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Giustiniani Brevettazione

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Brevettazione della vita e libertà di ricerca scientifica


Pasquale Giustiniani


L’arco di tempo che va dalla Convenzione di Parigi del 1883 alla Direttiva 98/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa del 6.7.1998[1] e successive leggi e decreti nazionali - è emblematico dell’accelerazione e della trasformazione che, in poco più di un secolo, ha subìto la questione della brevettazione. Essa infatti, da problema quasi esclusivamente commerciale ed economico, si è di fatto configurata come un nodo complesso e controverso di problemi, con forti coloriture non soltanto economiche e mercantili, ma altresì etiche e bioetiche. Dalla Convenzione nella quale si fissavano regole e procedure comuni per i brevetti, siamo passati agli Accordi multilaterali dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (1994) - con cui gli Stati aderenti si obbligavano a concedere brevetti per ogni invenzione industriale che non fosse contraria all’ordine pubblico e al buon costume -, fino a giungere alla predetta Direttiva europea, con la quale sono stati “normalizzati”, in qualche modo, gli stessi brevetti di tipo biotecnologico, fino a giungere, in Italia, al Decreto legge 10 gennaio 2006 numero 3: Attuazione della direttiva 98/44/CE in materia di protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 8 del 11 gennaio 2006[2].
Pur non essendo ancora unanimemente accettata la possibilità di rendere brevettabili le utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e commerciali, i notevoli investimenti economici ed umani in questi campi porrà sempre di più le nostre civiltà complesse di fronte al bivio della decisione di poter rilasciare brevetti nonostante alcuni paventino che, con ciò stesso, ne conseguirebbe un’offesa alla moralità così come percepita nell’ethos pubblico, nonché un vulnus inferto alla dignità dell'essere umano in tutte le fasi del suo sviluppo. Il che ribadisce la rilevanza bioetica del nostro secolo – che si annuncia anch’esso “breve” come il XX –, nel corso del quale i temi della gestione tecnoscientifica delle linee di vita, soprattutto di quelle embrionarie ed umane, s’incontreranno e si con-fonderanno con i profili economici, assicurativi, etici e bioetici, a conferma della sempre più diffusa esigenza di una riflessione pluridisciplinare, non soltanto economica ed etica, e neppure soltanto scientifica o tecnologica, ma altresì sociale, culturale, giuridica, politica e filosofica, ovvero bioetica.
La bioetica, infatti, proprio perché posta di fronte a nuovi incroci e ibridazioni di campi e di tematiche sempre più complesse e globali, si configura davvero non soltanto come l’ambito delle decisioni morali assunte alla luce di principi universalmente condivisi, bensì anche come orizzonte che rende possibile, e plausibile, una serrata argomentazione dialettica tra prospettive disciplinari diverse, in cui i differenti saperi cooperano per una convergenza critica ed argomentata intorno ai temi di volta in volta affrontati, in vista di una plausibile, anche se provvisoria, definizione, condivisa e condivisibile, di criteri morali, se non proprio universali, almeno tendenzialmente universalizzabili.
Profili economici e commerciali delle “linee di vita”
Basta guardare per sommi capi a quanto è avvenuto nel corso del secolo XX, per rendersi conto delle tante tappe, velocemente bruciate, nel campo delle tecnoscienze e delle possibili utilizzazioni commerciali e industriali di quelle che Steven Rose ha felicemente denominato “linee di vita”[3]. Molta acqua è passata sotto i ponti, più rapidamente di quanto si potesse immaginare, a partire dalla prima ipotesi di Walter S. Sutton (1902), all’ipotesi di “struttura a doppia elica” del DNA (1953), fino alla “decifrazione” del codice genetico nei primi anni Sessanta, allorché fu scoperto il rapporto tra le 64 triplette generabili dalle 4 basi del mantra genetico con i 20 amminoacidi che formano le proteine. Gli ultimi anni costituiscono davvero una sorta di “piano inclinato” per quanto concerne la conoscenza ed il trattamento dei geni, ovvero di questi composti di DNA, la cui struttura molecolare si presenta come un lunghissimo filamento di circa due metri, risultante da una sequenza di miliardi di basi azotate disposte, appunto, a gruppi di triplette, che codificano ciascuna per una aminoacido, strettamente “impacchettate” nei cromosomi dove, in associazione con speciali proteine (istoni), formano, all’interno di ogni cellula vivente, una serie di eliche compatte e doppiamente spiralizzate, che qualcuno ha coloritamente denominato “alberello della vita”, in quanto su di esse viaggiano, appunto, le linee di vita tipiche di ciascun essere che chiamiamo “vivente”. Se, dal punto di vista ontologico, l’albero della vita, che è un’espressione prevalentemente metaforica oltre che reale, dà luogo nel corso dei secoli ad un’intricata selva di miti e di spiegazioni, dal punto di vista biologico la vita appare ormai agli stessi specialisti come un continuum di trasferimento di archivi genetici da una generazione all’altra, in cui ciascun individuo vivente risulta teleonomicamente finalizzato ad avere forma, funzione e struttura, variabili nel tempo e nello spazio, entro determinati vincoli, mentre teleologicamente esplica determinate funzioni biologiche finalizzate alla sua conservazione spaziale e temporale[4].
