
COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA
PROBLEMI BIOETICI RELATIVI ALL’IMPIEGO DI ANIMALI IN ATTIVITÀ
CORRELATE ALLA SALUTE E AL BENESSERE UMANI
SINTESI E RACCOMANDAZIONI
In questo documento il C.N.B. ha voluto prendere in
considerazione, usando l’espressione anglosassone, entrata ampiamente
nell’uso, Pet Therapy, differenti attività, che suscitano interesse e
speranze da parte della opinione pubblica e della comunità medica, svolte a
vantaggio di esseri umani e attuate con l'impiego di animali.
Nonostante la notevole diversità, le pratiche esaminate si
caratterizzano per due tratti distintivi e comuni:
a) la ricerca della salute e del benessere umani;
b) l'impiego di animali e la tutela del loro benessere.
Questi particolari impieghi degli animali, manifestamente diversi
da quelli tradizionalmente avutisi nell'arco dei secoli, accrescono la necessità
di un approfondito giudizio morale che implica non solo il rispetto che è
oggettivamente dovuto ad ogni “essere senziente”, ma anche (soprattutto) il
tentativo di realizzare una particolarissima forma di “alleanza
terapeutica”.
Sono state prese in considerazione quattro tipologie di rapporto
fra uomo ed animale per fini di benessere e salute umani che presentano delle
differenze notevoli dal punto di vista pratico e organizzativo:
a) la convivenza con un animale di un essere umano malato nella
propria abitazione o in una casa di cura;
b) l'addestramento e l’impiego di un animale che aiuti una
persona disabile nella sua vita quotidiana;
c) le terapie assistite con animali;
d) le attività assistite con animali.
Il problema bioetico riguarda la valutazione degli asseriti
benefici nel loro rapporto con la natura della relazione che s’instaura con
l’animale. A quest’ultimo deve essere garantita una persistente condizione
di benessere e possibilmente la realizzazione di una condizione di giovamento.
Sarebbe auspicabile anche una ponderata definizione dell’eventuale rischio per
la salute umana nel caso del contatto o della vicinanza con un animale sano e
sotto controllo veterinario.
E’ anche di rilevanza bioetica il giudizio sull'impiego di
queste pratiche in rapporto ai costi, alle loro alternative, alla dimostrazione
della loro reale efficacia, alla condivisione delle scelte con il paziente
attraverso la pratica del consenso informato.
Si auspica quindi:
a) che vengano sostenute le ricerche volte a individuare i reali
benefici per la salute e il benessere umani delle pratiche che coinvolgono gli
animali (e tra l’altro quelle ricerche volte a studiare i parametri
neurofisiologici e cognitivi in grado di interpretare il loro “linguaggio”)
e questo in special modo nel caso di pratiche molto organizzate quali le attività
svolte con animali da assistenza, le attività assistite con animali (A.A.A.) e
soprattutto le terapie assistite con animali (T.A.A.);
b) che vengano nel contempo sostenute le ricerche volte ad
individuare eventuali alterazioni del benessere negli animali, al fine di non
esporre gli animali stessi ad utilizzi (nelle pratiche o nelle modalità di
lavoro) che li possano portare a condizioni di malessere. La non ancora
approfondita conoscenza delle condizioni di impiego degli animali deve essere
trattata con un approccio comunque precauzionale per escludere la possibilità
di condizioni stressanti;
c) che non si impieghino animali selvatici in quanto, non avvezzi
alla convivenza con l'uomo o alla vita in un ambiente ristretto e per questo
sottoposti inevitabilmente ad una condizione di malessere;
d) che si operi per il miglioramento della qualità della vita per
gli animali coinvolti utilizzando, laddove possibile, e senza pregiudizio per il
risultato, animali prelevati da canili, da rifugi o abbandonati, adeguatamente
selezionati e addestrati. Si ritiene necessario considerare le condizioni di
vita e benessere dell'animale in tutte le fasi del progetto e anche dopo il
termine di questo. Va ribadito che per la tutela dell’interesse dell’animale
va sempre garantita un’adeguata vigilanza pubblica;
e) che si garantisca la possibilità di mantenere un rapporto con
il proprio animale nel caso di un ricovero in una struttura residenziale sia al
fine di non rinunciare al valore assistenziale di tale rapporto affettivo, sia
per evitare il pericolo di abbandono o soppressioni. Andrebbe anche prevista la
possibilità di visite dell’animale, in spazi appositi, al paziente ricoverato
in una struttura ospedaliera;
f) che si affidi alla responsabilità di comitati etici la
valutazione dei protocolli e dei progetti di ricerca e delle loro modalità
d’attuazione, in cui si preveda il coinvolgimento degli animali in attività
diverse dal loro tradizionale impiego;
g) che si favorisca l’uso di tecniche di addestramento
cosiddette “gentili”, rispettose il più possibile della dignità e del
benessere animale;
h) che si insista sulla necessità da parte dei medici della
massima attenzione verso questo genere di pratiche con riguardo ai loro
possibili effetti e in particolare al loro rilevante carattere psicologico ed
esistenziale. A questo proposito si raccomanda, inoltre, di non consigliare
genericamente la presenza di un animale in un ambiente domestico senza aver
valutato realisticamente le possibilità di successo della relazione col
paziente e senza aver acquisito adeguate conoscenze sull’animale e sulle sue
necessità.
i) che nell’impiego degli animali si valutino non solo i
benefici, ma anche i rischi che possono riguardare allergie ed infezioni (ad es.
il rischio di trasmissione della
toxoplasmosi del gatto ad una donna in gravidanza).
Il C.N.B. ricorda infine che la Pet Therapy (nella forma
TTA, cioè terapia assistita con animali) è allo stato attuale in molte
sue applicazioni un’ipotesi di lavoro che attende adeguate verifiche con
metodologia scientifica e che merita un sostegno pubblico solo nell’ambito di
progetti di ricerca.
INTRODUZIONE
Elaborando questo documento il Comitato nazionale per la
Bioetica ha preso in considerazione un particolare ambito del rapporto tra
esseri umani e mondo animale, quello delle varie tipologie di relazione
terapeutica o assistenziale che abbiano come finalità la promozione del
benessere e della salute degli esseri umani.
In particolare, il Comitato ha esaminato la cosiddetta Pet
Therapy, l’addestramento degli animali da assistenza e, per quanto
di pertinenza, la convivenza con un animale da compagnia (in un luogo di
ricovero o nella propria abitazione) di un individuo particolarmente fragile da
un punto di vista psicologico o fisico.
Come da argomentazioni successivamente illustrate, si è scelto di
utilizzare la denominazione ormai comune e comunque e immediatamente
comprensibile di Pet Therapy nonostante l’uso di questa terminologia
possa prestarsi a critiche, anche perché non distingue tra attività
assistite con animali (A.A.A.) e terapie assistite con animali (T.A.A.)
che necessitano di un’analisi indubbiamente differenziata. Va infatti
sottolineato che la Pet Therapy nella forma TTA, cioè terapia
assistita con animali, è allo stato attuale in molte sue applicazioni
un’ipotesi di lavoro che attende adeguate verifiche con metodologia
scientifica e che merita un sostegno pubblico solo nell’ambito di progetti di
ricerca.
Il documento non intende fornire una trattazione completa della
materia in esame, quanto dare risalto ad alcune tra le questioni bioetiche più
rilevanti, suggerendo inoltre condizioni e modalità affinché tali pratiche si
collochino in un contesto di accettabilità etica anche alla luce della
rilevanza morale acquisita dagli animali.
