
Neuroscienze tra epistemologia ed etica
Raffaele Prodomo
Mentre lo studio del cervello era esclusiva di
discipline scientifiche classiche quali l’anatomia e la neurofisiologia,
l’analisi della coscienza e del comportamento umano è stata da sempre
affidata a discipline specifiche, quali la psicologia o la filosofia,
rientranti nell’ambito delle cosiddette scienze umane. Con le neuroscienze
contemporanee si tenta un’integrazione tra questi e altri saperi interessati
allo studio globale della coscienza.
Questo scritto, preso atto con favore della
tendenza a elaborare un sapere complesso, si propone di analizzare, senza
avanzare pretese di esaustività, alcune questioni epistemologiche ed etiche
sollevate dalle ricerche più recenti. Il principale obiettivo delle
neuroscienze è, secondo Gerald Edelman, incorporare anche la coscienza,
finora paradossalmente esclusa, nel cosiddetto “arco galileiano”,
ossia il territorio di competenza delle scienze empiriche.
Il paradosso consisterebbe nel fatto che le basi della conoscenza, ossia le
capacità cognitive speciali dell’uomo sarebbero state capaci di dare una
spiegazione scientifica del mondo esterno ma non sarebbero state in grado
finora di dare una spiegazione di se stesse! Più in dettaglio il percorso
esplicativo neuroscientifico dovrebbe portare a una spiegazione della
correlazione riscontrata tra eventi neurologici e le principali classiche
manifestazioni della coscienza: la sensazione, la coscienza intenzionale,
l’autocoscienza.
Alle radici della soggettività: la sensazione
In primo luogo una premessa, tutti gli studi sulla
correlazione tra eventi mentali e attività neuronale sono limitati da un
problema di fondo, l’incommensurabilità dei due fenomeni: ossia gli eventi
mentali soggettivi e le attività cerebrali non sono identici e il loro
essere correlati resta difficile da interpretare e spiegare. Ciò nonostante
lo studio dei correlati neurali della coscienza (NCC) o anche delle
cosiddette basi neurali della coscienza (NBC) è impegno principale delle
neuroscienze ed ha portato a notevoli passi avanti nella conoscenza della
mente. Per quanto riguarda l’evento mentale più semplice in assoluto, ossia
la sensazione soggettiva, di fondamentale importanza uno studio recente di
Nicholas Humphrey dal titolo emblematico: Rosso.
Uno studio sulla coscienza.
Nel volume, che riprende una serie di lezioni e conferenze tenute
sull’argomento, si discute della sensazione soggettiva di chi osserva
qualcosa di rosso, il cosiddetto rosseggiare (avere una sensazione di
rosso) e delle relazioni tra sensazione e percezione sul piano
evoluzionistico e fisiopatologico.
Secondo Humphrey, la sensazione si può considerare
una forma di reazione a uno stimolo ambientale evolutasi nel tempo: da
semplice risposta motoria a esperienza interna privatizzata. Di fatto
essa, originariamente, si presentava come una semplice reazione corporea a
uno stimolo esterno. Conosciamo tutta una serie di azioni-espressioni
corporee che rappresentano reazioni congrue a determinati stimoli:
sorridere, piangere, gridare, agitare una mano sono tutte reazioni ad
appropriati stimoli ambientali. La forma più semplice è quella che in ambito
biologico si definisce irritabilità. Si tratta di quella reazione che un
organismo unicellulare mette in opera a contatto con uno stimolo esterno:
allontanamento o retrazione, in caso di stimolo fisico o chimico negativo,
avvicinamento, in caso di stimolo positivo (ad esempio una fonte di cibo). A
livello unicellulare e di organismi pluricellulari semplici il fenomeno è
assolutamente inconsapevole e meccanico, tuttavia, più si sale lungo la
scala filogenetica più la reazione agli stimoli, prima si complica come
meccanismo biologico, poi si colora di un vero e proprio elemento
aggiuntivo: la soggettività, ossia la sensazione in senso proprio e la
percezione, in genere considerate come unico fenomeno.
Lo scopo evolutivo dell’emergere della sensazione
è abbastanza evidente: elaborare una sorta di resoconto interno degli
effetti provocati dagli stimoli esterni sul proprio corpo ha un indubbio
valore sul piano della fitness individuale. L’organismo biologico
dotato di sensazioni appropriate è in grado, infatti, più facilmente
rispetto a chi ne è sprovvisto, di riconoscere fonti di cibo, potenziali
partner sessuali, possibili minacce. La storia evolutiva prosegue poi con la
comparsa di un ulteriore fenomeno cosciente: la percezione. Infatti, a
partire da questa iniziale concentrazione sul proprio vissuto reattivo
interno l’organismo si sposterebbe poi alla considerazione del mondo esterno
e svilupperebbe poco alla volta strumenti raffinati di conoscenza della
realtà circostante. In questo modo, dalla sensazione elementare (e tutto
sommato cieca) emergerebbe la percezione vera e propria, ossia la capacità
di rappresentazione cosciente tipica dei mammiferi. In altre parole, prima
si sperimenterebbero e catalogherebbero gli effetti del mondo sul proprio
corpo (questo è piacevole quest’altro è doloroso, tale cosa è dolce la tal’altra
amara ecc.) solo in un secondo momento si dirigerebbe l’attenzione verso
l’esterno, costruendosi un’immagine mentale degli oggetti che hanno
provocato le sensazioni.
