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COME FUNZIONA LA RICERCA SCIENTIFICA?


Pasquale Giustiniani



1. La storia della ricerca scientifica è attualmente coltivata da specialisti diversi i quali la praticano nei rispettivi dipartimenti senza mai confrontarsi (in particolare essa si trova nei dipartimenti scientifici, come storia della fisica, storia della matematica, storia delle scienze…, oppure nei dipartimenti umanistici).
Alcuni teorici di essa ne tracciano il cammino storico guardando prevalentemente ai cosiddetti oggetti “interni” della scienza, studiati con particolare attenzione al contesto in cui avvengono determinate scoperte, alla genesi delle teorie scientifiche (paradigmi, programmi di ricerca, controversie tra teorie, implicazioni concettuali delle teorie) che vengono solitamente ascritte a cause endogene alle scienze stesse. Giulio Barsanti inventaria come segue tali oggetti “interni”:
1. Osservazioni ed esperimenti: Kuhn, sulla base della convinzione che la scienza evolva essenzialmente sulla base di osservazioni ed esperimenti, strumenti ed invenzioni, l’ha recentemente collegata alla convinzione della centralità delle tecniche: «narrare la storia senza far riferimento ad alcuno dei fattori tecnici dai quali dipende la risposta a un problema, significa dare un’immagine deformata del modo in cui le leggi e le teorie scientifiche entrano e si diffondono nel regno delle idee» (Kuhn 1977, 152).
2. Strumenti di ricerca e tecniche di osservazione, sperimentazione e controllo. A volte si tende, sulla base di una concezione positivista di scienza, ad evitare qualsiasi riferimento a fattori “esterni” alla ricerca scientifica, tanto più a fattori psicologici (la storia delle dottrine chimiche, si è detto, è indipendente dalla storia della vita degli scienziati a tal punto che si può fare una storia delle scoperte chimiche senza le biografie e senza gli eventi psico-sociologici dei chimici per evitare allungamenti ed appesantimenti) [anche Lakatos sostiene non soltanto che la storia “esterna è irrilevante, ma che sarebbe la storia interna delle scienze e delle scoperte scientifiche ad affrontare i problemi della storia esterna]
3. Scoperte ed invenzioni
4. Paradigmi e matrici disciplinari (T. Kuhn) o “programmi di ricerca” (I. Lakatos). Lo stesso Kuhn ha sostituito al termine “paradigma” quello di “matrice disciplinare”, per indicare “il possesso comune di coloro che sono impegnati nella ricerca all’interno di una disciplina particolare” (il difetto, sia del paradigma che della matrice, è quello di postulare lunghissimi periodi di “scienza normale” in cui tutti gli scienziati concorderebbero intorno a una matrice o possesso comune: ma ciò non tiene pienamente conto delle frequenti controversie). Il che consente pure di andare a verificare i “presentimenti” o le “anticipazioni” o anche i “precedenti” oppure i “precorrimenti” di certe scoperte in epoche precedenti (il difetto di questa tendenza storiografica è evidente: se le anticipazioni della genetica contemporanea potessero risalire, come talvolta si dice, fino a De Vries o a Maupertuis, 150 anni di biologia sarebbero passati invano; in definitiva, ogni scrittore crea i propri precursori.
2. Non mancano studiosi i quali invece enfatizzano la rilevanza degli oggetti “esterni” ai fini di ricostruire lo sviluppo della ricerca: bisogna dar conto del contesto della giustificazione di una teoria o di una scoperta, ricostruire la diffusione della teoria in correlazione con la società, la tecnologia e l’economia. Ecco i fattori e condizioni esterne su cui più s’insiste:
1. caratteri psichici e fattori del quotidiano. Insiste molto su queste Kuhn, secondo il quale le cosmologie soddisfano un bisogno psicologico fondamentale, quello di scoprire i modelli familiari, ovvero di sentirsi a proprio agio, come uomini, nel mondo; lo scienziato “deve” credere nel suo sistema prima di affidare ad esso il compito di guidare ricerche feconde.
2. scelte degli istituti di ricerca
3. orientamenti delle comunità scientifiche
4. applicazioni tecnologiche e loro implicazioni economico-sociali
5. divulgazione scientifica e qualità dell’informazione che giunge alla gente comune. Si dice, in merito, che una teoria di fatto “esiste” non quando viene elaborata, ma soltanto quando si diffonde nel mondo scientifico e tra la gente: questi testi scientifici non producono effetti che nel giorno della divulgazione, diceva Lévy-Bruhl
6. teorie filosofiche e morali
