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Francesco Esposito - Felicia Accardo

ALLOCAZIONE DELLE RISORSE SANITARIE IN UNA SOCIETA’ MULTICULTURALE

(lezione tenuta nell'ambito del X corso di perfezionamento in Bioetica: "Introduzione alla Bioetica")

 

PREMESSA

L’ Economia e le ricadute disciplinari

La riduzione a disciplina consente, quando la percezioni del sapere allarga i suoi orizzonti, di concentrare lo studio dei fenomeni, trasponendoli dal livello molecolare al livello atomico. E’ un’azione di razionalizzazione del comportamento analitico la cui efficacia ha mostrato i suoi effetti. Quando, però, l’uso specialistico della disciplina ha prodotto i suoi risultati, si rende spesso necessario riportare gli effetti degli studi atomici al contesto molecolare. Ciò accade soprattutto qualora i risultati ottenuti debbano essere oggetto di scelte, di decisioni, di interventi.
Gli interventi nel campo delle politiche economiche necessitano di una visione degli insiemi atomici che costituiscono la base, cioè il contesto sociale ove tali scelte, tali decisioni, intervengono ed attivano una modifica della base stessa.
Quando argomentiamo di sistemi sanitari o di tutela della salute, parliamo di modelli, di tecniche, di risorse implicabili o implicate, di aspetti giuridico-formali, di attese, di bisogni, di soddisfazione, ecc., parliamo, insomma, di un fenomeno e delle scelte umane ad esso correlate.
Nel Fare salute richiamiamo, più o meno consapevolmente, diverse discipline. Lo facciamo quando vogliamo comprendere che cosa sia il fenomeno salute e cosa s’intende per ripristino di livello o di cosa s’intende per benessere, vita o morte (filosofia); lo facciamo quando valutiamo la coerenza o meno dei sistemi di produzione, nonché la compatibilità delle scelte al contesto umano ( Economia Politica ); lo facciamo, ancora, quando riflettiamo sul contesto e i suoi bisogni, nonché gli effetti e la loro percezione ( sociologia – economica o sanitaria ); lo facciamo quando dobbiamo scegliere l’allocazione delle risorse e gli interventi ( Politica Economica ).
Non sono le uniche discipline in gioco, ne esistono di innumerevoli ognuna delle quali si assume il compito di analizzare l’aspetto atomico del problema ed occorre, quindi, un momento finale di sintesi, sintesi riassumibile nell’azione delle public policy  che nel nostro Paese sono configurabili con la Norma , espressione delle scelte della rappresentanza indiretta della volontà popolare e dell’etica contestualizzata.
In questa sede occorre aprire un confronto, un dialogo sul rapporto insistente, o presunto tale, tra la disponibilità delle risorse, allocate od allocabili, nel sistema di produzione dei servizi sanitari e la presumibile, o presunta, variabilità che tale allocazione avrebbe ( rispetto alle esigenze di diversificazione delle modalità di produzione del servizio sanitario o sociosanitario) con la presenza nella nostra società di differenti modelli culturali.
E’ in relazione a tale compito, cercando di visualizzare il fenomeno sotto l’aspetto economicistico (1), che affronteremo l’argomento cercando di rispondere innanzitutto ad una domanda: Cosa intendiamo per multiculturalità qualora argomentiamo di politiche sanitarie?

DENTRO LA QUESTIONE
Cultura e risorse

I – IL SENSO DI APPARTENENZA
Il diritto di cittadinanza originario ( lo Stato/Nazione), la razza.
La presenza immigratoria.
 
