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De Caprio Multiculturalismo

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Lorenzo De Caprio

La Medicina in una Società Pluralista e Multietnica

 

Dal Sistema Sanitario Nazionale brutte notizie, ma non solo per gli immigrati

Come tutti i paesi del nord del mondo, l’Italia figura agli occhi delle popolazioni del terzo mondo come quella biblica terra di latte e miele che bisognò raggiungere ad ogni costo, anche a prezzo della vita. Per noi italiani, specie se meridionali, l’ accorrere in mezzo a noi di genti così affamate dovrebbe risvegliare il ricordo salutare di un passato no troppo lontano. Per noi non partono ‘e bastimente pe’ terre assaje luntane. Non più se gira ‘o munno sano, se va a cercà furtuna. Il futuro non è più nella valigia di cartone ed il treno per Torino oggi ci porta in villeggiatura.
Adesso è nostro il ruolo dei “torinesi” e “milanesi”. Nostra è la parte degli “americani”.
Stati Uniti d’America. Ruggenti anni ‘20. Le frontiere si chiudono escludendo selettivamente le popolazione provenienti del Sud ed Est dell’Europa[1].
Ad alimentare quelle leggi non solo la paura collettiva che con quegli immigrati s’importassero pidocchi e malattie infettive. Dietro, non solo la medicina eugenetica [2] che agitò il fantasma della certa corruzione del puro sangue nativo, della disgregazione dei tratti nobili, gentili, pacifici della popolazione nordamericana. <<Insieme ad essa, molte volte più consistente, vi fu l’idea che quell’immigrazione dall’Europa portasse con sé... speranze di trasformazione collettiva; l’idea che percorsi di radicalismo politico si potessero inserire nella cultura statunitense ( anzitutto all’interno della realtà industriale) riproponendo una utopia di uguaglianza>>[3].
La società americana viveva allora una fase di rapida industrializzazione, ma agli alti profitti corrispondevano le veementi richieste delle prime organizzazioni sindacali. Sfruttamento, scioperi, scontri di piazza, cariche, fucilate, linciaggi e morti ammazzati sono la faccia dimenticata e rimossa dello sviluppo industriale degli anni ‘20.
L’industria, se voleva espandersi, aveva bisogno di mano d’opera preferibilmente a basso costo, meglio se docile, meglio ancora se docilissima ed a bassissimo costo. Si pone allora la domanda sul perché della chiusura delle frontiere a danno soprattutto delle popolazione del Sud ed Est europeo. <<Una chiusura...che andava contro il processo di rafforzamento dell’esercito industriale di riserva e di manodopera a buon prezzo>>[4].
Si trattava di importare da paesi e regioni escluse dalla civiltà industriale l’eccedenza di quelle popolazioni. I suoi rifiuti e gli scarti: cafoni, sottoproletari, emarginati, devianti, “mafiosi”, “camorristi”. In più, confusi nella massa e temuti che più mai: socialisti, comunisti, anarchici. Sacco e Vanzetti[5].
Il timore d’un’ ulteriore spinta alla conflittualità sociale si dimostrò infondato. Le popolazioni immigrate si collocavano ben al di sotto del livello più basso della gerarchia sociale indigena. Gli stranieri, peggio dei negri, non avevano diritti, né avrebbero potuto pretenderli. L’ infima qualità del lavoro svolto li differenziava dalla classe operaia. Un fossato incolmabile li separava dalle istituzioni sindacali.
<<L’altro motivo...può essere rappresentato dalla realtà esistenziale di quelle popolazioni , dal giudizio “inappellabile” sul loro sottosviluppo, mentale, fisico, culturale, economico, che le faceva troppo distanti (pur all’interno di enormi sacche di povertà) dalla dinamica esistenziale di quegli anni venti centrati sulla costruzione sociale del desiderio e del consumo>> [6] Italiani, greci, russi, spagnoli, cattolici, ortodossi, ebrei rappresentavano culture europee “sottosviluppate”, inferiori intellettuamente diverse biologicamente da quella dominante nella società anglosassone, protestante e liberista. Dunque è rispetto a questo groviglio di minacce che il processo immigratorio, soprattutto dall’Est e dal Sud d’Europa andava drasticamente disincentivato.
Ci siamo soffermati su leggi che ci hanno discriminato per sottolineare analogie e differenze. L’immigrazione di oggi, come l’emigrazione italiana di ieri, è provocata dalla eccedenza demografica e dalla povertà nei paesi d’origine e dalla richiesta di manodopera del paese d’accoglienza. E qui finiscono le analogie. L’immigrazione di oggi non è giustificata da un ciclo economico in espansione, ma è sorretta dalla crisi demografica che da tempo travaglia le società opulente.