La “questione animale ’’ ha assunto nel tempo
un’importanza crescente sia in ambito bioetico che biogiuridico, oltre che
presso l’opinione pubblica. La necessità di affrontare i dilemmi morali
relativi alle relazioni interspecifiche assume un particolare rilievo quando
vengano prospettate nuove circostanze, o nuovi impieghi degli animali, come nei
casi qui discussi.
Il Comitato Nazionale per la Bioetica, a proposito delle
tematiche riguardanti gli animali, ha già espresso le proprie opinioni in
specifici documenti quali:
Sperimentazione sugli animali e salute dei viventi
(1997), Bioetica e scienze
veterinarie. Benessere animale e salute umana (2001) e Macellazioni rituali e
sofferenza animale (2003).
Nell’affrontare questo tema, come nei casi precedenti,
particolare preminenza è stata riservata all’uomo, nella sua dimensione di
utente delle pratiche esaminate o come operatore o ricercatore che vi si dedica
professionalmente. Si deve cioè riconoscere in via preliminare che la
principale ragion d’essere di queste pratiche è riposta nel beneficio che ne
può trarre l’uomo relativamente alla propria salute e al proprio benessere.
Non si vuole e non si deve trascurare l’interesse
dell’animale. Questo non soltanto per la generale e crescente considerazione
dovuta a esseri senzienti, ma anche in funzione dello stesso interesse umano a
che queste pratiche siano realmente efficaci. È infatti da un’autentica
“alleanza terapeutica”, e cioè da una relazione intersoggettiva, seppure
nell’asimmetricità inevitabile del rapporto, che l’uomo può ricavare il
maggior vantaggio terapeutico ed esistenziale.
Gli animali hanno sempre avuto un ruolo importante nella storia
delle comunità umane. Agli albori della civiltà, è presumibile che alcuni
gruppi umani iniziarono una relazione in cui il tentativo più o meno
consapevole era quello di manipolare, rendere mansueti e poi selezionare
nell'allevamento (che li ha esclusi dalla selezione naturale) alcuni animali con
i quali era possibile stabilire una qualche forma di comunicazione.
Sarebbe così iniziato il processo di domesticazione che ha
evidentemente coinvolto un numero di specie piuttosto esiguo rispetto alle
tante, selvatiche, esistenti in natura e più o meno potenzialmente
accessibili tanto da creare con alcune di esse nel tempo relazioni quali l’ ammansimento.
La domesticazione è un fenomeno biologico particolarmente
complesso che secondo alcune evidenze potrebbe essere iniziato con il cane circa
10-15 mila anni fa, oppure, secondo altri Autori, diverse decine di migliaia di
anni prima.
La convivenza con gli animali domestici ha assunto da subito una
dimensione al contempo strumentale, di sfruttamento degli animali da
parte dell’uomo, e relazionale in senso ampio e diversificato a seconda delle
epoche e delle culture dominanti. Tra le utilità di cui l’uomo si è giovato
è possibile annoverare anche dei benefici per il proprio benessere e la propria
salute.
È tuttavia solo negli ultimi decenni che molteplici ricerche si
sono concentrate sull’esistenza di un nesso di causalità tra alcune forme di
convivenza o attività comuni con gli animali e presunti miglioramenti fisici o
psichici in soggetti umani affetti da alcune patologie (oppure portatori di
generici disagi o bisogni). Ed è solo da qualche anno che pratiche estemporanee
e indeterminate sono state sistematizzate in veri e propri progetti di
intervento finalizzati all’ottenimento di benefici per quanto possibile
misurabili e ripetibili.
L’articolazione di tali esperienze, la cui scientificità – va
sottolineato – si colloca ancora in un’area grigia tutta da esplorare, è
brevemente descritta nei paragrafi seguenti.
Pet Therapy: A.A.A. e T.A.A.
La denominazione Pet Therapy è stata da tempo utilizzata
in riferimento ad attività che prevedono il coinvolgimento di animali o a
programmi di addestramento al fine di ottenere specifici comportamenti animali
funzionali al conseguimento degli obiettivi preventivati a carattere terapeutico
o assistenziale.
Attività Assistite con gli Animali
Le Attività Assistite con gli Animali (A.A.A.) hanno la finalità
di migliorare la qualità della vita e lo stato generale di benessere
dell’uomo. Si tratta cioè di interventi ricreativi (o altro) effettuati con
animali soddisfacenti determinati requisiti e destinati a persone che vivono
difficoltà emotive o fisiche, oppure che si trovano in condizioni di disagio
(ricovero ospedaliero, permanenza in una casa di riposo, detenzione etc.).
Rientrano inoltre tra le A.A.A., attività a valenza
pedagogico-formativa rivolte ai più giovani, ad esempio nelle scuole o nei
reparti pediatrici o in strutture residenziali per ragazzi con comportamenti
delinquenziali.
Gli operatori che gestiscono le A.A.A. possono essere
professionisti opportunamente formati, para-professionisti e/o volontari.
Normalmente le attività vengono proposte a numerosi individui
contemporaneamente in quanto non sono legate a vere e proprie terapie
subordinate alle condizioni cliniche dei singoli beneficiari. Generalmente non
vengono programmati obiettivi specifici per ciascun intervento. Negli interventi
prevalgono maggiormente che nelle T.A.A. la spontaneità e la creatività.
Terapie Assistite con gli Animali
Le Terapie Assistite con gli Animali (T.A.A.) sono interventi
effettuati con l’ausilio degli animali che differiscono dalle A.A.A. per gli
obiettivi, la metodologia e la valutazione dei risultati eventualmente
riscontrabili. In pratica si tratta di un’attività focalizzata sulla
disabilità e finalizzata a ottenere un miglioramento delle capacità adattative
del paziente tale da fargli raggiungere, compatibilmente con la patologia da cui
è affetto, il massimo grado possibile di sviluppo delle suepotenzialità
motorie (o più in generale fisiche), psichiche e sociali.
Le T.A.A. acquisiscono dignità scientifica nel 1961 attraverso i
lavori del neuropsichiatra infantile Boris Levinson. Da allora numerose
pubblicazioni e congressi hanno approfondito l’argomento, ma in generale gli
studi realizzati secondo criteri scientifici sono scarsi e l’interesse del
mondo medico è stato sempre episodico e comunque limitato (anche se al momento
crescente).
Le terapie assistite presentano una maggiore complessità se non
altro procedurale e, come tutti i trattamenti terapeutici, si basano su una
diagnosi effettuata dal medico e comportano la determinazione di obiettivi di
salute e una precisa pianificazione della loro somministrazione.
In generale, gli interventi hanno obiettivi specifici e
predefiniti di miglioramento delle funzioni fisiche, sociali, emotive e/o
cognitive (capacità di pensiero ed intellettive) che vengono calibrati su ogni
singolo paziente. Gli obiettivi perseguibili possono essere classificati, ad
esempio, come fisici (abilità motorie, equilibrio etc.), educativi (linguaggio,
memoria, apprendimento etc.), di salute mentale (attenzione, autostima,
riduzione dell’ansia e del senso di solitudine etc.) e motivazionali (coinvolgimento
in attività collettive, capacità di interagire con gli altri etc.). In ogni
caso, l'obiettivo terapeutico deve essere ben definito, chiaro e raggiungibile.
Le T.A.A. devono essere considerate delle co-terapie in grado di
stimolare progressi in differenti aree funzionali (cognitiva, motoria, emotiva,
relazionale, etc.).
