
Chiesa evangelica valdese
Problemi etici posti dalla
scienza
Introduzione
Il presente documento è un tentativo di mettere a
fuoco alcune idee sugli argomenti della bioetica. In ogni capitolo è brevemente
descritto il fenomeno scientifico, sono indicati i problemi conseguenti e
vengono offerti spunti di riflessione etica. L’interlocutore che abbiamo
immaginato è qualsiasi persona che, in una prospettiva di fede o non di fede,
si pone interrogativi sulla moralità di certe pratiche scientifiche e mediche.
Dalla lettura del documento stesso risulterà evidente che non diamo risposte
chiuse e definitive, anche se proponiamo il nostro modo di affrontare i
problemi. Su singoli punti sono rimaste opinioni discordi, ma i criteri
complessivi del Gruppo emergono con sufficiente chiarezza. Del resto questa
analisi, più simile a un lavoro istruttorio che a una sentenza, deve esser
ripresa e continuata o su punti specifici delle stesse tematiche o su altre
tematiche controverse.
Lo stile complessivo del documento risente probabilmente delle discussioni che
hanno preceduto e accompagnato ogni fase della sua stesura. Così sarà anche più
utile ai lettori, dai quali ci aspettiamo critiche e proposte, che ci
giungeranno assolutamente gradite.
1 – Procreazione assistita
1) Le nuove tecnologie riproduttive, che permettono
alla medicina di assistere le persone nella generazione di figli, stanno
offrendo possibilità sempre maggiori, con conseguente incremento delle
richieste. Provenienti dalla zootecnia, dove vengono utilizzate per
l’allevamento del bestiame, hanno trovato applicazione anche nell’ambito
umano, sia per contrastare le malattie genetiche (ricorrendo a gameti donati o
alla selezione degli embrioni), sia per sopperire all’infertilità delle
persone.
2) I principali fruitori delle tecniche di procreazione
medicalmente assistita sono le coppie infertili, cioè che non riescono a
iniziare una gravidanza nonostante regolari rapporti sessuali, e le coppie ad
alto rischio genetico, cioè che hanno alte probabilità di generare figli con
patologie dovute ad alterazioni del patrimonio ereditario. A queste si
aggiungono le donne singole e le coppie omosessuali.
3) Questa medicina non cura la sterilità né le
malattie genetiche ma fa in modo che, scavalcando gli ostacoli, si possa
ugualmente arrivare al risultato desiderato, cioè il figlio (sano).
4) Per alcuni trattamenti si pone il problema di
valutare, anche dal punto di vista della classica etica medica, l’opportunità
di sottoporre una donna a trattamenti ormonali intensivi, che certamente
nuocciono alla sua salute (con effetti collaterali immediati e a lungo termine),
al solo scopo di ottenere la maturazione di molti ovuli da utilizzare per
tentare di iniziare una gravidanza. Anche le basse percentuali di successo
devono rientrare nei dati che concorrono a formulare la valutazione. Argomenti a
favore, invece, sono che la gravidanza, se desiderata, rientra nel benessere
psicofisico della persona e, in secondo luogo, che gli insuccessi dei
trattamenti possono rientrare nella normalità di una giovane pratica medica e
si può legittimamente pensare che diminuiranno con l’aumentare
dell’esperienza.
5) L’etica generale pone invece il problema se sia
giusto o non giusto che la medicina operi in questi campi. Mentre non si può
negare il disagio, a volte anche molto profondo, che provano molti adulti di
fronte all’impossibilità di avere dei figli, in una prospettiva più ampia si
vedono tanti figli senza genitori e tanti bambini già nati senza speranza di
diventare un giorno adulti. Perciò, secondo noi, l’offerta di tecniche
mediche per superare la sterilità è solo seconda all’impegno che la società
deve assumere di difendere i diritti dei bambini, assicurando loro una famiglia
(mononucleare, allargata, una casa-famiglia, o altro), l’educazione,
l’istruzione e tutto ciò di cui hanno bisogno.
6) Bisogna in definitiva commisurare i desideri degli
adulti con i diritti dei bambini. È opportuno rilevare che tra questi diritti
va ricompreso il diritto del bambino ad avere un genitore
"contemporaneo" e vivente con lui per l’usuale periodo di tempo.
Questo significa che occorre tener conto di una normale differenza di età tra
genitori e figli. Del tutto da escludere ci sembra invece la possibilità di
essere generati da elementi appartenuti a una persona deceduta.
7) È necessario, inoltre, valutare la distribuzione
delle risorse della medicina, poiché il denaro convogliato in una direzione non
può essere utilizzato in altri settori. Come minimo sarebbe auspicabile
privilegiare, rispetto all’assistenza alla procreazione, gli interventi di
prevenzione della sterilità e delle malattie genetiche.
8) Per quanto riguarda le singole tecniche e i metodi
utilizzati, non rileviamo particolari problemi dal punto di vista etico, fatta
salva la necessità di salvaguardare i diritti di tutti. In particolare, è
necessario proteggere i bambini da eventuali disconoscimenti da parte di
genitori non genetici.
9) Il ricorso a una donna compiacente per la gestazione
deve essere valutato con la massima cautela, non tanto perché presenti problemi
etici intrinseci, quanto per la scarsità di conoscenze sul rapporto che
intercorre fra gestante e nascituro e quindi sulle conseguenze (per entrambi!)
della separazione subito dopo la nascita. La pratica suddetta appare
inaccettabile nei casi in cui, oltre ai problemi già accennati, si configurano
circostanze di sfruttamento di condizioni di bisogno.
2 – Ricerche sull’embrione umano
10) Un embrione umano è un insieme di poche cellule in
attiva proliferazione derivate, per divisioni successive, da uno zigote
(risultante dalla fusione di uno spermatozoo con una cellula uovo).
11) Nel corso delle tecniche di fecondazione in vitro (Fiv),
tale massa cellulare viene mantenuta in provetta dove, grazie ad opportune
condizioni di coltura in vitro, si sviluppa per 2-5 giorni prima di essere
impiantata in utero. A questo stadio l’embrione appare come un corpo sferico,
trasparente, di 0,1 mm di diametro circa.
12) Anche nei paesi dove è ammesso il principio della
ricerca sull’embrione umano, in generale, la costituzione di embrioni non può
essere effettuata al solo scopo di eseguire delle ricerche su di essi, mentre è
possibile utilizzare per la sperimentazione gli embrioni soprannumerari che non
sono stati impiantati durante la fecondazione in vitro.
