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Vicini su Prodomo

 

Recensione per "Rassegna di Teologia"

R. Prodomo, Lineamenti di una bioetica liberale (Questioni di bioetica 9), ed., Apèiron, Bologna 2003, 160 pp., € 15,00.


Il volume di R. Prodomo consente al lettore sia di familiarizzarsi con i presupposti teorici dell’Autore nel delineare la bioetica liberale sia di dialogare con le proposte concrete che egli avanza a proposito di temi di attualità bioetica, quali la clonazione, la ricerca riguardante le cellule staminali embrionali e lo statuto embrionale (cf capitolo 6), l’aborto (60-63), l’eutanasia (cf capitolo 8).
Riflettere sulla bioetica oggi, soprattutto se si è interessati a elaborare norme significative a livello universale, come è Prodomo, richiede di confrontarsi con l’ambito pluralista e multiculturale in cui viviamo – caratterizzato dalla frammentazione e dalla diversità delle concezioni della vita buona (cf 53) – per le implicazioni che tale contesto ha sia a livello culturale, politico, religioso sia nella formulazione di riflessioni e proposte etiche (cf capitolo 2). L’obiettivo etico che Prodomo persegue è l’individuazione di valori etici condivisi e stabili. Ciò richiede l’elaborazione di norme condivise all’interno della “comunità di appartenenza” (16), articolando tali norme anche sul piano politico-costituzionale, onde promuovere la “coesistenza di comunità unite dalla volontà di convivere pacificamente e in un clima di tolleranza ma divise da codici valoriali tradizionali” (15). Questa elaborazione è frutto di costruzione e di giudizio e richiede la promozione della ragione pubblica.
Quanto alla costruzione dei valori, per Prodomo essa avviene grazie al dialogo e alla partecipazione democratica dei cittadini (cf 17). Egli delinea il suo costruttivismo fondativo rigettando approcci decostruttivisti che si spingano ad affermare l’impossibilità di fondare i valori. Inoltre, egli valorizza il dialogo e la partecipazione democratica (cf 23) e si ispira al costruttivismo politico rawlsiano, che mira ad individuare i principi di giustizia propri ad individui appartenenti a una società pluralista. 
Attraverso il giudizio etico è poi possibile definire quali valori (con le scelte che essi determinano) sono più adatti per la costruzione normativa (cf 16 ss). Il giudizio diviene, quindi, strumento di fondazione intersoggetiva dei valori (cf 25). Non tutti i tipi di giudizio hanno eguale rilevanza. Prodomo preferisce il giudizio riflettente kantiano perché “l’individuale è il punto di partenza e l’universale non è dato a priori ma va costruito riflessivamente” (58) e perché consente di mettere in migliore luce “gli elementi di contestualizzazione incorporati nell’universalità” (58) e, successivamente, di giudicare i problemi bioetici. Nel contesto contemporaneo non si può però negare la presenza di una pluralità di giudizi, con la conseguente necessità di saperli comporre.
Sia la costruzione dei valori, che consente all’Autore di evitare di riferirsi a valori essenziali, che il giudizio dipendono dall’affermazione della dignità della coscienza individuale (cf 31), dall’importanza dell’emancipazione, del dovuto uguale rispetto (cf 34) e della tolleranza, con la capacità di dialogo che quest’ultima presuppone e richiede (cf 48-49). Ciò ci lascia pensare che anche la bioetica liberale, delineata da Prodomo, pur non rifacendosi ad un concetto di natura (con i valori naturali che potrebbero discenderne), dipende da un insieme di valori indiscussi e stabiliti a priori, indipendentemente dal contesto e dalla necessità di costruzione degli stessi.
Rifacendosi a J. Rawls, Prodomo propone di promuovere la convivenza civile nelle società pluraliste contemporanee costruendola politicamente, grazie al ruolo svolto dalla ragione pubblica (cf 58) e a partire dalla scelta di valori attorno ai quali sia possibile un consenso sufficiente (cf 57), tenendo in considerazione che tali valori variano a seconda delle matrici storiche, politiche e religiose di appartenenza dei singoli cittadini e dei gruppi cui essi appartengono. Nuovamente, ciò gli consente di evitare di scegliere i valori a partire da presupposti essenzialisti – secondo cui è già chiaro a priori, per tutti e sempre quali sono i valori di riferimento indipendentemente dal contesto culturale, sociale, storico e religioso di appartenenza. 
Passando da questa breve enunciazione dei presupposti teorici del volume all’esame di questioni bioetiche precise all’interno del contesto pluralista contemporaneo, concordo con il nostro Autore nel sottolineare, innanzitutto, la difficoltà di pervenire ad un consenso sia in ciò che concerne la collettività che il singolo. Gli esempi scelti da Prodomo includono: la definizione di salute, dove egli privilegia il modello bio-psico-sociale (cf 79) e propone una “discussione pubblica su valori da costruire e da sviluppare insieme” (88) anche a livello regionale, nell’attuale trasformazione del sistema sanitario nazionale; la definizione di malattia, considerata anche come processo storico, non solo biologico (cf 86); l’identificazione dei diritti del cittadino in ambito sanitario, in presenza di richieste conflittuali – pensiamo alla coesistenza di istanze di accanimento terapeutico alla fine della vita e di insistenti e ripetute richieste di eutanasia.
Quanto alle fonti ispiratrici, oltre alla matrice kantiana e all’importanza del riferimento rawlsiano, Prodomo ripetutamente mostra l’influenza crociana e la sua capacità di porsi in dialogo sia con filosofi di rilievo – da H. Jonas a J. Habermas – sia con pensatori ed attivisti contemporanei come J. Rifkin.
