere qualitativa e non solo quantitativa, come purtroppo erroneamente facciamo. Su tutto questo tutti i medici veterinari possono darci un grosso contributo. Passo la parola alla Prof.ssa R. Ciliberti, docente di Bioetica, che tratterà della questione della formazione etica dei veterinari e delle professioni sanitarie che entrano in relazione con gli animali, e anche di una ricerca, condotta alla Scuola di Scienze mediche dell’Università di Genova e della Facoltà di Veterinaria in collaborazione con l’Università di Bari, sulla conoscenza di una legge chiave, parliamo di discriminazione animale, sull’obiezione di coscienza..
La prof.ssa R. Ciliberti inizia il suo intervento chiedendo che cosa s’intende per obiezione di coscienza? Sappiamo, ella dice, che la sperimentazione è un tema assolutamente dibattuto, molto controverso, e le questioni dibattute non sono sugli aspetti scientifici, come è stato detto, e anche sulle questioni morali, l’obiezione di coscienza va oltre queste questioni, perché intende salvaguardare una fondamentale libertà, la libertà di pensiero, la libertà di dire no a pratiche che sono contrarie alle proprie scelte morali. Esistono già altre obiezioni di coscienza, alla interruzione volontaria di gravidanza, alla fecondazione medicalmente assistita, meno conosciuta è la legge 413 del 1993 sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che garantisce questo diritto, il diritto di dire no, senza essere discriminati. Il ricercatore, il biologo, il veterinario, lo studente può dire di non voler fare la sperimentazione animale senza subire delle conseguenze sfavorevoli, quali, ad esempio, il licenziamento, o il timore di non superare un certo esame. È una legge che non si pronuncia sulla validità scientifica o sull’eticità, ma prevede un obbligo informativo a carico di tutte le strutture pubbliche o private che sono legittimate a svolgere sperimentazione animale, non che svolgono sperimentazione animale, che sono legittimate, quindi è molto più ampio. Un obbligo informativo molto forte che riguarda ricercatori, medici, scienziati e anche studenti. Le modalità sono molto semplici, è sufficiente compilare una modulistica che le strutture sono obbligate a fornire sia agli studenti che ai lavoratori. A che punto è questa legge? Da una ricerca che abbiamo condotto nel 2009, e poi successivamente proseguita con associazioni non governative, è emerso che, purtroppo, questa legge presentava ancora forti inadempimenti, soprattutto per un obbligo fondamentale, quello della massima pubblicità, e questo come è immaginabile ostacola il pieno esercizio di questo diritto importante per gli studenti. Cosa ne pensano gli studenti?
Abbiamo avviato un sondaggio, approvato dal Comitato Etico Regionale, nel quale è stato chiesto agli studenti il loro parere. Questa iniziativa non ha coperto tutte le scuole e le Facoltà, perché alcuni docenti si sono opposti a raccogliere l’opinione, il diritto della libertà di pensiero. Emergono ancora gravi lacune perché i veterinari sono più a conoscenza della esistenza della legge sull’obiezione di coscienza (72%), ma ancora il 40% degli studenti di Medicina, dopo 25 anni, non conosce la legge. E emerge ancora che, tutto sommato, è ridotto l’impegno dei docenti, e meritevole invece il maggiore impegno a far conoscere questa legge. E questo comporta che il modello continua ad essere un riferimento obbligato per gli studenti. L’esercizio dell’obiezione di coscienza di fatto è molto basso. Questo risultato come si può leggere? Di fatto, oggi, l’esercitazione didattica è bandita dal decreto sulla sperimentazione animale, un divieto che però non è assoluto perché sappiamo che non copre la Scuola di Veterinaria e l’Alta Formazione per la Scuola di Medicina. Vi è da dire che le Facoltà di Parma, di Torino, come altre facoltà di veterinaria comunque hanno auto- deciso di non compiere sperimentazione sia sui gatti che sugli animali. Però su un dato così basso possiamo pensare anche che la mancanza di conoscenza della legge abbia impedito l’effettivo esercizio, non solo la mancanza di conoscenza della legge, ma anche, purtroppo, la mancanza della conoscenza delle tematiche di etica animale. Però circa l’80% degli studenti ritiene che l’insegnamento della Bioetica possa indurre riflessioni critiche precedentemente non considerate. Quindi sono consapevoli che l’intuito, il buon senso non sia sufficiente, ma uno studio approfondito della disciplina etica è una premessa indispensabile per individuare e confrontarsi con le varie tematiche. Questo dato è per noi molto confortante, la maggioranza degli studenti connette l’obiezione di coscienza alla libertà di pensiero della persona, piuttosto che a problematiche attinenti alla validità o meno della sperimentazione animale, questa la differenza dei docenti. Emerge che una percentuale significativa degli studenti, più elevata per i veterinari, il 43% ritiene che esercitando questo diritto sia precluso lavorare in un laboratorio di ricerca. Di fatto, pare che nella realtà genovese l’unico laboratorio che svolge attività senza l’impiego di animali è il laboratorio diretto dalla prof.ssa Penco e dalla prof.ssa Bassi. Non esiste attualmente un censimento sui laboratori che praticano metodiche alternative alla sperimentazione animale, ed è anche vero che laboratori che praticano sperimentazione con l’impiego degli animali si occupano anche di metodiche alternative, però di fatto c’è poca comunicazione, poca diffusione, poca pubblicità, quindi gli studenti non sono incentivati allo studio, a questo tipo di percorso. In Italia non esistono, vista, purtroppo, la scarsa considerazione alle tematiche di bioetica animale, non solo alla Facoltà di Veterinaria ma anche nella Scuola di Medicina, dove principalmente le tematiche sono quelle legate esclusivamente all’uomo, le tematiche del consenso informato, della comunicazione, dell’inizio e fine vita, le problematiche essenziali fondamentali ma non esaustive, e questo tipo di approccio dimentica il collegamento, l’orizzonte più ampio della bioetica che pone dei legami essenziali tra l’uomo, l’ambiente e gli animali. Ieri la mucca pazza, oggi, il problema delle uova contaminate, sono espressione della necessaria consapevolezza delle interazioni che esistono tra questi tre ambiti dell’etica. Noi stiamo analizzando le differenze di opinioni tra gli studenti di Medicina e di Veterinaria. La ricerca è ancora in corso. Questo io credo possa dare dei risultati utili, per dare impulso alla maggiore consapevolezza delle tematiche etiche, tenendo conto che i veterinari sono impegnati oltre che a problematiche di salute pubblica, e ovviamente di clinica, hanno anche un importante ruolo informativo e formativo proprio nei ragazzi, e quindi per gli altri queste ricerche possono promuovere questo senso, un maggiore impulso.