Questo significa che esse semplicemente si affiancano alle
tradizionali e accreditate terapie riabilitative e che non possono sostituirle
in alcun caso.
Le T.A.A. vengono erogate da un’ equipe multidisciplinare che può
comprendere di volta in volta e a seconda dei casi varie figure professionali
che vanno a coprire sia le esigenze relative al beneficio umano ( medici,
psicologi, terapisti ecc.) sia alla modalita’ di impiego dell’animale (comportamentalisti,
conduttori cinofili, ecc.) sia alla salvaguardia della salute e benessere
animale (veterinari ecc.).
L'equipe dovrà valutare il paziente, stabilire se esiste o meno
l' indicazione ad una terapia con animali , valutare le controindicazioni, porsi
degli obiettivi terapeutici ed elaborare un progetto individualizzato per quel
paziente in quel contesto. Successivamente il raggiungimento o meno degli
obiettivi andrà verificato periodicamente. Da quanto esposto la terapia con
animali non può essere un metodo rigido e invariabile, da imporre al paziente
con trattamenti uguali per tutti in tutte le patologie.
L’animale può fornire un valido aiuto come cooterapeuta,
aumentando la motivazione e l’interesse al trattamento, diminuendo i sintomi
di stress, incrementando la concentrazione e l’attenzione, risvegliando
emozioni, stimolando i sensi e i sentimenti ecc.. Tutte queste sue potenzialità
vanno tuttavia utilizzate nell’ambito di un progetto individualizzato, mirato
al conseguimento di obiettivi terapeutici ben definiti, elaborato e portato a
termine da un’equipe multispecialistica.
Animali da Assistenza
Una condizione diversa dalle precedenti che si è voluta prendere
in considerazione nell’ambito dell’analisi dei vari possibili impieghi degli
animali in attività correlate alla salute e al benessere umani, è quella degli
animali da assistenza (generalmente cani).
Questo genere di attività che non si ritiene rientrare nell’
ambito della Pet Therapy richiede un addestramento molto intenso che
richiama per le sue caratteristiche altri innumerevoli lavori che i cani
compiono per l’uomo come il soccorso tra le macerie, in occasione di valanghe,
o anche la ricerca di sostanze stupefacenti.
In questo ambito la componente psicologica del rapporto con il
cane, pur rimanendo importante, viene messa in secondo piano dal vero e proprio
apporto materiale.
Vi sono cani guida per non vedenti, cani da assistenza per
disabili motori, cani per non udenti, cani da assistenza per persone affette da
epilessia ed è probabile che si possano individuare nuove utili forme di
assistenza per esseri umani bisognosi di aiuto.
Il primo addestramento specifico si è realizzato per i cani guida
per non vedenti in Germania dopo la fine del primo conflitto mondiale.
Se ben addestrato ed efficacemente abbinato al fruitore, l’aiuto
alla mobilità che il cane guida può dare al non vedente è notevole e consiste
nel segnalare i pericoli e gli ostacoli di un percorso e rendere più
indipendente la vita d'ogni giorno.
I cani da assistenza per disabili motori hanno il compito di
aiutare nella quotidianità le persone che per varie ragioni, incidenti o
malattia, hanno una insufficiente o ridotta autonomia nei movimenti e consiste
nell’insegnare al cane innumerevoli compiti come raccogliere oggetti, aiutare
nei movimenti, aprire porte ecc..
Mentre, generalmente, per i cani da assistenza si scelgono razze
specifiche prevedibilmente più adatte allo scopo da perseguire, una buona parte
dei cani per non udenti viene preso nei canili. Ciò è possibile perché,
diversamente dai cani guida e dai cani da assistenza per disabili motori, ai
cani per non udenti non è richiesta una struttura fisica particolare (per cui
è necessaria una accurata selezione) avendo il solo compito di segnalare suoni
e rumori.
Per quanto riguarda i cani da assistenza per persone affette da
epilessia questo tipo di addestramento è ancora il meno conosciuto e il meno
studiato; si basa sulla sensibilità individuale del cane e sul suo legame con
la persona, oltre che sulle tecniche codificate di addestramento.
In sostanza questi cani, che vivono con la persona affetta da
epilessia, imparerebbero a percepire la crisi epilettica imminente con vari
minuti di anticipo.
Di recente è stata inoltre ipotizzata e studiata la possibilità
di diagnosticare tumori (melanomi) attraverso l’olfatto canino.
Rispetto alle tecniche di addestramento utilizzate per la Pet
Therapy è sicuramente particolare e significativo il caso degli animali da
assistenza; questi, per riuscire a fornire un significativo ausilio a persone
portatrici di handicap, debbono essere sottoposti ad un addestramento
particolarmente impegnativo fin dalla più tenera età e per diversi mesi.
I metodi utilizzati che, quasi sempre, prevedono l’uso di
tecniche cosiddette “gentili” (basate sul premio e non sulla punizione,
quindi gradite se non addirittura ricercate dagli animali), sembrano a taluni
allontanare notevolmente gli animali dalle loro originarie caratteristiche
etologiche.
I confini di questi impieghi ( A.A.A., T.A.A. e animali da
assistenza) sono allo stato attuale già alquanto ampi ed è ipotizzabile per il
futuro un’ulteriore espansione specialmente in quei casi in cui l’offerta
terapeutica e assistenziale abituale ed attualmente disponibile nell’ambito
delle pratiche più tradizionali, non fornisca che dei benefici limitati.
La relazione con il proprio animale in una struttura sanitaria
Infine si vuole prendere in considerazione l’aspetto relativo
alla possibilità di non interrompere la convivenza con il proprio animale
qualora il proprietario paziente si dovesse trasferire in modo transitorio o
stabile in una struttura di ricovero o assistenziale. Al di là delle indubbie
difficoltà di tipo logistico che si dovrebbero superare per permettere questa
continuità, il beneficio del mantenimento del rapporto affettivo è indubbio
per il paziente umano, oltre che per l’animale coinvolto. Quest’ultimo non
correrebbe, inoltre, il rischio di un sistemazione di fortuna se non addirittura
dell’abbandono (comportamento punito dalla legge). Punto di riferimento
attuale sono gli studi che evidenziano i benefici sugli esseri umani del
contatto con animali da compagnia, sia nel procurare benessere e facilitare
contatti sociali, sia nel prevenire e contribuire a tenere sotto controllo
patologie specifiche (cardiovascolari, problemi psicologici ecc.).
Nel caso in esame si è evidenziata la necessità di salvaguardare
gli interessi degli altri degenti a riguardo delle antropozoonosi, delle
allergie e dei problemi di carattere psicologico.
Parte delle difficoltà della struttura sanitaria nella
realizzazione di questo genere di progetti potrebbe essere affrontata
ridimensionando in termini realistici la valenza sanitaria dei rischi per la
salute umana che il rapporto con un animale sano e sottoposto a controlli
veterinari può realmente comportare per i pazienti ricoverati. Comunque,
rapportando i possibili rischi di antropozoonosi ed altro ai sicuri benefici
psicologici per i pazienti si può individuare un punto di equilibrio nella
gestione pratica della struttura sanitaria.
OGGETTO E LIMITI DEL DOCUMENTO
Il documento intende esaminare le linee etiche generali del
rapporto con gli animali impiegati in attività correlate alla salute e al
benessere umani senza soffermarsi in maniera dettagliata sulle singole forme di
utilizzazione (per es. ippoterapia, ecc).
