
Chiesa evangelica valdese
L'EUTANASIA ED IL
SUICIDIO ASSISTITO
A cura del Gruppo di lavoro sui problemi etici posti
dalla scienza, nominato dalla Tavola Valdese, composto da persone appartenenti
alle chiese evangeliche e attive nell’ambito della ricerca, dell’università
e della chiesa
Premessa
Il dibattito sull’eutanasia e il
suicidio assistito si è notevolmente ampliato negli ultimi anni interessando
sempre più da vicino tanto il grande pubblico quanto le categorie coinvolte
nella cura dei malati inguaribili.
Il presente documento intende approfondire questa delicata materia. Il primo
capitolo contiene la spiegazione dei termini impiegati nel dibattito e precisa
il loro significato. Successivamente il documento espone lo stato del dibattito.
In terzo luogo esso passa in rassegna le situazioni cliniche nelle quali il
problema si pone. Il quarto capitolo discute alcuni orientamenti e proposte e
l’ultimo capitolo infine esamina più da vicino gli aspetti di ordine etico e
pastorale emersi nei punti precedenti.
Due sono le argomentazioni di maggior rilievo: la prima si appella al rispetto
per l’autonomia del paziente (numeri 2.8 e 5.6); la seconda estende il
concetto di cura fino a includervi l’aiuto offerto a chi intende morire
dignitosamente (numeri 4.3 e 5.4).
1 – Definizioni
1.1 L’eutanasia può essere definita in senso lato
come qualsiasi atto compiuto da medici o da altri, avente come fine quello di
accelerare o di causare la morte di una persona. Questo atto si propone di porre
termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il
malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli
interessi, ritengono non più tollerabile, senza possibilità che un atto medico
possa, anche temporaneamente, offrire sollievo.
1.2 L’eutanasia attiva consiste nel determinare o
nell’accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico,
utilizzando farmaci letali (ad esempio un barbiturico ad azione rapida che
induce il coma e una dose elevata di cloruro di potassio, che determina
l’arresto cardiaco). Questo è il significato che attribuiremo al termine
eutanasia nel proseguimento della discussione.
1.3 Il suicidio assistito indica invece l’atto
mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all’assistenza
del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio (si tratta in
genere di barbiturici o di altri forti sedativi o ipnotici) su esplicita
richiesta del suo paziente e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione.
In tal caso viene a mancare l’atto diretto del medico che somministra in vena
i farmaci al malato.
1.4 Il termine eutanasia passiva viene invece
utilizzato per indicare la morte del malato determinata, o meglio accelerata,
dall’astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero
prolungare la vita stessa: un esempio potrebbe essere rappresentato
dall’astensione dal trattare con terapia antibiotica un malato di demenza di
Alzheimer, oppure un neonato gravemente deforme, con breve aspettativa di vita,
colpito da polmonite. In realtà, sarebbe opportuno non utilizzare il termine
eutanasia in tal senso; è invece preferibile in questo caso parlare di
astensione terapeutica.
1.5 In altri casi i medici devono ricorrere, per
mantenere in vita una persona, all’impiego di apparecchi meccanici oppure alla
nutrizione totale mediante sonda o fleboclisi o ad entrambi i mezzi. Si
definisce allora come sospensione delle cure la decisione di fermare questi
interventi, con il risultato della morte dell’individuo, peraltro in tempi non
sempre rapidi.
1.6 La morte può anche essere causata o accelerata
dall’impiego in dosi massicce di farmaci, come ad esempio la morfina o i suoi
derivati, somministrati allo scopo di alleviare sintomi quali il dolore o la
dispnea. In questi casi la morte non è la conseguenza di un atto volontario del
medico, ma piuttosto un effetto collaterale del trattamento.
2 – Stato del dibattito
2.1 In oncologia, l’argomento trova sempre più
spesso spazio nelle riviste specializzate e nei congressi medici. Fra il 1991 e
il 1996 è possibile identificare 296 citazioni sul suicidio assistito in
riviste oncologiche, mentre nel decennio 1981-1990 le citazioni erano solo 21.
