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Contini Pensare

 

Abstract

Andrea Contini, Pensare la malattia, Le Mani, Recco, 2008

 

In questo studio abbiamo posto l’attenzione sull’incontro tra medico e paziente, alle dinamiche sottese che consentono il passaggio del senso dal terapeuta al malato e viceversa: il senso come ciò che consente una cicatrizzazione della propria ferita e che riporta la persona da una perdita di orizzonte di senso a un rinnovato incontro con il mondo e con la malattia. Un senso che orienta nel mondo a partire dal sentire, dalla dimensione pre-riflessiva, che nella relazione si traduce in un trasferimento e contro-trasferimento di risonanze affettive che traducono il modo di percepirsi e di essere percepiti. In questo incontro vi sono l’attesa, l’ascolto, la narrazione, il gesto, il ritmo e l’empatia aspetti spesso posti a lato nel come dell’incontro tra due persone che si interrogano, si cercano, provano a comprendersi dinanzi al quesito che la malattia mentale pone in coloro che la curano e la vivono: questi aspetti, intessuti tra essi, permettono di vedere luoghi di senso ove a uno sguardo superficiale sembrerebbe non esservi nulla da poter cogliere: nella comprensione dell’umano, aspetti che si pensavano separati acquistano così allo sguardo una vitale risonanza aprendo a scenari di senso prima impensabili.
Attraverso la relazione terapeutica aspetti cristallizzatisi nel tempo, nel paziente, vivono una metamorfosi dall’indescrivibile vitalità: si è presenti a quell’invisibile, profondità del visibile, che si manifesta. Nel tempo, nel farsi degli incontri tra medico e paziente, un’invisibilità concreta appare emergere e colmare di senso momenti che nei silenzi e nel dolore degli incontri precedenti sembrava sorda.
Parlo dell’invisibilità che è presente nell’etica della relazione, nell’etica della cura, che si costituisce di attenzioni e pensieri vivi e cristallini: un pensiero che si nutre anche della preoccupazione e del dubbio, talvolta dell’incomprensibile. E’ sapendo vedere mondi di senso, anche là dove sembra non esservi altro che una distanza incolmabile tra terapeuta e malato, che è possibile ascoltare la molteplice vitalità di ogni esistenza e porsi in dialogo: incontro che traccia il percorso nell’umano e di questo si nutre, disvelando la malattia come ricerca di senso che ha origine in un proprio da dove e che volge in un verso dove del proprio divenire
Vivere la malattia vuol dire sentire lo spaesamento nel dolore e verso il prossimo futuro. Vi è una ricerca di orientamento rispetto a quanto accade; seppur a tratti la malattia è immaginabile, difficile è leggerla ed ancor più toccarla; in questo gesto che è soprattutto metafora, si ha una ricollocazione di senso della malattia, del vissuto e della sofferenza: una ridisposizione dell’equilibrio dinanzi all’oscuro e all’indefinibile. Nel presente saggio si dona importanza al gesto, come momento che dischiude orizzonti di senso. Un sentire (il gesto) che antecede il sapere. Il gesto sa: frammento che antecede il conoscere. Il gesto è incontro con il mondo e con il proprio essere affettivi verso se stessi. Il gesto non può esser messo tra parentesi, il gesto vive e determina il modo dell’incontro nel tempo e nello spazio. Il gesto prende vita nell’incontro tra le intenzionalità di coscienza ed il reciproco sentire.
Il terapeuta deve affinare ogni volta la propria posizione di senso dinanzi al paziente. Il malato pone spesso in gioco i dubbi ed i punti stabili dell’essere nel mondo del medico: il terapeuta deve comprendere come agire.
Il terapeuta, nel suo modo di vivere la relazione terapeutica, mostra al malato come questi è percepito e come si può rispondere alla sofferenza non solo razionalmente ma anche su un piano emotivo. La dimensione emotiva condivisa nella relazione è un aspetto essenziale per poter toccare la malattia.