Va tuttavia tenuto presente che per alcune delle attività esposte
(A.A.A., T.A.A., assistenza) si potrebbero utilizzare, talvolta, animali non
domestici come delfini, scimmie, ecc.
E’ necessario quindi soffermarsi brevemente sui complessi
problemi costituiti dalla domesticazione. Anche se la domesticazione presuppone
sempre l’intervento dell’uomo in almeno tre funzioni fondamentali
(protezione, nutrizione, riproduzione in allevamento), questo intervento ha
prodotto, nel tempo, un’estrema varietà di rapporti simbiotici che sono
genericamente accomunati dall’eliminazione o riduzione dell’aggressività e
dalla maggiore o minore ricerca della vicinanza. Tra un animale domestico per
eccellenza come il cane e un animale selvatico per eccellenza possiamo
individuare tante possibili forme intermedie di interazione che cambiano da
animale a animale, da cultura a cultura e da periodo storico a periodo storico.
Il documento non può entrare nel merito di una questione così complessa, ma
non può neppure ignorare che tutti questi elementi incidono sulla valutazione
bioetica delle pratiche prese in esame. Gran parte delle attività considerate
nel documento riguardano un numero ristretto di animali sicuramente domestici
(cani, gatti, cavalli). Mentre per altre si pone il problema dell’eventuale
utilizzo di altre specie (per esempio i delfini). In questo caso, il principio
di precauzione, inteso sia come salvaguardare la salute dell’uomo e sia come
tutela della specificità animale, impone di escludere da tali pratiche tanto
gli animali selvaggi (anche se ammansiti) quanto animali il cui livello di
domesticazione è ancora incerto per cui anche se non sussistono evidenti
pericoli per l’uomo sono molto probabili riflessi negativi per l’animale.
Non si deve pensare che ci debba necessariamente essere un contrasto di
interessi tra gli esseri umani che richiedono un beneficio per la loro salute o
benessere e gli animali che contribuiscono a fornirlo; anzi si deve auspicare,
per quanto possibile, il raggiungimento di un reciproco vantaggio.
Si deve tuttavia prendere in considerazione, per un genere di
attività in crescita e per cui si prevedono disposizioni normative e futuri
finanziamenti, la possibilità che nell’impiego pratico di queste tecniche
possa accentuarsi la portata di questi possibili contrasti di interesse. Tale
eventuale conflittualità potrebbe configurarsi sia a scapito degli interessi
animali in una prospettiva prevalente di miglioramento della salute e del
benessere umani sia, nell’ipotesi inversa, a discapito dei benefici per la
salute umana in una prospettiva di esclusiva salvaguardia degli interessi
animali.
Nello svolgimento dell’analisi bioetica si sono voluti prendere
in considerazione i possibili punti di vista delle parti in causa e quelli che
possono presumibilmente essere i loro interessi. In questa prospettiva si è
cercato di far emergere i punti critici al fine di poterli valutare secondo un
quadro di valori il più possibile condiviso e poter dare linee guida e
raccomandazioni.
Alla luce della importanza che ha assunto il rispetto degli
animali nel mondo
occidentale il punto di vista animale, per quanto solo
presumibile, è stato preso in considerazione in modo diretto.
L’INTERESSE ANIMALE
Le pratiche che si prendono in considerazione in questo documento
si rivolgono, in primo luogo, all’interesse di esseri umani in condizioni di
disagio o di bisogno. È legittimo interesse umano l’ottenimento del miglior
stato possibile di salute e benessere degli individui attraverso l’uso di
mezzi moralmente leciti; compresi quindi i metodi che vedono l’animale come
una sorta di fattore terapeutico
e/o come soggetto attivo nell’ambito delle terapie stesse.
In questi casi l’interesse animale, lungi dall’essere
tralasciato, assume un valore soltanto indiretto, ma non per questo meno
rilevante sia eticamente che giuridicamente.
Quando si utilizzano gli animali per finalità umane sussiste
sempre, accanto alla “reificazione”, il forte rischio di una loro
“antropomorfizzazione” che può portare a non riconoscere o addirittura a
trascurare le loro esigenze specifiche con il conseguente insorgere di crescenti
situazioni di disagio che, con il tempo, potrebbero configurare vere e proprie
forme di maltrattamento.
Secondo una certa prospettiva antropologica la civiltà umana è
nata ed è tuttora basata sulla domesticazione di piante e animali. Dunque, la
convivenza con gli animali è da considerarsi una condizione ordinaria. Non
sempre, però, la convivenza ha coinciso con il rispetto, anzi, spesso ha
determinato una qualche forma di sfruttamento (animali come cibo, mezzi di
trasporto, strumenti di lavoro, oggetti di attività ludiche etc.). Anche la Pet
Therapy ecc. potrebbe inquadrarsi nel solco di questo sfruttamento.
Gli animali utilizzati per coadiuvare ragazzi con problemi fisici
o psicologici, anziani soli, malati, detenuti, etc., potrebbero andare incontro
a forme, più o meno accentuate di disagio, fino a degenerare in stress e
malattia; potrebbero subire maltrattamenti e persino episodi di sadismo.
Potrebbero anche semplicemente soffrire a causa dell’assenza di un rapporto
affettivo univoco e stabile con uno o più soggetti umani.
Non possiamo, inoltre, trascurare il rischio che la Pet Therapy
finisca per essere letta come una mera attività ludica che soddisfa le
esigenze limitate di soggetti in difficoltà, contribuendo indirettamente a
ribadire l’idea falsa, retorica, intollerabile, che stare con gli animali sia
da bambini, da devianti, da persone con problemi.
Questi timori sono stati, del resto, già espressi ampiamente in
precedenti documenti del C.N.B., in cui si sottolineava l’esigenza di superare
i persistenti condizionamenti di una prospettiva integralmente incentrata sul
modello antropologico.
Se è impossibile riuscire a compiere quel salto logico che
consente di mettersi integralmente nella prospettiva degli animali, tuttavia
ogni modello etico deve riuscire almeno a includere l’altro nel proprio
orizzonte esistenziale. In questo documento “l’altro” è, appunto, la
condizione animale in tutti quegli aspetti che possono essere ricondotti
quantomeno ( visto che si potrebbe anche parlare di dignità o integrità
animale) alla nozione di benessere animale.
Malgrado gli studi in questo campo siano stati avviati da
relativamente pochi anni si hanno a disposizione indicatori di natura analitica,
fisiologica, patologica e comportamentale che permettono un certo grado di
oggettività nel giudizio, da parte di un veterinario. Se interesse
dell’animale è mantenere e possibilmente accrescere il proprio stato di
benessere, occorre individuare eventuali possibili condizioni che rechino un
vantaggio diretto all’animale inserito A.A.A., T.A.A. o servizio di
assistenza.
E’, innanzitutto, doveroso assicurare all’animale una
condizione di vita permanentemente migliore di quella che avrebbe avuto
altrimenti e tutto ciò anche in momenti di non impiego o dopo l’ impiego.
Sotto questo punto di vista, costituirebbe un sicuro beneficio, qualora sia
possibile e con le opportune cautele, utilizzare animali presenti nei rifugi in
condizioni di vita generalmente misere.
E’, invece, da escludere l’utilizzazione di animali selvatici
e, in genere, di
specie non domestiche. Forti perplessità, dal punto di vista
dell’interesse animale, sussistono sull’utilizzazione dei delfini, per le
condizioni di stress che queste attività potrebbero implicare. Stress che si
aggiunge alla già innaturale condizione di cattività.