Nel numero di febbraio 1997 del Journal of Clinical Oncology, organo ufficiale
dell’American Society of Clinical Oncology, troviamo un editoriale e due
articoli sul suicidio assistito. Questo dato è particolarmente interessante,
specie se si aggiunge alla crescente frequenza con cui è possibile trovare tale
argomento nei programmi dei più importanti congressi di oncologia, in quanto
fino a pochi anni fa esso non trovava posto in sedi dove la discussione
riguardava esclusivamente le procedure diagnostiche e i protocolli terapeutici
delle malattie neoplastiche.
2.2 A questi dati occorre poi aggiungere quelli
riguardanti altre malattie croniche, specialmente le patologie neurologiche come
il morbo di Alzheimer e le gravi lesioni permanenti del sistema nervoso.
2.3 Si può in generale rilevare quindi un crescente
interesse verso il termine della vita, focalizzato soprattutto sulla qualità
del periodo terminale della vita e del morire.
2.4 Non c’è alcun dubbio sul fatto che si vada
intensificando la percezione che le tecnologie mediche sempre più complicate e
costose siano in grado di allungare la vita, ma non necessariamente di
migliorarne la qualità.
2.5 È interessante rilevare come la discussione porti
sempre in primo piano il ruolo del medico nel porre termine anticipatamente alla
vita. Il problema quindi non è tanto se sia lecito o no troncare
volontariamente la vita, ma se sia lecito che il medico assista il malato nel
suicidio o procuri la morte con un atto deliberato. Ciò comporta un profondo
mutamento nel ruolo del medico stesso, che si trasforma da chi agisce
esclusivamente per tenere in vita il suo paziente il più a lungo possibile in
chi svolge un ruolo attivo nel procurare la morte, quando non vi siano più
possibilità di conservare al paziente una dignitosa qualità di vita. È questo
aspetto del problema che sembra incontrare la più fiera opposizione negli
ambienti medici.
2.6 D’altro canto, si rilevano prese di posizione
contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito fondate su argomenti
giuridici, poiché la giurisprudenza in vigore nella maggior parte dei paesi
considera tali atti come veri e propri omicidi; nella particolare situazione del
suicidio assistito, mentre l’atto del suicidarsi non è mai considerato un
reato, lo è invece il prestare aiuto, il facilitare il suicidio stesso.
2.7 Sul piano più strettamente etico, uno degli
argomenti che ricorrono più spesso nelle argomentazioni contrarie
all’eutanasia è certamente quello che si richiama alla "sacralità"
della vita: per un’etica religiosa essa è data all’uomo da un Creatore che
è il solo a poterne disporre e non è lecito alla creatura intervenire
attivamente per abbreviare anche di poco la sua durata. Solo Dio è padrone
della vita e della morte. Ma anche un’etica non esplicitamente radicata nella
religione fa talvolta riferimento all’intoccabilità della vita,
implicitamente riconoscendole un valore sacro e in qualche modo
"soprannaturale".
2.8 Contro queste argomentazioni si situa il diritto
del malato di poter decidere di porre termine a un’esistenza divenuta
intollerabile. Egli chiede perciò al medico di esercitare le sue conoscenze non
più per mantenerlo in vita, ma per condurlo rapidamente e in maniera indolore
alla morte.
2.9 In realtà, poiché molteplici e complesse sono le
situazioni di fronte alle quali ci si trova, è necessario esaminare le
condizioni nelle quali può sorgere la richiesta di eutanasia o di suicidio
assistito.