Quando una collettività organizzata può definirsi multiculturale? Quando, di norma, in essa si riconoscono individui o gruppi che rappresentano comportamenti, credi, una concezione della vita e dell’esistere diverso l’uno dall’altro. Il termine multiculturale  viene evidenziato, enfatizzato, qualora le culture insistono su di un territorio ( uno spazio geografico ), nel quale la collettività organizzata si riconosce, dando origine alla considerazione di un ceppo originario il cui senso comune di appartenenza ha forgiato un sistema di comuni intenti, provocando la nascita di un modello culturale condiviso dagli appartenenti al gruppo stesso. La multiculturalità, quindi, è diversità e, una società multiculturale, è una collettività culturalmente organizzata che riconosce, o quantomeno tollera, la presenza di modelli esistenziali diversi dal ceppo costitutivo.
Da qui il linguaggio analitico individua l’etnicità  quale strumento di identificazione creato da un’azione sociale (2 ).
Quindi, una prima visione della multiculturalità può essere indotta dal concetto di etnicità, ovverosia, dalla presenza su di un territorio, lo Stato/Nazione, di soggetti diversi dal ceppo originario. Ma la diversità etnica può essere conservata dal gruppo culturalmente originario anche nel tempo. Con ciò s’intende rilevare che qualora in uno Stato/Nazione insistono soggetti, o gruppi, che seguono religioni che legano l’appartenenza ad aspetti genetici ( razza) (3)o a soggetti, che pur se nati in tale stato nazione, anche se annoverano la presenza nello stesso di antenati , vengano considerati etnicamente legati alle origini degli antenati stessi (4 ).
Il principio dello Stato/Nazione, correlato con il concetto di ceppo originario (etnicismo) spesso determina l’evidenza dell’esistenza delle minoranze in base alle quali si dà una interpretazione della differenza per gli aspetti etnici, religiosi, sessuali, storici o mitici.
Il multiculturalismo diventa un enigma, il quale pone la questione su come possiamo stabilire una condizione di giustizia e di eguaglianza tra le parti. Coloro che credono in una cultura nazionale unificata, quelli che legano la loro cultura all’identità culturale etnica. Per risolvere l’enigma, bisogna ripensare il significato di nazionalità o Stato/Nazione, identità etnica o appartenenza etnica come base di cultura (5).
Il fenomeno palesemente legato al concetto di etnicismo è l’immigrazione (6).
Alla fine del 2000 i cittadini stranieri in Italia, registrati come titolari di permesso di soggiorno, risultano 1.338.153. tenendo conto dei permessi validi, ma non ancora registrati, e dei minori iscritti nei permessi di soggiorno dei genitori, si arriva prudenzialmente alla stima di un totale di 1.687.000 soggiornati stranieri (7).
L’incidenza della popolazione straniera su quella italiana, quindi, è attualmente del 4,2 %, un punto in meno rispetto alla media europea. Il 1.600.000 circa di stranieri regolarmente presenti in Italia, e quindi iscrivibili all’anagrafe del SSN, dovrebbero impiegare circa 1500 Medici di Medicina Generale giacchè nel nostro Paese viene incaricato, in media, un medico per ogni 1000 abitanti (8).
Gli immigrati rappresentano una risorsa inestimabile come manodopera a buon prezzo e disponibile anche ai lavori più pericolosi, senza tutele né garanzie.
Dallo schiavismo, passando per il colonialismo e arrivando alle ultime leggi sull’immigrazione, gli immigrati si ritrovano sempre oggetto di sfruttamento nel campo lavorativo.
Nonostante la complessità della situazione sembri non offrire vie d’uscita, si profila in maniera chiara sempre più un bivio tra l’esasperazione di un modello basato sul potere economico di pochi su molti e la ricostruzione di una società multiforme fondata su valori comuni alle varie culture, nelle direzione di un mondo umano universale. (Universalismo – Relativismo culturale).
Dai dati emersi dalla Commissione antimafia e del Comitato Schengen del 28.02.01 si rileva che i nuovi schiavi, soprattutto donne e bambini, sono circa 200 milioni nel mondo. Un fenomeno che vede coinvolte direttamente le organizzazioni mafiose e che ha un fatturato annuo stimato tra i 7 e i 13 miliardi di dollari. Un business, definito “promettente”, visto che aumenta ad un tasso del 40-50% l’anno, molto più velocemente della droga. L’Italia è al primo posto in Europa. E’ al centro di questo commercio, considerando il fatto che la schiavitù moderna è strettamente collegata con “l’immigrazione clandestina”. La condizione di clandestino sembra un’ovvietà, invece dipende dalle leggi restrittive e miopi dei governi;la chiusura delle frontiere, attivata fortemente dal trattato di Schengen, non permette non solo l’ingresso ma neanche la regolarizzazione di immigrati che già vivono nel nostro paese, che essendo entrati senza visto sono automaticamente considerati clandestini ( cioè da espellere) e quindi, pur conducendo una vita “normale”, non possono in nessun modo regolarizzarsi.Il desiderio di continuare la vita iniziata nel Paese scelto per migliorare le proprie condizioni li relega ad una condizione di ricattabilità e quindi di schiavi, non solo di chi li ha fatti entrare clandestinamente ma, semmai fossero riusciti a liberarsene, schiavi di chi gli offre un lavoro o di chi gli dà un alloggio.
Configurando, quindi, questo fenomeno in una “emergenza strutturale” i governi nazionali e sovranazionali si sono adoperati ,attraverso l’istituto legislativo, a contenere per lo più i risvolti di ordine e sicurezza sociale, e nell’esercizio della retorica per quanto concerne i proclami di integrazione multiculturale (e non interculturale).
A livello mondiale: La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Carta della Convenzione internazionale per i diritti dei lavoratori emigranti, Convenzioni del Consiglio d’Europa; convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale del 5 febbraio 1992.
A livello comunitario:Trattato di Maastricht, Schengen, Amsterdam, Convenzione di Dublino, Risoluzione sul rispetto dei diritti umani nell’Unione Europea del Parlamento Europeo (1996); Costituzione della Repubblica Italiana: art.2,3,8,10,13,15,24,32,35,36 38,51.
A livello italiano: Legge 6 marzo 1998 n.40, Decreto Presidenza del Consiglio 16 ottobre 1998 n.286, Decreto Presidente della Repubblica n.215 del 5 agosto 1998, Legge 5 febbraio 1992 n.91 e relativi regolamenti di esecuzione, introdotti con d.p.r. del 12 ottobre 1993, n.572 e d.p.r. 18 aprile 1994, n.362 sulla cittadinanza italiana, sentenza della Corte Costituzionale n.454 del 30 dicembre 1998., Legge Bossi-Fini 2003.

La presenza degli stranieri in Italia, come detto, è vincolata solo alla necessità di forza lavoro per gli industriali: tipi di lavoro ormai rifiutati dalla maggior parte dei giovani perché ritenuti troppo umili (nonostante l’imperante disoccupazione dei cittadini italiani) e alla maggior flessibilità del lavoratore extracomunitario che, pur di guadagnare qualcosa, accetta anche di essere sottopagato e lavorare in nero con conseguenti tensioni sociali con gli italiani e anche tra gli stessi extracomunitari. Logico, quindi che anche tutti gli altri diritti come alloggio pubblico, la cittadinanza e l’assistenza sanitaria, siano legati all’avere un posto di lavoro o all’iscrizione alle liste di collocamento, per altro spesso negata fino al gennaio 1999 quando è stata pubblicata la sentenza n.454 della Corte Costituzionale. Ai cittadini italiani costretti a farlo, non viene chiesto altrettanto, né subiscono una conseguente espulsione se sono disoccupati; paradossalmente il dpr 215-98 nella parte terza, articolo2, punto B parla di “Garantire pari opportunità di accesso e tutelare le differenze”.Sul tema della cittadinanza, così come in altri paesi europei, la nostra legge è ancora improntata sul principio dello “lus sanguinis”, il diritto del sangue, per il quale la nazionalità dei figli dipende da quella dei genitori piuttosto che sullo “lus soli”, “il diritto della terra”, che darebbe diritto alla cittadinanza italiana a chi, comunque, è nato e vive in Italia anche se l’attuale legge è parecchio avanti in questo senso rispetto a quelle precedenti.
Sul tema del diritto di voto risulta scandalosa la mancata applicazione del capitolo C della convenzione del Consiglio d’Europa, escludendo così gli extracomunitari dalla elezioni per il rinnovo degli enti locali (i cittadini comunitari degli altri 14 paesi residenti in Italia invece rientrano in questo contesto).
Ci si preoccupa piuttosto di creare una legge per gli italiani all’estero .Il diritto di voto andrebbe esteso alla possibilità di poter essere eletti nei vari organismi istituzionali del Paese con pari poteri rispetto ai cittadini italiani.
Le varie “Consulte” comunali sono state un bell’esperimento sulla carta ma un fallimento nella realtà: a parte il valore esclusivamente consultivo di questi organismi in realtà non sono tanto espressione degli interessi extracomunitari residenti quanto invece espressione di quelli degli stessi partiti presenti nei vari consigli comunali.La legge inoltre garantisce l’effettività del diritto allo studio garantita dallo Stato, dalle Regione e dagli enti locali anche mediante l’attivazione di appositi corsi intensivi di lingua italiana. Il problema è che tutto questo rimane clamorosamente sulla carta.
Molti stranieri arrivano in Italia per lavorare o per studiare, essi sono costretti a ritornare nei luoghi di origine, molto spesso, perché non sono a conoscenza dei diritti acquisiti nello Stato ospite, non riuscendo ad orientarsi in una burocrazia che è spaventosa persino per i cittadini italiani. C’è da segnalare poi che la legge sull’immigrazione prevede solo 5 giorni per presentare ricorso in caso di espulsione, un tempo breve per difendersi perfino per un italiano, durante il quale chi riceve il provvedimento si trova “ospitato” in un centro di detenzione.
Ogni straniero in Italia porta con sé una cultura, tradizioni e a volte una religione diversa che gli impone uno stile di vita diverso da quello italiano.
Un manovale di religione mussulmana deve osservare per 40 giorni ogni anno il digiuno fino all’ora del tramonto, un ebreo festeggia la Pasqua in giorni diversi dai cattolici e il sabato non può lavorare (ma può farlo di domenica); una donna islamica può aver scelto di non mostrare il suo viso ma per poter lavorare in Italia dovrebbe trasgredire alle regole imposte dalla sua religione?
Sotto il profilo delle risorse disponibili a favore dei nuovi cittadini la quota capitaria, che corrisponde alla rimessa da parte delle amministrazioni interessate di risorsa finanziaria per ogni cittadino residente, è equilibrata rispetto alle esigenze anagrafiche, pertanto, gli stranieri regolari di fatto determinano un incremento del finanziamento reso disponibile a favore delle Aziende Sanitarie Locali per la produzione di Servizi Sanitari. Insiste, comunque, uno scarto tra Sud e Nord Italia in relazione alle differenze di registrazione anagrafica, le quali variano dal 14% del sud al 90% del Nord/ Centro Italia (9).
I termini epidemiologici l’immigrato, generalmente, arriva nel nostro Paese in buona salute. Il tentativo migratorio viene messo in atto da quei soggetti che, per caratteristiche socio-economiche e per condizioni sanitarie, hanno un’alta probabilità di portare a buon fine il progetto migratorio stesso, escludendo in partenza individui che non godono di apparenti buone condizioni di salute. Emerge, quindi, il profilo di un migrante di età giovane adulta, appartenente nel proprio Paese a classi sociali meno svantaggiate con un grado d’istruzione medio – alto. Tuttavia, se in una prima fase l’immigrato può essere particolarmente vulnerabile per le precarie condizioni di vita a cui è sottoposto una volta giunto nel Paese ospite, successivamente la possibilità/capacità di interagire, di accedere ai servizi, di manifestare i propri bisogni di salute e la capacità del Sistema Sanitario del Paese di adattarsi a questa nuova  (10) utenza (11), fa scomparire tale vulnerabilità , o quantomeno diviene pari al livello di vulnerablità del cittadino originario del Paese ospite.