Michel Foucault [7] ha sostenuto che con la nascita del moderno stato nazionale, l’essenza del Potere cambia radicalmente. Al diritto della spada, potere del sovrano di prendere le cose, il lavoro, i corpi la vita stessa dei suoi sudditi, si sostituisce una forma di potere che si esercita direttamente sulla vita dei cittadini allontanando da essi la morte. “Biopotere” che in nome della sopravvivenza della comunità nazionale fa crescere ed alimenta la vita delle popolazioni. L’ordina, l’amministra, la controlla. Da questo momento in poi la ricchezza economica e la forza militare dello stato nazionale risiederanno e si identificheranno nella potenza della sua popolazione, nella crescita demografica. Questa offrirà insieme ed in abbondanza mano d’opera e carne da cannone .
Dalla fine della seconda guerra mondiale fino a quella sorta di spartiacque epocale che fu lo shock petrolifero conseguente alla guerra del Kippur negli anni ‘70, le economie delle società occidentali sono cresciute vorticosamente sotto la spinta di una espansione demografica che assicurò abbondanza di mano d’opera all’ industria, folle di consumatori al libero mercato e... milioni di corpi all’immanente olocausto termonucleare.
<<Se tracciamo un diagramma della crescita della produzione industriale...vediamo che la curva segna un’ascesa di 40 volte nell’ultimo secolo, ma i due terzi di questo aumento si verifica negli ultimi 40 anni. Insomma, proprio negli ultimi 40 anni la curva della crescita s’impenna sotto la spinta di una formidabile accelerazione. Nello stesso periodo si verifica...un’esplosione demografica...Si verifica dunque uno straordinario aumento del benessere, concentrato soprattutto nei paesi industriali avanzato e uno straordinario allungamento della durata della vita>>[8].
Fino agli anni ‘70 l’Italia ha vissuto godendo dei benefici del “miracolo economico” ed, in quello stesso periodo, dalla convergenza tra socialdemocrazia, cattolicesimo avanzato e neocapitalismo nasce lo stato sociale. Questo verrà fondato, non senza difficoltà e conflitti, sui tre classici pilastri della istruzione pubblica, del sistema sanitario e della previdenza sociale.
La pace sociale sembrò allora stabilmente assicurata grazie ad una forma d’intervento pubblico che ridistribuiva ricchezza e garantiva alle classi più svantaggiate: il diritto allo studio, alla salute ed ad una decorosa vecchiaia. Questo per dire che, nella prospettiva solidaristica del welfare state, gli immigrati si vedono riconosciuto il diritto alla salute, al pari degli altri diritti elementari, per una sorta d’automatismo implicito nei fondamenti etici dello stato sociale. Il problema sarà allora per noi semplicemente quello di trovare le forme giuridiche che consentano di estendere agli uguali di altre nazioni, una parte dei nostri diritti di cittadinanza. Operazione tutt’altro che facile visto che le vicende della politica interna ed internazionale stanno risollevando pregiudizi religiosi, etnici e razziali. Credenze che la Modernità s’era illusa d’aver distrutto e che oggi, pubblicamente condannati, si sommano ad un pericolo che viene da altre parti.
Da circa 30 anni le economie opulente sono entrate in una fase che alterna periodi espansivi. più o meno gonfiati dalle alchimie monetarie, a fasi di rallentamento, stagnazione, recessione. Dietro l’altalena dell’economia si intravede lo spettro della crisi demografica. Le società a sviluppo cosiddetto “avanzato” sono invecchiate[9]. Nelle regioni italiane più industrializzate, i tassi di natalità da tempo viaggiano al di sotto della soglia del 2.1 figli per coppia che assicura il solo ricambio generazionale. La popolazione italiana, dal 2010 in poi, entrerà in aperta recessione demografica con un deficit, stimato per il 2025, di 6 milioni di persone tra 0 e 19 anni. Al calo dei giovani corrisponderà l’incremento delle persone con età maggiore di 60 anni, che passeranno dai 6 milioni del 1955 ai 16 milioni nel 2025.
Il modello economico vigente che avvita pace sociale e benessere economico al maggiore consumo e questo alla crescita della produzione industriale e questa al maggiore salario e/o alla maggiore occupazione è minacciato anche al suo interno perché mancano e mancheranno operai e consumatori. Al loro posto una massa crescente di pensionati .“Vecchi” improduttivi di cui la società del benessere non sa che farsene.
Vecchi cronicamente malati, spesso affetti da disabilità d’ogni ordine e grado che avrebbero dovuto essere soccorsi da forme d’assistenza domiciliare sparse nel territorio. Modelli da tempo teorizzati ed auspicati ma che sono rimasti tra le buone intenzioni per il semplice motivo che aggiungere un altro capitolo a quelli della spesa farmaceutica, ospedaliera e della medicina di base è impossibile. Vecchi che oggi sono assistiti da “badanti” provenienti dal “terzo mondo”. Soluzione del tutto coerente con l’espressione “terza età” che ciò che dice signi-fica: << la vecchiaia è una specie di terzo mondo>>[10].
