
Forum "la questione
ambientale in Campania"
Di fronte alla “questione rifiuti”.
Verso una “nuova” riflessione
ecclesiale tra etica e pastorale
Pasquale Giustiniani
1. Con quali obiettivi e con quale metodo
Nella brochure-invito di un Seminario della
Conferenza episcopale italiana, tra l’altro, si legge: «Anche la comunità
ecclesiale viene spesso interpellata su un tema che tocca le vite di tante donne
e tanti uomini. È per questo che occorre una riflessione nuova, capace di
ponderare attentamente anche le forme che può assumere un intervento ecclesiale
su questioni così profondamente segnate da componenti di incertezza. In tale
contesto, infatti, si ha l’impressione che la stessa dottrina sociale della
Chiesa, più che come raccolta di soluzioni immediatamente viabili, vada
piuttosto valorizzata come preziosa fonte di principi interpretativi, per
orientare l’azione all’interno di una realtà complessa. Gli interrogativi etici
si intrecciano, insomma, con urgenze pastorali di notevole consistenza, nei
quali la fede cristiana e la sua attenzione per la salvaguardia del creato sono
chiamate a mostrare la propria capacità di illuminare situazioni complesse».
Si tratta non soltanto di una dichiarazione
d’intenti, ma di un vero e proprio reticolo concettuale, alla luce del
quale, mi sembra, si è posti in grado di far emergere anche quelli che
costituiscono altrettanti passaggi logici di una riflessione ecclesiale che
voglia proporsi ai credenti italiani come nuova preziosa fonte di principi
interpretativi nella gestione dei rifiuti.
In quanto “ecclesiale”, tale riflessione, ponendosi
in un orizzonte d’intersezione tra etica e pastorale, deve cercare di
valorizzare questo “reticolo”, non senza problematizzarlo ulteriormente, in
vista dell’obiettivo condiviso, che è appunto quello di tratteggiare linee di
possibili strategie tra etica e pastorale che la Chiesa - madre e maestra -
potrebbe offrire, anche attraverso qualche specifico “intervento”, alle realtà
diocesane e, in esse, soprattutto alle singole comunità parrocchiali nelle quali
operano e vivono i credenti i quali, posti di fronte alla “questione rifiuti”,
si vanno sempre più accorgendo di essere di fronte a tematiche segnate da forti
componenti di incertezza sia sul piano dell’analisi della situazione che su
quello delle strategie di “risoluzione”, in particolare se si tiene conto del
fatto che, accanto alla inevitabilità della gestione, si pone l’esigenza di
gestire il problema senza arrecare danni irreparabili a se stessi e,
particolarmente, al futuro del cosmo e al futuro dell’essere umano sul pianeta.
L’espressione “strategie pastorali”, d’altra parte,
richiama la correlazione tra gli interventi della comunità cristiana circa un
problema, che a volte sembra di “ipermetabolismo” della società consumistica e
tecnologica, quale è appunto quello dei rifiuti, e il “punto di vista” del Bel pastore, Gesù Cristo, da attingere non soltanto alla luce di eventuali
orientamenti biblici, patristici e della tradizione (peraltro mai posti in
maniera così problematica e, talvolta, drammatica, di fronte a questioni che
possono considerarsi ultramoderne e particolarmente acute nelle società
opulente occidentali). In questo senso, le Chiese che sono in Italia non possono
non adottare strategie etico-pastorali idonee ai problemi di volta in volta
emergenti perché questo è esigito dal dovere di raggiungere tutti-in-situazione mediante la Buona Notizia, com’è proprio del “Pastore
delle pecore” e di coloro che, come le Chiese, ne rappresentano il prolungamento
nella storia e nei luoghi. Ma qualunque strategia, dovendo, a sua volta,
correlarsi con il contesto, da esso deve assumere i bisogni, anzi di esso deve,
in qualche modo, presentire le principali linee di tendenza, soprattutto etiche.
Queste, oggi particolarmente, ricordano che non tutto è consumabile senza
residui e senza conseguenze, come mostrano a sufficienza i “residui” e i rifiuti
del consumismo avanzato, di cui diventa complessivamente problematica la
gestione o in termini di “smaltimento”, o di “custodia vigilata” (per i rifiuti
non degradabili e non riutilizzabili), o di raccolta, o di trasformazione in
vista del recupero, ri-uso e riciclo, o di trattamento ai fini della produzione
di risorse energetiche, o anche di trattamento di “materie prime seconde”
(piuttosto che di scarti), o anche di superamento di stati di illegalità
nell’occultamento di certi rifiuti. In questo senso, tra etica e pastorale
appunto, è necessario aver piena coscienza delle effettive, e diverse,
situazioni, per intraprendere vie nuove e sinergiche tra credenti e comunità
umane, le quali dovrebbero comunque essere convocate a uno “stato di dibattito”
in vista di un “consenso informato”. Tutto questo per porsi nelle condizione
idonee al superamento di timide soluzioni tracciate sulla scia di antiche
distinzioni di ambiti che, magari, suggerirebbero tutt’al più alla comunità
ecclesiale di trincerarsi soltanto dietro dei generici richiami ai grandi
valori, quali il senso di responsabilità da tenere di fronte al creato, oppure
l’appello ad un’idonea valutazione di sostenibilità prima di adottare tecnologie
e scelte industriali con forte, anche se ben calcolato, impatto ambientale. Ma
un semplice richiamo ai valori senza entrare nel merito delle concrete scelte
economiche, finanziarie, industriali (si pensi soltanto al trattamento del parco
veicolare che assilla i paesi occidentali) e politiche della società opulenta,
delle sue tecnologie avanzate e dei residui del suo modello di sviluppo,
soprattutto senza entrare nel merito dei modi e degli strumenti attraverso i
quali informare capillarmente la gente, non fungerebbe da coscienza critica
della collettività, attutendo la carica profetica del cristianesimo. Un siffatto
atteggiamento, inoltre, pur nel rispetto del criterio della diversità di
competenze tra esponenti della comunità ecclesiale e operatori della politica,
dell’amministrazione e delle scelte economiche, potrebbe comportare il rischio
di riperpetuare certi ritardi che hanno già fatto osservare ad alcuni che, alla
tradizione cattolica, difetterebbero le risorse etiche e culturali per mettere
in campo una solida etica ecologica, all’interno della quale offrire anche dei
“punti di vista” sui percorsi più idonei, oppure sulle forme socialmente più
efficaci per gestire situazioni che, per quanto riguarda in particolare i
rifiuti, assumono in alcune regioni italiane la forma dell’emergenza.
D’altra parte, le comunità parrocchiali sono oggi
particolarmente chiamate, in questo formidabile periodo socio-culturale,
caratterizzato da complessità e grandi trasformazioni strutturali e culturali, a
riqualificare in senso missionario il proprio volto, ovvero a portarsi su
delle frontiere non del tutto usuali che caratterizzano oggi la vita umana e che
richiedono dai credenti un “supplemento d’anima” o, se si preferisce, un vero e
proprio orientamento di senso. Una di queste frontiere è rappresentata
certamente dal dovere della salvaguardia del creato e, all’interno di esso,
della questione – oggi particolarmente controversa in alcune regioni,
soprattutto del Sud Italia, ma non solo del Sud – della gestione dei rifiuti.