In ogni caso, è buona norma e anzi obbligo morale utilizzare
tecniche di addestramento cosiddette “gentili”, quindi non violente. Si può
affermare che non sono queste le pratiche dalle quali gli animali hanno
maggiormente da temere, sia perché animali malati o maltrattati non sarebbero
utili allo scopo, sia perché, per coloro che organizzano la Pet Therapy ecc.,
questi animali costituiscono un autentico “capitale” di cui avere la massima
cura. E’ necessario osservare che tutte le volte in cui questa valvola di
sicurezza non dovesse scattare dovrebbe necessariamente intervenire una
interruzione dell’attività a tutela della parte più debole, l’animale
appunto, a prescindere dai riscontri terapeutici.
Paradossalmente proprio il successo di queste terapie potrebbe
ridurre l’attenzione per gli animali per venire incontro alla crescente
richiesta di prestazioni. In senso inverso, qualora queste terapie dovessero un
giorno risultare meno promettenti delle aspettative iniziali, si pone il
problema della sorte riservata agli animali fino a quel momento coinvolti in
tali attività. Per questi motivi, occorre definire protocolli terapeutici che
permettano di ottenere, al tempo stesso, evidenze scientifiche relative alle
patologie umane ed elementi di valutazione delle eventuali situazioni di
malessere che potrebbero insorgere negli animali.
Occorre, inoltre, individuare risorse per una vita animale di
qualità sufficiente durante e dopo l’impiego terapeutico o assistenziale. In
astratto, potrebbero essere soddisfatte le condizioni di benessere attraverso un
animale appositamente “prodotto” per gli scopi in esame, definendone la
genetica più adatta attraverso la selezione della razza o addirittura con la
creazione di una razza oppure con un incrocio di razze e poi allevandolo ed
addestrandolo in condizioni di massima adattabilità all’ambiente che dovrà
frequentare per il suo impiego. Tuttavia, operazioni di questo genere non
appaiono opportune perché, al variare delle condizioni di “programmazione”,
potrebbero determinarsi gravi situazioni di mancanza di flessibilità adattiva e
quindi di notevole disagio. Invece, sicuramente meno problematica, dal punto di
vista etico, è la condizione in cui l’animale viene a trovarsi qualora venga
portato in visita al proprietario degente o possa seguire il proprietario
ricoverato stabilmente presso una struttura residenziale in alternativa al
distacco definitivo.
IL LAVORO D’ ÉQUIPE
Nelle Terapie Assistite con Animali e in misura minore nel caso
delle Attività Assistite e dell’ impiego degli animali da assistenza il
gruppo di lavoro deve essere necessariamente ampio per comprendere tutte le
professionalità occorrenti.
Il mantenimento di un equilibrio dinamico tra gli interessi umani
ed animali nella gestione della relazione assistenziale o terapeutica richiede
la presenza o quantomeno la sovrintendenza di diverse figure professionali.
Queste figure devono saper comprendere le condizioni fisiche e comportamentali
degli animali onde poter evitare stati di malessere e alterazioni della
relazione; inoltre, nell’interesse del paziente umano deve essere chiaramente
raggiunta una condizione di reale efficacia in rapporto alle finalità previste
e anche in relazione a possibili tecniche alternative.
Sia nella fase di progettazione sia in quella di applicazione
bisogna produrre, seppure in tempi e modi diversi, le competenze necessarie per
la cura del paziente umano (medici, psicologi, terapisti, ecc.), per la
conduzione e le necessità dell’ animale (veterinari, comportamentalisti,
conduttori e istruttori) e infine per la gestione della relazione (psicologi,
zooantropologi ecc.).
Gli interessi di un gruppo così ampio di persone potrebbero a
loro volta influire sulla relazione tra il paziente umano e il cooterapeuta
animale.
Si può immaginare la possibile insorgenza di un conflitto di
interesse da parte di alcuni o di tutti gli elementi dell’ equipe rispetto
alla tutela del benessere animale, quale conseguenza della stessa
“professionalizzazione” di tale attività e della necessità di garantire
nel tempo il suo rendimento anche in termini economici ed occupazionali.
L’acquisizione di dati di valenza scientifica sia a riguardo dei
benefici umani che degli eventuali disagi animali permetterebbe una migliore
integrazione delle competenze, e potrebbe limitare le tensioni relative alle
divergenze tra le diverse deontologie. Inoltre questi dati una volta acquisiti:
- ridurrebbero lo spazio di incertezza scientifica proprio delle
cosiddette terapie dolci a cui la T.A.A., in quanto cooterapia sembra per certi
versi vicina;
- faciliterebbero il compito dell’equipe nell’ informare
correttamente il paziente seguendo una corretta procedura di consenso informato;
- renderebbero praticabile l’estensione della conoscenza di
questo genere di pratiche fra i medici, in particolare nel caso di patologie non
altrimenti trattabili.
Va tenuto presente che, anche se il contatto è sempre con animali
sani e sotto controllo veterinario, è importante individuare l’eventuale
rischio per la salute umana.
Va preso in considerazione il diverso problema deontologico
affrontato a questo proposito da due “figure chiave” nell’ambito
dell’equipe. Il medico e il veterinario hanno due compiti diversi pur mirando
ad un obbiettivo comune.
Problemi etici e deontologici del veterinario
La professione del veterinario storicamente si occupa della tutela
della salute e del benessere animale in una prospettiva prevalentemente
incentrata sugli interessi umani.
Solo ultimamente l’accresciuta attenzione per gli animali ha
portato a una diretta valutazione dell’interesse dell’animale che è
diventato un elemento fondamentale in chiave bioetica fino al punto di limitare
anche alcuni degli impieghi tradizionali.
Nei casi di cui il documento si occupa, il bilanciamento può
spesso essere implicito nel tipo stesso di attività che, a quanto comunemente
si dice, non può essere giovevole per la salute e il benessere umani se
l’animale coinvolto è a disagio.
E’ compito del veterinario vigilare sull’intero processo onde
garantire
all’animale uno stato di persistente benessere. E’ quindi
dovere del veterinario
interrompere le attività qualora ciò non si verificasse.
Nel caso di un animale già di proprietà che segue il
padrone-compagno in una
struttura sanitaria o di ricovero, il compito del veterinario
consisterà essenzialmente nel creare condizioni adatte a garantire salute e
benessere nel nuovo ambiente.
Nel caso in cui, invece, si dovrà individuare un animale da
accogliere nel progetto, il veterinario, in accordo con l’equipe dovrà,
nell’ambito delle disponibilità, individuare l’animale adatto al contesto
ambientale sia dal punto di vista sanitario (prevenzione antropozoonosi ecc.)
sia del benessere animale. Inoltre, in relazione al rapporto uomo-animale,
sarebbe auspicabile che i veterinari acquisissero una specifica competenza nel
settore per aumentare la valenza del programma e amplificare i risultati e i
benefici.
Problemi etici e deontologici del medico
Ogni terapia, in quanto tale, deve mirare ad un miglioramento
della situazione clinica del paziente, ed essere verificabile e documentabile
con i metodi della pratica clinica.
Il medico prescrittore deve conoscere le caratteristiche del
trattamento, la sua reale efficacia, su quali sintomi o patologie ha effetto e
come ciò sia stato documentato.
Il medico quindi deve sapere come, quando, con chi questo si può
verificare. Deve conoscere anche l’animale con cui viene condotta la terapia
per meglio finalizzare la cura; utilizzando l’animale che è più adatto per
le sue caratteristiche fisiche o comportamentali.