13) Diverse sono le posizioni assunte riguardo alle
modalità della sperimentazione sugli embrioni umani negli stati europei dove
esiste una forma di regolamentazione a questo riguardo. In Francia il
"Co-mitato etico nazionale" esorta a non eseguire ricerche su embrioni
di più di una settimana, in altri paesi invece questa ricerca è lecita finché
dura lo stato preembrionale (che viene distinto dallo stato embrionale e dura
per l4 giorni dal momento della formazione dello zigote) e vi sono paesi,
infine, dove è stato proposto di riconoscere lo statuto dell’embrione
soltanto a partire da un mese dal concepimento (per statuto dell’embrione si
intende un insieme di principi, raccomandazioni, regolamenti e norme volti alla
tutela dell’embrione considerato come valore da proteggere in quanto forma di
espressione della vita umana).
14) Benché le differenze tra le posizioni assunte sul
tema della sperimentazione sull’embrione da parte di paesi pur così vicini e
intercomunicanti come quelli europei, sottolineino la necessità e l’urgenza
della creazione di una normativa a livello internazionale, tuttavia il progetto
di convenzione di bioetica (sul quale gli esperti dei 32 stati membri del
Consiglio europeo hanno lavorato per circa otto anni) ha subito numerosi
emendamenti e modificazioni prima di essere approvato dall’assemblea
parlamentare nel febbraio 1995. Tra le questioni più aspramente dibattute
durante la lunga gestazione di questa convenzione, quella riguardante la ricerca
sull’embrione occupava il primo posto.
15) La legge esita e si contraddice: nel frattempo la
ricerca scientifica produce dei dati che permettono l’instaurarsi di pratiche
(non regolate da alcuna normativa) a cui difficilmente in seguito sarà
possibile rinunciare.
16) Quali sono oggi le pratiche che hanno come oggetto
gli embrioni umani tanto nell’ambito della ricerca che in campo medico? Per ciò
che riguarda la ricerca, non sono numerosi in Europa i laboratori che dispongono
dei mezzi e delle competenze necessari per fare della reale sperimentazione
sull’embrione. Nella maggior parte dei casi le ricerche in questo settore sono
volte a migliorare l’efficacia della Fiv e sono motivate dalla necessità di
trovare nuovi sbocchi tanto a livello medico quanto a livello industriale.
17) Non è dunque per ora indispensabile proibire la
sperimentazione sull’embrione, quanto necessario e urgente cominciare a
interrogarsi su quale è l’utilità, chi sono i beneficiari e chi trae
vantaggio da queste ricerche.
18) In campo medico, a una coppia che presenta un
rischio reale di generare un figlio affetto da grave malattia genetica vengono
proposte o una diagnosi prenatale (eseguita su cellule fetali ottenute mediante
amniocentesi o prelievo dei villi coriali) seguita eventualmente da aborto
terapeutico, oppure una diagnosi prenatale preimpianto che consiste in una Fiv
seguita da un’analisi genetica degli embrioni prodotti e da un impianto degli
embrioni che sono risultati normali. (L’analisi genetica viene realizzata su
una delle 6-8 cellule che costituiscono l’embrione a questo stadio. Dopo
coltura in vitro di questa cellula o amplificazione del suo materiale genetico
mediante una tecnica chiamata Pcr, è oggi possibile selezionare gli embrioni
mediante analisi diretta dei cromosomi o del gene a rischio, oppure
indirettamente, determinando il sesso dell’embrione, quando la patologia in
questione è legata al sesso).
19) La diagnosi prenatale dà dei risultati affidabili
al 100% e presenta un basso rischio per il feto, ma implica l’eventualità di
dover ricorrere all’aborto terapeutico. La diagnosi preimpianto (seguita dal
reimpianto nell’utero del o degli embrioni risultati sani) che evita alla
donna l’esperienza traumatica dell’aborto, pur costringendola però a
sottoporsi a una serie di pratiche mediche gravose, presenta invece dei rischi
di errore diagnostico maggiori, un basso tasso di successo (13%) e un costo
molto elevato.
20) Con la diagnosi prenatale si possono evitare geni
indesiderabili agendo sul feto e decidendo, in funzione dei risultati, se far
continuare la gravidanza o interromperla. La diagnosi genetica preimpianto,
invece, implica un intervento su numerosi embrioni e permette così non solo di
evitare geni indesiderabili, ma anche di selezionare, tra gli embrioni, quelli
che si reputano essere i "migliori".
21) Tale tecnica apre la porta alla possibile messa in
atto di una forma strisciante e insidiosa di eugenismo ("l’eugenismo
democratico" di cui parla il ricercatore francese Jacques Testart) volto al
"miglioramento" della specie umana. Anche la terapia genica
sull’embrione che, in tempi più o meno brevi, diventerà una possibilità a
portata di mano potrebbe analogamente suscitare tentazioni e fornire allettanti
opportunità di pratiche eugeniche.
L’allarme rispetto al possibile impatto sociale di queste pratiche mediche
appare tanto più giustificato se si pensa alla velocità con cui procedono le
ricerche nell’ambito del progetto "Genoma umano" che mira
all’identificazione strutturale e funzionale dell’intero corredo genico
umano. Quando quest’impresa sarà portata a termine, i marcatori genetici
disponibili diventeranno numerosissimi e permetteranno di dimostrare che tutti
gli embrioni sono, in un modo o nell’altro, "anormali": si imporrà
dunque la necessità di una selezione degli embrioni recanti le mutazioni
"meno dannose" in base a criteri la cui scelta risulterà molto ardua
e rischiosa.
22) Qualsiasi progetto teso a selezionare gli individui
sulla base di un qualsivoglia determinismo genetico è da considerarsi
moralmente inaccettabile e pericoloso per il destino della specie umana.
23) Allo scopo di tentare di evitare i rischi biologici
ed etici legati a tutte le pratiche di carattere diagnostico o terapeutico che
hanno come oggetto l’embrione umano, è necessario intervenire in due
direzioni: a) promuovere il dibattito su argomenti quali lo statuto
dell’embrione e mettere a disposizione dei cittadini informazioni chiare ed
esaurienti sullo stato delle ricerche e delle applicazioni nel settore; b)
promuovere l’istituzione di norme giuridiche rigorose e coerenti per la
regolamentazione della sperimentazione genetica affinché il genoma umano venga
protetto, la sua diversità rispettata e nessun interesse scientifico possa
prevalere sulla libertà della persona umana.
3 – Interruzione volontaria della
gravidanza
24) A differenza di tanti altri capitoli della
bioetica, l’aborto si presenta come un tema antico, non dipendente dalle
recenti innovazioni in biologia e medicina. Dati ufficiali segnalano la
diminuzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, regolata
dalla legge 194/78, negli ultimi dodici anni considerati (1982-1993);
parallelamente risulta in calo, secondo le stime, anche l’aborto clandestino.