3 – Situazioni cliniche
3.1 I malati di cancro sono le persone dalle quali più
spesso può venire la richiesta di eutanasia o di assistenza al suicidio. Molti
tumori maligni sono oggi suscettibili di essere trattati con diverse modalità
terapeutiche: la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia, da sole o in
combinazione, oppure in sequenza, sono in grado di prolungare notevolmente la
vita dei malati di tumore, anche se il numero di quelli guaribili è ancora
decisamente basso. Come conseguenza, nella maggior parte dei casi, questi malati
vivono con la loro malattia per diversi anni, sottoponendosi a trattamenti
rilevanti, che causano a loro volta disturbi (si pensi alle menomazioni prodotte
da alcune chirurgie demolitive, oppure agli effetti collaterali della
radioterapia e della chemioterapia). Nel momento in cui il tumore si diffonde
progressivamente nell’organismo, esso determina l’insorgere di sintomi molto
gravi: dolori spesso intensissimi, estrema debolezza, vomito, dispnea, paralisi
e perdita di controllo degli sfinteri. Anche se le cure palliative correttamente
impiegate sono in grado di controllare in parte questi sintomi, qualche volta il
dolore o la dispnea sono tali che i farmaci a disposizione hanno solo degli
effetti parziali. In questo stadio il paziente può considerare il suo stato
intollerabile e richiedere al medico di intervenire per accelerare la morte.
3.2 La condizione dei malati di Aids è esemplificativa
degli atteggiamenti possibili di fronte alla certezza della morte e alla
previsione abbastanza precisa di quanto ci si può attendere nel resto della
vita. Si tratta di persone consapevoli del fatto che la loro malattia può in
certi casi essere prolungata per alcuni anni. Dopo un periodo anche abbastanza
lungo di sieropositività, esse andranno soggette ad infezioni opportunistiche e
a diverse forme di tumore maligno con effetti devastanti sulle condizioni di
vita, fino alla fine.
3.3 La malattia di Alzheimer ha in genere un decorso di
molti anni dal momento dell’esordio, caratterizzato da una perdita della
memoria specie per i fatti recenti. Nell’evoluzione della malattia, le facoltà
intellettuali si deteriorano progressivamente. Tuttavia, le persone colpite sono
in grado di condurre, per tre o più anni, una vita relativamente piena. Solo
negli stadi terminali si assiste a una totale incapacità di svolgere le
funzioni vitali più elementari. È importante rilevare come in questo caso,
come nelle forme più rare di demenza senile e presenile, non ci si trovi in
pratica mai di fronte a un’esplicita richiesta di affrettare la morte.
Piuttosto, è possibile che il medico debba decidere se ottemperare o meno ad un
testamento biologico (living will) nel quale l’individuo abbia espresso in
anticipo il desiderio di non essere curato per prolungare l’esistenza in una
simile situazione.
3.4 In altre malattie neurologiche a decorso
ingravescente, come la sclerosi multipla e la sclerosi laterale amiotrofica, si
assiste a una progressiva perdita delle capacità motorie dell’organismo.
Eventi improvvisi, in genere dovuti a disturbi circolatori, possono analogamente
rendere impossibile qualsiasi movimento tranne quello degli occhi. La persona
colpita diventa quindi incapace di svolgere anche le più elementari funzioni
della vita, come spostarsi, mangiare, provvedere all’igiene e ai bisogni
corporali, mentre le facoltà intellettuali restano perfettamente integre. Di
qui può scaturire la decisione consapevole del malato di richiedere al medico
di porre termine alla sua esistenza.
3.5 Situazioni abbastanza simili si possono osservare
anche nel corso di altre gravi malattie croniche, come l’artrite reumatoide.
In tutti questi casi si assiste a quello che viene in genere indicato come un
"grave impedimento cronico". La gravità dell’impedimento è
naturalmente un dato difficilmente quantificabile: una persona affetta da una
devastante forma di artrite deformante, che le impedisca di svolgere
un’attività professionale sulla quale si concentri tutto l’interesse
dell’esistenza, può ritenere il suo stato più intollerabile di quanto non lo
avverta invece un individuo che svolga un’attività prevalentemente
intellettuale e che si trovi immobilizzato in un letto.
3.6 I rapidi progressi delle tecniche di rianimazione e
delle terapie intensive consentono di mantenere in vita anche per lunghi periodi
di tempo individui che hanno subito gravi lesioni cerebrali. Essi dipendono
totalmente dalle macchine per la respirazione e da sonde gastriche per la
nutrizione. Molto spesso le funzioni cerebrali sono in queste persone totalmente
e irreversibilmente distrutte e non esiste alcuna prospettiva di un seppur
minimo recupero. Si parla allora di "stato vegetativo persistente". Le
decisioni richieste ai medici curanti riguardano in questi casi la sospensione
delle tecniche rianimatorie: in pratica, il paziente è "lasciato
morire".