Deve essere disposto a collaborare insieme con gli altri
specialisti, che formano l’équipe multidisciplinare, elemento cardine
specialmente della T.A.A. Deve poter valutare se altre terapie possano condurre
a risultati uguali con costo minore.
Le T.A.A., per il numero di figure professionali coinvolte, per il
costo dell’animale, il suo accudimento, la sua preparazione, il suo
mantenimento in condizioni ottimali, il suo limitato uso per evitare fenomeni di
stress, possono implicare costi economici particolari.
Questo non è di poca importanza nel momento in cui il SSN
attraversa un momento di crisi e le risorse vanno utilizzate con criteri di
contenimento e di essenzialità.
PROFILI GIURIDICI
Linee di politica legislativa e normativa europea
Prima di esaminare le specifiche norme giuridiche sulla Pet
Therapy dobbiamo rapidamente considerare il lento sviluppo culturale
attraverso il quale gli animali hanno assunto un rilievo giuridico crescente,
segno del tentativo di individuare un modo diverso di concepire il rapporto tra
l’uomo e tutte le altre forme di vita di cui si è fatta interprete la
Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, proclamata presso l’Unesco
nel 1978. In tal senso appare estremamente significativa la nuova dizione
dell’art. 20 a della Costituzione tedesca, approvata il 21 giugno 2002: “Lo
Stato, tenendo conto della sua responsabilità verso le generazioni future,
protegge le basi naturali della vita [umana] e animale mediante il potere
legislativo nel quadro dell’ordinamento costituzionale e, sulla base della
legge e del diritto, mediante il potere esecutivo e quello giurisdizionale”
Contemplando esplicitamente gli animali nella protezione che va riconosciuta
alle “basi naturali della vita umana” (die natürlichen Lebensgrundlagen),
si tende a consolidare quell’elaborazione giurisprudenziale iniziata in
Germania con l’entrata in vigore TierSchG, del 17-02- 1993, c.d. Tierschutzgesetz,
e con la sintetica e suggestiva nuova dizione dell’ art. 90° del codice
civile secondo cui “...gli animali non sono cose”. Va ricordato che 11 stati
sui 16 della Federazione tedesca contemplano esplicitamente, nel proprio testo
costituzionale, la tutela degli animali. Alcune in maniera ancora più pregnante
della stessa Grundgesetz. Ad esempio, l’art. 59a della Costituzione del
Saarland asserisce che “Tiere werden als Lebenwesen und Mitgeschöpfe geachtet
und geschütz” (Gli animali devono essere rispettati e protetti come elementi
della vita e creature viventi).
Primo Paese europeo ad inserire un esplicito riferimento alla
problematica animale nel proprio testo costituzionale è stato la Svizzera, nel
1973, per effetto della modifica dell’art. 25 della Costituzione (ora art. 80
della nuova Costituzione del 1999). Particolarmente interessante è la
Costituzione dell’India del 1950 perché prevede, tra i Fundamental Duties,
“proteggere e migliorare l’ambiente naturale inclusi le foreste, i laghi, i
fiumi e la vita selvatica e avere compassione per le creature viventi” (art.
51 A lett. g).
E’ in questo quadro che va inquadrato il progetto di modifica
dell’art. 9 della nostra Costituzione, in virtù del quale la repubblica
dovrebbe tutelare “le esigenze, in materia di benessere, degli animali in
quanto esseri senzienti”.
La parte II del Trattato istitutivo della futura Costituzione
europea, relativa alla “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione”,
esprime, invece, una non lieve controtendenza rispetto al modello indicato nella
Costituzione tedesca, perché non contempla in alcun modo gli animali, neppure
quando disciplina la tutela dell’ambiente all’interno del principio di
sviluppo sostenibile (art. II-97). Se ne occupa solo nel Titolo III, relativo
alle “Politiche e azioni interne”, raccomandando “nella formulazione e
nell'attuazione delle politiche dell'Unione nei settori dell'agricoltura, della
pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e dello sviluppo
tecnologico e dello spazio” di tener “pienamente conto delle esigenze in
materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel
contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli
Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le
tradizioni culturali e i patrimoni regionali” (III-121). Sembra più una
clausola di stile e di facciata che un chiaro impegno a promuovere una diversa
sensibilità etica. Eppure la Comunità europea è intervenuta su questo
problema con alcuni importanti documenti. In particolare, la Convenzione del
Consiglio d’Europa per la protezione degli animali da compagnia, approvata a
Strasburgo il 13 novembre 1987 e il Protocollo sulla protezione e il benessere
degli animali, approvato alla Conferenza di Amsterdam del 16 giugno 1997.
La normativa italiana
Riferimenti normativi diretti
Nel nostro paese manca ancora una normativa organica su questa
materia, anche se sono in fase di istruzione diversi disegni di legge. Esiste
soltanto un Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 28 febbraio 2003
(Gazz.
Uff. del 4.3.2003 n. 52) che recepisce l’accordo tra il Ministero
della salute, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano del 6
febbraio 2003 in materia di benessere degli animali da compagnia e pet-therapy
(Gazz. Uff n. 51 del 3.3.2003) al fine di:
a)
assicurare il benessere degli animali;
b)
evitarne utilizzi riprovevoli, sia
diretti che indiretti;
c)
consentirne l'identificazione,
attraverso l'utilizzo di appositi microchips;
d)
utilizzare la pet-therapy per la
cura di anziani e bambini su tutto il territorio
nazionale.
Non troviamo, in questo provvedimento, nessuna definizione della
Pet
Therapy né qualsiasi distinzione tra le diverse possibilità terapeutiche e
tra i diversi animali da compagnia. Un po’ più analitico è l’accordo tra
Stato e regioni in cui si afferma che, per animale da compagnia, deve intendersi
“ogni animale tenuto, o destinato a essere tenuto, dall’uomo per compagnia e
affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono
attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da
pet-therapy, da riabilitazione e impiegati nella pubblicità. Gli animali
selvatici non sono considerati animali da compagnia” (art. 2 a). La norma si
limita a tracciare una netta linea di demarcazione tra animali domestici e
animali selvatici, senza entrare nel merito della discussa questione dei diversi
possibili livelli di domesticamento. Questa soluzione è forse opportuna, se
consideriamo quanto sia ancora controversa ogni rigida tipologia, tuttavia il
quadro complessivo che viene a delinearsi appare estremamente confuso perché
pone sullo stesso piano gli animali (qualsiasi animale?) che l’uomo utilizza
per compagnia o affezione, con quelli di cui si avvale nella pet-therapy o nella
riabilitazione e, infine, con quelli che compaiono nella pubblicità. Come
vedremo nel successivo paragrafo può divenire estremamente difficile collegare
in un medesimo tessuto etico e normativo categorie così eterogenee, tenute
assieme più da scelte umane (spesso soggettive e, al limite, arbitrarie) che da
ragioni obiettive di tutela del benessere animale.
Va ricordata, infine, la legge della Regione del Veneto del 3
gennaio 2005 n. 3 che intende “promuovere la conoscenza, lo studio e
l’utilizzo di nuovi trattamenti di supporto e integrazione delle cure
clinico-terapeutiche quali la terapia del sorriso o gelotologia e la terapia
assistita dagli animali o Pet Therapy” (art.1).
Riferimenti normativi indiretti
Le recenti modifiche al codice penale apportate dalla Legge 20.07.