L’ultima relatrice è la dott.ssa G. Moretti, “Il rapporto tra Bioetica e Veterinaria è l’Etologia, secondo me è proprio quello che coniuga queste due parole. Come diceva il prof. Manti c’è stato un po’ un’invasione nel campo del medico veterinario da varie parti, soprattutto anche dagli psicologi. Noi tutti ricordiamo gli studi degli anni ’20 del comportamentismo, gli studi di Pavlov che hanno portato sicuramente alla formulazione del concetto di condizionamento classico, con quel gioco di stimoli e risposte che tutti associamo. e su cui non mi soffermo sui dettagli. E questo perché, da una parte, c’era una idea che lo studiare il comportamento degli animali potesse avere un riflesso su quello che era poi il comportamento umano, dall’altra parte però non c’era l’eguale analogia etica, vale a dire, se io presuppongo che studiare la mente degli animali qualcosa mi dica della mente umana, allora dovrebbe dirmi anche qualcosa dei sentimenti degli animali, se c’è questa analogia anche neurologica, anche molto emotiva. Ebbene gli esperimenti portavano a queste immagini che vedete , di un cane a cui viene inserita una fistola gastrica, immagini che mostrano quanto invasive erano queste osservazioni, e come violassero il benessere dell’animale. Questa è una visione assolutamente zootecnica. Altra immagine raccapricciante è quella di un animaletto che però riusciva a discriminare e a schiacciare una leva solo quando si illuminava la luce verde, e non quando si illuminava la luce rossa, perché se no prendeva uno shock dalla griglia che aveva sotto le zampine. Ebbene questo lavoro è riuscito anche a far modulare il comportamento di un coniglio fino a fargli suonare un pezzettino da una piccola tastierina. Bene, anche questo è assolutamente raccapricciante. Che cosa abbiamo imparato? Sicuramente che sanno fare apprendimenti per prove d’errore, sicuramente che sanno far risolvere problem solving, lo stimare luce rossa/luce verde, e contengono il vantaggio dell’avvertimento, però in che modo? Ecco che invece ci appare questa alternativa, un uomo ha avuto l’intuizione di capire che animali analizzati in laboratorio avevano poco di naturale nei loro comportamenti, vederli invece nel loro ambiente naturale, assolutamente in modo non invasivo, senza violare il loro stato di benessere, anzi inserendosi in quello in maniera congrua, poteva essere invece più positivo per capirne i comportamenti. Questa è una visione bioetica, perché rispetta gli animali non più come oggetto di conoscenza, ma come soggetto con cui imparare. Ecco che nasce l’Etologia, disciplina che osserva tutti quelli che sono gli algoritmi comportamentali di ogni specie nel suo ambiente naturale. Il termine etologia è stato coniato dal professore Konrad Lorenz, noto a tutti, e che ha cominciato con una ricerca comparata. Nel famoso esperimento che ha portato alla scoperta del concetto di imprinting, egli ha scoperto che, dopo la schiusa delle uova, qualunque uccello seguiva il primo essere vivente che vedeva. Ebbene questo tipo di apprendimento per imitazione avviene in fase precocissima, ha bisogno di uno stimolo chiave, ed è quasi sempre irreversibile. Ma esiste anche nei mammiferi superiori, ad esempio, l’attaccamento filiale parentale, che nei mammiferi è mediato dai feromoni sicuramente. Nei primi due giorni, i cuccioli, ad esempio, di cane e di gatto, ma anche i cavalli, c’è questa espressione feromonica che attiva questo attaccamento della mamma, poi, viceversa la cosa si completa. È stato fatto uno studio spennellando le mammelle di un cane di una sostanza, ed hanno dimostrato che questi animali una volta cresciuti mangiavano quotidianamente quella sostanza. Poi c’è uno imprinting all’ambiente, soprattutto nei felini, un imprinting canoro per gli uccelli che imparano meravigliosamente melodie, a seconda della prima melodia che hanno ascoltato, quindi hanno questa trasmissione culturale che a volte è proprio regionale. Anche studi di Harlow sull’attaccamento, dove delle scimmie venivano deprivate della vicinanza con la loro mamma, e quindi allevate da surrogati metallici, e poi venivano anche stuzzicate, in maniera da far venire loro paura, per vedere a quale di questi surrogati avrebbero chiesto conforto. Queste povere scimmie, macachi Rhesus, oggetto di questa sperimentazione, non hanno mai saputo costruire un sentimento di attaccamento corretto perché non hanno imparato l’affettività dalla loro mamma.
Da tutti questi studi abbiamo capito che l’ontogenesi negli animali avviene, così come per i nostri cuccioli, anche per tutti gli animali attraverso due fattori interagenti, la natura, cioè una premessa genetica, e anche la pedagogia fatta proprio dalla mamma cane verso i propri cuccioli, mediata da volontà ed intelligenza. Pensiamo ai cuccioli di mamma cane che osserva i propri cuccioli giocare tra loro: quando il gioco incomincia a diventare troppo aggressivo, dove uno fa male ad un altro, allora la madre interviene sgridando, scuotendo il cucciolo monello e mettendolo in castigo. Queste sono cose bellissime che ci raccontano della grande intelligenza dei nostri animali. Ecco ben diversi sono gli studi di J. Bowlby sull’attaccamento. Bowlby era un etologo, psicologo, e ha dimostrato che l’attaccamento è proprio questa ricerca emotiva nei confronti del caregiver, che è un punto di riferimento assoluto di fronte al disagio, nel caso di bisogno, ma di cui c’è una fede assoluta, e quindi i neurofisiologi, almeno fin ora non hanno scoperto differenze fondamentali tra strutture, le funzioni dei neuroni, le sinapsi dell’uomo e negli altri animali. Allora in funzione di questa analogia fisiologica sono stati fatti degli studi dell’anatomia comparata dove hanno dimostrato la neocorteccia che si sovrappone alla paleocorteccia anche almeno nei mammiferi superiori. In funzione di questa analogia (della scimmia che ha solo il 5% di differenza di DNA rispetto agli uomini), noi dobbiamo pretendere anche un’analogia di pensieri e sentimenti, e quindi un’attenzione diversa. L’etologia cognitiva ci dice che ci sono tante attività, tra cui il gioco. Un’immagine proiettata sullo schermo mostra due cani che si inchinano. È un inchino di invito al gioco, dopo il quale, qualunque morso, o qualunque atteggiamento anche aggressivo non è temuto, ma compreso come gioco. E poi anche l’apprendimento, i coniugi Gardner hanno insegnato ad una scimpanzé, il cui nome è Washoe, 200 parole con il linguaggio dei segni. Si ricorda che quando la signora Gardner subì un lutto, Washoe andò da lei e con il linguaggio dei segni ha detto: Tu triste, e l’ha coccolata. Queste sono le cose meravigliose che fanno gli animali.
E così anche l’autoconsapevolezza, quanti animali riescono a riconoscere, ad esempio, la propria immagine nello specchio. Ci sono poi comportamenti trasmessi per via sociale, per cui possiamo parlare di vera e propria cultura animale, che sono stati scoperti in due Università, quella del Regno Unito e quella di Atlanta negli Usa. A due scimpanzé differenti sono stati insegnati due modi diversi di liberare del cibo da un tubo che era ostruito da un blocco. Ad una, Enrica, hanno insegnato a rimuovere il blocco per poi accedere al cibo, all’altra a far forza sul blocco per fare uscire il cibo e il blocco insieme. Poi sono state liberate nei loro gruppi naturali, e entrambe hanno insegnato ai loro familiari come risolvere il problema secondo quanto era stato loro insegnato. Questo ha portato, nei mesi successivi, che quelli del gruppo di Enrica utilizzavano lo stesso sistema, e i componenti del gruppo di Giorgia utilizzavano lo stesso sistema che lei aveva insegnato loro. E questo vuol dire che questa è una trasmissione culturale. Altra cosa su cui possiamo soffermarci è la capacità di empatia degli animali. È stupefacente quanto riescono a leggere gli animali delle persone. Nell’hospice di malati terminali, dove io lavoro, all’interno della sessione di una riunione settimanale, dove ognuno per sua parte racconta qualcosa del paziente, io racconto quello che il cane dice del paziente. Per me, molto spesso è molto più accurata la visione del mio cane piuttosto quella del mio operatore, soprattutto quando il cane ci inganna. E i cani sono capaci di ingannare. Esiste la patologia del cagnolino simulatore in cui finge una zoppìa o un eccesso di tosse ad arte, perché ha scoperto che una volta fatto sul serio ne riceve l’attenzione. Tutte queste capacità osservate negli animali ci fanno capire quanto sia forte la differenza tra la visione zootecnica e quella bioetica. E” direi ai veterinari di sempre più coinvolgere tutte le discipline altre, come la bioetica, l’etologia per lavorare al meglio per il benessere dell’essere animale”.

