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Luisella Battaglia

(da IL SECOLO XIX--Arte 17 ottobre 2018)

I 50 ANNI DALLA MORTE.

La rivoluzione non violenta di Capitini, l’uomo che ideò la ‘Marcia per la pace’

 

«C’è sempre una punta di stravaganza ad andare controcorrente e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca postfascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello». Le parole di Pietro Nenni caratterizzano assai bene l’esistenza deliberatamente anticonformista di Aldo Capitini (1899-1968) di cui ricorre il 19 ottobre il cinquantenario della morte. Poco compresa dai contemporanei, la sua figura di ‘libero religioso’ e di rivoluzionario non violento ha la particolare qualità di dispiacere sia ai cattolici che ai laici. Basti ricordare che Capitini è tra i 14 docenti universitari che rifiutano di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo ed è per questo allontanato dall’insegnamento. Il suo impegno nell’antifascismo, per cui viene incarcerato due volte, trova una sua prima realizzazione nel 1944 con la fondazione a Perugia del “Centro di orientamento sociale”, uno spazio politico aperto alla libera partecipazione dei cittadini, a cui seguirà la creazione del “Centro d’orientamento religioso” al fine di favorire la conoscenza delle religioni universali. La sua lotta, fin dagli anni 50, per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare in nome della nonviolenza, avrà il suo compimento ideale nel 1961 con l’organizzazione della “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli” da Perugia ad Assisi, una marcia che si rinnova ogni anno con grande partecipazione.
Per cercare di ricostruire un itinerario tanto complesso—testimoniato da antologie come Scritti sulla non violenza (post.1992) o Scritti filosofici e religiosi (post.1995)--ci si può riferire a quello che costituisce il perno del suo pensiero e della sua azione, la nonviolenza, mutuata dai grandi profeti religiosi – Gesù, Buddha, Francesco – ma rinsaldata con l’insegnamento di Gandhi. E’ lui stesso ad esigere che la parola ‘nonviolenza’venga scritta senza il trattino, per accostarsi il più possibile al significato del termine gandhiano ahimsa, da intendersi in senso eminentemente attivo e positivo, come impegno d’amore per i sofferenti, i minimi, gli ultimi, un amore che include tutto il creato e non solo il genere umano. Da qui il suo rifiuto della “civiltà attivistica” che valuta l’uomo secondo le sue prestazioni dimenticando “chi è sofferente ed è messo ai margini della vita” e, insieme, la valorizzazione dell’inquietudine che mantiene perennemente aperta la nostra vita morale in quanto “ci impedisce di credere di aver fatto tutto e di essere perfetti”. Un’etica - e una politica - esigente che ha al suo centro l’indignazione per lo scandalo della sofferenza da cui muove l’impegno per correggere e modificare le situazioni in cui “altri soffrono mentre io non soffrono o soffrono più di quanto soffra io”, per assumersi le proprie responsabilità e non accettare la realtà così com’è ora e che non merita di durare. Gli “altri” cui si riferisce Capitini includono - si è visto -anche gli animali il cui dolore è muto e incolpevole. Il dovere di rispettarne la vita si fonda sulla nostra capacità di immaginazione identificativa con loro: è ciò che ci permette di interessarci ai loro bisogni e al loro destino, facendo nascere un sentimento di comunanza e solidarietà simile a quello che nutriamo per gli umani. Su questo sfondo si colloca la sua scelta vegetariana - oggetto di curiosità e di infinite ironie nell’ambiente accademico del tempo - e che se è, come per Gandhi, l’esito conseguente della filosofia della non violenza, poggia anche su una precisa motivazione politica:” un socialista – scrive – si sente indotto ad essere vegetariano: non è una classe subalterna e oppressa anche quella degli animali?”. Su questo piano Capitini appare come un vero e proprio precursore dei diritti degli animali - è il primo a parlarne nella cultura italiana degli anni 50 - e a sottolineare il nesso inscindibile - oggi troppo spesso dimenticato - tra animalismo e non violenza.
Ma Capitini segue l’insegnamento gandhiano anche nel ruolo attribuito alle donne definite “il vero sesso forte” per i valori -costanza, coraggio, forza di volontà, spirito di abnegazione – da loro espressi nella quotidianità della cura. “Se la non violenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è delle donne”. Pensatore eterodosso anche in questo, Capitini vive come uno straniero nel suo tempo ma, come tutti gli inattuali, scrive per i tempi futuri e ci consegna oggi l’attualità del suo pensiero.

 

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