2004 n. 189 assumono un ruolo rilevante nella qualificazione giuridica di
qualsiasi forma di attività con gli animali. In particolare l’art. 544 ter
vieta il maltrattamento degli animali, punendo “chiunque, per crudeltà o
senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a
sevizie o a comportamenti o a fatiche o lavori insopportabili per le sue
caratteristiche etologiche...”. Questa norma sembrerebbe imporre una lettura
restrittiva del già ricordato art. 2 (a dell’ Accordo Stato-Regioni per cui
potremmo concludere che esistono degli animali, “gli animali selvatici”, la
cui utilizzazione per qualsiasi attività terapeutica o assistenziale va sempre
considerata, a priori e a prescindere dalle consuetudini invalse, come
“insostenibile” in base a specifiche caratteristiche naturali. Verrebbe,
quindi, messa in discussione la possibilità di continuare a commercializzare
come pet, e utilizzare in alcune terapie, furetti, gerbilli e simili, oltre a
vari tipi di rettili come iguane, ofidi ecc. Qualche perplessità vi sarebbe
anche sulla possibilità di utilizzare i delfini.
Il diffondersi della Pet Therapy apre, insomma, uno spazio
di riflessione, etico e giuridico, molto ampio sui rapporti tra uomo e animale e
sul senso e i limiti del domesticamento: sarebbe probabilmente opportuno
incominciare a tentare di individuare una chiara e precisa linea di confine tra
animale domestico, animale da compagnia, animale d’affezione, nella
consapevolezza che non sempre e non in tutte le specie la tutela delle
caratteristiche animali e la tutela della salute umana possono svilupparsi allo
stesso modo e raggiungere le stesse forme di equilibrio.
Alla luce di questa considerazione va tenuta presente la crescente
rilevanza giurisprudenziale, ai fini del risarcimento del danno, della
particolarità e specificità esistenziale dei rapporti affettivi che si
sviluppano con gli animali. Segno di un fenomeno che non si esaurisce più nella
sfera esclusivamente privata dei rapporti di proprietà, ma assume riflessi
sociali sempre più complessi sui quali sono interventi tutta una serie di
ulteriori interventi legislativi. La legge 14 agosto 1991 n. 281 Legge quadro in
materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”. Il Decreto
legislativo 27 gennaio 1992, n. 116 in materia di protezioni degli animali
utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, e la Legge 12
ottobre 1993 n. 413, sulla obiezione di coscienza alla sperimentazione animale,
nella misura in cui, come sottolinea la legge della Regione Veneto, molte di
queste terapie sono ancora in fase di studio e sperimentazione.
L’INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’ E DEL PAZIENTE
L´impiego degli animali in attività correlate alla salute e al
benessere umani sembra costituire un elemento di chiaro interesse se si
considerano le sempre più frequenti iniziative legislative e gli interventi
normativi di alcune regioni. Tuttavia la scarsezza di dati scientifici e forse
l’ oggettiva difficoltà a procurarli secondo i canoni della medicina
sperimentale, rende difficile una scelta di politica sanitaria. Questa scelta,
infatti, non può trascurare sia l’emergere di alcune evidenze che lasciano
sospettare delle possibili prospettive positive, sia il fatto che solo la
diffusione e l’istituzionalizzazione di tali pratiche consente l´acquisizione
di dati scientifici sulla loro efficacia, ponendo le condizioni per soddisfare
le esigenze dei malati in modo mirato. Questi stessi dati permetterebbero una
migliore conoscenza delle modalità di impiego degli animali, permettendo un
incremento del loro benessere.
Le Istituzioni si trovano, quindi, a dover prendere in esame una
pluralità di fattori non facilmente correlabili: la salute e il benessere dei
singoli cittadini, la salute e il benessere animali, la salute pubblica, la
gestione e allocazione delle risorse, lo sviluppo della conoscenza.
Sarebbero, innanzitutto, altamente auspicabili protocolli di
ricerca che riuscissero a esaminare e comparare tutti questi fattori. Anche
nell’ipotesi in cui questi studi dessero un risultato positivo, nel senso di
accertare l’esistenza di benefici oggettivi per la salute senza particolari
pregiudizi per gli animali, dovrebbe ugualmente essere preso in considerazione
il fatto che questo genere di terapie può avere dei costi significativi a causa
dell’ampio numero di professionalità richieste nel gruppo di lavoro. Il
problema diventa allora quello dell’opportunità, a fronte della crescente
scarsità di risorse finanziarie, di destinare specifici fondi alla Pet
Therapy ecc. sia sotto la forma della rimborsabilità delle prestazioni da
parte del servizio sanitario nazionale sia sotto la forma di incentivi di
qualsiasi altro tipo.
Anche escludendo i profili economici, restano da affrontare tutta
una serie di ulteriori problemi. Una particolare cura va dedicata alla
formazione del consenso informato, considerando che si tratta di tecniche
largamente praticate, non solo nel nostro paese, ma non ancora accreditate
scientificamente e che, in molti casi, le decisioni saranno assunte dai genitori
o da chi ha la responsabilità legale di un minore o di un portatore di
handicap.
Altro problema riguarda la struttura dell’equipe. Sarebbe
possibile ridurre i costi, facendo leva sul volontariato e organizzando tali
pratiche sulla base di uno ‘spontaneismo’ (con protocolli approssimativi non
validati né in corso di validazione). L’istituzionalizzazione delle attività,
con protocolli definiti e validati e professionalità specifiche e riconosciute,
determinerebbe un rilevante incremento delle spese. Nel secondo caso sarebbero
più facilmente controllabili la qualità delle prestazioni, le garanzie di
correttezza scientifica e anche il rispetto del benessere animale. Viceversa,
nel primo caso è possibile che la dimensione volontaristica – specialmente in
un caso come questo in cui non sono ancora certi i benefici derivanti da tali
terapie – garantisca maggiormente una fase di sperimentazione e diffusione.
Sottoporre a Comitati bioetici indipendenti la valutazione dei
protocolli, specialmente se innovativi può costituire una soluzione a questi
problemi.
UN’ALLEANZA TERAPEUTICA?
Aspetti bioetici nella Pet Therapy
Il presupposto bioetico su cui si fonda la Pet Therapy è
che tra uomo e animale possa instaurarsi una relazione sul modello delle
relazioni interpersonali e che quindi, come in ogni interazione, vi sia uno
scambio, di sentimenti, di affetti, di emozioni che influenzano reciprocamente i
due soggetti. Da ciò discende la possibilità di impiegare in senso terapeutico
tale incontro. Questa è, tuttavia, anche la sfida che la Pet Therapy, da
un punto di vista bioetico, deve affrontare: è possibile applicare un modello
interattivo e comunicativo al rapporto interspecifico? E se sì, a quali
condizioni?
Occorre elaborare un modello che sia rispettoso dell’identità
di entrambi i partner e che quindi tenga nel massimo conto l’elemento
della diversità ma anche quello dell’asimmetricità,
inevitabile, del rapporto. Un modello, dunque, che miri alla tutela della dignità
dei due soggetti e che possa, altresì, proporsi come praticabile e
soddisfacente per tutti gli operatori sanitari.
A tal fine dovremmo, però, preliminarmente sgomberare il campo da
due obiezioni che provengono da fronti opposti: gli animalisti, i quali temono
nella Pet Therapy la riduzione dell’animale a oggetto e , quindi, la
sua strumentalizzazione e i filosofi tradizionali che invece temono
l’elevazione dell’animale a persona e, quindi, una sua indebita
antropomorfizzazione.