3.7 Esistono poi molte situazioni nelle quali il medico
non si trova di fronte a vere e proprie malattie gravemente invalidanti o a
sintomi fisici intollerabili, ma che ugualmente possono determinare in una
persona il nascere e il consolidarsi della convinzione che la sua vita si sia
esaurita e non vi sia alcuna ragione di prolungarla ulteriormente. Si pensi in
particolare alla situazione degli anziani, i quali spesso presentano gravi e
multiple limitazioni delle capacità fisiche e psichiche, accompagnate dalla
sensazione di essere "di peso" ai familiari. In queste circostanze
un’eventuale richiesta di eutanasia ha da essere valutata con estrema cautela,
anche perché spesso nasconde sintomi di depressione, curabili sia
farmacologicamente, sia con un supporto psicologico.
4 – La ricerca di orientamenti
4.1 Da un lato, la sospensione delle cure alle persone
che si trovano in uno stato vegetativo persistente, è stata ritenuta eticamente
accettabile in molte sentenze emesse da diverse corti di giustizia, specie nei
paesi anglosassoni. Non sempre, tuttavia, la morte in questi casi segue
immediatamente la sospensione delle terapie, specie quando questa riguarda
l’eliminazione della nutrizione e della somministrazione di liquidi:
l’ammalato può morire per il digiuno e la disidratazione, fra sofferenze
facilmente immaginabili. È quindi giustificato chiedersi in quale misura sia più
accettabile lasciar morire una persona, piuttosto che accelerarne la morte con
un’iniezione di farmaci letali.
4.2 Le maggiori controversie riguardano naturalmente
l’eutanasia (attiva) e l’assistenza al suicidio. Di solito ci troviamo di
fronte a persone che la medicina ha tenuto in vita per lunghi periodi, grazie a
tecnologie sempre più complesse. Queste persone hanno consapevolmente accettato
i trattamenti che il medico ha loro proposto: è comprensibile che gli possano
chiedere, quando egli abbia chiaramente spiegato che la medicina non è più in
grado di controllare i sintomi, non solo di sospendere ogni altra inutile cura,
ma di intervenire attivamente per accelerare la morte, in modo indolore e
rapido. Quando siano rispettate le condizioni di libera scelta, non esiste alcun
valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che egli
reputa inutile e disumana.
4.3 L’opposizione della maggior parte dei medici,
sulla base del loro dovere di fare tutto il possibile per mantenere in vita il
malato, a praticare l’eutanasia, andrebbe riconsiderata alla luce di un
concetto di medicina che comprende anche l’imperativo di evitare inutili
sofferenze. Coloro che praticano la medicina hanno il dovere di applicare nel
modo più completo ed efficiente le conoscenze e le tecnologie a disposizione.
Occorre tenere sempre presente che simili strumenti non sono fini a se stessi,
ma sono da utilizzare nell’ottica di una cura globale del paziente inteso come
totalità della persona e pertanto essi possono essere impiegati per abbreviare
sofferenze non altrimenti eliminabili.
4.4 Come si è accennato in precedenza, uno degli
argomenti ricorrenti contro l’eutanasia e il suicidio assistito è quello
della sacralità e intangibilità della vita. È certamente vero che la vita
rappresenta il valore supremo che va rispettato e salvaguardato come tale.
Tuttavia è lecito chiedersi che cosa si intende esattamente e correntemente per
vita. Esiste una condizione biologica, rappresentata dall’insieme delle
funzioni biochimiche cellulari, dalla riproduzione cellulare, dal funzionamento
dei vari organi. Queste funzioni, seppure con complessità crescente dagli
organismi unicellulari fino ai primati e al genere umano, sono fondamentalmente
simili in tutti gli esseri viventi. Ciò che distingue la vita umana è
l’insieme delle esperienze, delle relazioni con le altre persone, delle gioie,
dei dolori e delle sofferenze, delle speranze nel futuro, delle attese, degli
sforzi per rendere degna e umana la vita. In altri termini, è necessario
distinguere la vita biologica dalla vita biografica: quando la vita biografica
cessa, come nel caso di uno stato vegetativo persistente, oppure divenga
intollerabile, come nelle malattie terminali, deve essere presa in
considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica.