3- INTERVENTI ASSISTITI CON GLI ANIMALI

Coordina Rosagemma Ciliberti, docente di Bioetica presso la Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Genova. Componente della Consulta Deontologica Nazionale, FNOMCeO, e del Direttivo IIB della Liguria. Partecipano: Luisa Marnati, Psicologa psicoterapeuta, psicologa clinica e delle emergenze. Master in Bioetica presso Università Regina Apostolorum Roma e Presidente dell’Associazione Pet Therapy e Bioetica Animale (APTEBA); Presidente Sezione Liguria dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici. Membro dell’IIB; Giampietro Sampietro, Infermiere professionale. Corso di perfezionamento in Esperto in Pet Therapy. Vice Presidente dell’Associazione Pet Team, da anni impegnata negli IAA. Membro dell’IIB; Stefania Pecora, Psicologa e Psicoterapeuta Clinica. Direttore Scientifico Centro Riabilitazione Equestre “Gen. Enrico Gonella Pacchiotti ed “Equi@motion”. Socio e membro del Consiglio Scientifico APTEBA. Membro IIB. Attività in Studio come libero professionista, si occupa da anni di Interventi Terapeutici con gli animali, in particolare con i cavalli.

I tre relatori portano la loro esperienza professionale nel campo degli interventi terapeutici assistiti con gli animali (I.A.A.), in particolare gli animali di affezione, il gatto, il cane, il cavallo. Gli I.A.A. hanno valenza terapeutica, riabilitativa, educativa, e ludico-ricreativa, e si rivolgono a persone con problemi psicofisici. La psicologa L. Marnati, analizza le fasi del percorso terapeutico con il gatto. Negli I.A.A., ella dice, “vanno adottate modalità educative che rispettino il gatto come co-terapeuta e co-protagonista”. Le caratteristiche che rendono il gatto idoneo a svolgere questo ruolo sono: prevedibilità, affidabilità, docilità, adattabilità alla vita con persone estranee e con problemi, complicità. È importante che il gatto assuma il ruolo di partner. La sua interazione con il Pet deve essere considerata una collaborazione. “Affinché l’azione terapeutica si sviluppi con successo, occorre un rapporto beneficiale per entrambi: gatto e fruitore, relazione correttamente impostata. Un pet non è un farmaco miracoloso, ma un soggetto relazionale che richiede un preciso impegno di reciproca conoscenza ed un congruo tempo di familiarizzazione, dal momento che il gatto ha una personalità psicologica, caratteriale e comportamentale ricca di sfaccettature che vanno comprese e apprese”.
Il gatto favorisce una intensa interazione con il paziente, approfondisce la reciproca conoscenza e consolida il legame emotivo e conferisce senso di sicurezza e rilassamento, migliora la qualità della vita. Il gatto, in situazioni sociali di disagio e conflittualità nelle persone con problematiche psicologiche diviene uno stimolo valido per riacquisire una immagine positiva di sé e del proprio valore, facilita la conversazione, il gioco, l’allegria; combatte il senso di solitudine, aiuta la motricità, stimola la riabilitazione del movimento fisico, diminuisce ansia, e porta un aumento del senso di rilassamento e riduce lo stress. Il gatto come co-terapeuta diviene il punto di partenza per un viaggio nel proprio mondo nascosto dai propri vissuti personali, attraverso il Pet che diviene centro di interesse, si vive e si recupera nel quotidiano un progetto di vita. Nei bambini, il gatto rappresenta un supporto alla crescita e alla maturazione, aiuta ad apprendere ed interiorizzare il senso di responsabilità; offre senso di protezione, stabilisce un legame di dipendenza e di cura; determina spunti di gioco e di allegria, fornisce la possibilità di una comunicazione fisica, rapida e semplice. Il ruolo del gatto è fondamentale soprattutto nei primi anni di vita. È una relazione di attaccamento in cui assume una funzione affettiva, diviene l’alter ego, una vera e propria identificazione proiettiva. Il rapporto con il gatto co-terapeuta assicura benessere, serenità, compagnia. Il gatto è controindicato nel caso di persone che non sono in grado di prendersi cura di altri esseri viventi, a causa delle loro condizioni psicofisiche; per persone con ferite aperte o con deficit del sistema immunitario; per persone con disturbi psichiatrici, che li porta ad essere violenti; nel caso di fobie specifiche nei confronti con gli animali; in caso di ipocondria, e di allergie.
Il dott. G. Sampietro, esperto in Pet Therapy, afferma che “gli I.A.A. pongono all’uomo, nel rapporto con gli animali impiegati, sfide etiche nuove, che si discostano dalla relazione uomo animale consolidata nella storia. Tra gli animali domestici, il cane e’ quello che ha avuto la più stretta relazione con l’uomo, e questo ha maggiormente inciso nel processo coevolutivo delle due specie. Non è casuale il fatto che, anche oggi, il cane sia l’animale più presente in tutti i contesti sociali umani e, naturalmente, l’animale maggiormente coinvolto negli I.A.A. La maggior parte degli animali domestici sono stati, e sono tutt’ora, usati dall’uomo in un rapporto di schiavitu’ alimentare o lavorativa. Nella maggior parte delle culture e delle società umane, il cane, si e’ posto, grazie alla sua particolare predisposizione etologica, nella posizione di “collaboratore” dell’uomo nello svolgimento di mansioni anche molto complesse. Al cane è stato richiesto di svolgere lavori complessi con un grado di autonomia sconosciuto agli altri animali. Pensiamo ai cani da pastore che radunano un gregge e lo conducono all’ovile, non sarebbero particolarmente utili all’uomo se questi dovesse, per ogni azione da svolgere, dare il comando specifico: “siediti !” , “vai avanti !”, “gira a destra !” , “torna !” , “alt !” , ecc. e ancora più difficile sarebbe dare comandi per azioni complesse e articolate quali: “separa quel capo di bestiame dal gregge e conducilo verso di me!” ecc. azioni che, tra l’altro, si svolgono su territori vasti e disagevoli. Il pastore invece si limita a chiedere ai cani di radunare le pecore e di condurle all’ovile, i cani sono in grado di gestire autonomamente il setting operativo, e sono anche in grado di assumere iniziative di fronte alle possibili varianti: Manca una pecora all’appello, un cane lascia il gruppo e la va a cercare mentre gli altri presidiano gli ovini già riuniti… oppure, qualora, lungo il tragitto, si presenti un ostacolo imprevisto i cani sanno indirizzare il gregge per aggirarlo ed evitarlo dimostrando di aver capito qual è l’obiettivo del lavoro che è a loro, richiesto. Queste azioni o situazioni impreviste, non possono essere gestite con cani senza autonomia decisionale e specifiche competenze. Il cane è, perciò, un collaboratore vero, che necessita di essere valorizzato e riconosciuto