A questa teleonomia e teleologia degli individui viventi, si addiziona la possibilità tecnoscientifica di operare degli interventi correttivi e migliorativi sugli individui e sulla stessa specie, in grado cioè di deviare il telos che la “natura” sembra comunque aver perseguito nel corso dei millenni. Così, se il Rapporto Warnock, nel 1984, dava il via libera, per il Regno unito di Gran Bretagna ed Irlanda, alla ricerca sugli embrioni umani prima della comparsa della cosiddetta stria primitiva, la quale segna la transizione delle cellule embrionarie, con caratteristiche di toti- e pluri-potenzialità, a quella di cellule che concorrono a designare un determinato tessuto o apparato e, successivamente, un individuo appartenente ad una distinta specie vivente, il Progetto Genoma avviato nel 1989, già cinque anni prima della meta prefissata (che era stata individuata nel 2000), permetteva di sequenziare tutte le basi nucleotidiche del DNA umano, suscitando ben presto un vespaio di questioni non tanto in ordine ai protocolli di ricerca, bensì alle nuove possibilità di finanziamento, trattamento e privatizzazione di “invenzioni” che si sarebbero ben presto ottenute studiando e trattando il genoma. La spinosità di tali questioni, in Italia, si possono facilmente percepire già sulla soglia del terzo millennio, allorché il Comitato Nazionale per la Bioetica, il 25 febbraio 2000, deve ribadire la propria contrarietà alla decisione dell’European Patent Office (EPO) di concedere all'Università di Edimburgo, che collaborava con la società statunitense Bio Transplant, il brevetto numero ER 695 351, nel quale erano stati appunto previsti l’isolamento e la coltura di cellule staminali da embrioni e da tessuti adulti e la loro modificazione genetica, prima a livello di pura ricerca teorica, ma con evidenti successive ricadute sul piano della definizione delle differenze tra scoperta ed in invenzione in campo postgenomico.
Le connessioni tra ricerca scientifica, legittime esigenze, anche economiche e commerciali, dell’inventore (o scopritore?) di nuove cose circa le linee di vita si fanno progressivamente sempre più evidenti a tutte le parti in causa. Tutti, d’altra parte, ribadiscono la necessità della libertà di ricerca degli scienziati, i quali non sembrano dover essere limitati nel disporre di nuovi dati, nel provare nuovi indirizzi della ricerca biotecnologica, per giungere a nuove scoperte che rispondano alle esigenze della collettività. Del resto furono due politici, Tony Blair e Bill Clinton che, agli esordi della nuova era (poi detta anche New Biotechnology Era), non soltanto inneggiarono alle mete di progresso raggiunte dalla ricerca scientifica, ma già sollecitarono (era il 14 marzo 1999) a rendere liberamente accessibili agli scienziati di tutto il mondo i risultati dell’avvenuto sequenziamento del genoma del DNA umano. L’appello dei politici era evidentemente funzionale all’enunciato etico teso ad evitare l’interposizione di qualunque ostacolo ad una ricerca che prometteva possibilità insperate per la salute dell’intera umanità, ma non ometteva d’inventariare il rischio di indebite future privatizzazioni di un bene da ritenere comunque pubblico in quanto frutto della ricerca scientifica. Alla soddisfazione per le nuove mete, insomma, si associavano già i legittimi timori di ambiguità e rischi. Il Comitato Nazionale italiano per la Bioetica, nella sua Dichiarazione sulla possibilità di brevettare cellule di origine embrionale umana, nel quadro del recepimento italiano della direttiva europea sulla Protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche (Direttiva 98/44), non a caso chiedeva, in quel medesimo periodo, che fosse definita un’interpretazione che escludesse le ambiguità residue in merito all’illiceità della brevettabilità del corpo umano, in ogni sua parte e in ogni sua fase di sviluppo.
La diffusione di una chiara e puntuale informazione sulle applicazioni biotecnologiche della scienza (esigenza di diffusione delle tematiche etiche e bioetiche delle biotecnologie) non era disgiunta dalla volontà di definire regole comuni nei vari paesi, nonché dal perseguimento di forme di trasparenza e di controllo pubblico sulle modalità, i soggetti e le finalità delle applicazioni della ricerca in campo biotecnologico (rammentando la sinergia tra settore privato, istituzioni pubbliche e organi istituzionali). Frattanto, una notevole accelerazione tecnologica si era registrata nel campo delle scienze “costruttrici” (o forse, addirittura “creatrici”) della vita, anche a motivo dell’uso sempre più diffuso dei sequenziatori genetici (si rammenti che il primo sequenziatore automatico risale al 1983). Questi strumenti consentiranno, infatti, di compiere, nell’arco di un solo triennio, quanto un singolo ricercatore, con mezzi tradizionali, sarebbe riuscito a concludere in un migliaio d’anni[5]. Ovviamente, le biotecnologie – qualificabili sia come attività scientifiche che fortemente produttive, seppure in seconda battuta – opereranno nei più svariati settori (zootecnico, agrario, farmaceutico…), ora con lo scopo di produrre vaccini ricombinanti, ora invece, per esempio di fronte al problema della fame, di realizzare vegetali e piante transgeniche in grado di ovviare alla cronica carenza di scorte agroalimentari nel mondo. Per quanto riguarda il campo delle applicazioni zootecniche, basta accennare al tema degli xenotrapianti[6], ovvero dei trapianti di organi, prelevati da animali nel cui genoma siano stati precedentemente inseriti dei geni umani al fine di ottenere, appunto, degli organi istocompatibili[7]. In altri settori, sono sempre più numerose le biotecnologie estese al trattamento dei rifiuti, alla produzione di vaccini, di anticorpi, di ormoni... Si può, in sintesi, affermare che gli ambiti d’interesse della biotecnologia, all’esordio del secolo XXI, spaziano dalla medicina umana alla salute animale, dall’industria chimica alla protezione dell’ambiente, dalla produzione vegetale all’industria alimentare, dalla produzione animale alla sperimentazione sulle cellule staminali, circa le quali non si contano le sperimentazioni in atto, ma anche le polemiche.