4.5 L’introduzione nella prassi medica e nella
legislazione di una qualche forma di liceità dell’eutanasia e del suicidio
assistito suscita il timore di uno scivolamento verso altre forme di
accelerazione della morte anche in persone inconsapevoli o non consenzienti. La
società potrebbe incamminarsi su un pericoloso "pendio scivoloso" (slippery
slope), al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente
anziani, disabili, disadattati. Poiché la bioetica nasce dopo la seconda guerra
mondiale e dopo gli orrori del nazismo, il vivo ricordo delle esperienze della
Germania hitleriana esercita senza dubbio una forte influenza nel generare e
rendere vivi e presenti questi timori: il periodo nazista viene considerato come
la prova dello scivolamento dall’eutanasia volontaria a quella involontaria e
alla progressiva erosione di ogni regola etica. In realtà la politica dei
nazisti nei confronti dei deboli, dei malati e in genere degli individui
ritenuti non adatti alla nuova società ariana fu iniziata e attuata violando il
codice penale tedesco e suscitò la reazione, peraltro inutile, del ministero
della Giustizia. Questa politica non ha nulla a che vedere con l’idea e la
pratica dell’eutanasia com’è oggi intesa. Non si hanno notizie di casi di
eutanasia volontaria richiesta da malati di cancro o da persone affette da
malattie croniche nella Germania di Hitler. Pertanto, utilizzare questo
argomento per opporsi all’eutanasia sembra perlomeno poco fondato storicamente
e scorretto sul piano dialettico, poiché tende ad accostare due fenomeni
radicalmente diversi.
4.6 La posizione dell’opinione pubblica al riguardo
ha subito negli ultimi anni significativi mutamenti. Nell’Oregon (Usa) nacque
nel 1987 la Hemlock Society, un’organizzazione non-profit, che sponsorizzò
nel 1991 la presentazione di una proposta di legge in favore del suicidio
assistito al Senato di quello stato. La proposta non fu mai discussa, ma nel
1994 i cittadini dell’Oregon approvarono, con una maggioranza del 52% di voti
favorevoli, la legge oggi nota come "Death with Dignity Act", che
consente ai medici di prescrivere i farmaci necessari al suicidio a favore di un
paziente, purché egli sia cittadino dell’Oregon, abbia una previsione di vita
non superiore a sei mesi e vi sia il parere favorevole di altri due medici. In
un referendum svoltosi nel novembre 1997 i cittadini dell’Oregon, questa volta
con una maggioranza del 60% a favore, hanno respinto una proposta
d’abrogazione della legge. Molti medici si sono espressi contro tale legge.
Una posizione nettamente contraria è stata presa dall’American Medical
Association. Non è ancora chiaro come e in che misura essa sarà applicata,
anche perché la Drug Enforcement Agency (Agenzia di controllo sui farmaci) ha
minacciato di sospensione della licenza i medici che prescriveranno farmaci per
aiutare un paziente a commettere suicidio. È in ogni modo interessante rilevare
che sulla stampa specializzata degli Usa sono state numerose le prese di
posizione sostanzialmente favorevoli alla legge e critiche nei confronti dei
medici, accusati di scegliere di prolungare le sofferenze degli ammalati
piuttosto che farsi coinvolgere in una scelta indubbiamente difficile.
4.7 Al Parlamento europeo l’on. Léon Schwartzenberg
ha presentato, come relatore, un Documento di lavoro nel luglio 1990 e un
Progetto di relazione nel febbraio 1991, sull’assistenza ai malati terminali,
nei quali l’eutanasia attiva e il suicidio assistito sono visti come
possibilità accettabili e rispettose della dignità e dell’autonomia dei
pazienti. I due documenti non risultano essere stati ulteriormente discussi.