Negli Usa, il sistema sanitario a finanziamento federale “Medicare” .finalizzato all’assistenza degli anziani, è destinato a soccombere di fronte al crescere delle richieste. Questo per quanto parsimonioso sia il livello quantitativo e qualitativo dell’assistenza prestata. Le stesse previsioni sono state fatte per i sistemi pubblici ad impronta solidaristica. Dare tutto a tutti, si argomenta, sarà sempre più difficile. Bisogna razionalizzare, razionare, se si vuol evitare di dare poco o niente a tutti. <<In alcuni paesi, la solidità finanziaria dei programmi di assistenza per anziani è già incrinata. A livello generale, i problemi più gravi si presenteranno subito dopo il 2010, quando la generazione dei figli dell’esplosione demografica degli anni ‘50 avrà raggiunto l’età della pensione>>.[11]
Gli immigrati servono al sistema Italia. Già svolgono un ruolo chiave e del tutto trascurato nell’assistenza agli anziani. Ma ancor di più sono necessari all’industria nazionale se questa vuole espandersi. Anzi. Gli immigrati sono indispensabili all’industria anche nel caso che essa voglia sopravvivere alle sfide del mercato globale accontentandosi di mantenersi in instabile equilibrio sul ciglio del burrone… globale.
La guerra economica che passa sotto la rasserenante etichetta di “mercato globale” non sta portando ricchezza globale, ma sta elevando i tassi di povertà un po' dovunque, disseminando l’occidente di disoccupati-morti. La quadratura del cerchio invocata da Dahrendorf[12], già problematica di per sé, diviene del tutto impossibile se ad essa si aggiunge che da tempo le società occidentali vivono in un’ubriacatura liberista di quelle autenticamente tossiche. Non c’è economista, capo di governo, ministro, politico, industriale che non ci rassicuri sull’efficacia prodigiosa della mano provvidenziale del libero mercato per quanto riguarda sviluppo, crescita, posti di lavoro, costo della vita... Vi risulta? O già vi affidate alla divina provvidenza?
Non solo si pretende di guidare la complessa economia globale adottando, più o meno, il liberismo classico di Adam Smith; vale a dire: rispolverando a qualche secolo di distanza, come se nulla fosse successo, i criteri ed le forme di un liberismo coerente con lo sviluppo del neonato sistema industriale di allora. Si pretende anche di trasferire nella sanità pubblica il modello liberista, e ciò a dispetto del fatto che il sistema sanitario non deve produrre “beni di scambio”, ma “beni d’uso”: servizi e prestazioni che non hanno valore di mercato ma valore d’uso per i cittadini[13]. Questi striscianti orientamenti rendono attuali le critiche che nel 1907 George Bernard Shaw indirizzò al libero mercato in medicina: << Non è colpa dei dottori, se il servizio medico nella comunità è, nella sua organizzazione attuale, un assurdo criminale. Che una nazione ragionevole, avendo osservato che ci si può procurare il pane offrendo un interesse economico ai fornai che ce lo fabbricano, seguiti ad offrire a un chirurgo un interesse per le gambe che ci amputa, è quanto basta per farci disperare dell’umanità politica>>[14].
L’umanità politica non afferma che il diritto alla salute è secondario all’interesse del chirurgo. Giura che vorrà rendere l’assistenza migliore ed infatti la renderà tale nel senso “migliore” dell’economia [15].
La trasformazione della sanità pubblica è in atto dal tempo del ministro De Lorenzo, che per controllare la spesa ospedaliera introdusse all’ interno adel sistema la forma inapparente e di gran lunga più efficace del cambiamento burocratico- amministrativo. L’introduzione di criteri di libero mercato nella sanità pubblica: la concorrenza tra gli ospedali, la gestione ospedaliera con criteri aziendali, il miglioramento dell’efficienza interna dei servizi, il controllo implicito delle spese attraverso il sistema del pagamento della prestazioni ospedaliere secondo diagnosi e cure, avrebbero provvidenzialmente arginato le spese e migliorato la qualità delle prestazioni offerte a pazienti promossi al rango, poco convincente, di “clienti”.
Gli esiti di queste razionalizzazioni non sono ancora ben conosciuti, ma, visto che nessun economista sanitario li ostenta, si può supporre che abbiano prodotto risparmi di gran lunga inferiori alle attese. Oggi infatti l’umanità politica annunzia rimedi ben più radicali.