Da questa ricostruzione, opinabile ed ipotetica
come tutti i resoconti evoluzionistici, si evince che sensazione e
percezione, pur essendo evolutivamente e funzionalmente interconnesse,
siano, tuttavia, canali di espressione della soggettività distinti e
separabili non solo in linea di principio ma anche in alcune concrete
situazioni di fatto, e sono queste ultime a valere come possibili prove
empiriche delle ipotesi evoluzionistiche, altrimenti esclusivo parto della
fantasia. Inoltre, negli organismi più complessi dotati di sistema nervoso
centrale, la sensazione, da originaria risposta motoria della cellula che si
ritrae di fronte a un reagente dannoso, si trasformerebbe in arco riflesso,
ossia azione coordinata da una serie di neuroni afferenti ed efferenti.
Ancora più complessa la situazione quando il sistema nervoso diventa ricco
di cellule e connessioni sinaptiche con funzioni cosiddette associative che
si interpongono tra le aree sensitive e quelle motorie complicando molto la
semplicità dello schema dell’arco riflesso, fino a giungere a una
alterazione della direzione degli stimoli: dall’esterno verso una risposta
motoria esplicita essi convergerebbe all’indietro come una sorta di azione
privatizzata ad uso interno che non si manifesta più alla superficie.
Ora sarebbero proprio la retroazione interna ed i
circuiti di rientro neuronale da essa attivati ad essere alla base della
sensazione soggettiva di rosseggiare con il connesso correlato
emotivo (come si vede non si può andare oltre l’indicazione della mera
correlazione ferma restando l’incommensurabilità qualitativa tra i due
fenomeni).
Un caso di distinzione tra percezione e sensazione
soggettiva, ad esempio, è quello della cosiddetta vista cieca. Tale
fenomeno, riscontrato e studiato sia in animali sia in soggetti umani, si
verifica in concomitanza con un evento lesivo delle aree corticali deputate
all’elaborazione degli stimoli visivi, ossia la corteccia occipitale. Ebbene
i soggetti con lesioni gravi della corteccia occipitale, pur non provando
alcuna sensazione visiva soggettiva, in qualche modo sarebbero in grado,
tuttavia, se stimolati con domande appropriate, di ricostruire i particolari
di una scena o di immagini cui vengono esposti. Il problema è che essi non
sanno darsi ragione di queste paradossali esperienze visive e, soprattutto,
tali fenomeni percettivi inconsapevoli, essendo del tutto sganciati dalla
sensazione risulterebbero particolarmente sgradevoli. Addirittura, la
persona di cui riferisce Humphrey, allenata ad esercitare tale capacità
percettiva priva di sensazioni soggettive, rinunciò poi a tale possibilità
sentendosi più a suo agio come cieco e comportandosi da tale a tutti gli
effetti.
Ma esempi di separazione tra percezione e
sensazione vengono anche da altri e meno estremi fenomeni oltre alla vista
cieca. Le allucinazioni sono esempi patologici di sensazioni
autogenerate, prive di un corrispettivo percettivo. Una sostanza come l’LSD,
inoltre, altera profondamente le sensazioni pur lasciando relativamente
integra la percezione. Infine, abbiamo le sensazioni simulate, ossia quelle
reazioni interne ad azioni compiute da altri e da noi osservate che sono
mediate dai neuroni specchio e si ritiene siano alla base dell’empatia. Su
quest’ultimo punto e sul ruolo dei neuroni specchio come base neurobiologica
della socialità torneremo più avanti quando analizzeremo il pensiero di uno
dei massimi studiosi dell’argomento, Marco Iacoboni. Per ora limitiamoci a
concordare con queste osservazioni di Humphrey:
<<Se dovessimo ripercorrere la storia
evolutiva, suggerisco di considerare il rispecchiamento empatico come un
modo importante in cui le sensazioni, sotto forma di espressioni corporee
coperte, continuano ad avere un ruolo significativo nella sopravvivenza
biologica degli uomini. E probabilmente anche in quella degli altri
mammiferi sociali.>>.
Ne ha compiuta di strada la sensazione!
I correlati neurali della coscienza e
dell’autocoscienza
Una volta esaminata la sensazione soggettiva
passiamo all’esame delle forme di soggettività più complesse presenti negli
organismi dotati di un sistema nervoso e soprattutto di aree corticali più
sviluppate. Si tratta di studiare i correlati neurali dei fenomeni di
coscienza ed autocoscienza. Per coscienza si intende la capacità di
rappresentazione interna di oggetti esterni percepiti attraverso i sensi e
portati alla consapevolezza individuale. Nel linguaggio filosofico classico
in questi casi si parla di coscienza intenzionale, ossia della
rappresentazione mentale di oggetti o eventi singoli. La coscienza
intenzionale è stata definita da Gerald Edelman, nel già ricordato studio
sul cervello, come rappresentazione del cosiddetto <<presente ricordato>>
e sarebbe tipica di molti animali superiori, soprattutto dei mammiferi. Ad
un gradino più elevato si colloca l’autocoscienza, ossia quel senso di sé
come entità che dura nel tempo di cui sarebbero dotati, invece,
esclusivamente gli uomini e, forse, qualche scimmia antropomorfa. Va
sottolineato, inoltre, che quest’ultimo livello di complessità della
soggettività si raggiunge solo con la mediazione determinante del linguaggio
simbolico e della conseguente socializzazione.
Per discutere delle attività neuronali correlate
ai summenzionati stati soggettivi occorre una breve premessa
anatomo-funzionale sul cervello umano.
Il cervello umano è un organo di circa 1300 grammi, le sue componenti
principali sono le cellule di sostegno (la cosiddetta glia) ed i neuroni.
Approssimativamente i neuroni sono circa cento miliardi, un numero di per sé
già impressionante, ma quello che è ancora più impressionante è il numero
dei collegamenti che tali cellule stabiliscono tra loro, le cosiddette
sinapsi, stimate nell’ordine di cento miliardi di miliardi. La comunicazione
tra neuroni avviene attraverso stimoli elettrici e chimici mediati da
neuromodulatori. Le classiche anatomia e fisiologia hanno studiato le reti
cerebrali in funzione della stesura di una mappa dell’attività nervosa tesa
a rilevare sedi di ben precise attività indagabili a livello fenomenologico
e psicologico (movimenti, percezioni, pensieri). Sono state, ad esempio,
rintracciate e studiate aree sensoriali deputate a elaborare stimoli
provenienti dagli organi di senso, aree motorie,
deputate al coordinamento delle
attività muscolari, e aree cosiddette di associazione, le cui funzioni non
sempre sono immediatamente evidenti.