4.8 Con riferimento all’esperienza dei Paesi Bassi,
occorre anzitutto ricordare che per il codice penale olandese l’eutanasia è
considerata un crimine, ma è trattata in una sezione separata del codice. La
legislazione attuale trae origine da una serie di avvenimenti e processi
iniziati nel 1973, anno di fondazione della Società olandese per l’eutanasia
volontaria. Nel 1985 la Commissione di stato sull’eutanasia propose di
emendare il codice penale in modo tale che la morte provocata a una persona su
esplicita e ripetuta richiesta di questa non fosse considerata un crimine a
condizione di essere data nel contesto di buona pratica medica e che la
condizione del malato fosse senza possibilità di miglioramento. Questa proposta
non fu mai accolta come tale e il codice penale non fu mai modificato. Bisogna
ricordare che l’Associazione medica olandese ha ripetutamente espresso parere
favorevole all’eutanasia e queste prese di posizione hanno influenzato non
poco le decisioni del Parlamento.
4.9 Nel 1991 la Commissione Remmelink riportò al
Parlamento che i casi d’eutanasia andavano stimati fra 2.000 e 8.000 l’anno
e segnalò circa 400 casi di suicidio assistito. Le richieste di eutanasia erano
circa tre volte più numerose di quelle praticate: in due terzi dei casi quindi
era stata trovata dal paziente e dal medico una scelta alternativa
all’eutanasia, oppure il malato era deceduto prima della sua messa in atto. In
circa 1.000 casi i medici segnalavano di aver praticato l’eutanasia senza
esplicita richiesta del paziente. Fino al 1990 i casi di eutanasia segnalati dai
medici olandesi erano relativamente pochi: nel 1990 ne furono segnalati 454, nel
1994, 1.424. Contemporaneamente sono nettamente diminuiti i casi sottoposti a
procedimento penale: da due su dieci segnalati nel 1983 a quattro su 1.322 nel
1992.
4.10 Questi mutamenti rilevanti sono senza dubbio
conseguenti alla nuova normativa in vigore in Olanda, attuata dal governo
olandese a partire dal 1990 e trasformata in legge il 1º giugno 1994. Secondo
questa normativa, il medico che opera l’eutanasia deve rispettare precise
condizioni: vi deve essere una ripetuta, confermata, volontaria richiesta da
parte del malato; lo stato del paziente deve essere così grave da rendere
intollerabile la sofferenza e non vi deve essere più alcuna possibilità di
intervento medico; prima di praticare l’eutanasia il medico deve consultarsi
con un collega esperto, che non abbia prima avuto in cura il paziente. Dopo la
morte del paziente, il medico segnala il caso all’autorità giudiziaria: solo
il procuratore del distretto può decidere se sono stati rispettati i criteri
previsti e di conseguenza autorizzare la sepoltura senza intraprendere un
procedimento penale nei confronti del medico.
4.11 L’evoluzione delle norme sull’eutanasia in
Olanda costituisce un esempio di come un contesto culturale particolarmente
attento agli interessi di tutte le componenti sociali (la gran maggioranza dei
cittadini dei Paesi Bassi da tempo si è dichiarata favorevole alla
depenalizzazione dell’eutanasia) e una posizione aperta e non dogmatica della
professione medica possono consentire di raggiungere su questioni drammatiche
delle soluzioni accettabili. È pur vero che sono segnalati circa 1.000 casi
l’anno di eutanasia su pazienti che non avevano espressamente indicato la loro
volontà in tal senso; essi devono certamente preoccupare e far riflettere, ma
il fatto che si conoscano i termini del problema consente di intervenire per
ridurli e se possibile eliminarli. Essi non stanno comunque ad indicare che
l’Olanda si sia incamminata su un pendio scivoloso: possiamo, infatti,
supporre che casi del genere si verificassero ben prima che la nuova normativa
fosse accettata e che una pratica simile esista anche nei paesi nei quali
l’eutanasia non è accettata.