Sicuramente le biotecnologie che suscitano i maggiori entusiasmi e generano altrettanto legittime esigenze di “mercato”, industrializzazione delle invenzioni e commercio, sono quelle che operano in campo umano o, per dir meglio, quelle che studiano e lavorano in vista del progressivo trasferimento operativo dei risultati dello studio biotecnologico all’essere umano, come avviene soprattutto nella biotecnica del DNA ricombinante o ingegneria genetica. Tale biotecnica rende infatti possibile la fusione in vitro di porzioni di materiale genetico provenienti da organismi diversi (sia non umani che umani), al fine di ottenere nuove combinazioni di geni e, quindi, nuove espressioni fenotipiche. Il che consente non soltanto di migliorare, ad esempio, la disponibilità di cibi e mangimi, ma altresì di superare barriere d’incompatibilità sessuale tra specie diverse, nonché di trasferire singoli geni senza dover per forza unire interi genomi, oppure di trattare in maniera causale una malattia ereditaria determinata da un’alterazione del genoma (attualmente soltanto quella dovuta al difetto di un singolo gene), oppure di operare, anche in maniera selettiva, su cellule somatiche e su cellule germinali. Negli ultimi anni, poi, si vanno diffondendo le biotecnologie innovative, le cui applicazioni prevedono l’immissione nell’ecosistema di virus, batteri, piante, animali, il cui patrimonio sia stato precedentemente modificato. Con le biotecnologie innovative si è aperta, all’interno del secolo biotech, una nuova fase che fa della bioetica un complesso di saperi non soltanto scientifici ed umanistici, ma anche economici, finanziari, commerciali ed industriali e, di conseguenza, sociali, giuridici e politici[8].
La possibilità, oggi ammessa in Europa, di brevettare invenzioni con caratteri di novità, inventività e applicabilità, ottenute nell’ambito delle biotecnologie, ha di nuovo proposto un interessante esempio di situazione complessa che chiede l’apporto di più nella peculiare ottica del bilanciamento degli interessi in campo e della ricerca di linee di soluzione capaci di ottenere, se non proprio evidenze morali condivise, almeno dei consensi per intersezione tra le diverse parti in causa e, insieme, di salvaguardare strutture epistemiche dei saperi coinvolti, degli stessi mercati commerciali e finanziari, nonché le visioni valoriali degli utenti e dei fruitori dell’invenzione biotecnologia. I fortissimi ostacoli incontrati da qualche multinazionale per la brevettazione di biotecnologie in campo agroalimentare la dice lunga circa il progressivo coinvolgimento di altre considerazioni, non strettamente scientifico-tecnologiche. Ecco perché, di fronte ai propugnatori senza riserve della cosiddetta “seconda rivoluzione verde” o transgenica, non mancano coloro che, sul piano politico-economico, avanzano non poche perplessità. Nel merito, i principali interessi da bilanciare sembrano quello della legittima esigenza di tutelare i diritti di un inventore che abbia prodotto qualcosa di utile e vantaggioso per la collettività con gli altrettanto legittimi interessi della collettività, a vantaggio della quale l’invenzione stessa va tutelata e normata, con gli interessi ulteriori e le procedure della cosiddetta “comunità scientifica” la quale, pur condividendo la necessità di tutela dei diritti dell’inventore, presenta sue specifiche modalità di funzionamento che esigono la piena disponibilità e l’accesso non vincolato.
Gestione biotecnologia delle linee di vita e nuove esigenze di brevettazione
In ottica di filosofia morale, la questione che maggiormente interessa non guarda prevalentemente alla proprietà industriale o al modo di funzionare della ricerca scientifica nel campo della biologia molecolare, della genetica e delle biotecnologie, ma soprattutto alle esigenze delle persone umane o dei soggetti viventi (animali non umani e viventi vegetali), dai quali ogni ricercatore parte per ottenere i materiali biologici e viventi, che saranno utilizzati per ottenere l’invenzione da cui ricavare, poi, delle privative e connesse royalties. Non vanno omesse le esigenze, e i diritti fondamentali, degli stessi soggetti umani e non umani a cui le applicazioni industriali delle invenzioni eventualmente brevettate ritorneranno, o sotto forma di elementi immessi nella catena alimentare, o sotto forma di farmaci per la cura di particolari patologie, oppure sotto altre forme che incideranno sulla linea somatica o anche sulla linea germinale dei viventi animali ed umani[9], oppure sull’assetto delle’cosistema.
Così se, per alcuni, gli attuali orientamenti delle politiche ambientali, produttive, commerciali e sociali, oltre a creare problemi alla biodiversità, acuiranno gli effetti perversi di una cultura riduzionistica finalizzata prevalentemente ad una produttività insostenibile ed iniqua, per altri i progressi scientifici, tecnologici, sociali e culturali della ricerca biotecnologica devono piuttosto dar luogo a coraggiose svolte, per esempio a nuove antropologie culturali e filosofiche che non confinino più l’essere umano nei limiti angusti di una specie, sostituendo ad una visione antropologica ed etica di tipo essenzialistico un’altra che si apra finalmente al postumano ed a nuove sinergie tra essere umano ed ecosistema[10]. Le stesse discussioni intorno alla privatizzazione e l’affidamento al mercato della gestione delle risorse idriche, per altra via, ripropongono l’analogo scenario di fondo su cui occorre indugiare nel momento in cui si debbano valutare gli esiti della gestione biotecnologica delle linee di vita con i connessi sviluppi commerciali ed industriali. Il nodo teorico sembra formulabile come segue: si danno dei beni primari a destinazione universale o da condividere a basso costo con l’intera umanità, ad esempio i beni intellettuali e i risultati della ricerca oppure, sul piano cosiddetto materiale, l’acqua, la vita, la salute… sono considerabili in assoluto sempre dei beni pubblici e comuni, quindi non soggetti, né totalmente né parzialmente, a privatizzazione e perciò neppure a brevettazione? Secondo come si risponda all’interrogativo, ne segue, più o meno perentoriamente, una conseguenza che ora inviterà, almeno di fronte alle linee umane di vita, ad una gestione rispettosa della maiestas e della dignitas della persona, delle sue caratteristiche “naturali”, mai assoggettabili al sistema della privatizzazione, del mercato, delle royalties, ora invece solleciterà a dismettere le coloriture mitico-religiose della responsabilità a vantaggio di una gestione pubblica e controllata per il bene della ricerca scientifica e per il benessere comune delle persone umane e degli altri esseri viventi. Tuttavia, qualora si decidesse che elementi del corpo umano ancora vivente (per esempio materiali ematici o catene genetiche o cellulari, o anche organi), fossero delle realtà indisponibili, non soggette a trattativa o a privatizzazione, esse non interesserebbero più il mercato e il commercio. Infatti, sarebbe improbabile che le imprese commissionassero ricerche o sviluppassero possibili applicazioni diagnostiche e terapeutiche, o investissero a tale scopo risorse finanziarie e non, senza la garanzia dell’adeguata protezione brevettale dei successi di volta in volta ottenuti.