25) Fondamentale è la prevenzione dell’aborto: una
corretta educazione sessuale nelle scuole (a partire da quelle dell’obbligo) e
un successivo intervento sul territorio (consultori familiari) sono le basi per
la riduzione massima del fenomeno. L’uso dei contraccettivi ci sembra una
pratica giusta, priva di controindicazioni morali, per evitare quella che è,
comunque, un’esperienza dolorosa per tutte le persone coinvolte.
26) L’aborto è certamente da valutare come fatto
negativo, poiché consiste nella soppressione di un essere vivente, per quanto
non ancora sviluppato né‚ ovviamente, autonomo. Tuttavia non lo si può
semplicemente condannare, in base al principio di difesa della vita: esiste
tutto un contesto in cui il fenomeno si situa. C’è una donna, essere vivente
già nato e sviluppato, che alleva nel suo corpo l’embrione: della sua
presenza insostituibile bisogna tener conto. C’è poi il contesto familiare in
cui il bambino nascerebbe e ci sono eventuali malattie e malformazioni. Alcuni
sostengono che è meglio nascere comunque che non nascere affatto: considerando
questa affermazione come non convincente, poiché non sufficientemente
dimostrata, preferiamo insistere sulla difesa dei diritti di tutti i personaggi
coinvolti, senza privilegiarne a priori qualcuno. Consideriamo valido il
principio di autodeterminazione della donna e annettiamo importanza alla globale
complessiva riduzione del costo umano che veniva pagato nel tempo in cui la
pratica non era ancora legalizzata nel nostro paese.
4 – Coppie omosessuali e
genitorialità singola
27) L’omosessualità è una realtà documentata in
ogni epoca e in ogni tipo di società umana. Ogni generazione vi si trova
confrontata e ogni presa di posizione è sempre culturalmente situata. Oggi noi
possiamo assumere una posizione di apertura e di rispetto per gli omosessuali,
liberandoci da molti preconcetti che hanno provocato inumane discriminazioni.
28) Le ricerche sull’omosessualità hanno ormai
superato l’idea che le radici primarie dell’orientamento omosessuale possano
essere attribuite a forme di malattia psichica e pur non essendo oggi
dimostrabile scientificamente una predisposizione genetica, vi è largo consenso
sul fatto che l’omosessualità non sia una scelta, quanto piuttosto una
condizione esistenziale che si impone come dato oggettivo a un dato momento
della vita.
29) Il riconoscimento dell’omosessualità come
condizione esistenziale mette in questione sia la pretesa terapeutica, sia il
concetto di pratica sessuale "contronatura". Da un punto di vista
etico ciò rivela l’incoerenza di chi riconosce da un lato la tendenza innata
dell’omosessualità, e dall’altro giudica amorale l’incontro amoroso
omosessuale, proponendo la castità come soluzione cristiana al problema. Noi
riteniamo di doverci situare oltre questa contraddizione, pur convinti che un
atteggiamento di non giudizio richieda l’interrogazione critica e
l’individuazione di vere e proprie patologie, in campo omosessuale come in
quello eterosessuale. In particolare ci sembra debba essere riconosciuta e
valutata l’influenza dei metodi educativi dell’affettività nei loro diversi
riferimenti (soprattutto relazione con la madre).
30) Siamo convinti che numerose forme di emarginazione
a cui gli omosessuali sono sottoposti possano essere superate con un’opportuna
legislazione che eviti gli aspetti discriminatori ancora esistenti sul piano
sociale. Siamo favorevoli a una regolamentazione legislativa che riconosca la
coppia omosessuale e ne garantisca la convivenza stabile. Aspettiamo dal nostro
Parlamento, in tempi brevi, questa iniziativa raccomandata dal Parlamento
europeo e la incoraggiamo.
31) Non crediamo invece che abbia senso l’estensione
del concetto di famiglia alla coppia omosessuale; la famiglia umana, pur con
tutte le sue anomalie, si costruisce a partire da una relazione amorosa
eterosessuale. E non basta dire, cosa vera, che numerose famiglie eterosessuali
sono incapaci di realizzare un’autentica relazione di coppia, per inficiare
alla base quella relazione strutturante che in essa si può realizzare.
Di conseguenza non condividiamo la superficialità con cui si guarda oggi alla
genitorialità singola (single parenthood) o alla possibilità di adozioni da
parte di coppie omosessuali. È certo che il desiderio umano di educare un
figlio è forte anche nelle coppie omosessuali e nei singoli. Non siamo però
favorevoli a una legge che istituisca una parità di diritti di adozioni tra
coppie omosessuali ed eterosessuali. Così come non crediamo che si debba
mantenere o istituire un principio che lo vieti in modo assoluto. Siamo invece
favorevoli a valutare queste possibilità caso per caso. Ciò che è
prioritario, determinante, ciò che viene prima di ogni desiderio umano di
adozione, è il rispetto dei diritti del bambino che ha bisogno di riferimenti
forti nella direzione simbolica della paternità e della maternità. E anche
qui, il fatto che numerose famiglie eterosessuali siano incapaci di trasmettere
un’educazione corretta ai propri figli non può essere invocato come elemento
decisivo per abbattere ogni differenziazione.
32) Né ci sembra, infine, di poter raccomandare la
possibilità, rivendicata da numerose lesbiche, dell’inseminazione artificiale
medicalmente assistita.
33) Sul piano ecclesiale ci dobbiamo liberare dai
vecchi stereotipi di una cultura che ha espresso un duro giudizio
sull’omosessualità. I testi biblici vanno letti nell’intelligenza della
cultura di cui sono figli; noi leggiamo oggi la Bibbia con l’intelligenza
dello Spirito, nella situazione culturale moderna, con gli strumenti conoscitivi
che sono i nostri e di cui portiamo la responsabilità. Riconoscere la realtà
dell’amore omosessuale, fatto indubbiamente perturbante, significa, noi
crediamo, prendere atto di quella parte di "mistero" inerente al fatto
omosessuale e che le nostre conoscenze umane non sono oggi in grado di spiegare.
Non dobbiamo però dimenticare che il criterio di appartenenza a una comunità
cristiana è il criterio della fede e non un altro.
34) Siamo anche favorevoli a "forme di
benedizione" per le coppie omosessuali cristiane che ne facciano richiesta
e al loro inserimento come coppia nella comunità cristiana.