Nella relazione si coglie un ritmo della stessa. Il ritmo si coglie nella modificazione della presenza. Le due presenze si intenzionano. I silenzi, gli sguardi, lo spazio e il tempo vissuti, non sono separati ma in parte sovrapposti. Ponendosi verso l’altro il Dasein esprime un ritmo di sé e della relazione possibile. Il ritmo si modifica nel tempo ed esprime il proprio essere nel mondo. Il ritmo è il nostro “modo di sentire”, è la modalità di esser verso la donazione e la costituzione di senso incontrando il mondo. Essere in empatia è ascoltare il ritmo altrui, e quindi anche le flebili modificazioni nel tempo. Cogliere il ritmo permette di esser prossimi all’affettività dell’altro. L’empatia si intesse del ritmo e delle sfumature che lo stesso ha nel tempo : vi è un ritmo dell’empatia. Cogliere il ritmo implica ascoltare il paziente. Inevitabilmente l’ascolto dell’altro, nel suo vivere lo spazio, nella sua mimica, nella sua voce, nell’intenzionare le relazioni, nei suoi silenzi e sguardi porta una riflessione indiretta anche sul proprio ritmo.
La persona intenzionando la propria sofferenza, la propria incomprensione e difficoltà ad orientarsi nel proprio farsi progetto crea (questo nel suo esser e divenire ritmo) una distanza tra sé e la propria sofferenza, tra sé e l’ambiente circostante. E’ questa distanza vissuta che esprime il proprio ritmo. Il ritmo è un esistenziale; se ascoltato lascia brecce, momenti in cui è possibile entrare in dialogo, in cui si scopre di essere in risonanza, nel senso che il paziente ha reso possibile l’interagire senza che il terapeuta sia troppo invadente e distante dal suo vissuto. Ecco che la risonanza non si pensa possibile solo come incontro di due ritmi molto simili in un determinato tempo tra terapeuta e paziente, ma anche grazie all’ascolto del ritmo altrui.
Nella relazione e nel suo prendere forma, nell’abitare intensità e pause, il ritmo sembra esser quanto dona senso al presentarsi muto delle possibili svolte della relazione, non solo nelle direzioni di senso, ma anche nell’intensità con la quale la stessa è vissuta. Si può pensare il ritmo come “il fondo” sul quale il paziente può svelare la relazione tra sé e il mondo. Il ritmo è ciò che genera e libera l’intenzionalità di coscienza. Il ritmo del discorso, nella relazione, non è casuale ma è possibile pensarlo a partire da una comunicazione pre-riflessiva che permette l’incontro e lo scambio delle idee; il discorso si apre e si chiude seguendo un ritmo che dice molto sugli interlocutori. Sentire l’altro permette a questi di sentire come è dall’altro ascoltato. Il paziente coglie come il medico ne ascolta il ritmo. Il ritmo caratterizza l’apertura all’empatia.
Non è importante che si arrivi a stabilire una risonanza tra i ritmi, tra le due persone che sono in relazione: è più importante comprendere l’esistenza del ritmo che permette l’incontro o che lo impedisce se non lo si rispetta; è necessario rispettare il ritmo dell’altro, ma per farlo bisogna ascoltarsi per prendere coscienza anche del proprio. Sentire l’altro che ascolta il nostro ritmo permette di sentire, nello stesso tempo, il ritmo dell’altro. Si ha un intersecarsi possibile dei due ritmi. Questo consente di cogliere l’approccio del paziente verso il mondo: possiamo cogliere quindi anche la sua perdita di fiducia.
Nella relazione esiste un dialogo pre-riflessivo tra i ritmi delle due persone. Il Dasein del paziente può essere leggero o pesante, cioè vivere la leggerezza o una pesantezza del proprio essere nel mondo; nello stesso tempo, il Dasein della persona può essere in una condizione di apertura o chiusura al mondo (è evidente che si considera il Dasein nelle sue sfumature e possibilità: queste caratterizzazioni vanno intese in una variazione tra due polarità). Il Dasein potrebbe mostrarsi radicato o sradicato in riferimento al senso vissuto nel proprio essere nel mondo. In oltre il Dasein si può mostrare fiducioso in se stesso o no; può viversi come unità o come frammentato. Questi aspetti caratterizzano il Dasein di ciascuno e dunque del terapeuta e del malato. L’apertura, la leggerezza, il radicamento, la fiducia e l’unità rappresentano vissuti che sentiamo quando incontriamo l’altro: questi aspetti rappresentano il ritmo che ne cogliamo, constituendo l’incontro.