Occorre, nella prospettiva assunta, anche accentuare
in uno dei possibili sensi lo stesso termine “Magistero”, da intendere non
soltanto, come pure è legittimo, quale insieme di enunciati dottrinali, o anche
come “deposito” di indicazioni autorevoli, già formulate e andate a convergere
particolarmente, per quanto riguarda il nostro tema, nel cosiddetto “pensiero
sociale” o anche “dottrina sociale” della Chiesa, bensì pure come forma
permanente di esercizio collegiale di una funzione etico-pastorale propria della
Chiesa - che si articola sia a livello gerarchico che a livello di comunione tra
gerarchia, laicato e persone di vita consacrata -. In questo senso, la Chiesa è
tutta magisteriale, ovvero è comunità che oggi viene chiamata “verso fuori”,
ovvero a uscire fuori dal tempio, per porsi sempre di più sulle frontiere del
vivere quotidiano e degli stili di vita, cioè è chiamata a soccorrere –
svolgendo, così, un vero e proprio compito materno (di cura) ed educativo (o di
ammaestramento) – i credenti e le persone di buona volontà, mediante la
definizione progressiva di grandi orientamenti e principi idonei a ispirare le
scelte morali dei singoli e le scelte di etica pubblica delle collettività in
ordine al nostro specifico problema. Una Chiesa che promuove un ordinario
stato di vigilanza delle coscienze sulla gestione ordinaria dei prodotti di
scarto, sulle materie prime “seconde” da riutilizzare, sui residui
(potenzialmente vantaggiosi) della collettività che li ha prodotti, sia ai
livelli industriali che urbani. Una Chiesa che esige delle comunità locali
stabilmente mobilitate per “prendersi cura” delle persone all’interno di un
determinato geosistema, nonché, all’interno di esse, per identificare gli opinion makers
in grado di diffondere adeguatamente determinate strategie.
Allorché, poi, la situazione diventasse straordinaria o di emergenza, questo
compito ordinario di cura diviene sicuramente più efficace se viene condotto con
serenità, non lasciandosi mai prendere da soluzioni frettolose, anche se magari
economicamente o industrialmente più vantaggiose, comunque operando per un
consenso informato dei cittadini, soprattutto dei “senza voce” e dei più deboli
del sistema geo-culturale.
2. Condizioni di possibilità per un intervento
ecclesiale di fronte a situazioni di emergenza nell’ambito della gestione dei
rifiuti
Negli ultimi tempi, diversi casi di cronaca sembrano
porre le Chiese di fronte a situazioni di emergenza, rispetto alle quali ci si
chiede quali siano le condizioni di possibilità di intervento, e a quali
livelli, se a livello della riduzione complessiva della produzione dei rifiuti,
oppure di questo o quel trattamento della quantità dei rifiuti già prodotti, o
anche delle tecnologie da adottare per la riqualificazione, o ancora della
“solidarietà” tra popolazioni nell’accogliere impianti, nonché del peso
tributario da caricare sui produttori dei rifiuti stessi... In merito, gli Orientamenti pastorali dei Vescovi italiani per il primo decennio del
Duemila, offrendo una peculiare rilettura pastorale del contesto socio-culturale
manifestano, tra l’altro, una sensibilità che, opportunamente accolta,
permetterebbe di muoversi abbastanza bene in questo terreno intricato, tra etica
e pastorale. Si legge testualmente negli Orientamenti: «Anche lo
sviluppo della scienza e della tecnica presenta aspetti positivi da cogliere e
valorizzare. L’uomo che si spinge avanti nelle vie del sapere scientifico si
trova di fronte a domande non di tipo tecnico, e tuttavia ineludibili, che
riguardano il fondamento e il senso dell’esistenza. […]. Prendiamo atto con
gioia anche dell’accresciuta sensibilità ai temi della salvaguardia del creato,
che indicano come gli uomini e le donne del nostro tempo se ne sentano in
qualche misura corresponsabili. Sarà importante, in avvenire, accogliere
maggiormente questa sensibilità, approfondendo la riflessione sui corretti
fondamenti del rapporto tra uomo e natura e cooperando con quanti sono
sinceramente preoccupati e impegnati per il futuro della terra. Come cristiani
siamo condotti a interrogarci sul contributo che possiamo dare alla comprensione
del cosmo, della vita, dell’uomo».
In
sostanza, il documento dei Vescovi rivendica un proprium che giustifichi
qualsivoglia intervento ecclesiale circa gli sviluppi di ciò che oggi viene
definito, con felice fusione dei due termini scienza e tecnica,
tecnoscienza - quasi una “seconda natura” prodotta dall’essere umano che si
fonde/confonde con la prima natura, data dall’ambiente e dall’ecosistema -. Da
questo proprium della Chiesa consegue, infatti, anche la sua titolarità
d’intervento, condotto dal “punto di vista di Dio in Cristo”, anche negli ambiti
degli attuali sviluppi scientifici e tecnologici, di cui i rifiuti sono,
insieme, un effetto e una concausa, soprattutto per quanto concerne gli aspetti
di riciclabilità e di produzione di nuova energia, nonché per quanto concerne
uno degli ambiti - nei suoi versanti di “pericolosità” o di attentato alla
salute del cosmo e dell’essere umano - del più ampio aspetto delle relazioni
profonde che collegano le creature umane al creato, relazioni da rileggere
sempre di più alla luce della rivelazione cristica, piuttosto che soltanto “creazionistica”,
come già si è ampiamente fatto.
A ben vedere, le domande vere e profonde della cultura
tecnoscientifica in corso non sono considerate dai Vescovi come scaturenti, in
ultima istanza, da un prevalente profilo di tipo tecnico e scientifico, bensì da
un profilo filosofico, speculativo, soprattutto etico, in quanto aventi a che
fare con il fondamento stesso ed il senso dell’esistenza umana. Alle perplessità
circa la titolarità della Chiesa a dire e comunicare anche la sua visione etica,
e per di più marcatamente orientata in senso teologico cristiano, in un ambito -
qual è quello tecnoscientifico ed ambientale -, che sembra un tipico “spazio
pubblico”, i Vescovi sembrano voler rispondere capovolgendo gli assi di
riferimento. Ne consegue che non si tratta di chiedersi se, in uno spazio per
definizione pubblico, ci sia posto anche per una comunicazione eticamente e
teologicamente marcata,
bensì di riconoscere in partenza la titolarità di una comunità, che di per sé è
“magistra vitae”, quindi autorizzata a dire anche la sua in un determinato
settore che coinvolge, più di quanto non si pensi, orientamenti di fondo e
scelte esistenziali e configura addirittura nuovi “diritti” da parte delle
future generazioni e del futuro stesso della terra e del cosmo. Proprio per
questo, tali problematiche umane richiedono, di per sé, l’apporto di riflessione
e il contributo del cristiani e, tra essi, dei Pastori i quali, insieme con i
loro fedeli, intendono, appunto, continuare a interrogarsi circa il contributo
da offrire in ordine alla corretta comprensione del cosmo, della tecnoscienza,
della scienza della vita e dell’essere umano nell’attuale trasformazione, ovvero
vogliono, in atteggiamento di missione, portarsi “verso fuori”, essere accanto
ai problemi quotidiani, rileggendo alla luce della fede cristiana le situazioni
e gli indirizzi che si vanno via via descrivendo nell’ambito della rivoluzione
tecnoscientifica in atto. Come a dire che la condizione di possibilità di una
parola sensata, da parte di una fonte ecclesiale, pronunciabile a proposito di
questo o quel problema di rilevanza tecnoscientifica, quindi anche ecologica e
ambientale, è sempre da ricollegare opportunamente al tema, anche biblico e
teologico, dei rapporti tra essere umano e natura ed al connesso tema, etico e
pastorale, della salvaguardia del creato e dei nuovi diritti dei futuri e della
terra.