35) La sessualità umana non è però un mero fatto
biologico, ma porta in sé anche una dimensione simbolica della vita. E su
questo piano simbolico i riferimenti alla differenza e all’alterità di ogni
singola persona, nel suo genere specifico, non possono essere confusi o
considerati indifferenti. Crediamo che la dimensione simbolica a cui
l’eterosessualità rinvia, debba restare il punto di riferimento fondamentale
della vita e della cultura umana.
5 – Controllo delle nascite e
contraccezione
36) Sin dal XVIII secolo e prima ancora
dell’intervento della medicina moderna è iniziata, nei paesi sviluppati, la
curva discendente della natalità, corrispondente alla progressiva diminuzione
della mortalità infantile. Per far crescere due o tre figli non sono più
necessarie dieci gravidanze. L’assillo non è più costituito
dall’estinzione della specie umana ma dal controllo della sua crescita.
37) In seguito ai progressi della medicina, l’eccesso
delle nascite fa crescere la popolazione mondiale di circa un milione di
individui ogni cinque giorni. La crescita ha proporzioni tali da scatenare in
breve tempo una serie di tragiche conseguenze, già presenti nei paesi più
poveri. Soltanto con irresponsabilità si può sostenere in tali circostanze una
crescita incontrollata della popolazione in base a un astratto principio di
vita, mentre in realtà si condannano alla morte precoce milioni di esseri
umani. D’altro canto le tragedie del Terzo Mondo hanno le loro radici nel
Primo Mondo, nell’egoismo della nostra cultura e nella sua mancanza di
responsabilità etica civile e religiosa.
38) Oggi esistono diversi metodi contraccettivi in
grado di arrestare la riproduzione non desiderata della specie umana; essi fanno
parte della nostra cultura e offrono ad ogni coppia la possibilità di una
responsabile e libera pianificazione familiare. È ciò che oggi avviene in
tutti i paesi sviluppati, al di là di ogni distinzione religiosa; per certe
culture il controllo delle nascite e l’uso di contraccettivi fa parte della
educazione ricevuta, mentre in altre è una pratica ormai consolidata, anche in
contrasto con le prescrizioni religiose ufficiali.
6 – Prevenzione
39) La prevenzione è costituita da un complesso di
attività, solo in parte di tipo sanitario, finalizzate a evitare la comparsa di
una vasta gamma di malattie e, più in generale, a promuovere la salute umana
intesa come benessere fisico e psicosociale. Da un punto di vista storico, si può
constatare come molti successi della prevenzione siano stati conseguenza
indiretta del progresso scientifico e sociale e dell’affermazione dei diritti
umani (diffusione dell’istruzione, miglioramento delle condizioni di vita e
del lavoro, evoluzione della società in senso democratico).
40) Numerose questioni etiche sono sottese alla
progettazione e all’attuazione di diverse tipologie di interventi preventivi.
41) In primo luogo, i modelli di salute che vengono
perseguiti sono largamente determinati da considerazioni extrascientifiche,
espressione dei valori condivisi dalle comunità nelle quali sono stati
elaborati; l’esplicitazione di tali valori si rende di regola necessaria per
definire obiettivi e procedure della prevenzione
42) In secondo luogo, vi è una specifica problematica
etica legata al rapporto fra produzione di conoscenze scientifiche sulle cause
delle malattie e adozione di misure preventive. Vi è, nella fattispecie, la
necessità di definire quando si sappia abbastanza su un certo argomento per
avviare azioni preventive efficaci e tempestive. Un caso particolare riguarda
l’identificazione di soggetti che, per il loro patrimonio genetico, hanno un
rischio accresciuto di contrarre un dato tumore. Se l’identificazione precoce
di tale tumore incide sfavorevolmente sulla sopravvivenza e/o sulla qualità
della vita, il fatto di disporre di questo tipo di informazione e di
comunicazione richiede un’attenta valutazione di tipo etico.
43) Vi è inoltre la questione della limitatezza delle
risorse, per cui si rende necessario formulare valutazioni di priorità sulle
iniziative di prevenzione da intraprendere. Questo implica effettuare delle
scelte sulle fasce di popolazione da tutelare maggiormente (sia all’interno
della comunità nazionale, sia con riferimento alle realtà più svantaggiate a
livello internazionale), e stabilire in che misura i costi della prevenzione si
debbano rapportare ai costi dell’assistenza sanitaria. In generale, le spese
per la prevenzione rappresentano pochi punti percentuali della spesa sanitaria
complessiva, anche perché i benefici sono spesso differiti nel tempo e
difficili da percepire per il singolo soggetto, il che significa una bassa
priorità in sede politica.
44) Va infine rilevato come molte iniziative di
prevenzione prefigurino un conflitto tra la tutela della salute collettiva e la
salvaguardia di interessi economici particolari. La composizione di tali
conflitti richiede un’attenta valutazione alla luce dei tradizionali principi
dell’etica, quali beneficenza, giustizia distributiva, autonoma decisionale e
veridicità, con riferimento agli specifici contesti in esame.
45) Appare chiaro come, su questi temi, possa venire
dalle chiese uno stimolo al mutamento degli atteggiamenti individuali e
all’avvio di processi di crescita collettiva: in particolare
– è opportuno che le chiese concorrano alla diffusione di una sensibilità
finalizzata alla promozione della salute, intesa come bene primario del singolo
e come opportunità da assicurare a tutti. Tale compito richiede sia una
riflessione teologica, sia una capillare attività di tipo educativo;
– è opportuno che le chiese contribuiscano a formare un’opinione pubblica
capace di esprimersi in merito ai complessi processi decisionali attinenti alla
tutela della salute collettiva. È infatti chiaro che le decisioni assunte dalle
autorità sanitarie nazionali e le indicazioni formulate dalle autorità
sovranazionali, pur poggiando su elementi tecnici, rappresentano momenti di
mediazione fra interessi specifici. Solo un’opinione pubblica informata e
portatrice di valori esplicitati con chiarezza può contribuire a indirizzare i
processi decisionali nella direzione della tutela della collettività.
7 – Rischi ambientali
46) L’etica ambientale, così come si è delineata a
partire orientativamente dagli anni ’70, ha come questione centrale la
definizione del dovere morale della specie umana nei confronti delle altre forme
viventi e dell’ambiente nel suo complesso. L’esigenza di non infliggere
sofferenza ad alcuna forma di vita nasce dal riconoscimento di una capacità di
sentire propria di forme di vita anche apparentemente "inferiori"
nella scala evolutiva; a questa istanza si unisce un senso di
"simpatia" esteso anche alle componenti non viventi dell’ecosistema,
in quanto vi è la consapevolezza della profonda interdipendenza fra l’umanità
e tutti i costituenti dell’ambiente.