Quello che rende il cervello (e il conseguente
comportamento umano) relativamente imprevedibile e diverso da una macchina
banale con input e output biunivocamente correlati è proprio
l’imponente massa di aree nervose associative. Solo questo particolare
anatomico basterebbe a falsificare l’abusata analogia col computer. Infatti,
i meccanismi elettronici hanno una rigidità di struttura e di segnale che ne
rende prevedibile il comportamento mentre nel cervello le reti neurali
ridondanti e i circuiti degenerati da esse supportati consentono una
notevole flessibilità di risposta. Le connessioni neurali si sviluppano nel
corso dello sviluppo individuale (sia durante l’embriogenesi che dopo la
nascita) in seguito a un processo selettivo molto interessante. L’ipotesi
selezionista sostenuta da Edelman propone l’idea di cervelli incarnati e di
corpi inseriti, a loro volta, in contesti ambientali, naturali e sociali,
che in qualche modo ne plasmano le effettive strutture e funzioni.
Un rigido determinismo genetico con istruzioni
codificate geneticamente per la struttura cerebrale non può funzionare per
spiegare la complessità di quest’organo meraviglioso e misterioso!
A parte il fatto dell’evidente sproporzione tra
geni (circa 30.000) e reti di neuroni (centinaia di miliardi) che già
renderebbe impossibile codificare in modo precostituito e rigido la
cablatura cerebrale, quello che conosciamo dello sviluppo fisiologico e
delle deviazioni fisiopatologiche ci conferma, inoltre, nell’idea di un
cervello esito di processi prevalentemente epigenetici. In altri termini, la
dotazione genetica di base darebbe le istruzioni in codice solo per
configurare le caratteristiche generali di specie mentre lo sviluppo
effettivo dei singoli cervelli sarebbe esposto alle influenze modellanti
dell’ambiente in maniera, a priori, imprevedibile. Vediamo tutto questo come
può verificarsi.
L’ipotesi della selezione neurale è molto
semplice, essa prevede un meccanismo di tipo darwiniano per la crescita
cerebrale. Inizialmente ci sarebbero neuroni e connessioni in eccesso, poi,
quelli stimolati e attivati più di frequente verrebbero selezionati rispetto
a quelli meno attivati. Alcuni processi selettivi avvengono in fasi critiche
dello sviluppo e non sono pertanto reversibili. Ad esempio, le reti neurali
della corteccia occipitale, chiamate in causa nella visione, se non
funzionanti ed attivate da adeguati stimoli visivi, non sono più disponibili
per quel ruolo e vengono reclutate per altri scopi. Questo spiegherebbe la
cecità pur in presenza di un sistema oculare e nervoso apparentemente
indenne sul piano anatomico. Allo stesso modo, si sa che, se non stimolati
adeguatamente all’uso della parola, i bambini, in qualche modo, ne risentono
e sviluppano seri problemi di linguaggio, come dimostrano i casi dei
cosiddetti bambini selvaggi, dispersi in tenera età e ritrovati dopo
anni di completa assenza dei normali rapporti interumani.
In definitiva, come avviene per le are sensitive e
per il linguaggio anche tutta la smisurata rete associativa risente della
selezione ambientale e si sviluppa in modo individualmente irripetibile. Per
questo, non esistono due cervelli identici neanche nel caso di gemelli
omozigoti, ed il cervello, vista la preponderanza delle aree associative
rispetto a tutte le altre con i massicci fenomeni di rientro degli impulsi,
è, come sostiene Edelman, un organo <<che parla soprattutto a se stesso>>.
Il cervello parla a se stesso nell’incessante rincorrersi di segnali e
stimoli che si incrociano nelle aree associative consentendo, ad esempio,
dall’integrazione di segnali parziali raccolti dalla retina la ricostruzione
di un’immagine visiva completa e tridimensionale. Ma parla a se stesso anche
in assenza di stimoli esterni, quando ad esempio, la stessa immagine, invece
che frutto di una stimolazione sensoriale, è generata da un ricordo
cosciente o da una visione involontaria provocata, magari, da sostanze
allucinogene.
Uno stesso risultato a livello di sensazione può
essere raggiunto attraverso strade diverse, ossia attivando circuiti nervosi
plurimi. Si tratta del fenomeno della cosiddetta degenerazione del
sistema, ossia la possibilità che siano disponibili circuiti neurali
multipli per la stessa funzione. Questo assicura un grado di adattabilità
del sistema stesso a lesioni parziali e nello stesso tempo potrebbe essere
la base neurobiologica di processi simbolici come la metafora.
In definitiva, riassumendo i risultati delle più
recenti indagini neurobiologiche possiamo concludere con le parole di
Edelman:
<<I dati indicano che la coscienza è implicata
dall’attività rientrante tra aree corticali e talamo e dall’interazione
della corteccia con se stessa e con le strutture sub-corticali>>.