7. confessioni religiose. Trasferendo alla scienza il criterio storiografico di Le Goff, si ricercano e si studiano tutti gli elementi irrazionali, affettivi, immaginari, collettivi, presenti nella storia della scienza, attirando l’attenzione su quelle svolte di “mentalità”, ma anche religiose, che di tanto in tanto interromperebbero il “continuum” della ricerca (i difetti di quest’impostazione: a) pensare la scienza come un dominio cristallino, senza tener conto della ruvidezza delle controversie e dell’ampiezza delle discussioni; b) vedere la scienza come proiezioni di uno sfondo, dato dall’aria, dal clima, dal tempo, dall’episteme dell’epoca: il che non spiega il peso delle condizioni “materiali” della ricerca, né chiarisce perché la teoria della selezione naturale fosse nell’aria già nel 184-50, ma fosse poi enunciata soltanto da Darwin e Fallace.
8. ideologie politiche
9. mentalità e idee generali
10. lo “spirito del tempo”. Così, Suchodolski ricorda che la storia della scienza «è possibile solo se ammettiamo che la storia della scienza è non la storia delle opinioni e delle teorie scientifiche, ma la storia dell’attività scientifica svolta da uomini, e della loro coscienza legata a quell’attività» (1968, 35)
11. strutture economiche
12. dinamiche sociali
13. civiltà. Su queste tre ultime caratteristiche insistono coloro che documentano il contesto sociale, le condizioni materiali della ricerca, l’economia; la battuta sintetica per dire tutto questo è: ogni società crea la propria scienza, per cui la scoperta scientifica non è mai il “trionfo della verità”, bensì il prodotto di quel gruppo o di quella multinazionale che si rivela economicamente, socialmente ed ideologicamente il più forte (così, M. Galzigna sostiene che la biologia nasce fra sette e Ottocento perché la borghesia ha preso il potere politico grazie alla rivoluzione). I rischi di una tal posizione sono sintetizzabili nei seguenti interrogativi di Giulio Barsanti: perché la quantistica si diffuse anche nei paesi meno avanzati economicamente e perfino in quelli socialisti? Come fece Lamarck a fondare la biologia quando era un nobile? Quali incomprensioni sopravvennero tra Lavoisier e i borghesi se questi, invece di ricompensarlo, lo ghigliottinarono?
3. Di fronte a tali e tante teorie, molti hanno perduto la speranza non soltanto di poter dire come funziona effettivamente la ricerca scientifica, ma anche di dire che cosa sia la scienza in quanto tale: fattori interni ed immanenti sembrano assurgere a funzioni assolutamente secondarie, mentre fattori esterni risultano a tal punto costitutivi della ricerca da rendere comica la loro definizione di fattori extrascientifici. Ecco perché Paolo Rossi caldeggia una terza via, quella di tenere maggiormente in conto i cosiddetti “oggetti intermedi”: accanto alle osservazioni ed agli esperimenti, gli “apparati sperimentali” e gli “esperimenti mentali”; accanto agli strumenti, gli strumenti immateriali (geometrie, istruzioni di viaggio…); accanto alle scoperte, i “metodi d’indagine”; accanto all’accumulazione di dati che genera consenso, le risultanze empiriche e teoriche che generano contrasti ed innescano controversie; accanto alla via maestra della “scienza approvata” e “di successo”, anche la “scienza decaduta” e “vinta” (si pensi, come rammenta Bachelard, alla scienza del “flogisto” in chimica poi soppiantata dalla chimica moderna), con tutto lo stuolo dei cosiddetti scienziati “minori” e meno noti (Koyré ha fatto osservare che è necessario studiare gli errori ed i fallimenti con la stessa attenzione riservata ai successi; Suchodolsky segnala che gli errori sono la forza motrice della verità; l’evoluzione dei concetti, delle idee, delle tradizioni scientifiche, degli stili di pensiero, delle immagini della scienza (dunque anche delle idee morali). Insomma tutta quella vasta serie di fattori che guarda alla scienza ed alla ricerca scientifica come itinerario di “storia delle idee” e storia del pensiero scientifico. In tale ottica, anche le convinzioni morali ed i paradigmi religiosi di riferimento diventano rilevanti, al fine della costruzione complessiva, proprio come invocano quei teorici della bioetica, che la definiscono come convergenza di saperi diversi intorno a delle soluzioni etico-biologiche, etico-mediche, etico-tecnologiche... possibili nella società complessa e pluriforme.
 

Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

 

 

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