Tuttavia, ci si può comunque chiedere: è soltanto questo
il titolo per il quale la comunità ecclesiale è abilitata a interessarsi della
questione dei rifiuti e degli altri temi connessi? C’è qualche ulteriore titolo
per cui il credente può sentire, come suo dovere prima facie, la
salvaguardia del creato, perseguibile anche attraverso una corretta gestione
(organizzativa, economica, tecnologica, sociale…) dei rifiuti? È del tutto
sufficiente il rinvio ad una peculiare relazione essere umano e natura per
stabilire una titolarità peculiare di un intervento che voglia davvero
rappresentarsi come “di parte” ecclesiale e cristianamente orientato su un
pianeta ormai a rischio?
Che si tratti non soltanto di domande retoriche, ma di esigenze provenienti, per
così dire, non soltanto dal punto di vista della dottrina di fede, ma anche “dal
basso”, cioè dalla gente e dai singoli, gli eventi di questi ultimi anni, per
esempio nel Sud dell’Italia e in Campania, stanno a confermarlo a sufficienza.
Del resto, la comunità ecclesiale viene oggi sempre più spesso interpellata,
quasi come ultima spiaggia di riferimento, in ordine ai problemi, non
soltanto tecnici, ma eco-antropici e sociali (e, talvolta, di ordine pubblico)
della gestione, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti. Certo questa
sorta di provocatio ad ecclesiam e al suo patrimonio di idee e valori,
arriva, almeno in alcuni territori, troppo tardi, come si è potuto verificare,
per esempio, nell’appello rivolto alla comunità ecclesiale soltanto nei momenti
estremi dell’ormai totale “inservibilità” delle pecore acerrane “alla diossina”,
coloritamente condotte, qualche anno fa, dai contadini dell’hinterland nolano in
“processione” davanti alla cattedrale di quella città nella quale, in anni non
ancora “sospetti” – si era alla fine degli anni Novanta del secolo XX – mons. A.
Ribaldi - allora in qualità di Presidente della Fondazione sant’Alfonso Maria
de’ Liguori -, lamentava già il mancato coinvolgimento delle popolazioni locali
nel dibattito, ormai ampiamente chiuso a livello di decisioni nazionale e
regionale, sulla realizzazione di ciò che a quei tempi era identificato come un
“inceneritore”. Troppo tardi, come si è potuto altresì verificare, ancora
in Campania o in Calabria o in Puglia,
nei momenti di occupazione di discariche o di blocco di siti sui quali erano
stati già deliberati e appaltati lavori per l’insediamento di impianti di
termovalorizzazione. Momenti nel corso dei quali viene, ogni tanto, proposto, al
singolo ministro ecclesiastico oppure alla comunità cristiana nel suo insieme,
di solidarizzare con i manifestanti o gli occupanti, oppure di aderire alle
motivazioni ideali poste a monte di siffatti gesti d’interdizione rispetto a
scelte politico-amministrative già compiute nelle sedi deputate. O ancora, troppo tardi, come verificatosi tragicamente nel territorio di Campagna, in
provincia di Salerno, alla fine del mese di febbraio 2005, laddove la comunità
credente è stata chiamata in causa per celebrare il funerale di una persona
morta nel corso dell’occupazione autostradale, promossa dai cittadini con
sindaco in testa, al fine di evitare la realizzazione di un sito di stoccaggio
nell’ambito del proprio territorio comunale e, soprattutto, nei pressi di una
via fluviale, reputata dalla gente come una fonte di reddito e di attività che
sarebbe stata irrimediabilmente compromessa dalla vicinanza di una discarica.
Certo, quello campano, data la situazione di emergenza,
pur essendo un interessante “laboratorio”, non può rappresentare l’unico punto
di riferimento per una intervento ecclesiale ordinario qualificato dalla “cura”
per l’essere umano alle prese con la questione-rifiuti, ma non è un riferimento
da omettere a livello di considerazione generale se è vero, com’è vero, che
occupazioni di siti e blocchi stradali da parte di popolazioni, ogni tanto
intimorite da eventuali effetti nocivi per le terre e la salute umana, hanno
buona sponda in analoghe considerazioni espresse da organismi pubblici che,
senza mezzi termini, tratteggiano una situazione complessa, se non proprio
drammatica. Si rammenti che l’Autorità Ambientale per la rimodulazione della
Valutazione Ambientale ex ante del POR Campania 2000-2006, non ha potuto non
rilevare, diverse situazioni di crisi circa la situazione dei rifiuti
nell’intera Regione, giudicate meritevoli di ulteriore attenta riflessione. Una
situazione, peraltro, subentrata nonostante gli strumenti normativi predisposti,
esplicitamente finalizzati a realizzare il pareggio tra la quantità di rifiuti
prodotti e quella a qualsiasi titolo trattata e smaltita; a realizzare la
riduzione progressiva della quantità e il miglioramento della qualità dei
rifiuti speciali e/o tossici e nocivi, da perseguire anche attraverso
prescrizioni alle aziende pubbliche e private, per la riqualificazione dei cicli
produttivi e tecnologici; a recuperare il rifiuto solido urbano ed il materiale
riciclabile quale risorsa rinnovabile. Tutte queste finalizzazioni risuonano
come un indiretto riconoscimento di ritardi, anzi di crisi, di cui tener conto
ai fini di una considerazione più globale della questione dei rifiuti. Questo
profilo, peraltro, viene ribadito dal Piano Regionale per lo Smaltimento dei
Rifiuti, pubblicato sul BURC del 14/07/97, redatto sua volta dopo il
fallimento di ben due precedenti piani elaborati dall’ENEA, che prendeva atto
del perdurare dello stato di emergenza della Regione Campania in tema di
smaltimento di rifiuti, e per questo dichiarava di voler perseguire l’obiettivo
fondamentale di promuovere, con la massima celerità, gli strumenti per limitare
la quantità di rifiuti da conferire alle discariche e aumentare la
valorizzazione energetica degli stessi. Non è inutile ricordare che, dopo gli
strumenti normativi - proprio per quanto concerne la localizzazione concreta
degli impianti di valorizzazione energetica dei rifiuti, già il Piano regionale
si esprimeva, comunque, con una certa prudenza, osservando che, in una terra che
presenta un quadro d’insieme con i suoi fiumi dai fanghi inquinanti (come nella
piana del Sarno), con i suoi quintali di bidoni di rifiuti speciali pericolosi e
tossici (di tipo agricolo, edilizio, industriale, artigianale, commerciale,
sanitario e così via, come nell’agro casertano-aversano), rinvenuti dalle forze