Non è, insomma, indifferente la decisione, anzi essa potrebbe segnare in un senso o nell’altro il futuro, non soltanto dello sviluppo scientifico e commerciale della biologia molecolare, ma degli stessi canali d’investimento e, di conseguenza, degli assetti sociali e politici nelle società complesse. Se poi si ragiona alla luce della brevettazione di invenzioni che incorporino eventuali parti del corpo umano ottenute in “maniera tecnica”, non necessariamente collegate ad uno specifico individuo, si vede come la decisione non dipenda soltanto dalla volontà economica di questo o quel gruppo, bensì dal tipo di risposta teorica, prim’ancora che politica e giuridica, che la collettività sociale e politica (oggi complessa e globalizzata) assegna al dibattito bioetico generale. Più specificamente, ai fini di una bioetica delle biotecnologie, la brevettazione di sequenze di DNA non umano ed umano, o anche postumano nel senso di ibridato e interspecifico, andrà correlata e discussa sulla base di interrogativi da formulare circa l’utilità conosciuta, o ancora sconosciuta, del protocollo di ricerca, nonché con i bisogni ed i diritti del possessore di tessuti, cellule o parti del corpo umano da cui la ricerca prende le mosse ai fini della successiva brevettazione.
Le nostre società complesse non potranno mai smettere di domandarsi se sia lecito moralmente manipolare, e brevettare, la natura vivente a fini di utilità collettiva, ricordando che tale utilità viene a sua volta definita antropologicamente dai gruppi di potere economico e politico che ne delineano gli effettivi contorni. Il che ribadisce che si tratterà di procedere comunque lungo il crinale che divarica e diversifica le posizioni morali in dialogo, a volte ponendole in conflitto. Quale che sia il modello meta-etico che si scelga per interpretare le discussioni (modello che vede tra i parlanti degli stranieri morali che convergono convenzionalmente su determinati punti ben argomentati, oppure modello che li considera come tutti sottoposti allo splendore della verità morale), verranno sempe al pettine i nodi relativi agli orizzonti delle etiche dell’intangibilità della vita, delle etiche che fanno del principio di precauzione, di fronte alle perplessità o alle incertezze degli esiti, un motivo legittimo per il differimento di determinate ricerche, delle etiche che orientano a svolgere coraggiose opzioni di ricerca purché siano sempre moralmente compatibili con la tutela sostanziale dei diversi esseri viventi implicati, soprattutto con la tutela dei soggetti viventi più deboli e meno capaci di esprimere i propri bisogni.
Di qui la necessità di una bioetica che domanda di essere praticata come esercizio collettivo per bilanciare continuamente le esigenze derivanti dai fini e dagli scopi della ricerca, della commercializzazione e della brevettazione, con i mezzi posti in atto per il conseguimento di positivi scopi di soddisfazione economica degli investitori e di benessere dei futuri fruitori della ricerca stessa. Qualora, infatti, i mezzi prescelti, seppur corretti dal punto di vista economico e finanziario e legittimi dal punto di vista dei protocolli d’indagine, implicassero delle vere e proprie invasioni nella sfera personale dei soggetti umani, oppure comportassero delle sofferenze dei soggetti viventi, sia non umani che umani, oppure richiedessero delle inibizioni o dei limiti per alcuni esponenti dell’umanità, o anche inibissero la libertà di scelta o di consenso alla terapia nel soggetto finale che diverrebbe un fruitore-consumatore non interpellato, ci sarebbe da interrogarsi pur sempre sull’effettivo vantaggio per l’umanità, soprattutto per gli esponenti umani di quelle parti del mondo che, per situazioni economico o politiche, non potrebbero che essere i terminali, e non certo gli attori, del processo di ricerca e di brevettazione.
Non a caso, anche tra i capi di Stato e i detentori del potere politico ed economico, soprattutto in paesi in cui la ricerca biotecnologica è più avanzata, si presenta di tanto in tanto il timore, non infondato, di possibili corse alla privatizzazione delle “linee di vita” in campo agroalimentare, medico, farmacologico, anche mediante lo strumento giuridico dei brevetti, la cui normativa è, per questo, in continua evoluzione. In genere, nel dibattito le maggiori resistenze alla “privatizzazione” sono argomentate o in base al principio della prudenza, per cui i risultati da ottenere dovrebbero essere costantemente monitorati da parte di un potere pubblico indipendente ed autorevole, che ne dovrebbe anche verificare il grado di sicurezza e di equa distribuzione dei benefici nella popolazione; oppure in base al criterio di giustizia nei confronti dei poveri del mondo, per cui andrebbero contestualmente appianate le differenze tra i paesi con economie avanzate e paesi con economie emergenti. Non mancano rilievi che ora segnalano rischi di nuovi terrorismi e potenziali conflitti tra detentori di brevetti sulle linee di vita e popolazioni costrette dal mercato a non poterne fare a meno, ora invece evidenziano l’asservimento della stessa ricerca scientifica a esclusivi o prevalenti scopi di lavoro e di lucro dei gruppi che detengono il potere economico. A molti, poi, risulta evidente che lo sviluppo tecno-genomico, la volontà di pianificazione che lo governa, l’uso delle risorse e la maniera di utilizzarle, non possano essere mai distaccati dal rispetto delle esigenze morali generali, soprattutto di quelle che ipotizzano limiti nell’uso della natura visibile da parte umana. Anche la semplice valutazione dei benefici e dei costi apre, inoltre, in ogni campo o settore, soprattutto in quelli dell’ingegneria genetica e del trattamento del genoma umano, degli scenari con notevoli implicazioni sociali, pedagogico-informative, etiche, giuridiche, politiche, economiche ed ambientali[11].