La cura è possibile anche grazie al fatto che il terapeuta mostra al malato il proprio modo di affrontare la sofferenza: il terapeuta nel riflettere sulle diverse problematiche rappresentate dal malato è sentito e colto da questi ad un livello pre-riflessivo. Il paziente sentendo la pre-riflessività del terapeuta può ricostruire un proprio orizzonte per ciò che concerne la malattia e il proprio essere nel mondo: quanto viene vissuto nella relazione terapeutica permette al paziente di costituire orizzonti di senso per ritrovare un più forte ancoraggio nell’ essere nel mondo. Si potrebbe pensare che l’incarnazione del senso nel malato avviene grazie all’incontro autentico con il clinico e al modo di questi di vivere il problema del paziente; è l’incertezza del medico che svela al paziente il sentire del terapeuta. Il fatto di essere dinanzi all’incertezza e di vivere il dubbio fa vivere al malato un modo possibile di incontrare il mondo. Questo consente al malato di superare l’inquietudine e la solitudine che la malattia psichica comporta, permettendogli di ristabilire una nuova visione del mondo: ciò comporta per il paziente il vivere una nuova rappresentazione di sé e della malattia. Il passaggio di senso dal medico al paziente, e quindi l’incarnazione del senso nel malato, vissuta durante la relazione terapeutica, avviene anche grazie al dialogo pre-riflessivo del ritmo nel suo coniugarsi nelle varie forme sopra enunciate.
Spesso il paziente cerca, ad un livello pre-riflessivo ed altre volte in modo più consapevole, di porsi in contatto con la fiducia del terapeuta e questo emerge nei dialoghi e nelle risposte durante il colloquio. Il medico, nel caso stesse vivendo una perdita di fiducia, mostra ad un livello pre-riflessivo la perdita di senso; si può cogliere questo aspetto nella presa di decisione fatta dal clinico. Il malato davanti a questa mancanza di fiducia del terapeuta può comprendere come questi cerchi di rapportarsi con se stesso. Bisogna tuttavia aggiungere che avere fiducia non vuole dire assenza di incertezza o di inquietudine. La fiducia nel proprio essere nel mondo da parte del medico è anche donata in relazione al continuo dialogo tra l’orizzonte dei dubbi e l’orizzonte di fiducia, quest’ultimo più ampio.
La perdita di radicamento nel mondo può essere elaborata nel dialogo. Il dialogo è utile perché mostra come il medico risponde alle questioni e alle difficoltà del paziente. Il medico, dialogando, permette all’altro di vedere in quale modo gestisce i problemi delicatissimi che la relazione terapeutica pone. Le parole, i silenzi, le pause e le domande sono dei momenti dove il paziente può provare ad orientarsi; il paziente sente il ritmo del medico avvertendone inquietudini e speranze. Il paziente può cogliere in quale modo il medico vive le difficoltà che la vita quotidiana presenta, per esempio nel fare una scelta e nel riflettere sui dubbi. Nel dialogo le due diverse fiducie nel proprio essere nel mondo vanno a incontrarsi e dialogano a livello pre-riflessivo. Questa intersezione di vissuti permette, forse, di rassicurare il malato e si ha la possibilità dell’autentica presa in carico. La differenza tra il paziente (che ha perduto la fiducia in sé) e il medico è che questi vive la propria esistenza senza rimanere rinchiuso nei propri dubbi.
La malattia è uno scorcio temporale in cui la persona abita l’origine: si trova a sentirla in un simbolico che diviene parola e gesto. La parola e il sentire sono lo scenario in cui dall’ombra la malattia emerge: il simbolo, l’invisibile e l’origine divengono gesto, suono, incontro; il non sapere si trasforma nel sentire. Il malato sente quando nella relazione, nel gesto, nella voce, nell’incontro terapeutico tocca la malattia. In questo istante la malattia non è più incognita e la ragione che si affida alle categorie lascia lo spazio al pensiero sentente, che accogliendo e vivendo l’epoché nulla aggiunge e nulla lo distrae. Toccare la malattia è ritrovarsi per ripartire, è situarsi nell’orizzonte di senso per aprirsi all’indefinito: i significati precedentemente cristallizzatisi si aprono e in parte si dissolvono in senso: si percepisce la metamorfosi del proprio essere nel mondo, e la malattia è colta come naturale e continua transizione tra luce e ombra.

 

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