nella sua “professionalità” e “competenza” rispetto alla specifica attività svolta. L’addestramento cinofilo tradizionale si è per molto tempo basato su un lavoro svolto nel setting artificioso di un campo scuola, nel quale il rapporto uomo-cane si e’, quasi sempre, fondato sull’idea di una superiorità gerarchica umana e di sudditanza dell’animale: “ io ti dico che cosa fare e tu lo fai ! ” Per decenni si e’ puntato sul “condizionamento operante” dell’animale, dal quale si pretendeva la performance di immediata ubbidienza al comando. Chi, invece, con il cane, aveva necessità di lavorare veramente e di richiedergli lo svolgimento di attività complesse, ha quasi sempre evitato o limitato l’addestramento “di scuola” e ha privilegiato il rapporto di collaborazione, riconoscendogli la sua individualità. Gli I.A.A. sono attività che si fondano sulla relazione uomo-animale , ed è proprio sullo sviluppo delle capacità relazionali del cane che occorre puntare. Un cane “robot”, nell’eseguire ordini specifici, senza alcuna autonomia decisionale non sarebbe, perciò, particolarmente utile e sarebbe sostituibile con un qualunque giocattolo meccanico.
Negli I.A.A. le competenze richieste sviluppano il piano relazionale e della comunicazione empatica reciproca tra uomo e animale. La maggior parte dei cani è in grado di modulare il proprio comportamento in relazione all’utente che ha di fronte, ma è necessario che nel percorso formativo queste capacità siano valorizzate e potenziate. Per ogni specie animale impiegata negli I.A.A. è necessario considerare il pattern etologico, in virtù del quale il comportamento dell’animale, la sua comunicazione e la relazione riesce a modularsi… così che gli I.A.A. svolti con un cavallo sono, anche dal punto di vista relazionale, diversi da quelli svolti con il cane. Oltre alle caratteristiche etologiche di specie, non si può prescindere dalla biografia dell’animale stesso, in quanto individuo, e dalle biografie di tutti i soggetti attivi nel setting. La formazione di un animale abile negli I.A.A. parte, perciò, necessariamente dalla buona gestione zootecnica, (l’animale non deve provare sofferenza) ma non è sufficiente, perché l’animale deve anche poter trovare la “felicità” in ciò che sta facendo, deve sentirsi bene nel “qui e ora”, deve sentirsi gratificato, appagato, premiato…che in termini di educazione cinofila può essere accomunato al concetto di rinforzo: “Dall’animale otterrai ciò che hai premiato”. L’atteggiamento mentale del coadiutore e dell’educatore cinofilo nella preparazione dell’animale deve essere teso alla valorizzazione e al potenziamento delle sue capacità di acquisire competenze, che, a loro volta implementano ulteriori possibilità e capacità… che potremmo forse definire “capability”. Gran parte della cultura cinofila storica, però, cozza contro questi concetti perché pensa il rapporto tra cane e conduttore, come un rapporto di dipendenza finalizzato a raggiungere performance nella pronta esecuzione dei comandi, anzi, l’autonomia del cane è considerata con timore perché consente all’animale di sottrarsi al completo controllo umano, e pone l’uomo nella percezione di non padroneggiare completamente la situazione. Alla base ci sono: la sostanziale sfiducia nel proprio ausiliare, il timore di perdere il ruolo di “padrone” e l’accettazione del fatto che l’uomo e il cane si pongano una situazione di partnership e di parità. Il principio antropocentrico riverbera anche in una certa cultura “animalista iperprotettiva ”, derivata da un approccio emotivo all’alterità animale che concepito comunque come un “minus” e non un essere vivente capace di un alto grado di volontà e autodeterminazione. E’ necessario modificare l’atteggiamento dell’animale umano nei confronti degli animali non umani, riconoscendo loro la vera pari dignità e diritti, perché nel lavoro reale, a differenza del campo scuola, l’animale non è un umano carente di qualche cosa (gli manca solo la parola … o altro di simile), un sub umano da iperproteggere, ma un essere senziente capace di dialogare e di scegliere. L’animale è semplicemente diverso da noi, con capacità e potenzialità che noi umani non possediamo o non siamo più in grado di utilizzare. L’umano dovrebbe comportarsi con l’amico cane come la buona mamma che fornisce al figlio gli strumenti perché possa crescere e camminare da solo, accompagnandolo e aiutandolo in un processo che potremmo chiamare non educazione o addestramento ma “pedagogia” cinofila. In questo, la corretta relazione con il nostro partner animale, potenzia e amplifica le capacità e le possibilità del lavorare insieme. In questo senso il lavoro congiunto e biunivocamente collaborativo tra un animale umano e uno non umano supera il valore della semplice somma dei valori di entrambi in un concetto che possiamo chiamare olistico”.
L’ultima relazione è della psicologa e psicoterapeuta S. Pecora che parla di cavalli, e di terapie che, intorno al cavallo, sono ormai ampiamente consolidate. “Sono interventi terapeutici assistiti con il cavallo, che si avvalgono proprio dell’impiego del cavallo in ambito terapeutico, dove il cavallo interagisce con il terapeuta e con le persone, con le quali entra in relazione, e che diventano oggetto di studio e di terapia, portando quello che è il valore aggiunto del cavallo. Bioetica è rispetto di diverse alterità: l’alterità umana e l’alterità animale. I nostri cavalli proprio per questo motivo, per essere maggiormente disponibili, vivono in gestione naturale, ciò vuol dire che vivono non in box, ma all’aperto, in un contesto il più possibile libero, con cibo e acqua a disposizione, proprio perché hanno bisogno di aver rispettato dei bisogni primari, quindi di entrare in una situazione di sicurezza. Un animale che si sente sicuro, è un animale sereno, ed è più disponibile a lavorare con noi. Il cavallo cura fragilità e sofferenze di bambini e adulti. Bisogna fare molto attenzione anche ai segnali di stress, di carico. Le nostre figure di cura sanno che capita anche agli animali, come agli uomini, di entrare in burnout. L’eccesso di emotività, e di attivazione, arriva, e, allora, bisogna saperli leggere, e consentire agli animali di recuperare”. La psicologa vive questa esperienza con i cavalli presso l’Associazione Equi@motion, che si trova a Montalto Bormida (Al), un piccolo comune sulle colline Ovadesi, non molto distante dalla Liguria. “Siamo dovuti emigrare in Piemonte per trovare un posto che, per le caratteristiche di terreno, consentisse di avere un’ampiezza di un paio di ettari, per poter allevare i cavalli in gestione naturale. Esso è un luogo di benessere per tutti, persone e animali”.