L’assunto su cui si basa la Pet Therapy rinvia a una
tradizione filosofica che potremmo definire del rispetto in opposizione a quella
del dominio, caratterizzata dal superamento della visione discontinuista
tra uomo e animale, cui ha potentemente contribuito la scienza etologica.
La tesi che ci si propone di sostenere è che una Pet Therapy
correttamente
praticata non solo non rappresenta una strumentalizzazione, secondo
l’obiezione animalista, ma può anzi contribuire a promuovere una riabilitazione
della figura animale. Analogamente una Pet Therapy correttamente
praticata non comporta una indebita antropomorfizzazione, secondo l’obiezione
filosofica tradizionale, ma può anzi contribuire a formare una nuova ‘cultura
della percezione’, in cui la diversità animale sia riconosciuta e accettata
come valore e l’ <altro> sia mantenuto nella sua qualità di soggetto.
Nell’etica interspecifica contemporanea, troviamo una vasta
gamma di approcci che vanno dalle teorie dei diritti all’utilitarismo, al
contrattualismo, a visioni che si incentrano sui temi della responsabilità e
della cura. Ciascuna di queste prospettive presenta elementi interessanti e
degni di approfondimento in relazione alle diverse tipologie del rapporto con
gli animali, tradizionalmente distinti in selvatici, da compagnia, da reddito.
Il riconoscimento dell’asimmetricità nel rapporto uomo/animale
dovrebbe indurre a una condotta etica ispirata al paradigma della cura - che
comporta una responsabilità che non prevede reciprocità, nei confronti di
soggetti eminentemente deboli (si rinvia al documento del C.N.B. “Benessere
animale e salute umana”).
Per quanto riguarda il significato dell’animale come
interlocutore, la comunicazione tra individui di specie diversa dovrebbe
favorire un atteggiamento di attenzione e di rispetto nei confronti della
biodiversità. Il rapporto uomo – animale può promuovere modalità di
interazioni che facciano vivere tale esperienza al positivo, come occasione di
apprendimento e di arricchimento.
Un ulteriore elemento caratteristico della comunicazione
interspecifica sembra possa identificarsi nella sua flessibilità, nella sua
libertà dai vincoli e dalle regole tipiche del rapporto interumano e, in
particolare, della comunicazione verbale. Ciò può consentire un’espressione
più libera di sentimenti e di emozioni, la manifestazione spontanea di ansie e
paure e, quindi, favorire una migliore comprensione di se stessi. Si è più
volte sottolineato che l’uomo, non sentendosi giudicato dall’interlocutore
animale - e qui l’asimmetricità si rivela davvero funzionale - riesce a
esprimere se stesso senza inibizioni e a scaricarsi da tensioni e paure spesso
inconsce.
Alla luce di queste indicazioni di carattere generale, la bioetica
dovrà tenere conto delle diverse modalità del rapporto uomo - animale,
prendendo in particolare considerazione le variabili che lo definiscono e i
fattori che lo influenzano (ad esempio, il tipo di animale scelto, la singola
persona, la sua età, il suo sesso, le sue condizioni di salute, la sua storia,
l’ambiente di vita, la cultura di provenienza etc.) per predisporre una serie
di strategie che rendano tale rapporto rispettoso dell’identità di entrambi i
partner, al fine di ottimizzare le possibilità di tale incontro.
Si pensi, per fare un solo esempio, al ruolo che può avere in
tale rapporto una cultura di provenienza fortemente antropocentrica, orientata
verso un rifiuto della presenza animale, identificata con la negatività, il
male, il disordine o, viceversa, una cultura ispirata al rispetto nei confronti
del mondo vivente, tollerante, aperta alla diversità, che veda nell’animale
un’alterità positiva, un compagno o un referente essenziale per l’uomo.
Occorre qui segnalare l’importanza di un’educazione all’alterità
proprio perché l’incontro interspecifico non sia l’occasione di
sottomissione o di appropriazione né si riduca a un gioco di potere o inneschi
meccanismi di identificazione.
Certo noi proveniamo da una cultura che non ha sufficientemente
tematizzato la diversità, specie quella dell’animale. Le modalità
consuete sono state quelle della reificazione (riduzione dell’animale a
oggetto, a macchina) o quelle dell’ antropomorfizzazione (interpretazione
dell’animale in termini umani).
La riscoperta del ruolo terapeutico degli animali—che sembrava
scomparsa nell’era della medicina scientifica—può inquadrarsi altresì
nella ricerca dei nuovi modelli di bioetica medica che si richiamano al
paradigma del Caring e che assegnano largo spazio a interventi ‘dolci’,
basata sul rapporto interpersonale uomo/animale nella cura e nella prevenzione
delle malattie. Lo spostamento dell’attenzione dalla malattia al malato e dal
malato alla persona—intesa nella sua interezza bio-psichico-storica—può
favorire lo studio e l’impiego di terapie complementari che intendono fornire
risposte più integrate ai bisogni del malato e che, soprattutto, considerano la
malattia non come un fatto isolato, ma come risultato di un complesso di eventi
che riguardano biografia, ambiente sociale e situazione storica
dell’individuo.
Vi è un forte appello oggi all’umanizzazione della medicina,
all’esigenza che si recuperi il nucleo etico essenziale della professione
medica. Nell’idea di ‘alleanza terapeutica’ - relazione retta dalla
fiducia - ci si riferisce alla disponibilità del medico a identificarsi col
paziente, alla sua capacità di ascoltarlo e non solo di ‘auscultarlo’.
Il limitare, infatti, l’intervento medico a un esame oggettivo,
a una diagnosi esatta su uno stato del corpo o di una sua parte e a
un’eventuale prescrizione terapeutica, può apparire un atto tecnicamente
valido. Esso, in realtà, costituisce, oltre che una risposta insufficiente
rispetto ai bisogni del paziente, un atto che ignora la base psico-affettiva
dello stato di salute e di malattia. Da tale insufficienza potrebbe derivare una
riduzione del paziente stesso da soggetto sofferente a oggetto di interesse
medico, con una limitazione della potenzialità e dell’efficacia del rapporto
terapeutico.
Viceversa, una percezione e un’interpretazione non riduttiva ma
più ampia dei bisogni e delle richieste di cui il paziente è portatore,
favoriscono una presa in carico non limitata al puro sintomo fisico. Occorre
aggiungere che, nell’area del ‘malessere’, delle piccole patologie di
origine sociale e psicologica, si manifesta il modo culturale e soggettivo in
cui si vive come stato di sofferenza quello che si definisce come malattia.
Ma il Caring può rivelarsi la risposta più appropriata
anche allorché ci si trovi dinanzi a malattie incurabili, croniche, per cui non
esiste una terapia, una cura. Solo una medicina che si prefigga come fine non la
guarigione ma il benessere globale dei pazienti incurabili, potrà rispondere al
loro bisogno di essere ascoltati, protetti, rassicurati.
In questo quadro, l’impiego delle cosiddette terapie dolci come
la Pet Therapy può rivelarsi in sintonia con l’idea di una medicina
della cura (Caring) piuttosto che della guarigione.
Se non possiamo pretendere che gli animali diventino i
‘guaritori’ delle nostre malattie, quello che potremmo forse,
ragionevolmente, attenderci è che, grazie alla loro presenza, e con l’aiuto
di opportune condizioni e strategie appropriate, possa instaurarsi un buon
rapporto di cura.