Le cause di eventuali malattie, pertanto, sono generate dai fattori qui di seguito riportati:
1. dalla gravosità dei lavori assegnatigli e con ciò non si differenzia da ciò che accade ad un autoctono che si trovi nelle stesse condizioni socio-economiche, basti pensare che la pratica del lavoro sommerso riguarda moltissimi lavoratori italiani. Nel 1995 il Rapporto Eurispes “ Italia 1995” segnalava circa 11 milioni di lavoratori impegnati nel sommerso (12);
2. dalla mancanza di un lavoro o di un reddito;
3. dal degrado abitativo;
4. assenza di un supporto familiare:;
5. dal disadattamento alle diverse condizioni climatiche in rapporto alle condizioni logistiche;
6. acquisizione di diverse abitudini alimentari;
7. rischio di devianza;
8. discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari e sociali.
Come intuibile sono fenomeni che di norma appartengono alla più ampia condizione di disagio sociale, che non trova distinzione tra immigrato e autoctono, come dire che tra i meno abbienti non esiste disuguaglianza nella condizione.
Atteggiamenti di ostilità o di scarsa disponibilità all’integrazione, da parte della società ospitante, provengono anche da falsi preconcetti in merito ai rischi sull’igiene pubblica derivanti dalla presenza degli stranieri, ma studi epidemiologici effettuati nel merito (12) dimostrano all’inverso :
1. che le malattie infettive, classicamente ritenute pertinenti, in realtà rappresentano meno del 10 % del totale delle patologie;
2. studi basati sull’impiego di tecniche di biologia molecolare dimostrano che i microbatteri, responsabili di malattie negli immigrati, sono differenti da quelli responsabili di malattie negli autoctoni, deponendo contro l’ipotesi di un “travaso” dell’epidemia dagli immigrati agli italiani.

Cosa si può argomentare, poi sulle fantasticherie in merito alla presunta sottrazione di risorse da parte dell’ospite straniero.Si può dire che l’8,1 % circa degli stranieri in Italia, provvisti di regolare permesso di soggiorno, risiede per motivi di lavoro, mentre 8,9 costituiscono i familiari al seguito, il 62,7 costituiscono soggetti con residenza elettiva, il 22,5 sono presenti per motivi di studio ed il 24,6 % dichiara di essere presente nel nostro paese per motivi religiosi (13). Quanto indicato palesa che su di un 1.600.000, 144.000 circa, producono reddito, fornendo un contributo all’economia del paese in relazione all’incremento del PIL ( prodotto interno lordo ), delle somme dagli stessi percepiti, l’ 84 % circa è rimesso ai Paesi d’origine. La percentuale, rapportata al reddito dichiarato, costituisce una quantità talmente minima che diviene imparagonabile rispetto alle somme prodotte dai cittadini italiani e che sfuggono alla fiscalità ordinaria poiché esportate all’estero illegalmente. Dei rimanenti 91,9 cittadini stranieri, se pur non sono produttori di reddito, di certo sono usufruitori di servizi anche a pagamento (14), ciò, naturalmente, incrementa il valore degli scambi del mercato interno.
Sotto il profilo dell’assistenza sanitaria il presunto incremento di spesa proporzionato al 4,2 % della popolazione italiana, che secondo l’ultimo censimento è pari a circa 57.440.000, si può considerare scarsamente influente sul bilancio della spesa sanitaria, giacché nessuna particolare patologia rara e costosa può essere ad essi attribuita.

II – LA PLURALITA’ RELIGIOSA
Credo, riti, concezione della vita, stili di vita, influenzano l’impiego delle risorse nella produzione di servizi sanitari?