Ma, mentre le considerazioni di tipo culturale vengono elaborate, le tecnoscienze continuano comunque il proprio vertiginoso viaggio di ricerca e di scoperta, evidenziano il potenziale conflitto tra principi di eguaglianza e di solidarietà, che nel secolo XXI diventano sempre più rilevanti nelle società multietniche e multiculturali, ed esigenze del mercato, dei suoi limiti, dei suoi vizi e delle sue virtù, dei suoi benefici e malefici, del suo passato, del suo presente e del suo avvenire. Da altro versante, ma in collegamento a queste problematiche per la capacità di aprire un altro scenario in cui la dialettica non è soltanto tra mercato e solidarietà bensì tra bisogni affettivi ed esigenze della ricerca e della commercializzazione dei suoi esiti, si ricordi che sempre più numerose persone e coppie, in relazione alla propria fecondità, ricorreranno alle applicazioni bioingegneristiche della genetica e, quindi, si troveranno sospinte a decidere, di volta in volta, pro o contra l’eventuale tecnica (e relative terapie e pratiche sanitarie), cioè anche pro o contra una determinata tendenza del mercato che potrebbe, magari in nome di un futuro umano non inquinato da patologie geneticamente trattabili precocemente, offrire la possibilità d’intervento mirato ad ottenere finalmente figli a propria immagine e somiglianza. Siamo, in questo scenario, non soltanto di fronte al problema di dover decidere se alterare la catena alimentare dei viventi, oppure di brevettare e privatizzare linee di vita vegetale o animale modificate geneticamente e poi immesse sul mercato con leggi della concorrenza e dei prezzi, ma di fronte alla possibilità di predecidere in vista del benessere di un altro, di un futuro vivente umano di cui si conosce già abbastanza dal punto di vista delle predisposizioni ereditarie non soltanto fisiche, ma fisio-psichiche, e di cui si potrà consapevolmente decretare la generazione, la prosecuzione, la modificazione o la soppressione della linea vitale. Le domande si fanno in merito ancora più delicate, anche perché ogni processo di filiazione, oltre agli aspetti biologici e chimici, presenta profili istituzionali e, soprattutto, relazionali e perfino psicologici e psicanalitici. Fin dove potrà giungere il diritto dei decisori genitoriali? Alla luce di quale logica essi dovrebbero prevalentemente decidere, quella del dono o del mercato? Quale valore essi dovrebbero assegnare al diritto dei non ancora nati, perfino al diritto della diversità biologica ed alla differenza di patologie?
In merito, sulla base della considerazione che le giovanissime coppie saranno sempre più circondate da esperti e consiglieri più o meno interessati, in grado di “ficcare il naso” nelle loro decisioni più intime e negli sbocchi di fecondità delle loro relazioni interpersonali, anche a fini di pratiche di mercato e di guadagni coperti da privative brevettali, si acuiscono le domande circa i benefici/rischi per la popolazione complessiva a fronte di benefici per singoli soggetti o specie, circa gli eventuali attentati alla biodiversità, circa le eventuali trasmissioni a specie viventi non umane ed umane di agenti patogeni attualmente “silenti”, circa eventuali danni più o meno irreparabili alla biosfera nel suo insieme, circa eventuali ingiustizie rispetto alle “ragioni morali degli animali e dell’eco-habitat, circa degenerazioni dovute ad usi politici o bellici a seguito di bio-piraterie o bio-dittature. Ecco anche perché le biotecniche applicate al genoma umano a fini predittivi, curativi, modificativi, vanno suscitando tutta una serie di domande di valore etico e, spesso, valoriale, giuridico, economico e religioso, che da più parti sono poste, soppesate, valutate, dando luogo a numerose prese di posizione, documenti, testi con orientamenti normativi, a riprova della rilevanza etica, giuridica e politica di tali ricerche.
Certo, non spetta alla società politica fare il tifo per un filone di ricerca contro un altro, concedere un brevetto ad un’invenzione anziché ad un’altra sull’onda delle semplici maggioranze numeriche e tanto meno in ossequio ai più potenti gruppi di potere. Essa deve, tuttavia, creare regole e controlli in tutti i campi, nella speranza che la ricerca, inclusa quella che implica la tecnica del trasferimento del nucleo cellulare, porti a risultati concreti, non manipolati, spendibili e vantaggiosi per la maggior parte degli aventi necessità. Non è un caso che parti di programma politico debbano essere oggi dedicate ai problemi e alle grandi contraddizioni ambientali, biologiche e sociali, alla redistribuzione egualitaria delle risorse, soprattutto nel caso in cui la brevettazione biotecnologica e la pratica delle mutazioni genetiche finissero per essere intese, almeno nelle società avanzate, alla pari di altre “merci”. Tuttavia, se la politica deve tener conto dell’etica, non si può non ricordare che la “libertà” della ricerca fa il paio con i suoi scopi reali, che gli scopi non sono mai “conoscitivi in astratto” ma implicano la consapevolezza di un corretto uso e di un eventuale spreco o abuso/deterioramento delle risorse del biosistema; che la ricerca non si limita più oggi ad “interrogare” la “natura” o a stabilire un equo rapporto tra esseri umani e disponibilità-risorse naturali, ma, grazie ad una certa massa di finanziamenti, è in grado di “forzare” o addirittura “violentare” il corso delle cose, con evidenti risvolti sulla biologia e biografia dell’essere umano[12]. Sarebbe difficile, a fronte dello scenario descritto, continuare a sostenere che la scienza (non soltanto quella applicata, ma anche quella cosiddetta “teorica”) sia “neutrale”, ammesso che mai lo sia stata, almeno a motivo delle cospicue implicazioni economiche, oltre che “ideologiche”, della sua prassi. In merito, quello che qui non viene condiviso non è tanto il processo della scienza e delle tecnologie, si trattasse anche di biotecnologie, ma solamente lo scientismo, ovvero la deformazione del concetto di scienza, in forza di cui la scienza accampa una duplice pretesa assolutistica: quella di costituire l’unica valida forma di conoscenza di ogni realtà, compreso l’essere umano; quella di non dover fare riferimento a nessun principio o valore di ordine superiore, e in particolare di non sottostare a nessun vincolo etico, né quanto alle finalità perseguite, né quanto ai mezzi o metodi adottati, e ciò sia nel processo di ricerca, sia nella applicazione delle conoscenze acquisite e relativi ritorni economici a seguito di brevettazione.