47) L’etica ambientale, pur non partendo da premesse
antropocentriche, perviene spesso a forme più o meno temperate di
antropocentrismo, anche perché risulta assai problematico stabilire quale sia
il bene da perseguire per l’ambiente nel suo complesso, se si prescinde del
tutto dal punto di vista umano. Ha contribuito al superamento dell’antinomia
fra etiche ambientali antropocentriche e non antropocentriche l’accresciuta
consapevolezza delle connessioni fra integrità ambientale e salvaguardia della
salute umana.
48) In questo quadro si sta affermando un approccio
etico che prevede come regola generale il rispetto della natura, con eccezioni
qualora siano messi in discussione diritti umani primari come la sopravvivenza e
la salute. La tutela dell’integrità ambientale deve invece avere la
precedenza su altri tipi di diritti umani, come la proprietà e l’accumulo di
ricchezze, anche perché il danno ambientale può rappresentare una minaccia per
la stessa sopravvivenza dell’umanità.
Consegue da questa impostazione una spiccata attenzione per tutte le questioni
connesse all’equità intesa come uguale opportunità di fruizione di risorse
da parte di cittadini di una nazione, fra nazioni, fra generazioni. Un approccio
etico di questo tipo poggia su valori quali giustizia, solidarietà,
condivisione e responsabilità.
49) Un primo compito delle chiese è l’elaborazione
di una riflessione teologica che chiarisca il ruolo dell’essere umano nella
natura non in termini di dominio, ma di "partnership", anche
valorizzando filoni teologici tradizionalmente "minoritari", da
Francesco d’Assisi ad Albert Schweitzer.
50) Un altro contributo che le chiese possono fornire
riguarda la formazione di un’opinione pubblica attenta alla "sostenibilità
ecologica" così come prospettata dal Consiglio ecumenico fin dagli anni
Settanta. A fronte dell’estrema specializzazione del dibattito tecnico su una
serie di aspetti della crisi ecologica, è infatti importante che l’opinione
pubblica spinga i governi ad adottare politiche globali tese a salvaguardare
l’ambiente e, implicitamente, la sopravvivenza umana.
51) L’adozione di un modello di sviluppo che tenga
conto delle compatibilità ambientali richiede quindi l’individuazione di
valori dei quali le chiese sono tradizionalmente portatrici e che possono
offrire alla società, svolgendo un’azione anticipatrice. Questo può
rappresentare un aspetto saliente della testimonianza nel nostro tempo, rispetto
al quale si possono verificare significative convergenze ecumeniche e
interreligiose.
8 – Parità di accesso alle
cure.
Etica professionale del medico
52) L’accesso alle cure e alla salute viene
considerato dalla Costituzione italiana (art. 32) come "fondamentale
diritto dell’individuo e interesse della collettività". Resta il
problema di come si possano stabilire delle priorità nella destinazione delle
risorse per la sanità, che sono divenute scarse per diversi motivi: complessità
e costi crescenti delle tecnologie, invecchiamento della popolazione, maggior
domanda di salute da parte dei cittadini.
53) Per tutti i paesi afflitti da povertà e scarsità
di risorse (dove cioè la prima causa di malattia è la povertà), si pone
addirittura la questione immediata delle condizioni igienico-alimentari
fondamentali per la sopravvivenza prima ancora della disponibilità di terapie
efficaci per allontanare alcune malattie: paradossalmente per alcuni il
"diritto" certo è quello di morire prima ancora di ammalarsi. Non
possiamo esimerci dal rilevare con sdegno e riprovazione come gli stati
economicamente più sviluppati siano in prima fila anche per quel che concerne
le spese destinate a scopi bellici, sicché le risorse impiegate per la morte
sopravanzano di molto quelle dedicate a proteggere la vita.
54) Questa è la prima e la più grande delle iniquità:
l’ineguale distribuzione mondiale delle risorse. Esiste poi, all’interno di
ogni organizzazione statale (quale che sia la disponibilità economica) il
problema di stabilire un criterio di eguaglianza di tutti gli individui rispetto
alle possibilità di accesso alle migliori conoscenze scientifiche in termini di
erogazione di prestazioni (preventive, curative, di recupero). Ciò dipende
sicuramente da molte variabili: come stabilire l’accesso? chi finanzia? quale
ruolo per lo stato e per le organizzazioni private (assicurazioni per la
salute)? può essere giustificato il criterio profit da parte di chi eroga le
prestazioni? Esistono inoltre delle difficoltà come l’impreparazione e la
mancanza di collegamento tra gli enti deputati a fornire le prestazioni.
55) D’altra parte si assiste ora all’inizio di un
cambiamento di costume nei rapporti tra medico e paziente, che a nostro parere
merita considerazione e incoraggiamento. Le conoscenze scientifiche migliori
devono tener conto della soggettività della persona a cui sono dirette nella
pratica medica. In altre parole si impone ai tecnici una sorta di sollecitudine,
di care (aver cura, non semplicemente "curare") che diventa poi un
metodo di lavoro: diminuisce un poco l’importanza di ciò che si fa (ogni
possibilità tecnica ha il suo limite), mentre acquista importanza il come lo si
fa.
È l’affacciarsi nel mondo scientifico di una concezione inconsueta (nei paesi
anglosassoni si parla di "agape" e di "amore fraterno",
brotherly love) che potrebbe tradursi in un cambiamento sostanziale del rapporto
medico-paziente. È quotidiana constatazione che le migliori conoscenze tecniche
non rendono automaticamente i tecnici capaci di essere graditi ai propri
pazienti. Un coinvolgimento empatico di tecnici e pazienti sembra essere una
tappa ineludibile nella costruzione di un servizio sanitario che abbia a suo
fondamento l’equità e la solidarietà.
9 – Trapianto di organi
56) Si dovrebbe innanzitutto distinguere tra gli organi
dotati di una specifica autonomia funzionale e quindi trapiantabili come tali in
un altro corpo e i componenti privi di autonomia funzionale come le cellule, i
tessuti, le proteine, gli ormoni, il Dna. Gli organi non subiscono attività di
trasformazione: essi passano dal proprietario originario al destinatario del
trapianto. I componenti, essendo invece privi di autonomia funzionale, sono per
lo più trasformati e modificati dal lavoro umano, e solo così essi divengono
utilizzabili.