dell’ordine in discariche abusive poste in aree agricole, con la conseguente
chiusura di pozzi per uso irriguo, decisa a seguito d’inquinamento delle falde
acquifere -, si ha, nel caso dei pur legittimi impianti di termovalorizzazione,
pur sempre a che fare con degli strumenti industriali e tecnoscientifici con
potenziale valenza di negativo impatto ambientale – almeno a livello psicologico
–, anche a fronte delle enormi quantità ancora da smaltire in aree già soggette
a situazioni di degrado, forse di disastro ambientale, da ben più di un
decennio. Se viene ancora lamentato il mancato coordinamento tra enti,
istituzioni e persone, questo, oltre a ritardare enormemente la raccolta
differenziata, presupposto per qualunque corretta valorizzazione energetica dei
rifiuti urbani non pericolosi, ritarda altresì la realizzazione di una
situazione impiantistica capace di assicurare l’adeguato trattamento e
smaltimento dei rifiuti, non senza evidenziare diversi limiti nel sistema di
monitoraggio dei flussi di rifiuti, nonché un oggettivo ritardo nella raccolta
differenziata dei rifiuti urbani, che risulta generalmente ancora inferiore agli
standard normativi del Decreto Legislativo n. 22 del 1997, che perseguiva
invece, non senza contestazioni come ribadisce la richiesta di un referendum,
un approccio alla gestione dei rifiuti imperniata sul riciclaggio e la
produzione di energia, mirate a garantire la difesa dell’ambiente ed a
trasformare il “problema” dei rifiuti in una nuova “risorsa” a tutti gli
effetti.
La provocatio ad ecclesiam arriva troppo tardi
se la gente si rivolge alla comunità ecclesiale soltanto come “estremo approdo”
dopo altri vani tentativi condotti altrove, cioè dopo aver vanamente provato
nelle direzioni politica, amministrativa, giudiziaria; ma arriva troppo tardi
anche perché talvolta la comunità educante – e la Chiesa lo è – non attiva
percorsi di riflessione e di reperimento di strategie di fronte a una questione
che presenta il rilevante profilo del diritto collettivo alla tutela della
salute.
Il ritardo avviene anche da parte della comunità ecclesiale, la quale
finisce per trovarsi sguarnita di fronte a dilemmi emergenti nel contesto
socio-culturale, perché non troppo abituata – anche a motivo dell’assenza,
almeno fino al 1997, di un vero progetto culturale orientato in senso cristiano
– a presagire e orientare preventivamente le trasformazioni, piuttosto che
offrire una qualche soluzione a giochi ormai avvenuti. In ogni caso, questo
“ricorso” comporta, almeno implicitamente, il riconoscimento di una peculiare
forza morale della comunità ecclesiale, in grado di valorizzare o smentire i
gesti di volta in volta decisi per enfatizzare la cosa che si vuole o si
disvuole in ordine alla gestione dei rifiuti. Soprattutto, esso riconosce nella
Chiesa la depositaria autorevole di una visione etica, ovvero una visione del
mondo che merita attenzione e va riconosciuta, ovvero ha tutte le
caratteristiche di una buona visione etica.
3. Presagire e orientare i cambiamenti: quali interventi della Chiesa di fronte
alla gestione dei rifiuti?
La caratteristica di presagire e orientare i cambiamenti,
anche i cambiamenti relativi alla gestione dei rifiuti, è appena all’inizio
nella maturazione del sensus ecclesiae non soltanto per quanto concerne
la sua formulazione nell’opinione pubblica ecclesiale, ma anche la sua
generalizzata accettazione nell’opinione pubblica non ecclesiale. A livello di
Magistero universale, è opinione condivisa che si comincino soltanto da poco a
compiere i primi passi espliciti nella direzione di una dottrina sociale circa
l’ambiente
e, in esso, gli altrettanti primi passi di un Magistero che offra, tra l’altro,
anche dei grandi orientamenti sulla gestione dei rifiuti. Se dei rifiuti,
solitamente, trattano, peraltro ancora marginalmente, le voci “ambiente” dei
correnti Dizionari, non mancano autorevoli sollecitazioni a una maggiore
attenzione a siffatto tema, all’interno di quello più vasto della salvaguardia
del creato, in un vero e proprio crescendo di presenza nello sviluppo del
dibattito mondiale sui grandi temi dell’ambiente e dello sviluppo.
La rete ambientale cristiana europea promossa dalla KEK, seguita alla II
conferenza ecumenica a Graz, nonché le quinquennali consultazioni degli
incaricati per l’ambiente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, o
gli incontri annuali tra delegati per l’ambiente promossi dal Consiglio delle
Conferenze Episcopali Europee sono da rileggere, appunto, nella linea di questi
più decisi passi. Se, come si riconosce, l’intervento più organico, a livello
pontificio, resta ancora il Messaggio per la Giornata della Pace del 1990, è
segno che occorre ancora avviare una ricerca organica di carattere storico tra
quello che la Santa Sede ha fatto sul fronte della questione ambientale non
senza l’elaborazione di uno schema interpretativo del perché e del come lo abbia
fatto. Non mancano dei cammini interessanti a livello di grandi orientamenti
magisteriali (come quando si fa appello ad una “conversione ecologica”),
oppure a livello di più concrete indicazioni sia da parte di singole Conferenze
episcopali o di organismi ecumenici, sia da parte dei delegati per l’ambiente
delle Conferenze episcopali d’Europa nei loro periodici raduni, anche se,
purtroppo, si resta alla superficie di un problema, peraltro fondativo, di tipo
ambientale generale, collegato alla delineazione del rapporto dell’essere umano
con l’ecosistema, ma che si dibatte ancora tra le opposte visioni
dell’antropocentrismo e del biocentrismo.
In area germanofona,
già alla fine degli anni Novanta del secolo XX, s’inventariavano
dettagliatamente le numerose prese di posizione da parte delle Chiese.
Notevoli appaiono anche i documenti nati da una collaborazione ecumenica,
i documenti dell'assemblea mondiale di Seul, i quali espressamente hanno fatto
di “Giustizia, pace e salvaguardia del creato”
il loro tema specifico, nonché le Raccomandazioni della Seconda assemblea
ecumenica europea di Graz.
Anche le diverse conclusioni delle Conferenze dei responsabili per
l’ambiente presso le Conferenze episcopali d’Europa mostrano un crescente
interesse verso temi non genericamente ambientali, ma in qualche modo finalmente
correlati con il problema della gestione dei sottoprodotti e degli scarti delle
società consumistiche.