Alcuni interrogativi di spessore etico agli attuali sviluppi del “mercato” biotecnologico
In primo luogo, vanno allora riproposte tutte le domande relative al rapporto tra natura e cultura o naturale e artificiale. Le biotecnologie, e la loro brevettazione, spostano, infatti, i confini del rapporto dell’uomo col mondo naturale, fino a far pensare che esse, piuttosto che due entità contrapposte, siano componenti di un medesimo sistema, il cui disegno potrebbe anche travalicare gli orizzonti che l’uomo stesso riesce ad intravedere, come vanno mostrando le ibridazioni in atto, che i transumanisti addirittura teorizzano come nuova fase dell’evoluzione. Se, in diversi ambiti, non risulta ancora superata una concezione epistemologica sostanzialmente riduzionistica e meccanicistica di fronte alla reale comprensione delle interazioni tra geni e ambiente, esseri viventi e loro sistemi d’interazione eco-culturali, prodotti della ricerca ed esigenze del mercato, in molti altri ambiti si vanno facendo angusti i vecchi limiti tra natura e cultura, solo che si consideri adeguatamente il fatto che la tecnica – strumento peculiare con cui l’essere umano ottiene tutte le sue conoscenze ed il controllo razionale della realtà – è oggi divenuta ben più di un semplice strumento di applicazione delle scoperte teoriche e, insieme, il fatto che anche l’essere umano è “natura”, seppure soltanto una natura diversificata, nella sua storia evolutiva, da quella di altri fattori naturali, che si sono andati a codificare in strutture o “regole” nel corso di milioni di anni. Inoltre, dopo la messa a punto della teoria del caos non deterministico, gli scienziati sanno di aver sempre di più a che fare, anche in ambito post-genomico, con dinamiche non lineari, per definizione non periodiche, quindi incapaci di esibire un comportamento esattamente uguale in due diversi istanti.
In secondo luogo, occorre valutare le domande relative alla valenza etica della cosiddetta “ricerca teorica”, prima delle sue effettive ricadute o applicazioni tecnologiche e degli effetti economici e finanziari (brevettazione e commercializzazione). Viziata talvolta da un antropocentrismo eccessivo, tale ricerca, pur senza cadere nell’estremo opposto del biocentrismo radicale, non può non aspirare alla conciliazione della sua spiccata tendenza al progresso (nessun “bavaglio” o “limite” alla ricerca scientifica, si dice) con la irrinunciabile difesa dei diritti degli animali non umani, dei nuovi “diritti” dell’ecosistema, soprattutto della dignità dell’individuo umano, soprattutto dei deboli e di quanti non possono personalmente esprimere la propria volontà, della salvaguardia della biodiversità, della responsabilità di fronte alle future generazioni ed ai cosiddetti “diritti” dei non ancora esistenti. Il che richiede uno sforzo notevole per integrare l’attività dei ricercatori - che rischiano sempre di guardare un sol punto di vista dei diversi problemi in gioco, forse non valutando a pieno la responsabilità morale anche circa l’uso che si potrebbe fare delle proprie scoperte e l’uso soltanto industriale e commerciale delle invenzioni brevettate - con uno sguardo che tenga conto, dunque, degli inevitabili aspetti etici di ogni lavoro di ricerca. Nella conoscenza scientifica e tecnologica occorre saper vedere un “bene pubblico” alla cui realizzazione devono concorrere gruppi pubblici e privati, ma sempre all’interno di norme condivise e senza conculcare la libertà di chicchessia. La stessa comunità scientifica, da considerare non come isolata, bensì perfettamente inserita nel dibattito pubblico, non può non tenere adeguatamente conto dell’incertezza che accompagna oggi diversi settori della tecnoscienza, sia in ordine al rischio in senso tradizionale, sia in ordine all’indeterminatezza degli esiti ed all’insufficienza delle conoscenze disponibili. D’altra parte, la complessità (alla cui base sta la non linearità propria delle equazioni che hanno portato alla teoria caotica) certamente non è una proprietà del nostro modo di descrivere il mondo, anche se i diversi modelli esplicativi sono sempre relativi ad un determinato punto di vista (un oggetto, in questo senso, è appunto un ente/evento in quanto considerato da un certo punto di vista). Ma neppure è del tutto una proprietà a sé stante dei sistemi viventi, prescindente cioè radicalmente dai nostri punti di vista settoriali, particolari e giuridicamente condizionati. In questo senso non si dà mai una scienza asettica ed oggettiva, dal momento che ogni considerazione scientifica delle cose o degli eventi è determinata dall’angolazione attraverso cui la cosa viene resa “oggetto” dell’indagine, ed a cui corrisponde sempre l’elaborazione di un modello interpretativo, con le sue sfaccettature filosofiche, valoriali, giuridiche...