Una ricerca condotta dal sociologo Franco Garelli (15) dimostra che siamo ancora un popolo di cattolici e che prima di essere cattolici gli italiani sono religiosi, in grandissima maggioranza, o che comunque amano la ritualità.
Il 40% di coloro che si dichiarano credenti, ma non praticanti, è costituito da persone che sentono una identità ed appartenenza religiosa, cioè riconoscono i valori religiosi , tendono a realizzarli, ma senza porsi in relazione vitale con Dio.
Il 40% degli italiani che si dichiara religioso vive di fatto come se Dio non esistesse, quindi vive in un ateismo pratico . Tra gli atei esiste una piccola minoranza di persone, per lo più intellettuali, che partecipano alla vita sociale impegnandosi con tutte le loro risorse per costruire la giustizia e la pace , contando solo sulle proprie forze, facendo a meno di qualsiasi aiuto soprannaturale, trascendente.
La percentuale di coloro che manifestano una identità religiosa diversa da quella cattolica è dell’ 1,92 %, corrispondente a circa 1.100.000 cittadini italiani, se invece si considerano i cittadini sul territorio, e quindi anche gli immigrati non cittadini italiani, la percentuale di appartenenti a minoranze religiose sale intorno al 3,50% corrispondente a poco più di due milioni di unità (16).


MINORANZE RELIGIOSE IN ITALIA
 
CATTOLICI DI FRANGIA E DISSIDENTI
20.000
ORTODOSSI
20.000
PROTESTANTI
363.000
EBREI
35.000
TESTIMONI DI GEOA
400.000
ALTRI GRUPPI DI ORIGINE CRISTIANA
24.000
MUSULMANI
10.000
ISAHA’ E ALTRI GRUPPI DI ORIGINE ISLAMICA
3.000
INDUISTI E NEO INDUISTI
15.000
BUDDISTI
74.000
GRUPPI DI OSHO E DERIVATI
4.000
SIKH, RADHSOAMI E DERIVAZIONI
1.500
ALTRI GRUPPI DI ORIGINE ORIENTALE
800
NUOVE RELIGIONI GIAPPONESI
2.500
AREA ESOTERICA E DELL’ANTICA SAPIENZA
13.500
MOVIMENTI DEL POTENZIALE UMANO
100.000
MOVIMENTI ORGANIZZATI NEW AGE E NEX AGE
20.000
ALTRI
4.000
TOTALE
1.100.300


E’ realistico pensare che il credo religioso, con i suoi riti e i suoi assiomi di riferimento ( 17), costituisca una forte base culturale. Una società multiculturale è, quindi, una società che accetta o condivide le diverse forme di culto in una forgia di compromissione liberale e liberalistica. Ed è anche vero che la predominanza di un credo rispetto ad un altro può essere origine di predominio di una cultura rispetto ad un’altra. Ma questo aspetto investe la predisposizione delle società organizzate ad accettare quale forma costitutiva della stessa il criterio della summa delle individualità e non della maggioranza degli uguali.
L’attività di produzione sanitaria, essendo incentrata sull’opera dell’uomo sull’uomo, può, e di fatto avviene, essere influenzata dalle diversità di credo religioso. Ma da questo aspetto, che coinvolge l’educazione del singolo rispetto alla collettività (18) non vi è nessuna correlazione con la valutazione sulla presumibile maggiore spesa ( risorsa finanziaria ) che l’evento multireligiosità apporterebbe nel dedicarsi differenziato in un sistema di produzione di servizi sanitari.
L’operatore sanitario, nell’espletamento dei suoi compiti, dovrebbe agire solo nel rispetto della dignità umana nella sua specificità culturale, purché tale specificità non sia in contrasto con i principi di democrazia e di laicità dello Stato e con l’esigenza bioetica di tutelare l’integrità psicofisica dell’individuo nel rispetto della salute ed ai fini della sua promozione (19).
E’ pur vero che se, nel tentativo di procedere ad un’ottimale integrazione al nostro modello culturale dei soggetti aventi diverso credo religioso, rispetto alla maggioranza dei cittadini italiani, creo sovrastrutture operative (20), queste non solo mi creano costi maggiori, ma rispetto al potenziale bacino di utenza ( stiamo sempre parlando di presunti 2 milioni di esseri umani su 57.000.000 circa di iscritti al SSN) essa può mettere a rischio il rapporto costi/ benefici e non solo, ma rischia di innalzare quelle barriere discriminatorie che l’intento originario voleva abbattere o evitare.

III – CULTURA COME LIVELLO BASE DI CONOSCENZE
Il divario nel bagaglio culturale di base
 
Spesso, qualora si argomenta di processi multiculturali e di sistemi assistenziali di tipo sanitario, si trascura o ci si dimentica che un terzo degli italiani adulti ha difficoltà di lettura, di scrittura e di conteggio ed è, quindi, praticamente analfabeta: Un terzo supera queste difficoltà, ma non procede oltre nei livelli di analfabetismo, e quindi, in una situazione che gli psicologi e sociologi definiscono di rischio (21).

ANALFABETI
2.1
ALFABETI PRIVI DI TITOLO DI STUDIO
12.2
LICENZA ELEMENTARE
32.0
LICENZA MEDIA
30.6
DIPLOMATI
18.6
LAUREATI
4.5

Inoltre, nell’anno scolastico 2001/2002 per la sola scuola elementare, quindi per la scuola dell’obbligo, il tasso di dispersione è pari allo 0.03 %.
Siamo forse in grado di affermare che le differenze sulle conoscenze di base, fonte del convivere sociale, non siano foriere di differenze culturali?
I bisogni, nonché le capacità comunicazionali di un soggetto analfabeta sono paragonabili a quelle di un laureato ?
Se al 2.1 % di analfabeti, aggiungiamo il 12.2 % di coloro che sanno quantomeno scrivere il proprio nome ed aggiungiamo coloro che hanno le sole conoscenze della scuola elementare e la loro esperienza personale, cioè il 32 %, abbiamo il 46.3 % ( 21.524.516 ) di italiani che su di una popolazione adulta di circa 46.489.236 ( 80,37% DI 57.844.017) ( fonte ISTAT - 2001)costituiscono una quota che è abbondantemente superiore alle presenze straniere per le quali si ritiene esista un problema di multiculturalità e quindi di gestione dei servizi sanitari.
 

IV – REDDITO E CULTURA
Il Divario reddituale

Se per cultura intendiamo quel complesso di conoscenze, esperienze, credenze che sono espressione di un gruppo o di un singolo, possiamo annoverare, in tale concetto, anche la visione della vita indotta da un livello di condizione economica?
La capacità reddituale può incidere sulla evidenza culturale?
La distribuzione del reddito quale elemento inibitorio del livello di benessere nonché condizionante della quanti/qualificazione dei bisogni può avere incidenza sul modello culturale.
Ad ascoltare molti politologi appare che ciò sia vero. Perché, allora, non tener conto anche di questo ( cioè della eguaglianza distributiva) nella valutazione del fenomeno costitutivo della multiculturalità?
 