Le interazioni complesse talamo-corticali
integrano i dati provenienti dalle diverse fonti sensoriali e forniscono lo
scenario d’azione percettiva della cosiddetta coscienza primaria, presente
già nei vertebrati, una coscienza operante nel cosiddetto <<presente
ricordato>>. Per queste attività di rientro correlate al fenomeno
soggettivo della coscienza non bisogna però commettere l’errore di andare
alla ricerca di una sede precisa. Non esiste un centro di comando
anatomicamente definito sede dell’io individuale percipiente. In altri
termini, il cervello parla prevalentemente a se stesso ma non c’è una stanza
o un luogo privilegiato della mente pensante: la parola magica è
interazione. L’emergenza della coscienza sarebbe, quindi, conseguenza delle
attività di integrazione talamo-corticali prese nel loro complesso, con
l’autocoscienza, infine, dote esclusiva dell’uomo e, forse, di qualche
scimmia antropomorfa, che si collocherebbe solo su un gradino ulteriore di
complessità delle attività di rientro: un gradino cui si perviene
esclusivamente con la mediazione del linguaggio simbolico. In questo modo,
si articola una coscienza della coscienza e l’idea di un sé duraturo nel
tempo.
Tuttavia, anche in questo caso come già per la
sensazione resta il dato dell’incommensurabilità tra fenomeni
qualitativamente diversi. Ci ritroviamo con un’attività nervosa rilevata con
mezzi sofisticatissimi, da un lato, e dall’altro con percezioni,
ragionamenti logici, espressioni ed intuizioni estetiche, categorie etiche e
giuridiche.
Che rapporto c’è tra fenomeni biologici indagati a
livello cellulare e l’attività soggettiva?
Come interpretare in maniera corretta la
correlazione tra eventi qualitativamente così diversi?
Si possono evitare i pericoli opposti di un
riduzionismo scientista o di un rinnovato idealismo o dualismo razionalista?
La risposta a queste domande non è stata ancora
trovata da nessuno, tuttavia, senza pretendere di riaprire l’annoso problema
del rapporto mente-corpo, vediamo cosa propone almeno la letteratura
neuroscientifica e filosofica più recente.
Le illusioni della coscienza: epifenomenismo e
libero arbitrio
Il problema principale è stabilire il rapporto tra
eventi neurobiologici e i cosiddetti qualia, termine che riassume le
diverse esperienze soggettive prima esaminate. Anche se con diverse
sfumature interne, una prima possibile risposta adottata da molti è quella
dell’epifenomenismo, teoria per la quale i qualia sono sì eventi
reali generati dall’attività nervosa ma non sono influenti causalmente sui
circuiti di rientro neuronali. Secondo questo punto di vista riduzionistico
il mondo soggettivo avrebbe una sua consistenza e realtà ma essa sarebbe
totalmente priva di efficacia causale sul mondo fisico.
Tale riduzionismo epifenomenista è diverso dal
riduzionismo del materialismo fisicalista che pretende di eliminare
completamente il mentale sostituendolo con resoconti di tipo fisicalista.
Per il fisicalismo, infatti, il mondo sarebbe composto esclusivamente di
fatti fisici esplorabili con metodo scientifico, il mentale semplicemente
non esisterebbe e sarebbe una nostra illusione che, in quanto tale, andrebbe
eliminata quanto prima.
In questo si concretizza l’atteggiamento
cosiddetto eliminativista. Per il punto di vista
epifenomenista, invece, le cose sono leggermente diverse: la coscienza e
i qualia in generale sono reali e rappresentano come una sorta di
informazione sugli eventi neurali data in una lingua straniera rispetto al
linguaggio scientifico ordinario. Vedremo poi come la prospettiva
epifenomenica sia passibile di interpretazioni più o meno radicali che
prevedono funzioni diverse per il mentale e il suo linguaggio. Come pure,
più avanti, si tenterà un resoconto anche di posizioni esplicitamente
critiche dell’epifenomenismo, tese a riconoscere un’efficacia causale del
mentale sul fisico e soprattutto un’autonomia effettiva sul piano morale.
Per ora limitiamoci a segnalare ed elencare quelle
che la visione epifenomenica tende a classificare come alcune illusioni
generate dalla prospettiva mentalista (prospettiva che però,
diversamente dal fisicalismo, l’epifenomenismo non considera di per sé
un’illusione!).
L’illusione della coscienza come forza causalmente
efficace sul corpo (sono realmente io che voglio contrarre un muscolo e
spostare il mio braccio?);
l’illusione eraclitea del tempo che scorre;
l’illusione del libero arbitrio.
Il punto di vista di un’epistemologia basata sul
cervello, suggerito da Edelman, tendenzialmente adotta una esplicita
posizione epifenomenica su tutte e tre le questioni prima elencate.
Tuttavia, egli propone una mediazione che tenti di evitare la completa
svalutazione del ruolo degli eventi mentali. In particolare, sostiene che
tutti i resoconti e le rappresentazioni espresse nel linguaggio tipico della
soggettività, ossia la seconda natura (sensazioni elementari,
rappresentazioni simboliche e linguaggi metaforici, categorie logiche ed
etiche) vadano tenuti in considerazione e possano validamente affiancarsi
alle spiegazioni scientifiche, tipiche della ragione naturalistica (la
prima natura). Edelman respinge gli estremi del riduzionismo, per
esempio l’approccio della psicologia evoluzionistica che pretende di
spiegare meccanicisticamente i comportamenti umani e il linguaggio stesso
come il risultato dell’attivazione di moduli mentali ereditabili
geneticamente. In particolare per il linguaggio:
<<la teoria respinge l’idea di un meccanismo di
acquisizione del linguaggio basato sul cervello ed ereditato geneticamente,
e afferma invece che l’acquisizione del linguaggio è epigenetica>>.