Si
potrebbe, in una rilettura sintetica, azzardare una sorta di scaletta
etico-pastorale delle convinzioni già maturate a questo livello ecclesiale di
respiro europeo che, soprattutto, grazie alla spinta delle Chiese riformate -
tradizionalmente più attente a certe tematiche socio-conomiche e culturali -,
vanno diventando patrimonio comune e potrebbero rappresentare il dato di
partenza per un “intervento” etico-pastorale in Italia. In primo luogo,
appare opinione comune che la questione dei rifiuti debba esser posta
all’interno dell’attenzione della Chiesa per la cosiddetta “salvaguardia del
creato”. In quest’ottica, si tratta di ribadire i fondamenti dal punto di vista
teologico, antropologico e pastorale. Se solitamente, di fronte ai disagi o ai
dilemmi propri del trattamento, smaltimento e gestione dei rifiuti, sia di
quelli ordinari che di quelli speciali (in particolar modo radioattivi,
derivanti da dismissione di prodotti contenenti terre rare, ma anche da scarti
dell’attività medica ed ospedaliera), prevale nella gente la chiave dell’allarme
per il pericolo ambientale, esso non sembra, dal punto di vista del ripensamento
ecclesiale, né il punto più importante della questione ecologica - anche se in
alcuni contesti appare come il più impellente -, né la migliore chiave di
lettura complessiva del problema, anche se di più facile presa sull’opinione
pubblica. L’aver compreso che, in quanto esseri umani, stiamo intervenendo
sull’ecosistema in maniera pericolosa, e che questo mette a repentaglio la
sopravvivenza nostra e delle generazioni future e dello stesso pianeta, serve
certamente a sensibilizzare su un problema complesso. Magari – mutuando e
rilanciando istanze che sono anche proprie del secondo H. Jonas – serve anche ad
enfatizzare e diffondere il cosiddetto principio etico “di responsabilità” dei
singoli cittadini di fronte alle decisioni amministrative e politiche da
assumere, oppure a rilanciare l’altro usatissimo principio “di precauzione” che,
ampiamente adottato in campo etico e bioetico, consente oggi di evitare
determinate scelte, anche tecnologicamente interessanti, a fronte dell’indecidibilità
degli esiti, della mancanza di certezza definitiva delle soluzioni, nonché
dell’eventualità di colpire gli interessi di viventi e futuri prossimi venturi.
Ma tutto questo, se particolarmente interessante nelle questioni con risultati
ancora ambigui dal punto di vista della predittività tecnoscientifica, non è
certamente sufficiente per affrontare globalmente, da parte ecclesiale, il
problema dei rifiuti.
In secondo luogo, si riconosce che, per poter risolvere la
crisi ecologica e rimediare a certi effetti disastrosi dell’attività umana
sull’ecosistema, anche dal punto di vista della gestione degli scarti dei
consumi, non sono più sufficienti interventi episodici e cure sintomatiche, ma
occorre un radicale mutamento di prospettiva, una vera e propria conversione
culturale, in grado d’instaurare un nuovo rapporto uomo-ambiente e condurre
a una riformulazione delle relazioni di responsabilità dell’uomo verso
l’eco-habitat. Siffatto ambizioso progetto, attestato su un piano che apre la
comunità ecclesiale prevalentemente a compiti educativi e formativi di medio e
lungo termine, costituisce, in ogni caso, lo scopo della cosiddetta etica e
bioetica ambientale, di cui in Italia un forma peculiare va assumendo la
cosiddetta “etica degli stili di vita”,
la quale si propone appunto di verificare criticamente e di orientare
razionalmente l’agire umano in questo campo e, attraverso lo studio, la
riflessione, il dibattito pubblico, giungere alla formazione di una
generalizzata e diffusa coscienza ecologica.
Ma tutto
questo, seppur di grande spessore etico e teologico, non sembra ancora far
appello a un proprium cristiano. Siffatto proprium viene comunque
identificato, particolarmente nel linguaggio di ambito ecumenico europeo, nella
cosiddetta “spiritualità cristiana della creazione”, caratterizzata dal rispetto
per i doni della natura e dalla disponibilità a condividerli con tutti gli
esseri umani (rispetto e condivisione sono due parole che
caratterizzano i documenti conclusivi delle assise europee). Sulla base di tale
spiritualità, la Chiesa è ritenuta in grado di recare un contributo essenziale
alla soluzione dei problemi dell’ambiente e dello sviluppo. Forse, l’ottimismo
cristiano enfatizza una tale speranza, probabilmente anch’essa eccessiva, di
poter, in tal modo, contribuire a risolvere, se non proprio a “risolvere” tout court, le questioni ecologiche. Un’istanza, forse, troppo omologa
all’idea di progresso, presente anche nella medicina convenzionale occidentale
la quale si autopercepisce, appunto, come deputata a guarire e “risolvere” le
patologie, magari grazie all’utilizzazione di strumenti ipertecnologici. A
dispetto di qualunque auspicio di risoluzione, ci si accorge nella prassi che
non sempre si trova la soluzione ma, tutt’al più, si riesce a vicariare o
supportare: il che dovrebbe, forse, spingere gli orientamenti etici e pastorali
verso un minore ottimismo e un maggiore spirito di senso della contingenza e
della provvisorietà delle soluzioni, analoghe alla provvisorietà della
contingenza dell’esistere.
L’istanza più notevole, a questo livello ecclesiale,
sembra, comunque, la consapevolezza di poter portare, da parte delle Chiese nel
confronto con le altre prospettive, un “contributo essenziale”, ovvero di poter
diventare una voce, se non proprio risolutiva, almeno importante. Si percepisce,
in ogni caso, un’ulteriore notevole convinzione di fondo di ordine dottrinale e
pastorale: la fede cristiana e la sua attenzione per la salvaguardia del creato
sono chiamate a mostrare la propria capacità di illuminare anche le situazioni
complesse, dunque anche quelle relative ai modelli di sviluppo consumistici con
i loro sottoprodotti di gestione, soprattutto se non smaltibili, anche quelle
relative all’efficienza nel trattamento dei rifiuti speciali e tossici, o
relative all’efficienza del trattamento locale dei rifiuti ordinari prodotti da
una determinata collettività provinciale o regionale. Dalla rivelazione, che è
Gesù Cristo, proviene una luce anche per le zone meno usuali dell’esistenza: «Il
nostro interesse più serio resta tuttavia quello di illuminare la questione del
creato con la luce che viene dalla rivelazione cristiana. Siamo persuasi che il
vangelo ci offre l’orizzonte, il contesto, più ampio per le problematiche legate
all’ambiente. Il creato viene da Dio e tende alla ricapitolazione in Dio. Il
nostro compito di fondo è essere “sacerdoti” di questo compimento del mondo
nell’eternità».