57) La fase intermedia di passaggio tra chi (vivente o
cadavere) cede l’organo o il componente può comportare problemi di custodia e
di conservazione: essa può svolgersi al di fuori degli interessi immediati di
chi cede e di chi riceve, e può essere gestita da società con criteri
meramente utilitaristici e imprenditoriali (imprese farmaceutiche, strutture
ospedaliere, centri di ricerca). In altre parole i componenti o gli organi del
corpo possono diventare fonte di profitto per chi gestisce la fase intermedia di
passaggio; salvo scaricare i costi del trasferimento sugli
"utilizzatori" finali o sulla collettività.
58) Per alcuni, poi, il problema non è quello della
proprietà del corpo umano, ma quello della trasferibilità delle sue parti: con
quali regole, a quali condizioni e con quali limiti organi e componenti del
corpo umano possono essere prelevati, trasferiti, utilizzati, trapiantati? Anche
il principio della donazione (da vivente e da cadavere) su cui si basa il
sistema attuale di trasferimento di organi e componenti nella maggior parte dei
paesi occidentali non è immune da critiche; alcuni infatti giustificano la
"compravendita" di organi e di componenti con la libertà di disporre
del proprio corpo e del diritto di proprietà; da altri questo viene considerato
all’opposto manifestazione di contrattualismo individualistico che nega ogni
concetto di solidarietà.
59) Se un criterio orientativo deve essere posto, noi
riteniamo che esso vada individuato nella prospettiva del "dono di
organi". La promozione di una cultura e di un’educazione al dono è in
grado di contrastare efficacemente il commercio del corpo umano e gli abusi e
gli atti criminali che vi possono esser connessi. È la cultura del
"dono" che l’etica (cristiana e non) può e deve incoraggiare in un
tempo in cui si calcola che il trapianto di organi costituirà, nell’anno
2000, circa il 50% degli interventi chirurgici effettuati sui bambini.
60) Infine vi è, nel nostro paese, una questione
legislativa e di informazione. Abbiamo bisogno di una nuova legge e di
un’informazione capillare fra la gente. La vecchia legge del 1975 è da lungo
tempo superata e non ha mai avuto un’adeguata informazione. Ora, in seguito
all’approvazione della legge del 1993 sull’accertamento e la certificazione
della morte (la morte di un individuo coincide con la morte del suo cervello),
si fa sentire l’urgenza di una nuova legge che consenta il prelievo (da
cadavere) di organi, tessuti e cellule là dove esiste il consenso o la non
opposizione del cittadino.
Su questo terreno crediamo che le chiese cristiane abbiano una responsabilità
specifica da esercitare: favorire la cultura del dono e una corretta
informazione.
10 – Malati inguaribili e cure
palliative
61) Il concetto di cure palliative è ancora poco
conosciuto e spesso frainteso. In tutte le lingue moderne lo si fa derivare dal
latino pallium, mantello; esso intende trasmettere l’idea della protezione,
della "copertura" della persona inguaribile.
62) Le cure palliative rivestono oggi una grande
importanza per l’umanizzazione della medicina e del rispetto della vita dei
malati inguaribili. La medicina moderna appare spesso come scissa in due
orientamenti fondamentali: l’uno, di tipo scientifico-tecnologico (con tutte
le sue specializzazioni), interessato essenzialmente a combattere e sconfiggere
la malattia; l’altro, di ispirazione umanistico-filosofica, cerca invece di
attirare l’attenzione sulla persona del malato e di curarlo anche quando sa di
non poter vincere il male che lo affligge. Queste due anime della medicina
moderna non sono da contrapporre: esse evidenziano piuttosto orientamenti e
interessi diversi. La medicina palliativa viene ad assumere un significato
simbolico di rilievo a diversi livelli:
a) mette in luce l’illusione di una medicina unilateralmente orientata
alla guarigione della persona. Una certa visione della scienza medica che ha la
tendenza a considerarsi "onnipotente" viene ricondotta al principio di
realtà e confrontata con il volto umano della medicina come scienza umana,
anch’essa limitata e parziale, fallibile, impotente di fronte al dramma della
morte e del limite temporale dell’esistenza;
b) permette di focalizzare l’attenzione sulla persona del malato
inguaribile e di considerarlo come soggetto terapeutico. Si viene così a
praticare una medicina della persona in cui la terapia non è più imposta al
malato dall’alto, ma concordata col medico e con l’infermiere. Il malato è
considerato soggetto etico della terapia;
c) la medicina palliativa, infine, impone una rivisitazione critica
dell’impostazione e dell’articolazione complessiva del sistema sanitario
dominante.
63) Assumendo il principio dell’autodeterminazione
del malato come valore etico imprescindibile, la medicina palliativa pone fine
all’accanimento terapeutico e combatte la tendenza della medicina curativa che
si arrende e abbandona il malato quando verifica che da un punto di vista
medico-scientifico "non c’è più nulla da fare".
64) Proprio perché la medicina palliativa non ha alcun
potere di intervento sulla "quantità" della vita, si sforza di dare
"qualità" alla vita che ancora resta. Rientra pienamente nella
prospettiva della qualità della vita la somministrazione di farmaci con alto
potere sedativo e analgesico, i quali sono in grado di tenere sotto controllo il
dolore.
65) Siamo anche convinti che, nell’ambito delle
strutture tanto pubbliche quanto private, occorra fare ogni sforzo per trovare
spazi alternativi alla clinica e all’ospedale al fine di venire incontro ai
bisogni reali dei malati inguaribili. Gli "ospizi" e le cure
domiciliari richiedono una cooperazione tra famiglia ed équipe curative di non
facile realizzazione, ma gli esperimenti in corso in numerosi paesi dimostrano
che è questa la strada da seguire. Opportunamente organizzata, questa
alternativa è in grado di abbattere i costi sociali dell’assistenza e di fare
spazio alle offerte di collaborazione volontaria.
66) La medicina palliativa richiede un’intensa
assistenza spirituale di cui deve essere responsabile l’intera équipe
curativa: è nell’ambito di questa rete di collaborazione interdisciplinare
che si situa oggi la figura del cappellano, con la sua specifica formazione
all’accompagnamento pastorale.
11 – Eutanasia
67) Affrontare il problema dell’eutanasia significa
anche riflettere sul modo in cui nella nostra società si affronta la malattia
terminale, inguaribile, sul come viene vista e accettata la morte, sul ruolo che
la medicina tecnologicamente sofisticata svolge nel modificare la storia della
malattia.
68) Innanzitutto, è importante rilevare che le
problematiche sollevate dalla proposta di accettare come lecita l’eutanasia
intesa come il porre termine alla vita di un ammalato prima della sua fine
"naturale", non sono una prerogativa del nostro tempo. La civiltà
greca affronta il dibattito, accettando anche il suicidio nella fase terminale.