La teoria neuroscientifica così elaborata viene
definita un <<realismo condizionato>> perché anche per altre
caratteristiche peculiari dell’umanità non si affida al determinismo
genetico di tipo istruzionistico ma privilegia meccanismi epigenetici di
tipo darwiniano. In altri termini, esistono vincoli ereditati geneticamente
sul tipo di corpo e di cervello che si formeranno durante lo sviluppo
embrionale di un organismo ma tali vincoli di specie non arrivano alla
determinazione individuale: l’individualità fenotipica è sempre il risultato
di percorsi epigenetici complessi di interazione con l’ambiente e di
selezione da parte di questi. A maggior ragione tale spiegazione vale, come
abbiamo già visto, per le reti neurali complesse all’origine dei fenomeni
coscienti. I circuiti rientranti cerebrali, il famoso parlare a se stesso
del cervello, non rappresentano, quindi, il monologo di un pazzo ma sono
l’esito di un dialogo precedente intercorso con l’ambiente in cui il
cervello, e il corpo che lo ospita, si trovano a vivere e competere per la
sopravvivenza. L’esito dell’interazione è dato da una specifica cablatura
neurale, nel cui ambito i circuiti rientranti si organizzano e si
consolidano durante lo sviluppo individuale e realizzano quella stretta
interconnessione talamo-corteccia alla base dell’attività mentale
soggettiva:
<<Da questo sub-strato neurale sono emersi i
domini della creazione artistica, i sistemi etici e una visione scientifica
del mondo. Questa concezione fornisce una fonte di verità verificabile che
ci consente di studiare il cervello come l’organo necessario per comprendere
ogni forma di verità. L’epistemologia basata sul cervello respinge,
tuttavia, l’idea che sia possibile ricondurre l’arte, l’estetica e l’etica a
una serie di regole epigenetiche di attività cerebrale>>.
In definitiva, quello di Edelman è un
epifenomenismo sui generis, forse, in linea di principio, neanche del
tutto coerente con se stesso, quando riconosce la necessità di un approccio
pluralista alla verità e, riprendendo esplicitamente la polemica
anticartesiana di Giambattista Vico, non considera affatto onnicomprensivo
ed autosufficiente il metodo empirico-matematico. Anzi, conoscenze
soggettive (ad es. la creatività estetica e la logica metafisica) sono
considerate proficui strumenti di conoscenza che concorrono alla ricerca
della verità insieme alle verità controllabili empiricamente, tipiche della
cosiddetta scienza dura, e alle verità storiche, tipiche delle
situazioni multicausali complesse.
L’approccio proposto da Edelman, pur rifuggendo
dagli estremi del fisicalismo eliminativista resta pur sempre di tipo
epifenomenico con il mentale che rappresenta una realtà ridondante ed
ininfluente causalmente rispetto al mondo fisico che, pur collaborando alla
ricerca della verità, vi contribuisce con un linguaggio, tutto sommato,
secondario e indiretto. Nelle prossime righe tenteremo di esporre le
posizioni molto critiche sull’epifenomenismo proposte di recente da due
autori tedeschi, Hans Jonas e Jurgen Habermas.
Hans Jonas ha dedicato al problema uno scritto
che originariamente era stato pensato come capitolo della sua opera più
famosa Il principio responsabilità ma fu poi pubblicato a parte ed è
adesso disponibile in traduzione italiana.
In questo saggio, l’epifenomenismo viene criticato in quanto postulerebbe
una sostanziale impotenza della soggettività nei confronti del substrato
fisico. La coscienza, in altri termini, sarebbe incapace di determinare il
suo stesso corso e nello stesso tempo incapace di avere potere causale nei
confronti del corpo.
La duplice impotenza della soggettività verrebbe
postulata sulla base del principio della completezza causale del mondo
fisico e del principio di conservazione dell’energia. Per Jonas questa
teoria non solo fa chiaramente a pugni con l’evidenza fenomenologica
soggettiva, che mostra un corso autonomo del nostro pensiero con premesse da
cui seguono conclusioni all’apparenza logicamente concatenate e, inoltre,
mostra la possibilità di agire costantemente sul nostro corpo mettendo in
essere movimenti ed azioni volontarie, ma è anche incoerente sul piano della
teoria fisica pura. In primo luogo, la teoria postulerebbe un mentale come
mero prodotto del fisico che, tuttavia, non avrebbe di suo alcuna efficacia
causale. Di fatto un qualcosa che interromperebbe quella completezza causale
che, invece, si vorrebbe difendere come assioma a tutti i costi. Il prodotto
mentale, inoltre, sarebbe energeticamente a costo zero, violando l’altro
principio fisico della conservazione dell’energia che pure si vorrebbe
difendere a spada tratta.
Ma, a parte queste incongruenze e incoerenze sul
piano della fisica, è sul terreno della logica che l’epifenomenismo si
mostra contraddittorio o quanto meno conduce a dei vicoli ciechi logici.
La coscienza epifenomenica sarebbe, infatti, un
mero ornamento, ossia, sostanzialmente, una vera e propria illusione
generata dalla complessità dell’organizzazione del cervello umano, ma,
guarda caso, i processi propri di questa illusione sarebbero stati in grado
di smascherare l’inganno (ossia la coscienza avrebbe smascherato se stessa)
in quanto è proprio attraverso il pensiero cosciente (che, però, solo
illusoriamente è concatenato logicamente) che si scoprirebbe l’inganno. Un
inganno non si sa da chi e verso chi proposto, perché anche l’io
individuale e l’autocoscienza sono epifenomeni.
Un inganno forse della materia a se stessa?
Il corto-circuito del pensiero è evidente.