Questo riferimento, apparentemente marginale, alla “luce
che viene dalla rivelazione cristiana” può essere oggi un vero e proprio punto di svolta teorico della riflessione etica e pastorale, in grado,
forse, di oltrepassare anche le panie della discussione tra antropocentrismo e
biocentrismo, nella quale la stessa tradizione cristiana si è trovata
impelagata, anche quando, per esempio in chiave anti-New Age, ha dovuto elencare
tutte le proprie perplessità di fronte a certi biocentrismi radicali o a certi
ecologismi profondi
che cercavano di occupare la scena delle etiche da perseguire nei territori
della bioetica ambientale. Si comprende, in ogni caso, che siffatta discussione
resterebbe, forse, non scavalcabile se rimanesse prevalente un impianto teorico
di tipo creazionistico nella discussione sull’ecosistema e sui rifiuti.
4. Orientamenti per la comunità alla luce della rivelazione che è Cristo
A
livello italiano - come mostrano alcune posizioni emerse nel corso delle
iniziative promosse dal Servizio nazionale per il Progetto culturale -, alcuni
amerebbero percorrere una strada, definita talvolta tragica, di
adattamento agli inevitabili cambiamenti in atto, i quali vanno modificando non
soltanto il cosmo e le cose, ma l’essere umano stesso, fino a restare estraniati
e marginali rispetto ai processi socio-culturali, decisi altrove. Invece di
presagire e orientare il futuro, da parte credente, si tratterebbe di prendere
atto che, così come sono tramontate le utopie e le attese moderne, anche il
tempo dell’essere umano, e soprattutto dei giovani contemporanei, tende sempre
più a scivolare sul presente. Sarebbe in fase di tramonto un “dramma” (il quale
ammette pur sempre una soluzione), mentre emergerebbe una “tragedia”
socio-culturale (condizionata dall’aporia dell’impossibilità di trovare una
soluzione), all’interno della quale sarebbe da inventariare anche il capitolo
dei modelli di sviluppo occidentale e dei suoi scarti e rifiuti. Di fronte al
progressivo tramonto di tutti i valori moderni, alla concentrazione sul presente
di tanti uomini contemporanei e alla lenta gestazione di valori alternativi a
quelli fondati sulla speranza, i credenti non avrebbero tanto l’onere di
leggere, capire, interpretare i cambiamenti e offrire soluzioni, anche come
proposta attiva al dibattito di indole tecnologica e gestionale, per non
restarne invischiati, se non proprio esserne omologati. Qualunque volontà di
orientare e governare il cambiamento, anche soltanto nei termini di
un’educazione a diversi stili di vita, sarebbe, infatti, alla base del “disastro
di senso” postmoderno, i cui esiti sono le stesse sciagure ambientali e i
dilemmi nell’attuale gestione dei rifiuti, soprattutto laddove, nella logica
propria della ri-valorizzazione energetica (che sovrintende ad un pressoché
totale orientamento dei paesi occidentali avanzati di fronte allo smaltimento
dei rifiuti), viene di fatto perpetuato il mito di un progresso vittorioso sulle
tenebre create da se stesso, in una sorta di nuovo ballo Excelsior del terzo
millennio. Ogni desiderio di controllare e dominare gli eventi
della storia, di entrare addirittura nelle scelte strategiche e tattiche delle
società avanzate, magari alla luce di qualche utopia, ovvero di un “pugno
d’idee” alla luce delle quali aggregare ed educare delle masse umane ormai
omologate, sarebbe viziato di modernità e di illuminismo e perderebbe la carica
profetica dell’istanza cristiana. Di fronte alla “filosofia dell’accettazione”,
che consegue a siffatta analisi, alla società aperta, globalistica e
ipertecnologica, le comunità ecclesiali tutt’al più potrebbero ribadire la
propria incompetenza circa soluzioni tecniche da adottare (che sarebbero proprie
esclusivamente di altri organismi ed istituzioni), oppure offrire, al massimo,
un’ “etica del limite”, da perseguire ed incoraggiare sul piano dei
comportamenti e degli stessi indirizzi etico-pastorali.
Non manca chi paventa che, in tale ottica, tutto potrebbe,
tuttavia, finire per ridurre lo stesso cristianesimo a una semplice “eredità
culturale” dell’Occidente, al punto che la fede cristiana, ormai non più creduta
né praticata dalla maggioranza delle persone, diverrebbe soltanto uno dei tanti
fattori da poter mettere tra parentesi, piuttosto che da far giocare ed
interagire, anche sulle nuove frontiere del dibattito ecologico. Sono stati già
autorevolmente segnalati i possibili esiti di “disfattismo”, “rassegnazione” o
“senso di paura” e di “risentimento”
di un’eventuale decisione etico-pastorale di questo tipo, che giocherebbe a
tutto danno della novitas cristiana. Un semplice coordinarsi, seppur non
acriticamente, con la situazione nuova, insomma, finirebbe per evidenziare, sul
piano culturale, soltanto un deficit di progettualità da parte del
cristianesimo. Accanto a scenari di grandi possibilità e potenzialità (è tipico,
infatti, della nostra epoca, «il superamento di tanti limiti da parte della
coscienza della gente [...]. L’uomo d’oggi [...] ha l’impressione,
oggettivamente esagerata, che quasi tutto gli è o gli sarà presto tecnicamente
possibile»),
si presentano ai nostri occhi non pochi casi di errori irreversibili e perfino
disastri conseguenti a certi indirizzi socio-economici, ma soprattutto tante
personalità fragili ed identità deboli a fronte della vigilanza critica
richiesta invece da un mondo, come si dice, complessificantesi e globalizzantesi
in maniera vertiginosa. Di qui, in assenza di interventi propositivi da parte
dei credenti, il rischio paventato di
«un’enfasi quasi ossessiva sul tempo presente, che trascura il passato ma che è
anche poco proiettato sul futuro [...]. Questa “cultura del presente”, per
natura sua, ostacola a sua volta l’elaborazione di progetti poiché essi non
possono che essere rivolti al domani e proiettarsi quindi nel tempo».
Occorre, come si dice, davvero una riflessione nuova da parte della
comunità ecclesiale, che non si limiti a registrare, a cose fatte, quanto già
avvenuto ma che, in qualche modo, anticipi e orienti il cambiamento. Quali i
possibili termini di questa riflessione nuova per rispondere ad un contesto
nuovo con metodo nuovo, come già l’esigenza di “nuova evangelizzazione” evocava,
a livello di gergo pastorale ecclesiale, fin dall’inizio degli anni Novanta del
secolo XX?