Nel 1990 la Commissione per la Sanità nominata dal governo olandese[16], respinse le opzioni liberiste e le forme di razionamento implicito ed affermò che il miglior modo di salvaguardare la realizzazione di nozioni morali come l’uguale acceso e la solidarietà nella futura pratica della sanità, consisteva in un processo democratico che permettesse di scegliere tra quello che è più importante nella cura della salute e quello che lo è di meno o non lo è affatto[17]. Lo stato avrebbe dovuto darsi condivise liste di priorità che selezionassero tra tutte le patologie diffuse nella popolazione quelle che, per la loro rilevanza epidemiologica e sociale, dovessero essere certamente e prioritariamente offerte gratuitamente a tutti dal sistema pubblico. La Commisione, preso atto che il progresso ed il rinnovo delle biotecnologie aveva sempre dilatato le spese ospedalire, ma non sempre messo a disposizione cure autenticamente efficaci, ritenne che <<lo sviluppo di alcune tecnologie debba essere soggetto a restrizioni quando tali tecnologie siano considerate indesiderabili da un punto di vista sociale. Il denaro pubblico potrebbe quanto meno essere impiegato per risolvere problemi più importanti >>. Consapevole delle difficoltà di operare eque scelte in sanità la Commissione raccomandò: << il Governo incoraggi ampi dibattiti pubblici sulle scelte nell’assistenza sanitaria. La Commissione è convinta che tali dibattiti creerebbero un consenso sociale, auspicabile nel prendere le decisioni politiche>>.
A tutt’oggi solo pochi paesi (Oregon, Nuova Zelanda, Canada, Svezia, Olanda) si sono incamminati lungo la difficile strada dalle liste di priorità[18],[19]. Nel frattempo il fantasma dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) s’aggira silenzioso nei sotterranei del Sistema Sanitario Nazionale (SSN).
I LEA stabiliscono indirettamente quali siano, tra tutte le patologie, quelle che lo SSN deve contrastare per mezzo della definizione del “livello” di prestazioni sanitarie che lo SSN dovrà fornire agli aventi diritto. Prescindento da troppo facili ironie circa il carattere democratico del processo decisionale, ci preme mettere in evidenza un’altra questione che pure attiene alla democrazia.
Nella prospettiva di uno stato federale, in cui i governi regionali assumono ogni potere in materia di politica sanitaria c’è da attendersi: o LEA differenti tra le regioni con conseguente esasperazione dell’emigrazione sanitaria verso le regioni che offrono LEA più generosi, e quindi per le regioni più povere sempre crescenti deficit di bilancio con aumento per i cittadini della tassazione diretta od indiretta. Oppure, una sorta di accordo tra gentiluomini, un cartello tra le regioni che porti su tutto il territorio nazionale i LEA al livello più basso: quello economicamente sostenibile dalle regioni più povere e quindi più vantaggioso e risparmioso per quelle più ricche.
Diretta emanazione dei LEA sono le Linee Guida (LG). Queste, dirette ai medici delle aziende ospedaliere, stabiliscono tra le tante opzioni tecniche che il progresso scientifico mette a disposizione nella cura di una singola patologia quale sia la migliore da adottarsi da parte del medico e da proporre (od imporre?) al paziente. E’ auspicabile che il processo decisionale faccia giustizia delle tante e costose cure futili e che privilegi le opzioni più accreditate sul piano scientifico. Ma poiché il conflitto d’interessi in medicina[20] ha fatto sì che le soluzioni tecnicamente migliori per i medici siano quelle più costose per le aziende ed anche quelle più remunerative per l’industria c’è da temere che il processo decisionale che porta alle LG, del tutto sordo alla voce dei cittadini ed ai bisogni dei malati, tenga conto delle esigenze economiche dei direttori d’azienda, delle (deboli) ragioni dei medici e degli interessi (forti) degli industriali[21].
In conclusione lo SSN traballa vistosamente ma silenziosamente sotto l’attacco della mano provvidenziale e della riforma (non) costituzionale cosiddetta “federalista”. C’è da domandarsi, infatti, se la privatizzazione di gran parte del sistema vigente non sia il fine di tutta la manovra. Sembra, infatti, ragionevole prevedere un effetto di “scrematura del latte” sull’utenza. I malati, in funzione di ciò che si potranno permettere, ricorrerrano massicciamente alle strutture private che forniranno a pagamento quello che lo stato negherà negli ospedali, con ciò trasformandosi, loro stessi, da utenti in boia del SSN. Una significativa parte dell’umanità politica nostrana non propone un modello di riferimento su cui discutere, ma ha un chiodo fisso nel cervello. Il chiodo a cui s’aspira e che ispira quest’umanità s’identifica nel peggior sistema sanitario del mondo occidentale. Quel sistema assicurativo e privatistico statunitense, che con l’esclusione da ogni forma d’assistenza di 40 milioni di cittadini, provvidenzialmente mette d’accordo l’interesse del chirurgo con i maggiori guadagni degli assicuratori e degli industriali, scaricando sulla società i più elevati costi di gestione, la peggiore efficacia in termini di protezione della salute collettiva e la maggiore iniquità possibile.