4- ETOLOGIA COGNITIVA

Coordina Luisella Battaglia, Professoressa ordinaria di Bioetica e Filosofia morale, insegna nelle Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova e dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Bioetica di cui è direttore scientifico ed è membro del Comitato nazionale per la Bioetica. Partecipano: Angelo Gazzano, Medico Veterinario, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa dove insegna Etologia e Benessere animale e lineamenti di Educazione cinofila. Specialista europeo in Animali Welfare e Behavioral Medicine; Angelo Ferrari, Medico Veterinario Direttore Santario Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta. Già Professore a contratto presso l’Università di Genova; ha condotto negli ultimi anni il Centro di Referenza Nazionale di Oncologia Veterinaria Comparata di Genova.

Introduce i lavori di quest’ultima sessione la prof.ssa Luisella Battaglia: “La Bioetica ha fondamentalmente una vocazione interdisciplinare. La Bioetica ha bisogno dell’apporto di molte discipline, la Medicina, la Biologia, l’Etologia, l’Eziologia. Oggi è venuto il momento di parlare dell’Etologia, e l’Etologia, effettivamente, è una delle discipline che ha dato a noi, a me, per esempio, filosofi morali delle suggestioni assolutamente importanti per rivedere globalmente il rapporto uomo animale. Perché l’Etologia è la scienza del comportamento animale, e, quindi, la conoscenza ravvicinata della complessità della vita degli animali è stata tale che abbiamo dovuto necessariamente rivedere la nostra idea di umanità e di animalità, quindi uscire da una tradizione antropocentrica e pervenire ad una visione in cui l’animale viene considerato come una soggettività. Quindi, parlare della conquista della soggettività animale è stato uno straordinario passo in avanti, e in questo la Bioetica ne dà testimonianza, e mi ha fatto molto piacere sentire, nella sessione precedente, parlare di dignità animale, parlare di capacità degli animali, perché tutto questo ci abitua a considerare l’animale come un soggetto. Questo non è qualche cosa di metaforico, qualche cosa che ci spinge ad una fuga in avanti, vi cito soltanto, e mi limito a questo, una importante Dichiarazione Internazionale della Bioetica, che è la dichiarazione di Barcellona, del 1998, che enuncia quattro principi regolativi della Bioetica che sono: il principio di Autonomia, quello di Vulnerabilità, quello di Dignità, e quello di Integrità. Ecco questi, secondo questa prospettiva, sono i principi che dovrebbero guidare la nostra riflessione bioetica per il mondo umano e, anche per la prima volta, si dice, anche si può pensare ad un’applicazione al mondo non umano. Ecco qui vedete, c’è un punto di svolta assolutamente straordinario, perché per la prima volta si dice, concetti caratteristicamente umani come il concetto di dignità, e dignità significa che un soggetto vale come fine e non come mezzo, fondamentalmente, secondo la formulazione Kantiana, il concetto di integrità, nel senso proprio di interezza psicofisica, la vulnerabilità, cioè la nostra fragilità, la capacità di essere feriti, e in qualche misura anche il tema dell’autonomia, che chiaramente per gli animali è una sfida, però già dobbiamo cominciare a riflettere, ecco questa complessa categoria di concetti oggi possiamo già cominciare ad intravedere un’applicazione possibile. Ecco, io per questo ho voluto chiamare questa sessione “le frontiere della etologia cognitiva” perché ci apre davvero verso nuovi orizzonti. Io quindi prego i relatori di tener conto di questo, perché proprio di questo noi siamo in cerca, i nuovi orizzonti per cui l’animale, da “specchio oscuro”, come recitava il titolo di un libro che ho curato, specchio oscuro significa un animale in cui io mi rispecchio, per poi dare tutto quello che non desidero di me, pulsioni aggressive, violenza, l’animale come scarico del negativo, ecco diventa invece lo “specchio chiaro”, come è stato detto molto bene da alcuni di voi, prima, cioè il riconoscimento di me e contemporaneamente la scoperta di identità, di un’identità che non conosco, di un’identità che l’alterità animale mi può rivelare e che mi è segreta, è quello che un grande studioso del mondo animale oltre che storico, J. Michelet chiamava l’”alibi”, cioè la possibilità che l’animale ci aprisse l’altrove, perché l’animale è insieme per noi, un mistero, è il mistero che apre mondi e dimensioni inesplorate, pensate l’uccello che ci apre la dimensione del volo, un volo che noi possiamo intuire e empaticamente possiamo immaginare cosa è”. Quindi io ringrazio molto gli intervenuti, e dò la parola ad Angelo Gazzano, che è ordinario di Etologia all’Università di Pisa.
Il primo relatore, dott. A. Gazzano dice che, nel breve tempo a sua disposizione, non può ovviamente parlare di tutte le scoperte, di tutte le novità che ci sono nell’etologia, e che ha scelto due argomenti per dimostrare come una conoscenza migliore dell’animale ci può permettere di avere una relazione profonda, e quindi, più etica. Il motto del gruppo di ricerca, di cui egli fa parte, è «Conoscere per proteggere», perché se non si conosce che cosa si sta studiando, chi si sta studiando, e chi si vuole proteggere, non si è in grado di capirlo né di proteggerlo in modo corretto. E negli ultimi anni l’Etologia animale ha subito dei notevoli sviluppi, e, soprattutto, le ricerche, che sono state fatte sulle capacità cognitive degli animali, hanno svelato proprio l’esistenza di altre menti che vivono nel nostro mondo, di cui non eravamo consapevoli, non eravamo, o non volevamo essere consapevoli, per non avere problemi, magari etici, nell’utilizzare gli animali in un certo modo. E queste scoperte riguardano anche il cane. Il cane è sicuramente la specie animale più antica ad essere stata addomesticata dall’uomo, e solo recentemente siamo arrivati a riconoscergli l’esistenza di una mente, esistenza di una mente che è stata dimostrata tragicamente dal fatto che la mente del cane, come la nostra mente umana si ammala, e noi medici veterinari, esperti in comportamento, zoopsichiatri, usiamo gli stessi farmaci che vengono utilizzati in medicina umana per curare la mente del cane, con la stessa efficacia, e usiamo anche le stesse metodiche e ovviamente tecniche di modificazione comportamentale. Quindi non ci sono più dubbi che il cane abbia una mente e, forse, per alcuni