D’altro canto, proprio al greco Ippocrate e al suo divieto per il medico di
nuocere al paziente ci si richiama quando si vuole negare la liceità
dall’eutanasia. Presso altri popoli presero di volta in volta il sopravvento
posizioni contrastanti, a favore del lasciarsi morire o dell’accelerare la
morte, oppure dalla strenua difesa della vita sino all’ultimo.
69) Il fatto quindi che non si sia mai raggiunta una
risposta definitiva, dovrebbe indurre a diffidare delle soluzioni di certezza.
È comunque innegabile che mai come oggi i conflitti etici sono stati così
aspri e laceranti: le possibilità dalla medicina di modificare e condizionare
la nostra vita sono enormemente aumentate, generando situazioni e aspettative
del tutto nuove. Inoltre nuove malattie, come l’Aids, si vanno rapidamente
diffondendo, creando paure, emarginazioni, ansie del tutto sconosciute un tempo.
70) Se prendiamo ad esempio il problema del cancro, che
è la patologia che più spesso "produce" malati terminali, bisogna
ricordare che le possibilità di cure chirurgiche, radioterapiche e
chemioterapiche prolungano spesso di alcuni mesi o anni la vita degli ammalati:
questo rinvio della morte genera tuttavia spesso sofferenze intollerabili. La
stesse terapie sono di per se stesse origine e causa di effetti collaterali
devastatori. D’altro lato l’impiego di questi mezzi ha consentito in alcuni
casi anche la guarigione dai tumori; in ogni caso bisogna fare i conti con
questa situazione, negarne l’importanza non serve a nessuno.
71) I malati di Aids vanno spesso incontro a infezioni
opportunistiche che, se non curate, causano una morte rapida che spesso avviene
in un pietoso stato di coma; il trattamento con potenti antibiotici
"salva" spesso la vita al paziente, prolungando nel tempo sofferenze
ed emarginazione.
72) Le tecniche di rianimazione consentono di tenere in
uno stato vegetativo persone colpite da eventi gravissimi che pochi anni fa ne
avrebbero causato la morte immediata; inevitabilmente, in tali casi, nasce il
problema dell’eticità del mantenere questo stato vegetativo oppure dello
"staccare la spina".
73) Tutto questo non implica alcun giudizio di merito
sugli interventi medici quando essi sono compiuti nel rispetto delle regole di
buona pratica clinica ed evitano l’accanimento terapeutico, ma resta la
fondamentale questione di trovare una risposta alle domande poste dalle persone
che si trovano in questa situazione, dai loro familiari, dai medici stessi.
74) A parte le più sottili distinzioni tracciabili, di
fronte a un ammalato terminale sofferente in maniera intollerabile il medico può
limitarsi a sospendere ogni cura: la cosiddetta "eutanasia passiva";
oppure può agire attivamente per accelerare la morte: l’"eutanasia
attiva". Esiste anche la possibilità che il malato si procuri da solo la
morte con l’aiuto del medico: il suicidio "assistito".
75) Molti medici e moralisti accettano l’eutanasia
passiva, considerandola come "naturale", mentre rifiutano quella
attiva, vista come un’inaccettabile violazione della sacralità dalla vita.
Questa distinzione sfuma molto se si tiene conto che oggi in nessun caso
l’evoluzione di un processo patologico può essere considerata naturale,
essendo profondamente condizionata e manipolata da una serie da interventi
medici: il malato terminale è perciò profondamente condizionato da quanto è
stato fatto nel periodo precedente della malattia, al punto che la richiesta di
porre fine alla vita può essere considerata come un estremo atto di libertà da
parte del paziente.
76) Considerando la questione della "sacralità
della vita" che, come si è già ricordato, costituisce un argomento forte
portato da chi si oppone all’eutanasia, pare necessario affermare con
decisione che la vita stessa non può essere considerata un semplice fatto
biologico identificabile esclusivamente con l’esistenza; occorre distinguere
fra la vita biologica, intesa come semplice sequenza di fatti vegetativi, e vita
biografica, intesa invece come consapevolezza dall’esistere e come somma ed
elaborazione di esperienze. Del resto, non si può negare che esistano delle
circostanze in cui si accetta che la vita possa essere troncata; si vedano ad
esempio le guerre difensive e l’autodifesa. Possono perciò darsi dei casi in
cui l’adesione a principi assoluti debba essere messa in discussione in favore
di altri diritti non trascurabili.
77) Un altro argomento a sostegno della negazione
dell’eutanasia è rappresentato dal timore che, una volta accettato il
principio della non punibilità, si possa giungere ad abusi fino al punto di
sostituire le cure palliative con l’eutanasia. Vi sarebbe poi il rischio del
diffondersi di una cultura che tenda a sopprimere i deboli, gli emarginati, i
sofferenti, magari generando la richiesta di morte nello stesso soggetto.
78) A questi argomenti è doveroso rispondere che il
timore di trovarci su un piano sdrucciolevole (slippery slope) dovrebbe se mai
stimolarci a elaborare delle regole precise e accettate dalla maggioranza,
piuttosto che a negare assolutisticamente l’esistenza del problema.
79) Di fronte a una richiesta di eutanasia e di
assistenza al suicidio è evidente il conflitto che nasce nella coscienza del
medico, il quale da un lato è stimolato a fare ciò che l’ammalato gli
chiede, quando tutti i suoi tentativi di lenire le sofferenze sono falliti,
mentre dall’altro è tenuto dalla deontologia professionale a non compiere
alcun gesto che danneggi la vita del paziente.
L’esperienza olandese dimostra comunque che esiste una notevole sensibilità
da parte dei medici nell’accogliere le richieste dei pazienti terminali
incurabili: si dimostra così ancora che non esiste un valore assoluto chiamato
vita, da difendere e promuovere ad ogni costo anche quando la sofferenza è
inaccettabile e compromette la stessa dignità dell’individuo. C’è invece
il dovere del medico di fare tutto quanto è in suo potere per rendere degna di
questo nome la vita anche nei momenti finali dell’esistenza, accettando di
aiutare il suo paziente ad accelerare il trapasso quando tutte le altre armi
sono state esaurite.
12 – Orientamenti etici generali
80) Dopo aver così descritto molte situazioni etiche
relative ad alcuni dei temi più urgenti oggi sul tappeto, riteniamo opportuno
terminare con un riepilogo sull’impostazione etica cristiana e sulla sua
relazione con l’etica pubblica.