In conclusione: Il diritto alla salute degli immigrati è a rischio, perché prima sono a rischio i diritti elementari di noi indigeni. Ne viene di conseguenza che la lotta per i diritti degli immigrati è la lotta per i diritti di tutte le classi che sfortunatamente non possono definirsi miliardarie.

La medicina scientifica davanti alla sfida del multiculturismo e del pluralismo terapeutico
Il diritto alla salute in una società solidale e multietnica non si esaurisce garantendo agli immigrati l’accesso al sistema sanitario. Un altro aspetto, non meno importante, è dato dal fatto che queste persone ci sono culturalmente straniere e noi siamo per loro estranei culturali. Sofferenza, generazione, salute, malattia, vita e morte hanno significato e valore diversi tra gli uomini perché riverberano culture differenti. Inoltre, ogni uomo fonda e identifica la propria individualità personale nella cultura in cui è nato ed in cui è cresciuto. I valori, le credenze, i simboli della società d’appartenenza e quanto altro va sotto il nome di cultura, sono la sua morale, le sue credenze, i suoi simboli, la sua identità. Il problema, per ciò che è in gioco in medicina è trovare una piattaforma addirittura antropologica prima che etica su cui iniziare a costruire una pacifica convivenza.
Nel periodo del colonialismo europeo, medici ed istituzioni mediche hanno preceduto gli eserciti dei conquistatori. Tramontato, almeno formalmente quella forma d’imperialismo, la nostra scienza medica è rimasta egemone ed è rimasto imperialismo sanitario. Ma con l’offerta e per mezzo della nostra “superiore” capacità curativa, noi trasferiamo agli altri non solo la nostre rappresentazione del corpo, della salute e della malattia ma anche i nostri valori in ambito morale. In tempi di postmodernità questa forma d’universalismo rischia di sfociare nell’intolleranza. Atteggiamento già poco conveniente all’interno di una cultura come la nostra, profondamente divisa su eutanasia, fecondazione assistita, allocazione delle risorse in sanità, ingegneria genetica… Se facciamo nostro il relativismo culturale assumeremo un atteggiamento tollerante, ma arriveremo anche alla conclusione che tutte le pratiche mediche e tutte le prospettive etiche sono tra loro equivalenti. Ma se tutte medicine e tutte le etiche hanno diritto di cittadinanza perché nessuna è migliore dell’altra, si scivola in quella notte postmoderna nella quale tutti i dottori insieme coi filosofi appaiono tutti neri come i gatti.
E’ del tutto condivisibile lo sforzo del Comitato Nazionale di Bioetica [22](CNB) che propone una <<bioetica interculturale, meta culturale, transculturale>> che <<intenda individuare alcuni valori e diritti irrinunciabili che consentano di delineare un criterio comune di riferimento>>. Preso atto delle buone intenzioni (che notoriamente lastricano le vie dell’inferno), il CNB riesce nell’impresa?
Al multiculturalismo che il CNB considera prossimo se non equivalente al relativismo culturale, vengono opposti <<limiti che incarnano non solo i valori della cultura occidentale ma che attengono ai valori naturali dell’uomo che il diritto è chiamato a riconoscere e a tradurre positivamente nelle diverse culture>>.
A questo punto un polemico induista potrebbe domandare: << di che natura sono i valori naturali? A quale natura si fa riferimento come fonte dei valori? Esiste una natura naturale, tanto naturale da poter essere “universale”? Quale diritto ( romano, canonico, anglosassone, islamico…) dovrebbe, in concreto, tradurre positivamente i diritti “naturali” ammesso che questi si possano dare>> Potrebbe inoltre, il nostro induista accusare CNB, quanto meno di etnocentrismo. Obietterebbe che il CNB in quanto organo consultivo del governo italiano, composto da persone che rappresentano solo le componenti cosiddette “laiche” e “cattoliche” della cultura indigena, non può esprimere altro che i valori d’una cultura locale, che, prima si presenta unitaria, poi si autopromuove a rappresentante di tutta cultura occidentale e, poi ancora, si eleva arbitrariamente nella stratosfera universale dell’ interculturale, metaculturale, transculturale.
Ma quali valori metaculturali il CNB oppone al relativismo sanitario? Il più importante e meritevole di attenzione è il valore “Scienza” che dovrebbe limitare la diffusione nel nostro paese delle <<forme non convenzionali di cura della salute, definite come quelle né insegnate nelle scuole di medicina, né generalmente disponibili negli ospedali>> [23], forme che comunemente vengono chiamate medicine non scientifiche, alternative, non convenzionali.
Il CNB si esprime a favore di un sistema sanitario che fornisca pratiche mediche suffragate da prove scientifiche di efficacia. Il CNB opera una scelta di campo, e sono d’accordo sul fatto che dovesse scegliere e dovesse scegliere in questo modo. Ma per onestà intellettuale dobbiamo essere consapevoli che il CNB non si è espresso in termini interculturali. Anzi, la scelta operata la si potrebbe definire apertamente etnocentrica.