aspetti, migliore e più funzionale della nostra. Per quanto riguarda il cane sono state fatte numerose scoperte, c’è una leggenda dei nativi americani che dice: «quando Dio ha creato il mondo aveva un cane accanto», e questo per dire come nella tradizione, cultura dell’uomo in tutte le estrazioni, la presenza del cane sia sempre stata fondamentale, una cosa data per scontata. Tant’è che non sappiamo, nemmeno ora, dove sia stato addomesticato, quale sia stato il processo di addomesticazione; sono tutti interrogativi che devono essere risolti. Per quanto riguarda le conoscenze sulle capacità di apprendimento del cane, studi di Pavlov, che ha preso il premio Nobel per i suoi studi sulla fisiologia dell’apparato digerente, e poi è diventato universalmente noto per i suoi studi invece sull’apprendimento associativo e sul condizionamento classico, hanno permesso di mettere a punto un modo di approccio, di educazione, di addestramento del cane (e di animali domestici, in generale) non violento, basato sul premiare il cane, l’animale per i comportamenti desiderati, ignorando quelli indesiderati, e questo ha permesso di creare una relazione abbastanza solida tra l’uomo e l’animale. È un metodo non ancora universalmente conosciuto, applicato, ci sono, infatti, ancora educatori, o sedicenti tali, che usano metodi coercitivi, ma rimane la base da cui partire. Però, come vi dicevo, non è stato ancora nemmeno completamente da tutti accettato questo metodo gentile che già ci sono delle nuove scoperte. Il prof. Gazzano mostra un filmato nel quale si vede una sua ex allieva che, lavorando con un gruppo di ricerca a Budapest, ha messo a punto un nuovo metodo di addestramento del cane che si basa sulla imitazione da parte del cane dei comportamenti che fa il proprietario. Questo metodo si chiama “Do as I do” (Fai quello che faccio io), e nel filmato si vede che l’istruttrice fa vedere al proprio cane alcuni comportamenti e il cane li ripete. Sono dei comportamenti, anche complessi, che il cane non aveva fatto prima. Una volta che il cane ha capito che deve imitare quello che fa il proprietario diventa un metodo molto semplice e molto stimolante per costruire e insegnare comportamenti nuovi al cane. Tali comportamenti costituiscono un nuovo metodo di addestramento che sta prendendo piede, ed è molto apprezzato, perché dà l’impressione al proprietario di avere un cane particolarmente intelligente che riesce ad essere molto intuitivo.
Ma le ricerche più interessanti, per quanto riguarda la nostra relazione con i cani, sono quelle che riguardano i legami di attaccamento. Tutti sappiamo che il cane ci ama in maniera incondizionata, ma questi sono termini che da un punto di vista etologico, veterinario, usiamo sempre con una certa cautela, parliamo di legame di attaccamento, legame molto profondo che il cane può avere per il proprietario. Questo tipo di legame di attaccamento è uguale e identico, comunque molto simile, a quello che il bambino ha per la propria madre. Quindi il cane vede nel proprietario quello che il bambino vede nella propria madre. Una figura che gli dà sicurezza, e che è un rifugio, è una base sicura a cui far ritorno per cercare conforto nei momenti di difficoltà e, da questa base sicura, di partire per vivere adeguatamente nel mondo. Quindi sia il bambino che il cane vedono in questa figura di referenza nell’attaccamento, un punto saldo a cui fare riferimento. Questo ovviamente mette in crisi tutto quello che ci è stato insegnato finora nella nostra relazione con il cane. Ci hanno, infatti, spiegato per anni, e c’è qualcuno che ancora lo spiega, anche su canali internazionali, facendo trasmissioni molto seguite, che il cane non è altro che un lupo, e il lupo costituisce un branco, e il cane vede nella famiglia un branco, e di questa famiglia è istintivamente portato a diventare il leader, a diventare l’elemento dominante, a meno che i proprietari non dominino essi stessi il cane. Questa è una teoria superata, che aveva degli errori anche di concepimento, perché si basava su osservazioni di lupi tenuti in cattività, di branchi costituiti artificialmente, quindi è un po’ come se noi andassimo a studiare il comportamento dell’essere umano prendendo dei prigionieri di un carcere. Sicuramente non avremo scelto gli individui migliori, ma poi in certe condizioni, ovviamente, il comportamento non sarebbe naturale, spontaneo. Quindi quello che noi sappiamo ora, tra l’altro, da studi effettuati in natura, perché le tecnologie moderne ci permettono di studiare l’animale libero, è che il lupo vive in un gruppo strutturato come una famiglia allargata, madre e padre e figli, questi figli crescono, alcuni restano, alcuni se vanno, altri individui entrano. Quindi è una famiglia allargata, dinamica. E non ci sono quelle relazioni di dominanza violente che ci sono state raccontate, cioè non ci sono individui che sottomettono e privano del cibo agli individui sottomessi. Oltre tutto, i lupi, che osserviamo oggi, non sono quelli che hanno dato origine al cane, perché quelli che hanno dato origine al cane sono diventati cani, quindi quelli che osserviamo di lupi ora presenti sono quelli che non sono riusciti a diventare cani, quindi erano già qualcosa di diverso dal cane in origine. Quindi vi sono proprio due errori di fondo alla base di questa teoria, e l’ulteriore errore è quello che il cane ha veramente subito una selezione in tutte queste migliaia di anni. Non si sa nemmeno esattamente quando il cane è stato addomesticato per la prima volta, probabilmente intorno ai 45000-35000 anni fa. Ci sono 380 razze di cani, e che sono diverse non solo per la morfologia, ma anche per il comportamento. Ci sono cani da pastore, da caccia, da slitta, cani da utilità che aiutano i non vedenti, i cani da soccorso, ecc. Quindi abbiamo modificato intensamente questo animale, l’abbiamo creato noi; forse è l’unico animale nell’ambiente terrestre che è stato creato e modificato così intensamente dall’uomo, nessun altro animale è così. E tant’è che questa selezione, che l’uomo ha fatto ovviamente inconsapevolmente nell’arco di migliaia di anni, ha fatto sì che il cane sia istintivamente capace di leggere i nostri segnali comunicativi molto meglio di altri animali, non solo del lupo, ma addirittura dello scimpanzé, come è stato dimostrato con un esperimento, nel quale dei cani sono stati messi a confronto con degli scimpanzé, ovviamente