Dopo questa critica dell’epifenomenismo si propone
poi, da parte del pensatore tedesco, una possibile ipotesi interpretativa
del legame psico-fisico. Senza entrare in dettagli che necessariamente
richiederebbero più spazio a disposizione e rinviando al testo originale per
un’analisi completa, si può sinteticamente riassumere la tesi di Jonas come
una forma di interazionismo psico-fisico che vorrebbe essere non dualista e
postula la possibilità da parte del mentale di operare, con minimi scambi
energetici, un’influenza sul fisico. La possibilità di questi
incontri-scambi tra mentale e fisico sarebbe offerta dalla peculiare
struttura cerebrale aperta allo scambio con il mondo mentale grazie ad una
sua particolare porosità. Attraverso questa struttura porosa, propria
esclusivamente dei cervelli più evoluti filogeneticamente, avverrebbe il
passaggio mentale-fisico, non dimenticando, come più volte già ricordato,
che tale passaggio esige una trasformazione qualitativa che rende ciò che
sta da un lato incommensurabile con ciò che sta dall’altro lato:
<<Il passaggio attraverso la “parete” significa
però ogni volta una trasformazione radicale, con la quale cessa di esistere
ogni rapporto di equivalenza, anzi già il senso della correlazione
quantitativa come tale>>.
La possibilità dell’interazione chiamerebbe in
causa eventi a livello quantistico che potrebbero spiegare l’evidente
sproporzione tra energia mentale azionante ed effetti fisici, molto più
dispendiosi sul piano energetico (per i quali ultimi varrebbe la spiegazione
deterministica tradizionale). L’idea di fondo sembrerebbe affine a quanto
sostenuto dal classico lavoro di Popper ed Eccles degli anni settanta
L’Io e il suo cervello e da altri studi più recenti ai quali, sempre per
economia di spazio, si rinvia.
Nessuna delle due ipotesi, epifenomenismo o interazionismo, è, tuttavia,
dimostrata o dimostrabile scientificamente, secondo Jonas, anzi la sua
stessa proposta teorica non ha pretese di verità ma è solo un modo per
dimostrare che la spiegazione epifenomenica è incoerente e possono esserci
altre spiegazioni, non contraddittorie con le nostre attuali conoscenze
scientifiche, in grado di salvare i fenomeni: il senso di libertà e di
autodeterminazione individuale e lo schema meccanicistico di interpretazione
della natura.
Proprio questo è il problema di partenza di alcune
acute riflessioni di Jurgen Habermas che discute la più recente letteratura
dedicata al problema psico-fisico propugnando un naturalismo morbido,
ossia non scientistico e che sappia riconciliare i due punti di
vista: determinismo e libertà. Infatti:
<<Neurologi e cognitivisti discutono con
filosofi e altri cultori di scienze umane sulla concezione deterministica
secondo la quale un mondo causalmente chiuso non lascia spazio alla libertà
di scelta fra comportamenti alternativi (…) Tuttavia, questo determinismo è
inconciliabile con la quotidiana idea di sé dei soggetti agenti>>.
L’idea di Habermas è che non siano plausibili né
un’immagine riduzionistica e materialistica della realtà né forme di
dualismo o idealismo razionalistico. Il mondo mentale degli stati soggettivi
di coscienza è reale e nasce nell’ambito della stessa traiettoria evolutiva
dell’umano. Proponendosi esplicitamente di conciliare Kant con Darwin, il
pensatore tedesco, infatti, interpreta la straordinaria capacità
comunicativa e simbolica dell’uomo come effetto e causa allo stesso tempo
della sua enorme capacità di diffusione sul pianeta. Il nascere di una
specie simbolica
e socializzata rende inconcepibile, per ragioni evolutive, qualunque
epifenomenismo: perché mai l’evoluzione avrebbe consentito l’emergere di una
proprietà, la soggettività, così fondamentale per la sopravvivenza e il
successo riproduttivo, ma di fatto solo illusoria o, al più, pleonastica?
In realtà, entrambe le strategie cognitive, la
conoscenza oggettiva data dal metodo empirico-matematico e la conoscenza
soggettiva, frutto delle argomentazioni razionali, sono evolutivamente
utili. Con la prima si fonda una base intersoggettivamente stabile di
conoscenza del mondo in terza persona, con la seconda si rendono possibili
le strategie comunicative a livello sociale, fondate sulla prima e sulla
seconda persona. Nel primo percorso gnoseologico viene raggiunta la
prospettiva dell’osservatore neutrale, seguendo la seconda strada si
perviene alla prospettiva del soggetto partecipante all’interazione sociale.
L’osservatore neutrale vede come scheletro del reale solo rapporti di causa
oggettivi, per il resto parla di illusioni ed epifenomeni. Il partecipante
all’interazione sociale vede se stesso e gli altri suoi simili come soggetti
liberi che si danno reciprocamente conto delle proprie azioni, sentendole
libera espressione delle propria responsabilità morale.
Un tale dualismo cognitivo si propone come
dualismo solo di metodi e non di ontologie, ugualmente distante dal
materialismo e dall’idealismo classici che si fanno portatori, invece, di un
assoluto monismo metodologico:
<<Il riduzionismo, che riconduce
deterministicamente i fatti mentali a reciproci influssi causali tra
cervello e ambiente e nega la facoltà di intervento allo “spazio delle
ragioni”, o potremmo anche dire al livello della cultura e della società,
sembra procedere non meno dogmaticamente dell’idealismo, che in tutti i
processi naturali vede all’opera la potenza motivatrice dello Spirito>>
.
Il naturalismo morbido di Habermas ha molte
affinità con le idee, prima esposte, sia di Edelman sia di Jonas. Col primo
condivide la visione pluralistica della conoscenza e la necessità di
integrare prima e seconda natura in un percorso interpretativo omogeneo in
coerenza con una critica serrata all’epifenomenismo, sostenuto, seppure in
forma annacquata e contraddittoria da Edelman. Col secondo condivide molte
delle argomentazioni critiche verso l’epifenomenismo, salvo il richiamo alla
possibile interazione tra mentale e fisico fondata su presunte azioni a
livello indeterministico: per Habermas la libertà umana non farebbe un buon
affare se sottratta alla necessità fosse poi abbandonata al caso
quantistico.