Un
aggettivo, nuova, utilizzato oggi anche come possibile criterio per
soluzioni etico-pastorali nella gestione dei rifiuti, che fa inaspettatamente
eco ad un ritornello che accompagna la pastorale della Chiesa cattolica
universale e delle Chiese che sono in Italia, almeno dagli inizi degli anni
Novanta, allorché si è ripetuto che, essendo nuovo il contesto socio-culturale
dell’annunzio evangelico, occorrono nuove strategie, nuovi metodi e nuovo
ardore, in sostanza serve una “nuova evangelizzazione”, anzi quasi una “nuova
piantagione del Vangelo”, in grado di mostrare che l’annuncio kergmatico è
effettivamente in grado d’illuminare le coscienza in ordine a qualunque
situazione della vita individuale e associata, dunque anche in ordine al
problema della gestione dei rifiuti. La fede dei cristiani, è vero, non è in
grado di arrestare certi cambiamenti in atto nel mondo, sia a livello pratico
(sociale, economico, politico...) che a livello teorico (molteplici e non sempre
concorrenti visioni del cosmo e dell’essere umano). Non è neppure in grado, in
quanto fede teologale, di offrire, se non mediatamente, soluzioni tecniche,
politiche ed economiche alla gestione dei rifiuti, che anzi esse dipendono da un
attento monitoraggio dallo “stato dell’arte” tecnico-scientifico, maturato in
altri ambiti disciplinari e in altri saperi e prassi. Ma, in ogni caso, la fede
cristiana può, anzi deve, almeno orientarli e indirizzarli e,
forse, potrebbe anche puntare ad anticiparli. Sono queste anche le
convinzioni di partenza del cantiere di riflessioni, iniziative e realizzazioni
- che segneranno sempre più nel tempo, così ci si augura, una vera e propria
nuova stagione del cattolicesimo in Italia - coordinate dal Servizio
Nazionale per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, che
rappresenta il punto di riferimento e di organizzazione di un vero e proprio
rilancio a tappeto della “coltivazione cristiana dell’essere umano”. Il card. C.
Ruini descriveva sinteticamente questi auspici: «L’atteggiamento più corretto e
costruttivo, di fronte ai cambiamenti in corso, non è quello di adeguarsi
semplicemente ad essi, ma di cercare di modificarli, orientarli e, in senso
profondo, convertirli, operando con fiducia e realismo all’interno di
essi».
Tuttavia, ogni progetto di modificazione e orientamento degli eventi non può
aprioristicamente cominciare da zero e far terra bruciata su quanto la
tradizione moderna e perfino postmoderna hanno già elaborato. Radicandosi meglio
nel contesto e tenendo conto dell’incidenza dei vari fenomeni nella vita degli
esseri umani e delle comunità, le energie, soprattutto quelle degli
intellettuali e degli studiosi, si devono concentrare ora su alcuni temi o
percorsi «ritenuti particolarmente significativi in questo momento storico...
evitando dispersioni, frammentazioni, duplicazioni e (perché no) poco utili
edonismi culturali».
Autonomia delle realtà terrestri significa anche riconoscimento degli apporti
postivi delle culture rispetto a cui quella cristiana si pone in confronto
dialettico, interagendo e, se occorre, anche dissonando. A volte, la denuncia è
altrettanto importante del richiamo all’ordine e all’osservanza delle leggi
nell’erogazione dei servizi pubblici, e perfino l’indifferenza potrebbe essere
una reazione di autodifesa rispetto a certi eccessi del contesto
socio-culturale. Tuttavia, occorre, in maniera simpatetica, anche con la cultura
secolaristica e non cristiana, anche con certe ambigue istanze no-global,
soprattutto se non violente, «passare dall’atteggiamento prevalentemente critico
a un atteggiamento di discernimento, di accoglienza e di critica circostanziata
e costruttiva».
Analizzando i cambiamenti in corso, infatti, tutti i
credenti pre-conoscono, per così dire, che cosa troveranno nel tempo medio e
lungo, e affinano nel frattempo i loro contenuti e metodi, sulla scia di
un’indicazione conciliare che suggeriva, appunto, di vedere nei cambiamenti in
atto - anche nei cambiamenti collegati alla gestione dei sottoprodotti del
consumo, quali sono i rifiuti - non soltanto dei comuni fenomeni
socio-economici-culturali, ma altresì l’«oggi di Dio» e le sue attese su di noi:
«è dovere permanente della chiesa di scrutare i segni dei tempi e di
interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna
generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso
della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto».
Dovere, nonostante tutto, non ulteriormente rinviabile, non essendo più
un’operazione elitaria e quasi inutile, indulgente a mode
sociologistico-tecnologiche: «La creazione di occasioni per approfondire
tematiche cruciali alla luce della fede non è una scelta elitaria, così come non
è affatto elitario chiedere alle comunità cristiane uno sforzo di pensiero a
partire dal Vangelo e dalla storia. Avere una vita interiore, custodire nella
memoria le cose, riflettere dentro di sé e nel confronto comunitario è quanto di
più umano ci sia dato, e non è certo appannaggio di pochi, perché la fede è
sempre ragionevole!».
Su questo medesimo sfondo di analisi del cambiamento si colloca la più recente
istanza di governarne, orientarne e, perché no?, anticiparne gli sviluppi a
breve e lungo termine, alla luce della fede cristiana, ovviamente esercitandosi
in una peculiare arte della “divinazione” di ciò che potrebbe accadere nella
storia degli esseri umani. Divinazione non certo superstiziosa, che non
pretende, cioè, di comprendere la causa efficiente (che sta soltanto nella mani
del Creatore e della Provvidenza e nella libertà degli esseri umani), ma non
ometta mai, in ogni caso, di operare un’attenta ricognizione dei segni materiali
e percepibili, per indurne significativamente dei presagi di futuro, non senza
tener conto della forte carica di futuro condensata nella prospettiva
escatologica della fede cristiana. In quest’ottica, infatti, si riscopre ben
presto che non pochi sono
«i
legami tra l’interpretazione dell’uomo e le concezioni sociali, economiche,
politiche, con cui individui e collettività si orientano in mezzo alle
trasformazioni, cercando nel contempo - per quanto è umanamente possibile - di
orientarle».
La dottrina sociale della Chiesa può, in questo senso peculiare, continuare a
rappresentare il punto di riferimento per soluzioni seppur non immediatamente
viabili, dunque necessari di mediazioni ulteriori, soprattutto tecnologico,
economico e politico. Quindi può rappresentare almeno la fonte ricca di
“principi interpretativi”, alla luce dei quali muoversi per orientare
pastoralmente le comunità parrocchiali all’interno di una realtà complessa e
profondamente segnata da componenti di incertezza, soprattutto laddove – come si
verifica sempre più spesso nelle situazioni di crisi-rifiuti, gestite troppo
spesso dai Commissari straordinari di governo o dalla Protezione civile -
venissero a confliggere criteri generali di osservanza delle norme, già fissate
dalle istituzioni competenti, e criteri particolari di adesione alla volontà
popolare, che rappresenta pur sempre la fonte ultima ed anche il luogo di
verifica di tenuta degli orientamenti normativi. Varia, di conseguenza, anche la
soluzione etica-pastorale, secondo che ci si ponga ad un livello
politico-amministrativo (con il richiamo ecclesiale all’educazione alla
legalità, nonché al rispetto per le scelte dell’autorità costituita), oppure a
un livello di indirizzi collettivi più o meno spontanei, o più o meno
organizzati, perseguiti dalla gente a volte sulla base delle sue più o meno
immotivate, o infondate, paure o rimostranze o resistenze (con il richiamo
ecclesiale al criterio del rispetto delle esigenze etiche, sanitarie e
socio-culturali del gregge affidato ai Pastori).