Tutto ciò apre al vasto campo delle domande relative al rapporto tra possibilità tecniche ed effettiva utilizzazione di esse nelle società complesse: in base a quali modelli e criteri possiamo usare le tecniche di cui disponiamo grazie alla ricerca biotecnologica? Possono le norme limitare oppure orientare gli sviluppi della ricerca e quali conseguenze avranno sulle ricerche stesse le privatizzazioni delle invenzioni? In futuro saranno autorizzati ad esistere soltanto esseri animali ed umani che corrispondano alle precise attese dei loro committenti o dei loro genitori genetici, oppure alle esigenze del mercato e dei suoi flussi stabilità dagli esperti di economia? Cosa significherà tutelare i diritti e le esigenze dei committenti insieme con i diritti dei più deboli e, soprattutto, dei futuri esseri umani chiamati all’esistenza con modalità nuove ed inedite? La legittima ansia umana di migliorare la qualità della propria salute e di consentire livelli accettabili di abitabilità dell’ecosistema non può prendere ostinatamente indirizzi di ricerca a senso unico, tanto più se i progressi auspicati o raggiunti, invece di essere posti al servizio dell’umanità e del bene dei futuri pazienti destinatari dei progressi della ricerca biotecnologia, fossero posti al servizio esclusivo o prevalente degli interessi dei committenti economici o dei gruppi di potere che riescano eventualmente a controllare i flussi finanziari della ricerca scientifica. Il dovere morale del rispetto delle differenze tra le specie e della protezione della biodiversità deve aiutare a precisare i confini etici, oltre che tecnici, nei processi di combinazione di geni umani e geni animali, nei processi di mutazione degli embrioni, di selezionare embrionaria, di tecniche di clonaggio, soprattutto tenendo conto dell’attuale “indecidibilità” del ruolo svolto dal genoma all’interno dell’organismo vivente. Non è, infatti, ancora chiaro se esso svolga un ruolo di programma e/o di archivio d’informazioni, ovvero se esso interpreti un programma, oppure sia un operatore, o anche un armonizzatore di questo e quell’altro compito, svolti da altre strutture ed altri fattori.
Il discorso si fa ancora più affascinante se si mette in campo, come le etiche religiose invitano sempre più a fare, la questione valoriale della “persona” e della sua dignità, implicata nel gioco delle biotecnologie innovative dell’era postgenomica e della stessa gestione mercantile della “merce” biotecnologica “inventata” (non “scoperta”) e perciò brevettata. La persona non è da ritenere il mondo chiuso, senza porte e senza finestre, né un’isola senza ponti. È, piuttosto, per sua struttura, rapporto, contatto, comunicazione, partecipazione, relazione...[13]. Secondo quest’immagine di uomo, «essere una persona è contraccambiare, offrire qualcosa in cambio di ciò che si riceve. Reciprocità implica apprezzamento. Dal punto di vista biologico noi tutti assorbiamo ed emettiamo. Divento persona quando comprendo il significato del ricevere e del dare, e comincio a contraccambiare. Il grado di sensibilità per le sofferenze degli altri uomini (e degli altri esseri viventi), è l’ indice del grado di umanità raggiunto... Il contrario dell’umanità è la brutalità, l’incapacità a riconoscere l’umanità del prossimo, l’incapacità a essere sensibili ai suoi bisogni, alla sua situazione”... mentre gli animali si preoccupano dei propri bisogni, nell’uomo il grado del suo essere uomo è invece in proporzione diretta col grado del suo interessamento per gli altri»[14]. Se può crescere, anche grazie alle conquiste biotecnologiche, la coscienza della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo, le storie personali devono conservare il primato al di là delle tecniche e dei brevetti, affinché il non senso non prevalga mai sul senso ed il meramente biotecnico prevalga mai sul diritto dei soggetti e sulle relazioni tra essi. Mentre aumenta a livello mondiale l’interdipendenza tecnologica, economica, politica e culturale, e cresce la mobilità delle popolazioni (si parla opportunamente di società multietniche e multireligiose), nella società tecnologicamente avanzata si potrebbero anche dolorosamente acuire le già presenti discriminazioni tra persone, tra popoli e culture, quasi dimenticando che esistono anche dei valori universali dell’umanità, per natura legati alla condizione umana, che vanno oltre le mode culturali.
La tendenza in atto a “privatizzare” non soltanto la ricerca biotecnologica, ma i benefici anche economici di essa, apre, poi, al vasto campo delle domande relative all’utilizzazione per scopi scientifici e medici ed alla brevettabilità di materiale biologico, soprattutto se umano. Se l’essere umano vale di più della somma dei suoi geni o neuroni, a motivo della concorrenza dei fattori culturali, educativi e sociali insieme con le sue linee di vita biologico-chimiche, non ci si può non domandare se l’eventuale utilizzazione di invenzioni nel campo del DNA a scopi terapeutici non finisca per sancire una vera e propria discriminazione tra gli esseri umani, stavolta basata non tanto su motivazioni razziali o etniche, ma sui tempi dello sviluppo. Del resto, il peso dei fattori economici, fin dal momento dell’elaborazione dei protocolli di ricerca e non soltanto nella fase di brevettazione e applicazione industriale dei risultati di una ricerca biotecnica, esige che venga meglio precisato il sottile discrimine esistente tra scoperta (scientifica, quindi bene pubblico dell’umanità) ed invenzione (soggetta anche alla privativa del prodotto dell’ingegno umano): se proprio si dà una brevettabilità, e quindi una sorta di “privatizzazione” anche a scopo economico del materiale genetico (dunque una “monetizzazione”, di questo patrimonio comune dell’umanità, com’è stato chiamato), chi dovrà trarne vantaggio, il possessore iniziale, il ricercatore, la ricerca, gli investitori, i fruitori, le collettività che hanno permesso e consentito l’invezione? Sono ancora fitte le nebbie legate al concetto che è la possibilità di sfruttamento commerciale di una conoscenza a definirne la brevettabilità, tanto più che potrebbe esserci il rischio di privilegiare il finanziamento, e dunque l’investimento, soltanto per debellare malattie diffuse, oppure di ridurre oggettivamente la libertà di altri ricercatori che non avessero partecipato al piano di ricerca che ha condotto ad una determinata brevettazione di una scoperta biotecnologia o genetica.
[1] G.U Comunità Europea 30.7.1998, legge213/13.