In Italia insistono il 5% dei cittadini (22) che vivono in famiglie in cui nessuno dei componenti ha un’occupazione rispetto al numero delle persone che vivono in famiglie in cui almeno uno dei componenti ha un lavoro. Il tasso di rischio di povertà in famiglie senza reddito è pari al 45%, per i monoreddito è del 26%, per il restante è del 4%.
Appare giusto a tal punto fornire alcuni, ulteriori dati economico sociali

Giovani che hanno lasciato prematuramente l’istruzione
29%
Tasso di disoccupazione
10.5 %
Rapp.Disoccupati giovanili/popolazione giovanile
11.8 %
Tasso di disoccupazione a lungo termine
6.3 %
Spesa per la protezione sociale in % sul PIL
25.3 %
Rischio di povertà prima dei trasferimenti sociali
23 %
Rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali
20 %
 

Il CENSIS (23), inoltre, ci fornisce altri dati relativi al disagio economico, quali:
 

POVERTA’ ECONOMICA
3.028.000
DISOCCUPATI DI LUNGA DURATA
917.000
LAVORO MINORILE
147.000
 
 
I dati esposti ci evidenziano che i cittadini italiani che versano in stato di indigenza sono circa il doppio degli stranieri, regolari e non, presenti sul territorio. Essi sono anche il doppio di coloro che hanno una matrice culturale fondata sul culto religioso.
Altre forme di disagio che possono creare diversità culturale sono:

DISAGI NELLE RELAZIONI SOCIALI
 
ALCOLISMO
1.600.000
MARGINALITA’ MINORILE
223.000
TOSSICODIPENDENZE
160.000
PROSTITUZIONE
80.000
RECLUSIONE/DETENZIONE
55.670
DISAGIO ABITATIVO
20.387
 
 
DISAGI IN RELAZIONE ALLE PATOLOGIE SANITARIE CRONICHE/DEBILITANTI
 
SORDOMUTISMO E SORDITA’
973.000
PARKINSON , ALZHAIMER,EPILESSIA,PERDITA DELLA MEMORIA
643.000
NEOPLASIE
544.000
INSUFFICIENZA MENTALE
475.000
AIDS
50.271
 
 

DISAGI DA LIMITAZIONI MOTORIE E FISICHE

INVALIDITA’ MOTORIA
1.430.000
PRIVI DELLA VISTA
353.000
Sotto il profilo economico appare che non vi sia dubbio che i disagi appena esposti comportano un impiego di risorse ben maggiore rispetto a quelle individuate nei precedenti paragrafi. Sotto il punto di vista organizzativo e relazionale si suppone che le difficoltà di relazione fra un operatore sanitario ed un paziente portatore di handicap uditivo o visivo siano paragonabili ai rapporti comunicativi fra lo stesso operatore ed un paziente che non dialoga la nostra lingua, oppure professa un culto differente.
 

UNO SGUARDO ALTROVE
Economie mondiali e disuguaglianze

I – LA GLOBALIZZAZIONE
Disuguaglianze e globalizzazione

Ritengo utile aggiungere nel nostro dialogo un fattore di discussione che apparentemente non ha nulla di correlabile con l’oggetto delle nostre riflessioni “ Il mercato globale”: Sono dell’avviso che l’attuale modello di mercato inficia il principio di perequazione nella distribuzione del reddito. Il fenomeno provoca diseguaglianze di accesso non solo al reddito di per se, ma al benessere stesso ed a quei servizi che presumibilmente possono generarlo, quali i servizi sanitari.
La cultura che sottostà all’attuale modello di mercato globale ha in se quel fenomeno che sia Marx che Hegel denominavano di eterogenesi dei fini. Lo stesso Marx sosteneva che siamo abituati a considerare il denaro come un mezzo per il raggiungimento di alcuni fini quali la soddisfazione dei bisogni e la produzione di beni o servizi, ma accade che se il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno o per produrre qualsiasi bene o servizio, il denaro non costituirà più un mezzo, ma esso stesso diventa un fine, per conquistare il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e se produrre, e in quale misura, i beni e i servizi. In questo modo ciò che percepiamo come fini, diventano mezzi per produrre denaro, giacché il denaro si è trasformato in condizione universale per realizzare qualsiasi scopo. Esso diventa il primo scopo di ogni attività.
Quando il denaro diventa la forma unica dell’economia, e l’economia diventa la forma del mondo, si sviluppa una qualità di pensiero, un tipo di razionalità che si limita a far di conto, quella che Heidegger chiama pensiero calcolante  che sa fare solo conti, che sa fare solo operazioni con i numeri, che guarda vantaggi e svantaggi, profitti e perdite, che si configura esclusivamente un utile (24).
L’evidenza empirica esaminata dagli storici dell’economia ci consente di correlare la disuguaglianza alla globalizzazione per quanto concerne la distribuzione del reddito. Ciò vale sia fra Paesi che all’interno di ognuno. Man mano che il processo di globalizzazione si è esteso la disuguaglianza distributiva fra paesi ha manifestato una chiara tendenza a crescere. E ciò vale anche per quelle evidenziabili all’interno di uno stesso Paese (25).
Nel mondo insistono 1.200.000.000 di persone che guadagnano meno di un dollaro al giorno e quasi 3.000.000.000 di persone che vivono con meno di due dollari, mettendo a repentaglio la stabilità sociale del pianeta e quindi la stessa sostenibilità dello sviluppo.
La povertà generata dalla sperequazione non è solo inaccettabile sotto il profilo etico, ma anche sotto il mero profilo economico, poiché comporta uno spreco di risorse e di energie tanto più grave quanto più debole è la rete di protezione sociale (26).