Il problema non è risolto. Se da un lato quella forma di conoscenza che chiamiamo “Scienza” è un prodotto esclusivo della cultura occidentale, dall’altro, solo le pratiche allopatiche della medicina occidentale, in quanto scientifiche, possono essere sottoposte alle sue prove scientifiche d’efficacia. Se già è impossibile ridurre alle misure del metodo sperimentale, le qualità infinitesimali della medicina omeopatica che pure condivide il paradigma scientifico della medicina allopatica; con quale metodo potranno essere positivamente misurati e valutati le azioni e gli effetti di medicine come quella cinese od ayurvedica che tradizionalmente ignorano il paradigma meccanicistico e determinista della nostra Scienza?
Le prove scientifiche d’efficacia che già sbarrano le porte alla omeopatia chiudono anche a forme di medicina che hanno alle spalle grandiose e rispettabilissime tradizioni culturali e che, tra l’altro, negli ambiti culturali d’appartenenza sono ritenute efficaci quanto se non più della nostra.
Il pre-giudizio operante è quello tipico della medicina scientifica occidentale che in ultimo si rappresenta il corpo come una macchina e la vita come un mero processo chimico-fisico e che divide questi “oggetti” nelle categorie del patologico e del fisiologico secondo i criteri oggettivi del suo codice linguistico. Scienza che, per questo stesso motivo, ha escluso ed esclude dalla propria prospettiva culturale il significato soggettivo che la sofferenza ha nell’esistenza di una persona malata, e le non meno importanti e le non meno relative rappresentazioni del corpo, della salute, della malattia, della vita e della morte come elaborate da culture diverse dalla nostra.
Il pregiudizio etnocentrico traspare quando s’afferma che è bene evitare <<il diffondersi di iniziative curative tradizionali intraprese da guaritori improvvisati o in ambienti igienicamente impropri e pericolosamente inquinanti>>, poichè il CNB sembra individuare nelle arretrate popolazioni immigrate gli sciamani e gli stregoni che veicolando altre forme di cura, minaccia di contagiare gli italiani come per magia imitativa.
Se questa è la preoccupazione, gli studi sull’argomento , almeno al momento, non la giustificano, anzi. Se il ricorso alle medicine alternative è assunto come indice di un livello mentale e culturale di tipo primitivo, il CNB ha altre cose su cui meditare.
Nel solo 1990 il 34% dei bianchi adulti della middle-class americana, sono ricorsi almeno una volta a trattamenti non ortodossi per un totale di 425 milioni di visite, quasi il 50% di tutte le visite, presso non meglio definiti “alternative health care providers”[24]. Negli stessi anni almeno il 25% degli Europei s’affidava a cure alternative, che, in Italia, trovavano minore fiducia tra il pubblico[25]. Indagini recenti ci dicono che in Italia, le persone che si rivolgono alla medicina alternativa sono raddoppiate in dieci anni, interessando il fenomeno il 16% della popolazione. L’altra medicina, dunque, anche nel nostro paese compete in modo quasi paritario con quella ufficiale[26]. Queste statistiche hanno misurato ciò che possono misurare; nulla ci dicono della clamorosa espansione di un tipo di “medicina” che s’immaginava abbandonata. Che dire della folle italiche che si recano in pellegrinaggio dai nostrani guaritori magici?
Se si presta attenzione a quanto accade nell’ambito della nostra medicina scientifica l’intera questione apparirà molto più complessa ed articolata.
Il grande sogno di C.Bernard era quello di arrivare, col metodo sperimentale, a teorie oggettive ed impersonali, condivise, universalmente valide nella comunità scientifica. Contrariamente alle aspettative il metodo ha prodotto anche pluralismo scientifico, perché ogni ricercatore inforcati i suoi occhialini rosa, dà alle evidenze sperimentale una sua rosea interpretazione.
Nel deprecabile matrimonio tra industria ed accademia, il progresso biotecnologico ha generato poi una forma molto particolare e peggiore di pluralismo scientifico. Oggi infatti una data patologia può essere aggredita spesso con interventi terapeutici tra loro differenti. Bene, direte voi. Bene, se non fosse che non tutte le terapie che la scienza ufficiale dichiara “scientifiche” sopravvivono poi alle verifiche della medicina basata su prove d’efficacia. Allora, in cosa e perché la “scienza” di una certa medicina che diffonde cure inefficaci sarebbe diversa dalla “magia” della inefficace medicina alternativa?
Nel caso Di Bella, poi, un “eretico” al di fuori del circuito della scienza ufficiale, ha proposto una terapia anticancro alternativa, basata principalmente su un presidio ben noto, ma in commercio a costi elevati e con indicazioni scientifiche del tutto diverse.