[2] Con questo decreto sono esclusi dalla brevettabilità: a) il corpo umano, sin dal momento del concepimento e nei vari stadi del suo sviluppo, nonché la mera scoperta di uno degli elementi del corpo stesso, ivi compresa la sequenza o la sequenza parziale di un gene, al fine di garantire che il diritto brevettuale sia esercitato nel rispetto dei diritti fondamentali sulla dignità e l’integrità dell’uomo e dell’ambiente; b) i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale; c) le invenzioni il cui sfruttamento commerciale è contrario alla dignità umana, all’ordine pubblico e al buon costume, alla tutela della salute e della vita delle persone e degli animali, alla preservazione dei vegetali e della biodiversità ed alla prevenzione di gravi danni ambientali, in conformità ai principi contenuti nell’articolo 27, paragrafo 2, dell’Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio (TRIPS). Tale esclusione riguarda, in particolare: 1) ogni procedimento tecnologico di clonazione umana, qualunque sia la tecnica impiegata, il massimo stadio di sviluppo programmato dell’organismo clonato e la finalità della clonazione; 2) i procedimenti di modificazione dell'identità genetica germinale dell'essere umano; 3) ogni utilizzazione di embrioni umani, ivi incluse le linee di cellule staminali embrionali umane; 4) i procedimenti di modificazione dell’identità genetica degli animali, atti a provocare su questi ultimi sofferenze senza utilità medica sostanziale per l'essere umano o l'animale, nonché gli animali risultanti da tali procedimenti; 5) le invenzioni riguardanti protocolli di screening genetico, il cui sfruttamento conduca ad una discriminazione o stigmatizzazione dei soggetti umani su basi genetiche, patologiche, razziali, etniche, sociali ed economiche, ovvero aventi finalità eugenetiche e non diagnostiche; d) una semplice sequenza di DNA, una sequenza parziale di un gene, utilizzata per produrre una proteina o una proteina parziale, salvo che venga fornita l'indicazione e la descrizione di una funzione utile alla valutazione del requisito dell’applicazione industriale e che la funzione corrispondente sia specificatamente rivendicata; ciascuna sequenza e' considerata autonoma ai fini brevettuali nel caso di sequenze sovrapposte solamente nelle parti non essenziali all'invenzione; e) le varietà vegetali e le razze animali, nonché i procedimenti essenzialmente biologici di produzione di animali o vegetali; f) le nuove varietà vegetali rispetto alle quali l’invenzione consista esclusivamente nella modifica genetica di altra varietà vegetale, anche se detta modifica e' il frutto di procedimento di ingegneria genetica.
[3] S. Rose, Linee di vita. La biologia oltre il determinismo, tr. it. di Laura Comoglio, Milano 2001. Cercando di porsi oltre il determinismo biologico, enfatizzato dal cosiddetto ultradarwinismo, l’Autore propone una coerente cornice alternativa entro la quale interpretare tutti i processi vitali: «La sfida lanciata a noi oppositori del determinismo biologico è che, mentre potremmo essere stati efficaci nel criticare certe affermazioni riduzionistiche, non abbiamo saputo concepire una coerente cornice alternativa entro la quale interpretare i processi vitali. Noi, con qualche ragione, potremmo replicare che siamo stati troppo occupati a confutare i deterministi, ma che prima o poi troveremo necessario rispondere al fuoco col fuoco e dunque compiere un tentativo di esprimere in modo più chiaro e coerente il nostro concetto di biologia. Linee di vita è nato come tentativo di raccogliere questa sfida» ( 7).
[4] Cf D. Matassino, La vita costruita. Biotecnologie innovative e boindustria, in P. Becchi-P. Giustiniani (curr.), La vita tra invenzione e senso. Per una teroesi della bioetica, Napoli 2007, 27-62.
[5] Cf G. Kolata, Cloni. Da Dolly all’uomo?, tr. it., Milano 1998; L. M. Silver, Paradiso clonato, tr. it., Milano 1998.
[6] In merito, conviene rammentare che, sulle applicazioni tecniche degli xenotrapianti, il Comitato nazionale italiano di bioetica si è già pronunciato per una moratoria, stante la scarsa conoscenza delle reazioni di rigetto dell’organo e delle patologie trasmissibili, soprattutto per quel che concerne la ricombinazione genetica e la ricombinazione virale (CNB, Parere sulla proposta di moratoria per la sperimentazione umana degli xenotrapianti, 19.11.1999). Si veda pure, attraverso la forma romanzata, lo scenario non fantascientifico proposto da F. Ajmar, Chi?Piccolo galateo di bioetica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000.
[7] Cf R.MARCHESINI, La fabbrica delle chimere. Biotecnologie applicate agli animali, Torino 1999.
[8] Per questi spunti, ringrazio i partecipanti al Colloquium sulle biotecnologie, promosso nel semestre primaverile dell’anno accademico 2000-2001 dall’Associazione “Oltre il Chiostro” di Napoli; in particolare, ringrazio coloro che hanno portato ilo proprio contributo alla comune riflessione, qui ripresa nelle sue linee essenziali (F. Ajmar, G. Acocella, G. Chieffi, M. Coltorti, L. De Caprio, R. Gallinaro, P. Giustiniani, U. Giani, A. Ianniello, M. A. La Torre, D. Matassino, G. Reale, R. Prodomo, A. Vicini).
[9] In merito, cf P. Ascani-O. Neves de Almeida, Proprietà industriale: alcune considerazioni sul brevetto biotecnologico, «Medicina e Morale» 49 (1999), n. 4, 641-708; A. Bompiani, Riflessioni etiche sulla produzione e commercializzazione di organismi vegetali ed animali geneticamente modificati, «Medicina e Morale» 50 (2000), n. 3, 449-504.
[10] Cf F. FUKUYAMA, L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Milano 2002; R. MARCHESINI, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Torino 2002.
[11] Cf R. Donnici-M. Santini-A. Zanetti, La piramide azzurra. Aldo Leopold e l’ecologismo ragionevole, Milano 2001.
[12] Cf i vari saggi del volume P. Colonnello-R. Gallinaro-P. Giustiniani, L’albero della vita. Biotecnologie tra fede e scienze, Napoli 2002.
[13] Su questa istanza ho cercato già di costruire una mia proposta antropologico-filosofica. Si veda P. Giustiniani, Antropologia filosofica. Ripensare l’uomo, Casale Monferrato 1991. 19933. Cf anche Id., Persona in bioetica, in Dire persona oggi. Numero monografico di «Hermeneutica» n.s. (2006), 193-219.
[14] A. J. Heschel, Chi è l’uomo?, Milano 19894, 66-67.

 

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