PER CONCLUDERE
Chiudiamo il cerchio del nostro pensiero

La trasformazione della nostra società in una realtà multietnica è un evento storico che genera molte resistenze.
Il dibattito sull’immigrazione è particolarmente acceso, in questi mesi, evidenziando quanto sia difficile realizzare “un’integrazione effettiva” al di là delle buone intenzioni e dei pregiudizi.
Risulta evidente a tutti, a meno di un voler chiudere gli occhi di fronte a ciò che accade, con il processo di globalizzazione. Ciò che stiamo vivendo interessa non solo lo spostamento di capitali, ma anche quello delle persone. Ciò appare del tutto inevitabile poiché tutti hanno il diritto di andare a vivere dove la prospettive appaiono migliori o per dire “ possibili”. Di fronte a questo fenomeno che non riveste più una natura emergenziale ma riveste bensì una dimensione strutturale della società, appaiono in evidente crisi i concetti di confine tra gli stati e di definizione delle presenze delle popolazioni sul territorio; in realtà la vera profonda crisi riguarda lo stesso sistema socio-economico che genera queste profonde disuguaglianze, che, unite al cambiamento delle comunicazioni e delle possibilità di spostamento contribuiscono inequivocabilmente al recente aumento del fenomeno migratorio.Si tratta di un fenomeno che nella storia ha sempre subito oppressione e sfruttamento(27) e che ha creato un effetto “destrutturante” considerando la multiformità e la carica di innovazione culturale che esso contiene.
Ma l’aspetto migratorio, come abbiamo visto, non può essere considerato l’unico fattore che fa di una società multiforme una società multiculturale. Lo stato d’immigrato genera disagio, lo stesso disagio che ogni forma di disuguaglianza e sperequazione genera.
 
MA, ALLORA QUALE MODELLO CULTURALE ?

Alla luce dei cambiamenti radicali avvenuti negli ultimi decenni, la ricerca di modelli culturali omogenei rischia di condurre ad illusioni, stereotipi e pregiudizi, rancori e conflitti.
Vi è una tensione tra una concezione convergente ed una dispersiva dell’agire collettivo, tra il tentativo di strutturarlo in termini di corrispondenza e interscambiabilità e quello di preservarne le differenze e le peculiarità.
 Il nuovo ordine mondiale è monopolare e tende (con la sottomissione ad un processo di omologazione economica, politica e culturale e con la dittatura del mercato) alla soppressione delle sovranità nazionali e del diritto alla diversità di genere.
Il processo di globalizzazione tende alla trasformazione del mondo in oggetto del dominio tecnologico e all’unificazione ( attraverso il ) dei mercati a livello totale.
E’ dal pensiero unico che nascono innumerevoli problemi. Quando il razionalismo occidentale si trova trapiantato in terreni estranei, dominati da culture e tradizioni profondamente diverse, si pone infatti l’intricata questione della convivenza e della comprensione reciproca. D’altra parte cedere il campo “alla tolleranza” (28) significherebbe la fine del pensiero totalizzante.
Il contrasto tra queste due tendenze (la globalizzazione ed il particolarismo) costituisce uno degli aspetti essenziali che caratterizzano la lunga epoca di transizione in cui ci troviamo a vivere.
Sarà, quindi, necessario pervenire ad una migliore interpretazione della cultura, intesa come cornice all’interno della quale gli uomini vivono e danno forma alle loro convinzioni, a forme di solidarietà ed al loro essere profondo e come strumento regolatore in fatto di questioni di convivenza umana. Questo significa assumere un atteggiamento critico verso modi di pensare che riducono le cose a uniformità, omogeneità, concordanza di vedute e consenso.
Va obbligatoriamente aperto il vocabolario della descrizione e dell’analisi culturale, affinché, vi trovino posto concetti quali divergenze, varietà, disaccordo.
La Globalizzazione viene spesso vista in modo superficiale come omogeneizzazione culturale. Si afferma spesso che la interconnessione crescente e generale, ma molto varia al suo interno, si accompagna ad una crescente consapevolezza dall’umanità e del mondo come qualcosa di unico.
Il mondo oggi è contraddistinto dal paradosso per cui la globalizzazione crescente comporta un aumento delle nuove differenziazioni e ad interconnessioni sempre più globali fanno da contraltare divisioni sempre più intricate.
Cosmopolitismo e provincialismo non sono più in contrasto, anzi sono interconnessi e si rafforzano a vicenda.
L’ “Interculturalismo” sfida le interconnessioni create dalla moderna produzione industriale, della finanza, del commercio, delle comunicazioni e diventa quindi, su larga scala un fenomeno di contaminazione; grazie ad esso assistiamo al passaggio del concetto di cultura e quello di “culture”.
Culture, Popoli, Gruppi Etnici, non sono ammassi di identità definiti dai confini di consenso; sono invece varietà di partecipazione ad una vita collettiva, che si svolge contemporaneamente ad una dozzina di livelli diversi e in una dozzina di dimensioni ed ambiti diversi.
Sino al Novecento la “cultura” è stata considerata come il carattere universale della convivenza umana, oggi questa concezione tesa ad individuare attorno ad una “precisa” cultura un consenso su idee di fondo, sentimenti, valori comuni non regge più (processo di secolarizzazione).
Sono i rifiuti e le fratture che oggi delineano il paesaggio delle identità collettive.
L’Identità è quell’insieme di caratteri naturali e culturali che contraddistinguono una data persona, o un dato gruppo da tutti gli altri in ragione di uno scarto, di un limite, di un esclusione, nell’orizzonte interculturale mira ad affermare questo concetto di identità attraverso l’instaurazione di una relazione di reciprocità tra le parti. Questo rapporto avviene solitamente attraverso tre momenti:
Primo momento: il riconoscimento delle reciproche identità attraverso l’ascolto delle reciproche esperienze.
L’educazione interculturale è, infatti, una forma di comunicazione che non implica una trasmissione del sapere da un polo positivo a un polo negativo, bensì una reciprocità formativa, in una co-educazione che si compie in un crescere insieme arricchente per tutte le parti in gioco.
Secondo momento: lo scambio di reciproci patrimoni formativi. La comunicazione interculturale non è un dialogo in cui ciascuna delle parti rimane al proprio posto, ma è scambio, familiarizzazione degli elementi culturali diversi in un progetto di arricchimento.
Terzo momento: il riconoscimento di un comune denominatore umano dietro le diverse esperienze che fa scomparire lo scarto implicito nel precedente concetto di identità e fluidifica le differenze.

COME PUO’ AVVENIRE TUTTO CIO’ ?
 
 L’esercizio più comune attraverso cui questi tre momenti possono essere messi in moto (similmente a un processo a cascata) è quella del decentramento del punto di vista (28), che consiste nel calarsi nel punto di vista di chi abbiamo definito sino ad ora “altro” per comprenderne l’essere, le ragioni e il contesto.
Non si tratta di un’immedesimazione piatta e acritica ma di una pratica che affievolisce distanze spesso preconcette verso chi ci sembra diverso ed è, come noi, parte effettiva e costruttiva della società.
Il decentramento del punto di vista appare un compito sempre più urgente nell’attuale assetto multiculturale (interculturale o transculturale?) della nostra società dove l’altro – lo straniero – il migrante – il profugo – ( ma, anche l’analfabeta, il sordomuto, il non vedente, il diseredato ) non è più rappresentabile come tale perché, a tutti gli effetti, egli vive, opera accanto e con noi con eguale dignità.
 

