LICEO
SCIENTIFICO “E.AMALDI” -
S.MARIA C.V. (CE)
IL
CORPO TRA BIOLOGIA, BIOGRAFIA E MERCATO
Il corpo evoca la vita e il
suo mistero ed è apertura originaria alle cose del mondo.
Se non si è padroni del
proprio corpo non lo si è nemmeno della propria persona e non si è liberi.
Difendere l’integrità del corpo significa difendere la vita nei vari modi in
cui ce la rappresentiamo sia se ne cogliamo una qualche sacralità, sia se la
consideriamo quale diritto umano inalienabile. Tutto ciò contribuisce a
spiegare le difficoltà che si incontrano quando intervengono fattori tali da
mettere in questione il corpo e la sua disponibilità e ci si chiede se i suoi
prodotti o derivati possano essere sottratti alle scelte di singoli individui
fino a diventare res communitatis.
Il corpo è la metafora per
eccellenza ed è entrato in gioco in campi diversi: la religione ne ha fatto
carne da redimere, la medicina organi da sezionare, la filosofia una dualità
dicotomica corpo-anima, la biologia lo ha relegato ai confini sulla sua limitata
naturalità, la tecnologia lo ha denaturalizzato e parcellizzato.
L’intreccio tra biologia,
biotecnologia e mercato ha aperto scenari nuovi e talvolta inquietanti a tal
punto che il corpo della persona è ormai al centro di un’attenzione che vuole
scandagliarne ogni recesso passato e presente ed utilizzarne qualsiasi
possibilità futura.
Il corpo, sostegno fisico
alla sfera razionale ed ideale dell’individuo è il luogo in cui si mettono in
atto le funzioni dell’esistere: del dolore, del piacere, del desiderio
sessuale. Analizzato dalle differenti culture e dai diversi sistemi di valore,
chiuso in due identità fisse, maschili e femminili, “trasmette” un codice
che omologa anche la condizione stessa dell’Essere che lo abita.
Nella storia della nostra
cultura l’identità del corpo nasce, teoricamente, nel momento in cui sorge
l’idea di anima e ciò segna anche l’inizio di un diverso rapporto con il
proprio corpo che si sviluppa nel tempo così come le nostre relazioni con esso.
Un’evoluzione da cui però è emerso un corpo in fondo fragile che dura poco e
che muore con noi. La morte, la malattia, le menomazioni, rappresentano i sui
limiti : una condizione che l’individuo ha da sempre tentato di esorcizzare.
Ciò che più sta
caratterizzando la nostra storia, è l’attenzione quasi morbosa al corpo poiché
“l’essere in forma” è oggi un imperativo categorico, poiché un corpo
liscio e levigato non dà solo l’idea del bello ma anche dell’essere sano.
Questa valorizzazione, però, inevitabilmente lo riduce a ”cosa”, ad
immagine, a pura esteriorità, lontana dalla necessità di trasmettere segnali
utili a determinare relazioni con la propria origine, discendenza e identità
sociale.
Il corpo, realtà anatomica
e biologica, è anche una entità culturalmente costruita, determinata nella sua
apparenza ed espressività dalla società o dal gruppo di appartenenza (“plasmazione”
sociale). Esso, quindi, risente delle mode e delle consuetudini: basta pensare
al modello di bellezza ideale greca e romana e al modello estetico proposto ora
nei paesi occidentali alle adolescenti, che hanno una sua estrema
rappresentazione nel corpo dell’anoressica. L’ordine sociale impone, dunque,
le forme ed i limiti al modo in cui è percepito il corpo fisico.
Mai come oggi avere un
aspetto piacevole è un imperativo assoluto. E’ per questo che si assiste
ad un moltiplicarsi dei modelli di bellezza; non c’è più un ideale
estetico unico e questa sopravvalutazione e enfatizzazione non riguarda solo il
corpo femminile ma anche quello maschile; sorgono nuove sindromi psicologiche
come la dismorfofobia (errata valutazione della propria immagine) e nel
lessico entrano parole come “tanoressia” (neologismo inglese per la smania
di abbronzatura perenne); cresce la mania per il body building ed il desiderio
di trasformarsi ricorrendo alla chirurgia plastica ed alle cure cosmetiche; si
tende, sempre più, verso una identificazione estetica tra i sessi per una sorta
di ricerca metafisica di “un essere perfetto e neutro”.
Anche il concetto di
bellezza è legato a un determinato momento della storia dell’uomo e del suo
costume.
Nelle civiltà precedenti a
quell’ellenica l’ideale della bellezza femminile era strettamente legato
all’immagine della fecondità: la donna dunque era vista prima di tutto come
procreatrice. Col progredire della civiltà l’immagine della bellezza si è
sempre più legata ai canoni precisi di armonia. Gli scultori greci del IV
secolo a.C. furono i primi a fondare il calcolo delle proporzioni ideali sul
numero otto: ossia, l’altezza del corpo deve essere otto volte quella della
testa. Intorno al numero otto fu imperniato anche il concetto di bellezza dei
romani: secondo Vitruvio (I sec. a.C. ) la testa deve essere 1/8 del corpo
mentre il viso deve corrispondere a un decimo.
La civiltà romana, invece,
già vicina alla decadenza, impreziosì la semplicità ellenica con vesti ed
ornamenti, acconciature e belletti, mentre da prosperosa l’immagine muliebre
andò sempre più assottigliandosi fino ad arrivare alla donna “verticale”
dei bizantini.
Del resto l’ideale della
donna grassa è il modello che corrisponde sempre alle popolazioni più povere,
infatti, quanto più una civiltà diventa evoluta, tanto più gli stereotipi
femminili si costruiscono su forme assottigliate. Le donne egiziane, ad esempio,
appartenenti ad una civiltà molto colta, sono sempre raffigurate sottili e
flessuose.