81) Dopo aver preso una decisione, o compiuto
un’azione, in cui si potesse riconoscere un obbiettivo contenuto di giustizia
o di carità, abbiamo spesso constatato di essere convinti del fatto che la
stessa identica decisione o azione avrebbe potuto essere presa o compiuta da
chiunque altro al nostro posto, lasciata da parte ogni distinzione religiosa o
culturale. Proprio in questo consiste, a nostro avviso, il valore etico delle
suddette azioni o decisioni. Che cosa caratterizza, allora, un’etica da un
punto di vista cristiano?
82) Il nostro assunto potrebbe articolarsi in una
distinzione di livelli. In tale distinzione l’annuncio evangelico costituisce,
come premessa, il fondamento di ogni altro discorso a cui corrisponde, sul piano
umano, l’etica. In tale annuncio è infatti riconoscibile un determinato
appello, che l’etica cristiana, in particolare, ha il compito di rendere
esplicito.
83) Il rapporto tra Evangelo e etica va tuttavia
liberato da alcune false impostazioni.
84) Tale rapporto non va concepito come
autorealizzazione di un soggetto etico, il quale immediatamente farebbe
coincidere il proprio fine con l’Evangelo stesso, identificandovisi. Ne
risulterebbe che l’enunciato della verità evangelica si confonderebbe con i
fini del soggetto etico medesimo. L’annuncio evangelico non è sostituibile,
come alcuni sembrano ritenere, con la costituzione di una personalità etica.
85) D’altra parte l’annuncio evangelico non si
traduce, come altri ritengono, in "orientamenti" o in norme che
potrebbero prenderne il posto. L’annuncio evangelico resta una realtà
autonoma, non traducibile in realizzazioni umane.
86) Inoltre l’etica cristiana non si prefigge di
elaborare norme di appartenenza a una comunità religiosa che identifica se
stessa come gruppo etico e che, sulla base di regole stabilite al suo interno,
sarebbe tentata di far valere nei rapporti pubblici le stesse regole, secondo un
modello che oggi viene talvolta denominato "fondamentalista".
87) Nel campo dell’umano occorre invece mirare
esplicitamente e fin dall’inizio a promuovere la vita sociale privata e
pubblica mediante modelli di comportamento e leggi statali, il cui compito sia
quello di istituire e migliorare la comune convivenza e diritti o doveri
universali.
88) È appunto questo il compito che noi attribuiamo al
livello etico del nostro discorso. Le norme che ci possiamo dare quali esseri
umani devono avere un carattere pubblico, confrontabile con esigenze di
carattere pragmatico ed empirico, e non devono esser considerate l’espressione
di un legame metafisico con qualche verità pretesamente ultima, alla quale
verrebbe data traduzione pratica mediante norme a carattere etico. È infatti su
un altro piano e a un altro livello che noi abbiamo già precedentemente
considerato quella che potrebbe essere una verità "fondante", e
l’abbiamo caratterizzata inequivocabilmente come annuncio e come libertà, che
non può esser tradotta in norme, se non quelle "umane" che abbiamo
richiamato, da tutti condivisibili e da tutti controllabili o criticabili.
89) Ci sembra perciò doveroso prendere le distanze
anche da quelle posizioni che, confondendo tutto, dichiarano che la legge
pubblica avrebbe il compito di garantire alle comunità di culto il
"diritto" di modellare la propria vita privata o pubblica secondo le
proprie norme religiose, al di là di quel che costituisce comune norma civile.
Tale prospettiva non rientra nel nostro schema né può rientrarvi.
90) Dopo questi enunciati generali sul modello etico
che noi proponiamo, è necessario passare a qualche motivo di fondo della nostra
etica. Se l’annuncio evangelico contiene un determinato appello, è doveroso
tentare di rendere esplicito quest’ultimo delineando in concreto delle linee
di condotta. Questo non significa, come abbiamo appena detto, rendere la fede
obiettivamente riscontrabile in un’etica, col rischio di porre leggi religiose
a sé o ad altri; significa, all’opposto, esplicitati i propri principi,
tendere a un consenso umano non tanto su principi ultimi quanto su attuazioni
pratiche.
91) Le basi di tale consenso, espresse nei termini di
una teologia cristiana e quindi di un’etica cristiana, sono le seguenti:
a) un principio positivo;
b)un principio critico;
c) un principio di relazione.
92) Un principio positivo: carattere ottimistico ed
evolutivo della vita, tendente al miglioramento delle condizioni generali.
L’idea di vita come possibilità etica, come contenuto a cui vale la pena
aderire.
93) Un principio critico: considerando la natura umana
nella sua limitatezza (limitatezza, sulla quale richiamano giustamente la nostra
attenzione alcune filosofie contemporanee), esercitare la disponibilità a
sottoporre a revisione e a verifica ogni decisione presa.
Il carattere critico dell’esistenza umana dovrebbe esser messo in evidenza a
questo punto del nostro discorso. La vita umana non contiene una verità
evidente. Molto spesso si tratta di scegliere tra due mali e di progredire
tenendo presenti esigenze diverse e talora opposte. Il progresso della scienza
potrebbe per esempio essere messo a confronto con il rispetto dei diritti
riconosciuti alle persone, e questi ultimi ne potrebbero risultare
temporaneamente limitati, così come avviene normalmente in ogni campo della
vita sociale.
Nessuna decisione etica metterà al riparo da possibili eterogenee conseguenze,
che dovranno a loro volta essere riesaminate e affrontate.
94) In terzo luogo abbiamo detto un principio di
relazione, vale a dire un ordine di reciprocità, di giustizia e di eguaglianza
alla base di ogni rapporto. È qui il caso di richiamare una serie di valori, a
cui si è fatto cenno in diversi paragrafi del documento, appartenenti al
bagaglio più autentico delle chiese, quali la responsabilità, l’equità e la
tutela dei soggetti meno favoriti.
95) Gli studi etici si sono attualmente moltiplicati e
non possiamo qui entrare in discussione con l’etica filosofica generale. La
nostra proposta supera l’astratta contrapposizione tra "etica della
convinzione" ed "etica della responsabilità", come
l’opposizione tra "principialisti" e "consequenzialisti".
Può d’altronde essere stabilita una relazione con ogni etica umana, che sia
in armonia con i principi sopra enunciati. Tale consonanza dovrà essere cercata
soprattutto nelle sedi più particolari, in relazione all’esame di questioni
molto specifiche, dove difficilmente un’etica critica e un’etica cristiana
possono avere soluzioni enormemente differenti.
Roma, 17 giugno 1995
Il Gruppo di lavoro sui problemi etici
posti dalla scienza