In definitiva, il fatto che lo spazio delle
ragioni e degli individui sia frutto di una costruzione sociale e sembri
scarsamente conciliabile, ovvero intraducibile, con il linguaggio della
neurobiologia, non spaventa più di tanto Habermas:
<<Dal punto di vista antropocentrico della
forma di vita di individui socializzati in comunità, che risolvono i
problemi mediante il linguaggio e la cooperazione, entrambi i lessici e le
prospettive di spiegazione che “noi” imponiamo al mondo permangono per noi “ineludibili”.
Ciò spiega la stabilità della nostra coscienza di libertà di contro al
determinismo scientifico>>.
Vedremo più avanti come questa prospettiva
habermasiana di conciliare Kant e Darwin (con la mediazione spesso implicita
di Hegel) sia proficua anche in relazione all’interpretazione del fenomeno
dei cosiddetti neuroni “specchio”.
I neuroni specchio e il libero arbitrio
Negli anni ottanta del secolo scorso una scoperta
di neurofisiologia ha aperto interessanti scenari per le neonate
neuroscienze. Si tratta dei cosiddetti neuroni specchio, ossia delle cellule
motorie che si attivano quando vengono osservati i movimenti compiuti da
terze persone e che in qualche modo mimano, rispecchiandole, le azioni
guardate. Ad esempio, se guardiamo una partita di calcio o l’esibizione di
un acrobata o se, molto più semplicemente, guardiamo i nostri figli
studiare, automaticamente si attivano nel nostro cervello le stesse aree
motorie. È come se noi simulassimo internamente, senza movimenti espliciti,
le azioni di cui siamo osservatori.
Questa scoperta ha avuto notevoli implicazioni.
Una prima qualità da sottolineare è proprio la
irriflessività del rispecchiamento. Non c’è bisogno di pensare o volere
imitare in maniera esplicita, la simulazione interna avviene automaticamente
ed è questa una dote che compare già nei neonati con poche ore di vita.
La scoperta dei neuroni specchio, inoltre, prima
rinvenuti nelle scimmie poi confermata anche negli uomini, ha sconvolto un
paradigma consolidato delle neurofisiologia classica: quello della
specializzazione e della localizzazione. Come si è già accennato, le aree
cerebrali corticali, già sviluppate nei primati ma che raggiungono la loro
massima espansione nell’uomo, si consideravano suddivise in zone sensoriali,
zone motorie e aree associative ben distinte funzionalmente e anatomicamente
tra loro. Ebbene, con la scoperta dei neuroni specchio e delle loro
particolari funzioni questo schema interpretativo salta, nel senso che ci
troviamo di fronte a neuroni con funzioni in parte sensoriali e in parte
motorie. L’immagine del cervello e delle sue funzioni viene così
completamente ridisegnata, invece di un organo suddiviso in parti
specializzate abbiamo un organo che si comporta più come un tutto
organizzato: da riduzionistica e meccanicistica la fisiologia cerebrale
diventa, in un certo senso, olistica. La capacità dei neuroni
specchio di attivarsi in contemporanea a chi compie effettivamente un’azione
nel cervello di chi, invece, si limita solo ad osservarla e simularla
internamente ci riporta all’idea di un circuito nervoso che non sfocia
all’esterno verso il canale muscolare ma che si mantiene all’interno, un
altro di quei fenomeni di rientro che abbiamo visto essere alla base sia
della sensazione che della percezione e dell’autocoscienza.
Inoltre, dagli studi sperimentali effettuati,
sembrerebbe che con i neuroni specchio il nostro cervello sia in grado non
solo di riconoscere e simulare la semplice azione motoria ma, molto più
intrigante e interessante, sia addirittura in grado di discriminare tra le
intenzioni dell’agente. Prendere ad esempio una tazza da tè è un’azione che
può essere motivata da intenzioni diverse, ad esempio dall’intenzione di
metterla da parte per lavarla o, invece, dalla volontà di berne il
contenuto. In un famoso esperimento si è visto che a seconda dei contesti in
cui l’afferrare la tazza veniva collocato (privo di riferimenti ambientali,
una tavola con briciole e già usata per la colazione, un’altra appena
imbandita con biscotti e posate in bella mostra) le cellule specchio
attivate erano leggermente diverse come se avvenisse una sottile
discriminazione tra le intenzioni dell’agente osservato.
Queste qualità particolare hanno indotto gli
studiosi a considerare le cellule specchio come potenziali basi
neurobiologiche di alcune funzioni umane , quali l’empatia, la capacità di
socializzazione e il senso morale, secondo uno dei pionieri nella ricerca
nel settore, Marco Iacoboni:
<<Quando vediamo qualcun altro che soffre o
sente dolore, i neuroni specchio ci aiutano a leggere la sua espressione
facciale e a farci provare la sofferenza o il dolore di quell’altra persona.
Simili momenti, come argomenterò nel libro, sono la base fondante
dell’empatia, e probabilmente anche del senso morale, un senso morale
profondamente radicato nella nostra biologia>>.
Tali considerazioni generali, insieme a molti
altri dettagli interessanti degli studi sui neuroni specchio, sono
disponibili nel bel volume di Iacoboni che riesce a trasmettere con
semplicità i risultati delle ricerche sperimentali effettuate, fornendo sia
una chiave di lettura storica, che dà il giusto merito all’équipe di
studiosi italiani da cui è partito il filone di ricerca, sia una chiave di
lettura teorica che, nello spirito di integrazione dei saperi tipico delle
neuroscienze, propone un’interpretazione filosofica del dato scientifico. Al
libro, quindi, rinviamo per gli opportuni approfondimenti.
In questa sede ci preme discutere di alcuni
aspetti relativi proprio all’interpretazione filosofica dell’attività dei
neuroni specchio, più in particolare ci interessa discutere delle possibili
conseguenze di tale scoperta neurobiologica sull’autonomia e la libertà
d’azione dei soggetti: il tema in definitiva della moralità e del libero
arbitrio umani.