E’ interessante notare che il valore “scienza”, come non ha fermato e non fermerà la pioggia dei farmaci inutili nei nostri ospedali, allo stesso modo, ma per ragioni diverse, non ha fermato l’eretico Di Bella e non fermerà i Di Bella prossimi venturi. Il medico modenese, infatti, per quanto isolato dalla comunità scientifica e condannato dall’ordine dei medici, ha sfondato tra la gente perché s’è presentato nei panni umani del vecchio, buono e saggio medico d’altri tempi, e come conseguenza si è ritrovato a fianco una parte massiccia dell’opinione pubblica, dei mass media, dei medici, dei pazienti, dell’umanità politica e della magistratura.
<<Se, infatti, si cita prevalentemente la cultura cattolica come esempio di fondamentalismo etico... il caso Di Bella ha mostrato con tutta evidenza come possa essere altrettanto intollerante anche una certa cultura laica... lo scontro tra la medicina ufficiale ed il fisiologo modenese, ha assunto tutte le caratteristiche di una vera e propria guerra di religione. E il mondo scientifico ha rappresentato la parte dell’ortodossia, che messa in discussione e in crisi, reagisce in modo intollerante con anatemi e scomuniche>>.[27]
A dispetto della “Scienza”, il relativismo avanza sotto la bandiera tricolore della più assoluta libertà di cura. Nasce all’interno e non ha troppo senso chiudere alle altre forme di cura delle malattie. Infatti mentre i cosiddetti “selvaggi” pregano per poter accedere ai benefici della nostra medicina , i civilissimi occidentali esigono pratiche mediche alternative, diverse, dolci... umane.
Sulla possibile pretesa di un immigrato di ricevere prestazioni non scientifiche in una struttura sanitaria, il documento del CNB così si esprime: <<Nell’ambito dell’accesso alle strutture sanitarie e ai singoli medici va considerata la possibile pretesa (già presente in non trascurabile misura e apportatrice di tendenze imitative) di ricevere terapie non convenzionali (estranee alla medicina ufficiale); si tratta di un’aspettativa che non può essere ignorata o respinta, ma tenuta presente come problema e momento di riflessione... E’ necessario conoscere e far conoscere i fondamentali presupposti scientifico-tecnici che debbono sempre garantire la scelta e la erogazione dei mezzi diagnostico terapeutici. Ad essi il medico è tenuto ad ispirarsi in forza di precise norme deontologiche”.
Tuttavia, l’ art. 13 del codice deontologico sembra diretto non verso i dottori indiani o cinesi, che per noi non sono “medici”, ma verso certi dottori nostrani. Di Bella docet.
L’articolo 13 rispetta l’autonomia decisionale di un medico che è però ambiguamente costretto ad attenersi alle prescrizioni normative della medicina ufficiale. Le pratiche eretiche gli sono consentite ma poste sotto la sua diretta responsabilità personale (civile e penale). Il medico viene avvertito del fatto che: <<qualsiasi terapia non convenzionale non deve sottrarre il cittadino a specifici trattamenti di comprovata efficacia previo consenso>>.
Che la norma sia ad uso interno ci è suggerito dall’esempio che vi proponiamo. Se un paziente indiano richiedesse una specifica terapia ayurvedica andrebbe dal suo dottore ayurvedico. Infatti, se si rivolgesse ad un medico di un nostro ospedale, dovrebbe trovare un medico “scientifico” che conoscesse la medicina ayurvedica e fosse in grado di praticarla. Posto che trovasse un tale dottore, questi non avrebbe l’obbligo morale di fornire la prestazione richiesta se la ritenesse, in scienza e coscienza, inefficace o pericolosa. Ma quel medico, ancorché scientifico, non può imporre le terapie ufficiali. Il nostro indiano al pari dell’indigeno se da un lato non deve essere sottratto a specifici trattamenti di comprovata efficacia dall’ altro ha il diritto di rifiutarli e di ricorrere al medico ed al farmaco che più gli va bene.
Conclusione
Siamo tutti d’accordo sul fatto che ognuno può scegliere il medico che preferisce ed è libero di curarsi come gli pare, ma il diritto alla salute obbliga la comunità a pagare tutti i conti? A nostro avviso la risposta è: no. Lo SSN ha l’obbligo morale di fornire terapie efficaci di comprovata efficacia scientifica, ma poiché la scientificità di un farmaco o d’una tecnologia è giudizio di cui è padrona solo la Scienza, le istituzioni scientifiche sono le prime a dover ritrovare la propria morale. Ma non basta.
Il valore Scienza non può essere imposto a chi non condivide la nostra idea di Scienza. Piaccia o no ai positivisti, il concetto ed il bisogno di salute si sono ampliati e diversificati nel seno stesso delle società avanzate. L’affermarsi delle medicine alternative nasce dalla crescente sfiducia della gente verso una pratica tecnologica a cui non si nega (ancora) l’efficacia, ma che è sempre più percepita come arida, fredda, disumana. L’omeopatia occidentale e le medicine orientali hanno successo perché il pubblico trova in essa quel discorso tra persone umane che la medicina scientifica ha da tempo smarrito[28].