L’ETICA CULTURALE IN UNA DINAMICA INTERCULTURALE

Quanto abbiamo finora esposto ci porta a riconoscere una profonda necessità: la diversità come oggetto di profonda riflessione; conoscerla è il miglior modo per capirla e rispettarla. La conoscenza del pluralismo culturale(30) in sé non è però, sufficiente, è necessario mettere in essere (onestamente) una piattaforma di politiche che affrontino la complessa rete di elementi socio-culturali per la soluzione del problema della diversità cultuale.
Non si tratta solo di conoscere le differenze e il ruolo che la cultura ha assunto nelle dinamiche di integrazione o di ghettizzazione sociale; ma di promuovere e gestire il rispetto e la solidarietà reciproca sulla base dei mutui bisogni.
Le sfide che si presentano non sono semplici.
Come definire la protezione giuridica e il valore della libertà-eguaglianza che trasforma il suddito in cittadino?
L’educazione ai “diritti umani” nelle società multiculturale non è forse un modo “astratto” di porre la questione dell’integrazione culturale?
I diritti umani prevalenti in questo momento a livello internazionale non sono forse formulati nell’area della società occidentale (o comunque sottoposti all’influenza della civiltà capitalistica), o , se vogliamo, non sono forse quelli il cui controllo , in ultima istanza, dipende dalle volontà dei Paesi che dopo aver vinto la II guerra mondiale ancora oggi esercitano una decisa egemonia politica a livello internazionale?
Il diritto, se praticato, garantisce il rispetto della “diversità”, ma di per sé non favorisce il processo integrativo delle diverse culture.
Quando non c’è rispetto, è perché non c’è la disponibilità all’integrazione, e quando manca tale disponibilità, non c’è diritto che possa favorirla.
Per rispondere a queste esigenze occorre non tanto il diritto quanto la disponibilità a considerare la propria identità strettamente correlata all’identità altrui, ad avviare politiche di pari opportunità che consentano il totale riconoscimento per coloro che risiedono sul nostro territorio , che lavorano, che formano nuclei familiari , che si ammalano, che producono, che studiano , che pregano, di cittadinanza.
E’ un momento di grave e dolorosa transizione in cui non sorgeranno solo problemi politici , legali e persino religiosi: è che entreranno in gioco pulsioni passionali, sulle quali non si legifera né si discute (Eco).
L’ integrazione di un Europa sempre più affollata di extracomunitari deve avvenire sulla base di una reciproca tolleranza e soprattutto nella logica di capire ed accettare gli usi e i costumi del paese ospitante e rispettare le zone d’ombra, che sfuggono ai riflettori della ragione (31).
O per richiamare Bassam Tibi bisogna per gli europei assumere un atteggiamento di pluralismo culturale capace di riconoscere la varietà delle civiltà ma mantenendo ben fermi i valori comuni a tutta l’umanità – mentre per gli stranieri calarsi negli elementi costitutivi dell’identità europea, separare, cioè, la religione dalla politica, assumere in altre parole una visione laica(32)
 
IL MULTICULTURALISMO NELLE DINAMICHE SANITARIE
In questo contesto epistemologico il mondo sanitario rappresenta uno dei principali luoghi dove la prassi dell’arbitraggio culturale attraverso lo strumento della comprensione deve facilitare la creazione di relazioni fiduciarie formali ed informali con le nuove etnie e cooperare alla creazione della rete sociale della solidarietà.
Questi forti cambiamenti culturali esterni avranno inevitabilmente un forte influsso sulla cultura organizzativa del mondo sanitario (C. Cristensen). Con la necessità di implementare nuovi approcci organizzativi mirati a rendere effettiva la comprensione culturale e la creazione di reti-socio sanitarie, rientrando in tal modo nel progetto di vita degli immigrati, offrendo così delle prospettive di miglioramento agli sforzi fatti in quanto individui portatori di diritti e non in quanto semplici braccia da nascondere dopo l’uso.
Dai primi dati sulla salute provenienti da centri diversi ma soprattutto dai risultati dell’indagine dell’ultimo Dossier Caritas indicano un dato incontrovertibile: l’immigrato arriva generalmente sano; l’integrità fisica rappresenta la “forza lavoro” su cui viene giocata la probabilità di successo del progetto migratorio.
La Sanità non poteva rimanere esente da queste aree di contatto e riscoprire come il nostro “ovvio” non sia un valore assoluto, dove esigenze di efficienza (teoria costi-benefici in una dinamica perenne di risorse economiche scarse) ed automatismi burocratici (DRG E.B.M.) hanno allontanato dai bisogni reali delle persone (bisogno di Salute- Benessere- Visione olistica),dal “particolare” che ognuno porta con sé.
Le reazioni degli operatori sanitari di fronte alle nuove problematiche poste dal fenomeno succitato non sono diverse da quelle della società nel suo complesso, passando dall’ostilità dichiarata all’accoglienza incondizionata.
C’è il rischio di un’integrazione degli immigrati all’interno della fascia sociale più svantaggiate ed esposte alle conseguenze delle alterazione del livello di salute e della disuguaglianza. Sarebbe come sommare il disagio al disagio e di certo costituirebbe una forma certa d’integrazione.
Cade qui un riferimento alla suprema ipocrisia (la politica delle buone intenzioni che tali restano), decantata da Bernard de Mandeville nella sua opera “La Favola delle Api” del 1728, quella ipocrisia consistente nel fingere di fare la felicità dei bisognosi rifiutando o impedendo di fatto ogni assistenza.
Un’integrazione sociale positiva a livello di sanità e di servizi sociali richiede una piena applicazione del “Principio di Equità” attraverso un sistema che garantisca una reale fruibilità dei servizi ( pari diritto di accesso ).

UN PENSIERO DIFFERENZIATO: IL NURSING TRANSUCULTURALE?
 