4.12 L’eutanasia e il suicidio assistito, praticati
in un contesto di precise regole e di controlli validi, ma non vessatori, nei
confronti tanto del paziente quanto del medico, costituiscono un’espressione
di libertà dell’individuo nel momento in cui egli giudica che la medicina non
sia più in grado di migliorare il suo stato e che l’esistenza, ulteriormente
prolungata, sarebbe intollerabile. È opportuno sottolineare come, in
definitiva, solo l’essere umano pienamente cosciente sia in grado di decidere
se la propria vita sia ancora degna di essere vissuta; donne e uomini sono
responsabili delle loro vite e delle loro scelte e nessuno, medico, istituzione
religiosa o società, può in ultima analisi imporre l’obbedienza a valori non
condivisi.
4.13 Tenendo conto di tutto quanto detto in precedenza,
una ponderata depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito non
implicano necessariamente rischi incontrollabili per la società;
conseguentemente dovremmo evitare di esprimere la nostra opinione in conformità
a principi astratti e valori nei quali non tutti i cittadini di un paese sono
tenuti a riconoscersi.
4.14 L’espressione di libertà implicita nella
richiesta di eutanasia presuppone una completa e adeguata informazione e
discussione fra medico e paziente sullo stato della malattia e sulle prospettive
di vita e di morte, sempre che il paziente desideri essere informato fino in
fondo sulle proprie condizioni. Non è immaginabile parlare di eutanasia quando,
come avviene spesso in un contesto culturale quale quello italiano, si dicono al
malato pietose bugie o gli si concedono mezze verità, ergendogli intorno una
barriera che vorrebbe essere di protezione e che invece non fa altro che
sottrarre al paziente dignità e libertà (quando non ha lo scopo principale di
evitare ai familiari e al medico l’imbarazzante compito di affrontare con il
malato argomenti sui quali essi non sono assolutamente preparati a discutere).
4.15 Certamente l’esperienza degli altri paesi e in
particolare dell’Olanda, che ha depenalizzato l’eutanasia, deve essere
studiata e trasferita in altre realtà sociali con estrema cautela. Riteniamo
tuttavia che anche per l’Italia sia giunto il momento di affrontare la
questione e di iniziare un cammino anche legislativo che stimoli la discussione
tanto nell’opinione pubblica quanto nell’ambito dei medici, delle
professioni sanitarie e delle chiese.
5 – Considerazioni etiche e
pastorali
5.1 Da un punto di vista pastorale la distinzione tra
eutanasia attiva e astensione terapeutica è importante e merita di essere
sottolineata. L’astensione terapeutica infatti rispetta, pur non
completamente, il tempo di attesa della morte, con una sua propria ritualità
che l’accompagnamento pastorale conosce dalla tradizione. L’eutanasia attiva
invece non rispetta questo tempo di attesa, ma lo anticipa. E questo anticipare
implica un’azione diretta, immediata, da parte dell’intervento medico, che
deve essere assunta in tutte le sue implicazioni.
5.2 Se l’etica medica può motivare e giustificare la
sua azione sulla base di valutazioni antropologiche generali, è possibile
motivare e giustificare questa stessa azione da un punto di vista pastorale?
Quali argomenti possono essere addotti, in un’ottica etico-pastorale, per
confutare o accettare la domanda del malato grave e la disponibilità del medico
al suicidio assistito?
5.3 A queste domande non è facile dare risposte
esaurienti. Probabilmente non esistono risposte esaurienti, né per chi intende
motivare la scelta per l’eutanasia attiva, né per chi intende confutarla. Il
conflitto tra principi e norme è sempre largamente soggettivo. Ciò che può
permettere di dire di sì alla richiesta di un malato grave di interrompere la
sua vita può nascere soltanto da una profonda relazione con il suo stato di
sofferenza e di dolore. L’accoglienza di una domanda di suicidio assistito può
essere assunta da un accompagnamento pastorale che tiene aperta la dimensione di
conflittualità che tale decisione implica, per il malato inguaribile, per il
medico, per la figura pastorale, per i familiari. Una conflittualità che
tuttavia non può sottrarsi all’insistenza della domanda e alla percezione del
dolore e della sofferenza che esigono una risposta nel qui e ora. Non si tratta
di cercare giustificazioni o legittimazioni all’azione che si compie per
difendere il "diritto alla vita" di chi vuole poter morire. Si tratta
piuttosto di prendere atto che non vi sono giustificazioni etiche e pastorali
dirimenti per opporre un rifiuto di principio. Ciò a cui non si può sfuggire
è la domanda che l’altro mi rivolge con insistenza e che io percepisco in
tutta la sua gravità.