Per questi motivi qualche altro conto, prima o poi, bisognerà pagarlo. Mentre in Inghilterra, Francia, e Germania i farmaci omeopatici sono già inseriti nei prontuari e rimborsati in parte o del tutto, in Italia la proposta di legge Galletti che fa riferimento ad agopuntura, fitoterapia, omeopatia, medicina antroposofica, medicine orientali si è persa nei meandri del parlamento.

 

[1]Thomas W. I., Gli immigrati e l’America. Roma. Donzelli.1997.
[2]Allen G.E.,The social ed economic origins of genetic determinism: a case history of the American Eugenics Movemente, 1900-1940 and its lessons for today. Genetics 1997, 99:77-88.
[3]Raurty R. William I Thomas e l’immigrazione in America. in: W.I. Thomas. Gli immigrati e l’America. Roma. Donzelli.1997: 19
[4]ibidem
[5]La tragica vicenda di Sacco e Vanzetti, ingiustamente condannati a morte dopo 7 sette anni di detenzione sopravvive nella memoria collettiva nella canzone di autori ignoti: Lacreme ‘e Cundannate
[6]Raurtry R., op.cit: 24.
[7] Foucault M., La Volontà di Sapere, Milano: Feltrinelli 1996: 119-128.
[8]Ruffolo G., Lo Sviluppo dei Limiti, Bari, Laterza 1994: 47.
[9]Golini A. Vivio R., L’invecchiamento della popolazione., in: L’Invecchiamento. Quaderni de Le Scienze n.79. Milano 1994: 43-49.
[10] Baudrillard J. , Lo Scambio Simbolico e la Morte, Milano: Feltrinelli 1997: 181
[11]Olshansky S.J.. Carnes B.A., Cassel C.K. L’invecchiamento della Specie Umana in L’Invecchiamento, Quaderni de Le Scienze n.79. Milano 1994: 5-11
[12]Dahrendorf R., Quadrare il Cerchio. Benessere Economico, Coesione Sociale e Libertà Politica. Bari, Laterza 1995.
[13]Saltman R. von Otter C. Saggi sulla Teoria della Competizione Pubblica nel Settore della Sanità , Roma: FORMEZ,1991. Archivio dei Corsi di Formazione 44.
[14] Shaw G.B. , Il dilemma del Dottore, una Tragedia, Milano: Mondadori, 1959: 11.
[15] Rosaia L., La Sanità Pubblica per la pericolosa strada della privatizzazione. L’Arco di Giano 1994: 5:85-98.
[16]Le Scelte in Sanità. Rapporto della Commisisone Ministeriale Olandese, in L’Arco di Giano 1994: 5: 11-26.
[17] Ten Have H., Le Priorità Sanitarie nella Prospettiva Comunitaria, in L’Arco di Giano 1994: 5: 27-42.
[18]Vanara F., Esperienze Internazionali nelle Scelte di Priorità, in Trabucchi M. e Vanara F. ( a cura di), Rapporto Sanità 1998, Bologna: il Mulino 1998: 241-296
[19]Garavaglia M.P., Etica, Politica e Scelte di Priorità, ibidem: 475-510. 
[20]De Caprio L., Il Conflitto d’Interessi in Medicina., Uomini e Idee 12/2002:39-46.
[21] Donzelli A., Sghedoni D., Liee Guida Cliniche tra Conoscenza, Etica ed Interessi, Milano: Franco Angeli, 1998.
[22] Comitato Nazionale per la Bioetica., Bioetica Interculturale, Bozza del parere del CNB per la discussione. Roma, Luhlio 2001.
[23]Eisemberg D.M., Kessler R.C., Foster C.,Norlock F.E., Calkins D.R.,Delbianco T.L. Unconventional Medicine in the United States: Prevalence, Costs and Patterns of Use, N.Engl.J.Med. 1993, 328: 246-252.
[24]ibidem
[25]Istituto Nazionale di Statistica: La Medicina Alternativa, in Indagine Multiscopo sulle Famiglie, anni 1987-1991, vol 10: Condizioni di Salute e Ricorso ai Servizi Sanitari., Roma: ISTAT,1994:50-51.
[26]Eurispes; Rapporto Italia 2000 ; scheda 30: primun non nocere: 53-54. Rapporto Italia 200.htm.
[27] Prodomo R., Il Male Oscuro della Medicina. Cronaca di una crisi annunciata tra medico e paziente, Napoli: Pagano, 1998:24
[28] De Caprio L., Cosa ti devi aspettare dal Futuro della Medicina?...Più benessere di quanto tu possa immaginare, in Il Futuro della Medicina, Napoli, Colloqui 3/2002: 37-46.

 

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