L’ assistenza è un fenomeno universale ma le espressioni , i processi ed i modelli variano in base alle culture.
Madeleine Leininger coniò nel 1979 l’espressione di Nursing Transculturale , applicazione antropologica dell’assistenza infermieristica, sottolineando punti in comune nelle culture.
Al centro di una concezione di nursing più moderna troviamo concetti di assistenza (care), di cultura e di comprensione olistica che introducono prospettive teoriche dell’antropologia.
Ma il ruotare intorno alle teorie non serve bisogna coniugarle con fattibili prassi ed attuare un percorso “ di cittadinanza” tra ciò che resta della cultura dell’ospitante e della cultura dell’ospite, nel più totale rispetto degli usi, costumi, consuetudini e dell’ordinamento giuridico, culturale, sanitario, professionale dell’ospitante.
Quindi non una sanità differenziata (mediatori culturali, consultori specifici) ma una sanità flessibile ai mutamenti sociali e quindi culturali, ma soprattutto laica nei suoi interventi propositivi rivolta al disagio individuale ed al recupero dello stato di dignità. Visione più ampia rispetto alla mera visione della patologia clinica.

RISORSE

Le scelte di una collettività organizzata vengono sostanziate con l’approvazione, da parte degli organismi di rappresentazione democratica, delle norme. Le norme sono espressione della volontà regolatrice della comunità sulla comunità e dell’etica contestualizzata. Il nostro Ordinamento Giuridico prevede che nessuna norma ha valore qualora in essa non vengano previste le risorse necessarie per darle vita. Non rientra nell’oculata forma posporre la ricerca delle risorse alla fissazione dei principi. Principi e risorse vanno formalizzati contemporaneamente. Come non risulta possibile superare le disuguaglianze utilizzando il solo metro denaro quale strumento unico per il superamento delle stesse. La ricerca della risorsa finanziaria non deve diventare l’obiettivo nell’obiettivo.
 
NOTE

1. Modalità, a mio avviso, assai difficile, ritenendo che la disciplina dell’economia, sia una disciplina che, qualora sia tesa ad individuare possibili modelli di politica economica, non dovrebbe camminare da sola, ma, quantomeno, essere accompagnata nel percorso da alcune consorelle, quali : la filosofia, la sociologia, l’antropologa, l’etnologia, la psicologia, la demografia, la bioetica, ecc.
2.  Visione condivisa con Eriksen (1993) ”l’etnicità è l’aspetto di una relazione non una proprietà di un gruppo ed è costituita tramite il contratto sociale
3. ad es. i professanti la religione Ebraica.
4. ad es. gli afroamericani, gli ispanici, ecc.
5. G. Barman “ L’enigma culturale “, Il Mulino BO, 2003
6. sarà il primo spunto sulla riflessione in merito alla allocazione delle risorse in sanità
7. Questa stima è ottenuta ricorrendo alla maggiorazione del 21,5 % come da elaborazione ISTAT
8. Tommaso Esposito, estratto del II° Congresso nazionale SIMeF
9.  minimo Napoli, massimo Modena
10. La intendo in senso aggiuntivo e non qualificativo
11. Matterelli, Canolini, Manfrin, Carosi – Interventi al II° Congresso Nazionale SIMeF
il Rapporto Eurispes cercava di definire questo esercito di abusivi, che indirettamente, o indirettamente influenzano l’andamento dell’economia del Paese, con le seguenti terminologiche tipologie: 
- gli sfruttati i quali sono considerati coloro che sono costretti a lavorare in nero, nel lavoro a domicilio o nel lavoro per conto terzi;
-   i marginalizzati “ sono considerati coloro i quali sono stati espulsi dal mondo del lavoro o collocati ai margini della grande industria, i quali trovano difficoltosa una ricollocazione, soprattutto se meno professionalizzati;
-  I sopravvissuti sono lavoratori in proprio o piccoli imprenditori che tentano di sfuggire a un fisco giudicato oppressivo;
-  I furbi i quali sono coloro che hanno l’opportunità di arrotondare in qualche modo la remunerazione di base.
12.  vedi nota 11
13. fonte Dossier statistico immigrazione Caritas Migrantes 2002
14. basti pensare al vitto, l’alloggio e l’abbigliamento
15. Franco Garelli, Religione e chiesa in Italia, Il Mulino, BO, 1991
16. fonte CENSUR ( Centro Studi sulle Nuove Religioni) – l’Enciclopedia delle Religioni – Ellenici, Leumann, TO, 2001
17. Si osservi che anche l’ateismo, portato ai suoi eccessi, diventa una forma di credo sociale, e di forte compromissione culturale, poiché in esso si nascondo aspetti rituali sovente non palesati, ma sottesi.
18. Ed in questo la bioetica ci viene incontro.
19. Comitato Nazionale per la Bioetica – Parere del Comitato del 16.01.1998 su :” Problemi bioetica in una società multietnica” Bioetica ed immigrazione.
20. Ambulatori dedicati; mediatore culturale; ecc.
21. Fonte Rapporto UNICEF sulla condizione mondiale dell’infanzia, Ginevra 1999 e OCSE, seconda ricerca internazionale sulle competenze alfabetiche della popolazione adulta, 2000
22. Fonte EUROSTAT – indagine sulla forza lavoro 200, dati 1997)
23. Rapporto CENSIS 2000
24. U. Galimberti – Etica ed economia – La Repubblica del 24/11/2003
25. A.Vercelli – Disuguaglianza, povertà e globalizzazione – da Economia Politica, rivista di teoria e analisi, n.2/2003 Il Mulino, BO
26. Alesina, Perotti/ 1996
27. Posto che la tendenza allo sfruttamento è una prerogativa naturale dei popoli superiori – scrive Gumplowicz nel 1883 – la lotta delle razze per il dominio “è la forza motrice della storia”.
28. Come affermare il dovere alla tolleranza può generare un sostanziale principio alla disuguaglianza e non alla diversità Il pluralismo culturale ,a differenza del multiculturalismo che è un relativismo che rifiuta l’idea dei valori universali,riconosce la varietà delle civiltà,ma tiene ben fermi i valori comuni di tutta l’umanità, come: la democrazia e i diritti umani.
29. vedi nota 27
30. vedi nota 28
31. Da non confondere con un approccio relativista che – e richiamo Baudrillard – impregna sempre più le società moderne che, spinto all’eccesso, può trasformarsi in una forma di integralismo dalle conseguenze a volte pericolose, a volte grottesche, può diventare una vera e propria “orgia di comprensione politica e sociologica dell’Altro”
32. Nel richiamarmi ad Eco (Laicità- L’Italia che cresce nella tolleranza – Repubblica 29.10.03 pag.47) instaurare un contesto in cui da un lato vengano capite ed accettate gli usi e costumi del paese ospite – e gli usi e costumi degli ospitanti non diventino imposizioni di fedi.

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