cresciuti con l’uomo, quindi socializzati con l’ambiente umano, per valutare la loro capacità di leggere le indicazioni visive che l’uomo dava per trovare del cibo nascosto. Il numero di scelte corrette che i cani hanno fatto rispetto agli scimpanzé è stato notevolmente superiore. Stessa cosa è successo, paragonando i cani con dei lupi, ovviamente anche questi cresciuti insieme all’uomo. Anche qui il cane rispetto al lupo è sempre più bravo nell’individuare il cibo nascosto. In questi esperimenti si è visto anche che, quando non c’è nessun suggerimento all’animale da parte della persona, il cane è in grado di leggere questa cosa. L’esperimento è stato ripetuto mettendo a confronto dei cuccioli allevati in casa, in ambiente molto stimolante, dove hanno potuto imparare, leggere tutti i segnali comunicativi, gestuali dell’uomo e i cuccioli cresciuti in un allevamento con pochissimo contatto con le persone, allevamento in box, quindi toccati il minimo possibile, e con poca interazione con le persone. Anche in questo caso non c’è differenza tra i cuccioli allevati in casa e i cuccioli di allevamento, quindi è proprio una predisposizione genetica che noi abbiamo selezionato, un po’ come il colore del pelo, del mantello, la lunghezza delle orecchie, perché ci faceva comodo, perché ci piaceva avere un cane intuitivo. Il prof. Gazzano termina il suo intervento ricordando che il nome latino del cane è Canis familiaris. Il cane è l’unico animale che si porti questo aggettivo Familiaris, proprio perché il cane nella famiglia riesce ad avere la sua migliore espressione, anzi per molte persone anziane, sole, il cane è la famiglia; per altre persone, il cane fa parte a tutti gli effetti del nucleo familiare, e ha dei notevoli effetti benefici, soprattutto per le persone anziane, ad esempio, aumenta l’attività fisica, crea maggiori contatti sociali, aumenta la cura di sé. Addirittura le persone anziane tengono il riscaldamento acceso perché c’è il cane, si ricordano di mangiare perché il cane deve mangiare. È quindi un fattore importante nella vita di una persona avere un animale accanto, e soprattutto un cane, soprattutto per i nostri figli come compagno di gioco, non solo perché giocano e stanno all’aperto, ma perché il cane insegna involontariamente il rispetto di un altro essere diverso da noi, che ha esigenze diverse da noi, che dobbiamo conoscere, dobbiamo capire. È quindi un grande insegnante naturale che dovremmo avere il coraggio e la gioia di averlo nella nostra famiglia.
Il secondo relatore è il dott. A. Ferrari, che dichiara di condividere con la prof.ssa L. Battaglia la critica ad una visione antropocentrica che ha contraddistinto, innegabilmente, la medicina veterinaria in questi ultimi 50 anni, e si dice anche un po’ scettico sul fatto che la classe veterinaria, alla quale egli appartiene, possa cambiare radicalmente visione. Tuttavia, constata che il susseguirsi di incontri, dibattiti di natura etica, bioetica sul rapporto uomo-animale a Genova e altrove, in questi ultimi 10 anni, mostra un notevole cambiamento che tutti hanno avuto modo di apprezzare. La Bioetica è entrata a far parte in maniera sempre più importante nel mondo scientifico ma anche nel mondo della produzione. Oggi, qualsiasi sistema produttivo, che riguarda la zootecnia nel nostro Paese, passa attraverso la verifica e il controllo del benessere animale, cosa che 10 anni fa era quasi impensabile. Insomma c’è stato un notevole cambiamento che tutti quanti abbiamo potuto apprezzare e sul quale ci stiamo avvicinando sempre più. Nella sessione precedente abbiamo sentito parlare di benessere emotivo, quello che negli interventi con gli animali, la Pet therapy, è uno strumento che sta affiancandosi sempre di più. Ma al di là di questo, il fatto di avere una nuova visione nei confronti dei nostri animali ci ha fatto pensare e vedere che il benessere animale non è solo emotivo, ma è un benessere anche sanitario. Finora abbiamo sempre parlato dei vantaggi dell’uomo dal punto di vista emotivo della convivenza uomo animale, ma ultimamente degli studi hanno constato un benessere di tipo sanitario sempre più apprezzabile. Lo confermano dei dati, la fonte è Pediatrics, di uno studio fatto in California, nel caso del primo anno di vita dei bambini che vivono con gli animali si ha una diminuzione di otiti del 48%, e una diminuzione significativa anche dei casi di forme respiratorie. Quindi questa convivenza con gli animali ha portato e sta portando anche dei fattori sanitari significativi che finora avevamo sempre considerato dal punto di vista dell’aspetto emotivo. Andando ancora avanti, il relatore si sofferma ora sugli aspetti della bioetica che sono entrati a far parte della sanità pubblica. Sono stati degli approcci estremamente importanti della tipologia di cambiamento che abbiamo nelle nostre ricerche. Negli ultimi 10 anni, ma solamente con applicazione lo scorso anno, sono state bandite tutte le ricerche che vedono l’uso cruento di animali. Un esempio banale: i topini non vengono più usati nelle nostre sperimentazioni. E questo è un altro aspetto di sensibilizzazione che abbiamo avuto. Lo stesso dicasi anche nel campo dell’Oncologia Comparata, vale a dire l’oncologia che studia i tumori degli animali per curare gli animali, tumori “spontanei” per curare gli animali, ma anche per anticipare possibilità di terapie e di cure nei confronti degli esseri umani. Queste molteplici esperienze hanno prodotto un cambiamento di visione del nostro rapporto con gli animali. Abbiamo una visione più attenta dei nostri animali che ci consente di cogliere degli aspetti che sono estremamente positivi. Due in particolare: “il primo, che il cane può essere il migliore attenzionatore del tumore alla prostata del proprio proprietario; il secondo, che il cane può aiutare il proprio padrone diabetico, avvicinandosi a lui, annusandolo, segnalandogli la presenza di insulina che in quel momento è presente. Sono fatti conclamati che provano tutto ciò. Insomma, il cane come familiaris!”. Tutto questo ci deve spingere a non usare, ma ad avere un rapporto più profondo, più etico con il cane e, soprattutto, un rapporto più intenso e più vero con tutti gli animali. L’animale, infatti, è un soggetto senziente, capace di emozioni, e delle altre capacità che abbiamo visto, e quindi è degno di essere considerato con tutto il rispetto e la considerazione.