Una certa interpretazione del ruolo dei neuroni
“specchio”, infatti, a prima vista mette fortemente in crisi l’idea di
soggetto autonomo (l’autolegislatore kantiano), quell’idea per cui:
<<siamo naturalmente portati a pensare a noi
stessi come a individui autonomi non così direttamente e pedissequamente
influenzabili da ciò che vediamo, quasi dovessimo per forza scimmiottare gli
altri>>
.
Il fatto che si siano individuati i fondamenti
neurobiologici che spiegano la naturale e inconscia tendenza imitativa
dell’uomo come animale sociale, può essere aperto a più di una chiave
interpretativa.
Una prima interpretazione può giungere ad una vera
e propria negazione dell’autonomia individuale, considerata poco più di
un’illusione e maschera delle reali forze determinanti il comportamento
individuale. In questa interpretazione radicale si sommano e si potenziano a
vicenda i due determinismi da sempre nemici dichiarati della libertà e
dell’autonomia dell’uomo: il determinismo biologico e quello sociologico.
Prendendo ad esempio la violenza imitativa, quella indotta dalla visione
mediatica di scene violente, possiamo riscontrare l’intreccio di
determinismo sociologico, con la tesi che chi pratica lo zoppo impara a
zoppicare (ossia la frequentazione di ambienti violenti crea ulteriore
violenza) e di determinismo biologico, con la tesi che il comportamento
imitativo è biologicamente determinato (ossia i neuroni specchio con
l’imitazione inconscia da essi modulata sono il vero innesco del
comportamento imitativo). Cause esterne, ambientali, e cause interne,
neurobiologiche, congiurano insieme ai danni del libero arbitrio, ricondotto
a mera illusione psicologica.
Questa interpretazione estrema annulla la libertà
del volere umano in modo assoluto e, se coerente, dovrebbe comportare una
profonda revisione dell’etica e del diritto, se non una loro totale
abolizione. Sia la responsabilità etica che quella giuridica si fondano,
infatti, sull’idea di soggetto autonomo, caduta questa cadono anche le
prime due.
Un’altra interpretazione, meno radicale, ha come
obiettivo polemico l’idea dell’autonomia individuale intesa come totale
indipendenza dai condizionamenti biologici e/o sociali, ma non arriva al
punto di negare una sia pur limitata e circoscritta libertà. In verità
quest’idea di una morale totalmente autonoma che contrasti istinti e
passioni individuali fa parte della tradizione kantiana di netta separazione
fra fenomenico e noumenico. Il soggetto morale kantiano si
erge, infatti, come supremo autolegislatore rispetto alla natura empirica e
crea così una scissione insanabile tra io empirico ed io ideale. Se la
teoria dei neuroni specchio si intende come critica a questo modello
astratto di libertà individuale ben venga e ci sentiamo senz’altro di
condividerla. Essa, come già a suo tempo fece Hegel, ci ricorda che il
soggetto morale non vive in un iperuranio ma è concretamente impigliato in
una rete di impulsi e condizionamenti che ne limitano fortemente e
condizionano il volere, senza, tuttavia, annullarne del tutto la libertà.
Vediamo ancora cosa ne pensa Habermas, il cui punto di vista ci sembra
particolarmente rilevante ed esemplificativo di una tale prospettiva:
<<Quando fa determinare il proprio volere da
ciò che è nelle sue forze e che ritiene giusto, chi agisce non si trova
fuori dal mondo. Egli dipende dal substrato organico delle sue facoltà,
dalla sua storia personale, dal carattere e dalle capacità, dall’ambiente
sociale e culturale, e non da ultimo dai dati effettivi della situazione in
cui agisce. Ma in un certo senso egli si appropria di tutti questi fattori
in modo tale che essi non possono più influire come cause esterne sulla
formazione della volontà, né irritare la sua consapevolezza di libertà.
L’autore responsabile si identifica col proprio organismo, con la sua
cultura e storia personale che improntano il suo comportamento, con le sue
motivazioni e capacità.>>
.
La relativa libertà dell’uomo non è, quindi,
astrattamente separabile dalle passioni e dagli stimoli biologici o
ambientali, ma deve porsi essa stessa come passione tra le passioni e come
istinto tra gli istinti. Un suo prudente esercizio non deve porsi
l’obiettivo impossibile di annullare le contrastanti emozioni da cui siamo
dominati come animali sociali quanto piuttosto di servirsene per la
realizzazione delle norme etiche elaborate dalla ragion pratica. In questa
prospettiva, in definitiva, la capacità imitativa inconsapevole, resa
possibile dall’azione dei neuroni specchio, si presenta come una capacità
intrinsecamente neutrale sul piano etico, all’opera in una varietà infinita
di situazioni esistenziali. Essa si può porre al servizio del male e
condurre all’imitazione di azioni e comportamenti violenti o, al contrario,
porsi al servizio del bene con tutta la serie di gesta di abnegazione e di
altruismo passibili di emulazione. È abbastanza prevedibile che, anche col
massimo sforzo individuale e sociale (come è giusto che sia) per
incrementare i comportamenti buoni e ridurre quelli cattivi, nel percorso
esistenziale di ognuno di noi non mancheranno mai del tutto esempi né dei
primi né dei secondi, per cui l’imitazione è, potenzialmente, ambivalente e
si può rivolgere ad entrambi. La capacità di mediare tra i contrastanti
condizionamenti che la vita ci propone incessantemente inclinando verso
abiti comportamentali ispirati a bene e giustizia è tutta la libertà cui
realisticamente si possa aspirare.
Libertà non astrattamente priva di limiti e
condizionamenti ma fatta anzi proprio di limiti e condizionamenti ogni volta
affrontabili e superabili.