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Prodomo Biotecnologie

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Ai confini dell’Umano: le frontiere mobili delle biotecnologie

Raffaele Prodomo

 

Discutere di biotecnologie oggi implica riflessioni più immediate in ambito economico ed etico giuridico ma, a ben vedere, pone anche problemi fondamentali di natura filosofica (di questo si è recentemente occupato un bel convegno organizzato dal Centro interuniversitario di ricerca bioetica di Napoli tenutosi il 21 e 22 marzo 2013).
Il dibattito etico-giuridico su OGM, uso di cellule staminali, terapie geniche, pone le premesse fattuali di un problema filosofico che va oltre le pur legittime preoccupazioni di ordine economico legate all’enorme giro di interessi e di ricavi che le contemporanee industrie biotech mettono in preventivo se non già in bilancio. Si tratta, e scusate se è poco, di definire una concezione condivisa della natura umana, a partire dalla quale poi elaborare una rotta di navigazione nel pericoloso mare delle biotecnologie. Vediamo insieme le possibili alternative.
La natura umana intesa come essenza, tipica di alcune metafisiche tradizionali, propone un’idea forte di identità umana fondata sul riconoscimento di qualità naturali immutabili. Il richiamo alla natura si pone dunque su un piano tra il descrittivo e il normativo con la conseguenza di dedurre una linea di condotta sostanzialmente tecnofobica. La biotecnologia infatti, da questo punto di vista, si pone come potenziale rottura di una identità metafisicamente fondata e, in definitiva, è vista come forza disgregatrice e annichilente la dignità umana. Tralasciando di considerare le potenziali contraddizioni di una tale prospettiva, si pensi all’indebita identificazione, di stampo involontariamente materialistico, tra identità genetica e sostanza metafisica, corre l’obbligo di sottolinearne la coerenza, seppure si tratti di una coerenza che porta alla paralisi e al rifiuto del progresso scientifico.
Se la prospettiva tecnofobica non convince per il suo proibizionismo nemmeno bisogna esaltarsi troppo lungo la strada di una tecnofilia esasperata che affida alle magnifiche sorti e progressive della biotecnologia il futuro della natura umana. Da molti anni ormai l’ingenua fiducia positivistica nella scienza sì è scontrata con usi perversi e distorti delle scoperte scientifiche, tanto da far affermare, dopo lo scoppio della prima bomba nucleare, che la scienza aveva perso la propria innocenza. Perdita che trasferita in ambito biomedico è stata alla base della nascita e del percorso interdisciplinare della bioetica stessa.
Tra rifiuto aprioristico ed accettazione acritica delle biotecnologie esisterebbe una terza via. Si può ipotizzare, infatti, l’uso di un giudizio ponderato sulle singole biotecnologie senza generalizzazioni e senza omologazioni, un giudizio che accetti o rifiuti nello specifico questo o quello tra i vari interventi possibili ma, e qui si pone il problema delle frontiere mobili, dove e perché tracciare un limite? In altri termini, perché dire no a una tecnica e sulla base di quale ideale regolativo?
Una premessa di ordine generale. Se si condivide una concezione storicistica in senso generale della vita, ossia si interpreta il percorso evolutivo della specie umana alla luce delle sue principali tappe, si scopre che esso è avvenuto sotto il segno di una radicale contingenza storica. La contingenza ossia la possibilità per un evento tanto di verificarsi tanto di non verificarsi, si distingue per ovvi motivi dal caso e dalla necessità: l’accadere per caso è senza motivi, l’accadere per necessità è per motivi necessari, ossia cause assolute e deterministiche, l’accadere per contingenza è per motivi non necessari ma ugualmente efficaci nell’indirizzare il corso della storia. A ben riflettere solo in quest’ultimo caso abbiamo uno spazio effettivo per l’etica, infatti se una cosa avviene per caso non ne siamo responsabili, allo stesso modo se avviene per necessità, solo se avviene per contingenza siamo responsabili eticamente per aver indirizzato la nostra azione in un senso o nell’altro. Il filosofo che interviene nella vita e propone delle biopolitiche adeguate deve essere quindi un cittadino attivo nella vita sociale e politica del proprio paese, un filosofo, quindi, non monastico, come diceva Gianbattista Vico in polemica con stoici ed epicurei del suo tempo sostenitori rispettivamente della necessità e del caso.
Eventi contingenti si contano a migliaia nel corso dell’evoluzione della vita, dalla prima estinzione di massa degli organismi pluricellulari del Cambriano più di 500 milioni di anni fa, all’asteroide che impattò sulla terra 65 milioni di anni fa provocando una catastrofe che portò all’estinzione dei dinosauri, per citarne tra i più eclatanti, sono eventi che hanno profondamente influenzato la storia evolutiva. Una storia che, in loro assenza, avrebbe sicuramente avuto un corso diverso e forse oggi a scrivere queste righe sarebbe stato un discendente dei dinosauri e non dei mammiferi. Per non parlare della contingenza estrema dell’ontogenesi individuale con le innumerevoli biforcazioni che si attraversano nel corso dello sviluppo da zigote ad individuo adulto, una vera e propria corsa ad ostacoli con pochi vincitori che tagliano il traguardo finale (si calcola che solo una percentuale inferiore al 10 % delle cellule uovo fecondate si sviluppi in individuo completo).
Se il percorso dell’uomo è accidentato e contingente significa che è aperto a influenze e correzioni di rotta per cui possiamo influenzarlo e orientarlo in una direzione voluta da noi stessi e, nei limiti delle nostre possibilità, renderlo prevedibile. L’unico ideale regolativo che mi sembra proponibile è quello della sopravvivenza dell’umanità, imperativo d’obbligo in un’epoca in cui per la prima volta una specie può essere la causa principale della sua estinzione. Per rispettare tale imperativo proporrei un criterio che potremmo definire del riconoscimento: come noi possiamo ricostruire la storia di Homo Sapiens e riconoscerci negli uomini che per primi imbrattavano le pareti delle caverne per illustrare e rappresentarsi la vita, o per primi seppellivano con intenti rituali i propri morti, intravvedendo in loro le nostre attuali capacità simboliche, così nei confronti delle possibili, future, modifiche biotecnologiche, non dovremmo mai oltrepassare la soglia del riconoscimento. In altri termini, il nuovo uomo deve sempre essere riconducibile a quello antico e da questi riconosciuto, in caso contrario, di fronte a qualità e capacità radicalmente diverse e incomprensibili ci troveremmo di fronte a una entità aliena, la storia dell’uomo, la nostra storia, si concluderebbe e inizierebbe un’altra storia.

Aprile 2013

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