Agorà: vivere con gli animali

Il dibattito sul tema “Vivere con gli animali” continua in piazza Caprera alla presenza di un folto pubblico. Coordina Graziana Moretti, Partecipano: Angelo Gazzano, medico veterinario, Pierluigi Castelli, medico veterinario comportamentalista, Angelo Ferrari, medico veterinario, Roberto Moschi, medico veterinario, Enrico Moriconi medico veterinario.

La dott.ssa G. Moretti mette in luce quanto l’etologia generale ed applicata costituiscano “la base bioetica per una congrua convivenza interspecie”. Il dott. A. Gazzano, medico veterinario, analizza le conoscenze attuali relative alle capacità cognitive del cane e come queste si possano riflettere sul nostro rapporto con questo animale. Una migliore conoscenza è alla base di ogni rapporto etico. Conoscere i bisogni dell’altro, comprendere il suo modo di comunicare permette di poter entrare in relazione con esso in modo più profondo e rispettoso. L’applicazioni di queste ricerche al rapporto concreto con il cane, ha permesso di sviluppare nuovi metodi di addestramento e di aumentare la profondità della nostra relazione con questo animale. Il dott. P. Castelli, approfondisce ulteriormente la questione della sperimentazione animale. Il dott. A. Ferrari, spiega che vivere con un animale da compagnia, un cane o un gatto ma anche un pappagallo e coniglio, favorisce il benessere e la buona qualità della vita di chi li possiede. In particolare per i bambini e gli adolescenti sono stati dimostrati degli importanti benefici in termini di responsabilità, compassione ed empatia. Oltre gli evidenti benefici emotivi, sono altrettanto importanti i benefici sulla salute. Vivere con un animale infatti stimola e rinforza il sistema immunitario, soprattutto dei più piccoli, nella lotta contro le infezioni e diminuisce pertanto le possibilità, da parte di questa delicata fascia della popolazione di ammalarsi. Grazie al continuo contatto con gli animali, inoltre si hanno meno probabilità di sviluppare malattie molto comuni e in alcuni casi gravi come l’asma e le allergie. Il dott. R. Moschi fa l’analisi del comportamento animale e umano sia per quanto riguarda la descrizione del comportamento stesso dei processi cognitivi, sia la loro interpretazione funzionale. Il dott. E. Moriconi parla dei rischi correlati ad un’alimentazione che comporti l’uso di animali e di derivati degli animali.

Conclusione dei lavori del I Festival di Bioetica

Siamo così giunti alla fine di tre giorni ricchi di dibattiti interessanti su problematiche etiche attuali. La Prof.ssa Luisella Battaglia ringrazia tutti i relatori e il pubblico offrendo l’ultimo significativo messaggio etico di questo Festival: “Abbiamo cercato di restituire l’idea della bioetica quotidiana che noi tutti dobbiamo conoscere per imparare a rispondere alle domande fondamentali che ci riguardano da vicino e riappropriarci della responsabilità prima di tutto come cittadini”. Poi consegna il primo premio Festival Bioetica ad Antonio Ricci per “Striscia la notizia”, nota trasmissione televisiva di Canale 5, con la seguente motivazione: “La trasmissione Striscia la notizia è un tentativo riuscito di aiutarci a prendere coscienza dei nostri diritti di cittadinanza”.
Una trasmissione che “ha fatto la scelta di campo molto determinato – ha spiegato A. Ricci – di stare da parte degli ultimi e dei diritti violati di persone e animali, che sono i nostri fratelli”.

La motivazione del Premio ha sintetizzato anche il senso del Festival, dice la prof.ssa L. Battaglia: “Tutelare la salute umana contro le truffe dei ciarlatani, difendere l’ambiente dalle aggressioni, vigilare sul benessere degli animali contro gli abusi è fare opera di bioetica quotidiana, rafforzare il sentimento e la responsabilità di una salute globale e indivisibile. È quanto ha fatto Antonio Ricci in questi anni con la trasmissione Striscia la notizia con una determinazione pari alla leggerezza”.

 

 

NOTE:

(1) Da una intervista rilasciata dalla Prof.ssa Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, che ha voluto fortemente questo Festival, a Tiziana Bartolini dell’Associazione Noi Donne.

(2) Da una intervista rilasciata dalla Prof.ssa Luisella Battaglia a Tiziana Bartolini dell’Associazione Noi Donne.

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