Il Medioevo portò con sé
un’ondata di spiritualismo e così le forme furono trascurate, quasi
dimenticate e la “donna angelicata” del dolce stil –novo sembra non avere
corpo. All’inizio del
Rinascimento riaffiora il gusto della bellezza pagana e accanto alle creature
botticelliane sottili, sinuose e slanciate, appaiono immagini ben più
prosperose.
La donna del ‘400 e
‘500 ha addosso almeno venti chili in più rispetto a quelli che il suo
rapporto peso statura comporterebbe.
Con la controriforma si
assiste ad uno stile rigido e le donne, strette nei busti di ferro, appaiono
emaciate, con la carnagione pallida e malaticcia e sembrano dover scontare tutti
i peccati di gioia di vivere e libertà espresse dalla generazione che le ha
precedute.
Il Re Sole, in Francia, vorrà
invece donne dal giro vita minimo ma dal busto spazioso e trucco raffinatissimo,
mentre la rivoluzione francese riporterà forme e ornamenti ad una semplicità
perduta e al senso della misura.
Col Neoclassicismo le forme
sono improntate ad una contenuta opulenza mentre mezzo secolo dopo, col regno
dell’inglesissima Regina Vittoria, vi sarà un’ondata moralizzatrice e le
eroine dell’epoca sono schiacciate dai busti e dalle stecche di balena e
soffocate da chili di biancheria.
Soltanto all’inizio del
Novecento, con l’esplosione del Liberty, la donna riesce a sottrarsi ai
condizionamenti di una moda così poco naturale e si muove liberamente.
Alla fine della prima guerra
mondiale non sono più i pittori e gli scultori a dettare i canoni della
bellezza, ma le nascenti dive del cinema muto.
Oggi sono i mass media ad
imporre i nuovi “modelli” ed una nuova febbre sociale “imperversa”:
rimanere a lungo giovani e sani abolendo sofferenze e malattie.
Decenni di ricerche
biologiche hanno alimentato tali speranze, infatti, oggi giorno, mediante
tecniche ”miracolose”, il corpo umano è studiato, migliorato e valorizzato
e si è giunti ad un ideale di bellezza e di salute fuori del tempo.
La possibilità di
prelevare, modificare, conservare, trasferire e usare parti separate del corpo
(sangue, midollo osseo, gameti, organi, tessuti, ecc…) costituiscono successi
della biomedicina.
Allo stesso tempo, mai come
oggi, si assiste alla crescita parallela di un altro fenomeno di natura opposta:
il corpo umano si è trasformato in merce. Le sue malattie diventano una fonte
di profitto e i suoi “pezzi di ricambio”sono portati direttamente sul
mercato biotecnologico per rimediare alla sterilità, per rimpiazzare gli organi
deteriorati, per l’utilizzo a pagamento da parte di altre persone.
La compravendita di organi
umani da usare per fini di trapianto in una società nella quale il mercato si
sta trasformando in legge suprema della convivenza, sta diventando un fenomeno
quasi dovunque accettato: basti pensare alle disinvolte affermazioni che
cominciano ad affiorare su non poche riviste mediche, alle presunte
giustificazioni filosofiche basate sulla ”libertà personale” e sul “
diritto a disporre del proprio corpo” o ai camuffamenti linguistici che hanno
portato a definire il venditore come “ donatore retribuito” e questo
commercio come “donazione non altruistica”.
E’, invece, la cultura del
dono che deve essere incoraggiata se si pensa che l’allungamento progressivo
della vita, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, porterà il trapianto
di organi a diventare il vero “business” della chirurgia.
Nel nostro Paese le
posizioni dell’opinione pubblica riguardo le questioni etiche sollevate dai
trapianti di organi e di tessuti conoscono picchi di opposte fasi alterne sulla
scia di notizie, spesso inesatte, riportate dai mass media.
Lo stesso si è verificato
quando decenni di ricerche biologiche
sono
state “spazzate via” agli occhi dell’opinione pubblica, dalla clonazione della pecora Dolly nel 1997.
L’avvenimento scatenò,infatti,
polemiche, dibattiti ed interventi vari, generando, alla fine, una notevole
confusione.
Anche l’evoluzione della
genetica molecolare e soprattutto la decifrazione del DNA dell’uomo mediante
il Progetto Genoma Umano, con il quale si è in grado di descrivere la
struttura, la posizione e la funzione di tutti i geni che caratterizzano il
patrimonio genetico dell’uomo, hanno sollevato nuovi problemi di natura
bioetica e deontologica:
poter correggere i geni
difettosi sostituendo geni anormali con geni sani, mediante la terapia genica,
potrebbe dare nuovo impulso a programmi di miglioramento della specie umana
ispirati ad un rigido determinismo genetico; i geni potrebbero essere
identificati come la "risorsa grezza di future attività economiche"
perché coloro che posseggono la tecnologia e il capitale necessario, potrebbero
brevettare la “vita“
dell’uomo comprese le singole
parti del corpo ed i suoi geni.
La
vita, però, non è un’invenzione umana e non può
essere considerata alla stregua di un prodotto industriale. L’uomo,
infatti, non deve essere considerato un bene commerciale ed i brevetti sui suoi
geni e sulle sue parti del corpo potrebbero rappresentare una minaccia per la
sua dignità.
L’eventuale attuazione di
tali programmi, ma anche l’opposta demonizzazione dei progressi della genetica
moderna, potranno essere scongiurate soltanto da una corretta e diffusa
informazione sulle attuali conoscenze, sui limiti e sulle potenzialità
effettive della genetica.
Silvana
Schiavone (docente di Lettere)
MariaAngela
Esposito (docente di Scienze)
AnnaMaria
Esposito (docente di Scienze)