Nella mia ripresa critica, in un atteggiamento di dialogo, come indicato dall’Autore, nel definire i lineamenti di una bioetica liberale noto, innanzitutto, l’importanza del rilievo dato alla necessità di  rispettare la libertà di coscienza, ma ritengo che occorra situare ulteriormente questa libertà in un contesto relazionale personale e sociale, per evitare derive legate ad una eccessiva, od esclusiva, enfasi sul singolo – pur segnalando che ciò è in qualche misura implicito quando si afferma l’importanza della costruzione dei valori. 
L’universalità che Prodomo mira a tutelare può essere anch’essa il frutto del dialogo e della discussione tra i partner etici all’interno della società. Dal mio punto di vista, ciò significa presupporre la rilevanza morale delle relazioni tra soggetti, poiché sono le relazioni che qualificano il contesto sociale e consentono di incontrarsi, interagire e discutere tra cittadini. Noto, inoltre, che anche Prodomo si riferisce alla specificità del contesto relazionale quando riflette sullo statuto embrionale chiedendo che si dia maggiore importanza all’interazione tra madre e feto e si lascino da parte atteggiamenti deterministici (cf 111 e nota 103).
Ancora, a proposito del consenso informato, evitare il paternalismo nella relazione medico-paziente significa non solo ribadire un diritto del paziente, ma anche prestare un’attenzione maggiore alla relazione che può intercorrere tra medico e paziente, sottolinenando come è eticamente auspicabile che entrambi siano coinvolti relazionalmente, soprattutto il medico, poiché quest’ultimo si trova in una posizione più forte rispetto alla vulnerabilità vissuta dal paziente (cf 99, 101). Il medico non è solo a servizio del paziente, ma è invitato ad essere parte della relazione.
Concordo con Prodomo circa l’importanza di valorizzare la ragione pubblica, pur riconoscendo l’impossibilità di sanare “le divergenze di opinione circa il modo migliore di vivere” (149). Mi permetto di sottolineare che forse si tratta più che di semplici divergenze di opinione quanto di visioni diverse della vita. Comunque, prendendo atto dell’ineliminabilità della realtà pluralista in cui viviamo, va richiamata l’urgenza di articolare posizioni morali che consentano di individuare soluzioni, regolando legislativamente, laddove è possibile ed auspicabile, oppure lasciando che siano le varie, presenti e future decisioni giuridiche delle corti a stabilire uno o più orientamenti in assenza di una legislazione specifica a carico di ciascuno dei vari ambiti etici riguardanti il soggetto e la società: l’inizio della vita umana, la vita adulta e la fine della vita. Aggiungo che livelli diversi di tutela etica possono essere richiesti per difendere i soggetti nelle varie fasi della vita, individuando, quindi, ambiti in cui va preferito l’intervento legislativo esplicito ed altri in cui esso è meno urgente.
Come ho indicato in precedenza, Prodomo insiste – giustamente, a mio avviso – sulla necessità etica di pervenire a un consenso, anche se minimo. Possiamo domandarci: su quali presupposti ciò è possibile? La promozione e la tutela della libertà del singolo sono sufficienti? Oppure, in negativo, perché è eticamente appropriato sospendere il giudizio “circa la moralità in generale del suicidio razionale e circa l’effettiva sostenibilità della distinzione tra eutanasia attiva e passiva” (149) quando egli afferma che “proprio a partire dalle proprie convinzioni e appartenenze etico-religiose” è auspicabile optare per “una legislazione che consenta di scegliere e di decidere, attraverso l’accettazione o il rifiuto selettivo di determinati atti medici, le modalità della propria morte” (149)?
Credo non sia sufficiente limitarsi a individuare quale fondazione etica e quale supporto legislativo sono più appropriati per tutelare il singolo e la sua capacità di scelta. Vanno considerate anche le implicazioni di un tale modo di procedere per l’insieme della collettività e alla luce del tipo di società che vogliamo costruire – soprattutto considerando il costruttivismo etico proposto da Prodomo.
In altre parole, si tratta di interrogarsi più esplicitamente circa la possibilità di identificare in cosa può consistere il bene comune (principio centrale nell’insegnamento morale Magisteriale cattolico in ambito sociale e ben presente anche nella riflessione etica contemporanea), e quanto può richiedere la sua promozione – al di là dei possibili rischi di una sua fondazione essenzialista, come indicato da Prodomo (cf 23). Nello stesso tempo, resta il problema dei casi particolari (pensiamo alle problematiche etiche riguardanti la fine della vita): è opportuno legiferare o astenersi dal farlo per tutelare i soggetti coinvolti, con la rete di relazioni di cui essi fanno parte?
Accennando una risposta, sono d’accordo nell’affermare con Prodomo che occorre evitare, quanto più è possibile, atteggiamenti paternalistici nella relazione tra medico (e strutture sanitarie) e il cittadino (malato o meno) e che è indispensabile, dal punto di vista etico, giuridico e sociale, consentire a ciascuno di poter esprimere la propria volontà in quanto concerne le terapie cui sottoporsi – come prevede la pratica del consenso informato ed è ribadito dal Magistero conciliare cattolico (cf Gaudium et spes, n. 17). Ciò può significare affrontare con più determinazione ed impegno la riflessione anche in Italia sul tema delle direttive anticipate (living will), includendo anche le restanti problematiche etiche riguardanti la fine della vita e unendo lo sforzo di promozione di strutture che favoriscano un accompagnamento di qualità dal punto di vista clinico e relazionale (cure palliative e hospices).
 

Andrea Vicini, S.I.

Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale: Sez. S. Luigi

 

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