5.4 Fino ad oggi, in ambito cristiano, a parte alcune
eccezioni, è prevalso un giudizio negativo nei confronti dell’eutanasia
attiva. Esso si fonda sulla Bibbia e soprattutto sulla morale cristiana, e si
riassume nell’affermazione che Dio solo è colui che dà la vita e la può
togliere, da cui l’affermazione dell’intangibilità o della "sacralità"
della vita. Intervenire in questa relazione di vita e di morte vorrebbe dire
"prendere il posto di Dio". Ma significa veramente sostituirsi a Dio
accogliere la domanda di un malato grave che intende porre termine alla sua
vita? Si sottrae a Dio una parte della sua signoria sul mondo e sulla vita
accogliendo la richiesta di un malato grave di poter morire? O si mette in
questione il potere acquisito dalla medicina moderna di mantenere in vita un
corpo che produce dolore senza più poter accedere a un senso della vita? E
ancora, dietro a questa onnipotenza della medicina non si nasconde una difficoltà
ad affrontare la propria morte?
5.5 L’etica cristiana e la pastorale devono fornire
delle risposte credibili di fronte alla sofferenza e al dolore, devono assumerli
fino in fondo, senza divagare, senza proiettarli irresponsabilmente in una
dimensione di autoredenzione. La sofferenza e il dolore non producono salvezza,
sono dimensioni dell’esistenza umana da accettare, ma anche da combattere, in
sé non hanno nulla di positivo. Ma ciò non va confuso con il fatto che molte
persone si aprono alla fede nel tempo della malattia e della sofferenza e che
sia precisamente questo tempo a gettare nuova luce sull’esistenza. Un tempo di
malattia e di sofferenza che provoca nuovi interrogativi sulla vita e sulla
morte, stimolo di nuova spiritualità, ricerca di fede che può assumere una
dimensione terapeutica. La domanda di eutanasia attiva nasce anche su questo
terreno, sul terreno di una fede viva e consapevole. E dal momento che la fede
personale non è mai disgiunta da una relazione di comunità, il singolo ha
bisogno del supporto relazionale delle persone che lo circondano e di quello
della comunità cristiana di appartenenza.
5.6 Nell’ambito della pastorale si parla molto del
rispetto della spiritualità del malato. Ma questo rispetto sembra arrestarsi
improvvisamente di fronte alla richiesta del malato inguaribile che chiede di
poter morire. Quasi che questa domanda nascesse da un mondo che non gli
appartiene. Che cosa impedisce di leggere anche questa domanda come segno di una
spiritualità viva e cosciente, radicata nel Dio della vita e nelle sue
promesse? Con quale autorità spirituale posso io contrastare la libertà e
responsabilità di un altro di decidere il tempo della sua morte quando il
vivere è un’umiliazione quotidiana senza speranza? Qual è la fonte
dell’autorità che mi impone di costringere una persona inguaribile a
continuare a vivere una vita di morte? Chi sono io per sottrarre al malato
inguaribile questo diritto di poter morire? Da quale parte sta il Dio della vita
e della promessa? Dalla parte del non-senso del dolore acuto di un malato
inguaribile o dalla parte del suo umano desiderio di morire? Per quanto
paradossale possa essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte
significa accogliere la domanda della vita, accogliere il diritto di morire
coscientemente la propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del
malato inguaribile l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di
relazioni. Il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o
all’eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie
un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e
una storia di relazioni.
Roma, 7 febbraio 1998
Il Gruppo di lavoro sui problemi etici
posti dalla scienza