Se sulla
questione ambientale, non c'è un’enciclica, pur essendoci molti interventi di
valore, probabilmente la soluzione strategico-pastorale più felice, nel medio
termine, non sarà tanto quella di un ennesimo intervento magisteriale “di peso”,
ma - come oggi si dice per alcune tematiche di carattere bioetica/giuridico -,
sarebbe, forse, auspicabile un analogo della cosiddetta “legislazione leggera”,
ovvero delle dichiarazioni e interventi, prodotti da singoli esponenti, anche
gerarchici, delle comunità ecclesiali, o da organismi di corresponsabilità
pastorale, da offrire al dibattito ecclesiale affinché possano essere accolte
come plausibile strumento interpretativo in situazioni analoghe. Ma al di là del
contributo essenziale e degli apporti, forse la persuasione più profonda, da
rimotivare e argomentare ulteriormente nel tessuto comunitario ecclesiale, è
quella che è possibile illuminare la questione del creato con la luce specifica
che viene dalla rivelazione cristiana, in altre parole dalla centralità del
Cristo, più ancora della creazione o della spiritualità ecologica. Siamo davvero
persuasi che il vangelo offra l’orizzonte, il contesto, più ampio anche per le
problematiche legate all’ambiente? E posta siffatta persuasione, quale modalità
privilegiare nella proposta di essa e nella sua traduzione operativa nel
contesto socio-culturale? Soprattutto, quale etica privilegiare?
All’etica
della creazione che, alla luce del concetto giudaico, rilegge opportunamente
i rapporti tra creatura e creato come posti in essere da un Creatore che
persegue intenti sempre cosmici e non caotici e guida, finanche con la
“creazione continua” le vicende del pianeta e degli essenti; all’etica della
sostenibilità che, almeno a partire dal vertice mondiale di Rio, cerca di
far mentalizzare la necessità dell’equilibrio tra esigenze di sviluppo economico
ed esigenza del rispetto dei fondamentali diritti umani
e, almeno dal 1999, costituisce un’esplicita assunzione della cultura cristiana
impegnata a diffondere un nuovo stile di vita basato sull’etica della
"sostenibilità", solidarietà e giustizia sociale;
all’etica degli stili di vita che, in un mondo di globalizzazione
economica e finanziaria, persegue una pur giusta opera di prevenzione ed
educazione tipica delle morali a sfondo religioso, segnalando come la povertà
evangelica è un valore in se stessa, che si propone come appello profetico nei
confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di
perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose; all’etica
della responsabilità e della salvaguardia del creato, della riduzione dei
consumi della società opulenta, dello studio previo dell’impatto ambientale
prodotto dagli scarti della produzione industriale e della produzione dei grandi
centri di urbanizzazione umana… A tutte queste altre pur lodevoli etiche, va
associato e, forse, anteposto più decisamente, il criterio-Cristo.
Tutte queste istanze etiche trovano, come sappiamo, sempre maggiore attenzione
anche «tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta,
invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei
consumi, la sobrietà, l’imposizione di un doveroso freno ai propri desideri».
Certo, per i cristiani resta fermo quanto sancito solennemente dalla Carta
ecumenica di Strasburgo: «Credendo all’amore di Dio creatore, riconosciamo con
gratitudine il dono del creato, il valore e la bellezza della natura. Guardiamo
tuttavia con apprensione al fatto che i beni della terra vengono sfruttati senza
tener conto del loro valore intrinseco, senza considerazione per la loro
limitatezza e senza riguardo per il bene delle generazioni future. Vogliamo
impegnarci insieme per realizzare condizioni sostenibili di vita per l’intero
creato. Consci della nostra responsabilità di fronte a Dio, dobbiamo far valere
e sviluppare ulteriormente criteri comuni per determinare ciò che è illecito sul
piano etico, anche se è realizzabile sotto il profilo scientifico e tecnologico.
In ogni caso la dignità unica di ogni essere umano deve avere il primato nei
confronti di ciò che è tecnicamente realizzabile».
Ma
tutte queste convinzioni, peraltro non sempre maturate a livello diffuso tra
i singoli credenti e nelle comunità periferiche, vanno associate più
decisamente alla percezione che il nostro tempo, essendo segnato da visioni
etiche plurali e opposte, che interagiscono particolarmente con i saperi
medici e tecnoscientifici, potrebbe relegare tutte queste istanze etiche a
semplici prospettive tra le altre, col solo fine di ritrovare dei criteri
“minimi”, condivisi e universalizzabili, in vista di un’etica che si sforzi
di mettere d’accordo i gruppi umani, pluralisti e secolarizzati, su alcune
cose di fondo. Chi fermasse il tentativo di dialogare a partire dal
meta-criterio che è Cristo, temendo non tanto l’intromissione da parte della
comunità credente, ma i fondamentalismi di ritorno, non seminerebbe il buon
grano e finirebbe per raccogliere, alla fine, soltanto zizzania.
Soprattutto, non sarebbe in linea con lo stile della rivelazione che è
Cristo, capace di donare fino all’ultima goccia del proprio sangue pur di
far esistere, accanto alla propria verità, la differenza e l’alterità, foss’anche
quella di un traditore o di un cattivo ladrone. Come fare sì che
l’approfondimento adeguato dell’identità religiosa cristiana rappresenti
anche oggi una risorsa e non un’involuzione per il rispetto e la
valorizzazione delle “differenze” e delle “vie molteplici a Dio” anche nei
settori tecnici, industriali e gestionali che hanno a che fare con i
rifiuti? Come operare affinché, proprio in un campo - quel è quello
religioso -, nel quale nel passato e nel presente la violenza ha preso
talvolta il posto del rispetto delle differenze e della tolleranza attiva,
si verifichi, anziché un seme di belligeranza, una stagione di rinnovato
dialogo, analisi e comparazione intorno ai modelli di sviluppo della società
e dei suoi sottoprodotti e scarti? Come ripresentare l’identità cristiana in
maniera tale che l’approfondimento, anche dottrinale, della portata
metodologica della rivelazione che è Cristo, segni un processo di
valorizzazione positiva delle differenze, anziché una nuova delimitazione di
distanze?
Che un cristiano oggi si chieda “che cos’è la verità”
e poi distolga lo sguardo da Gesù di Nazaret per posarlo altrove, foss’anche
il concetto stesso di verità elaborato dalla filosofia greca o la sua prassi
storica, o anche la migliore e maggiormente idonea strategia di breve e
lungo termine inventata dalla scienza per la gestione dei rifiuti, dovrebbe
sorprendere e anzi lasciare sgomenti coloro che si dichiarano cristiani.
Quella alètheia in persona, che è il Cristo, chiede di essere ancora
ascoltata, più che vista, per poter sprigionare tutta la carica del proprio
accadere nel nostro tempo umano, soprattutto nella prospettiva di redentore
e di liberatore dal male, di persona che fa nuove tutte le cose e, quindi,
rifà la creazione con la potenza dello Spirito, di realtà che valorizza
anche ciò che è feccia dell’umanità o spazzatura della società. E tutto
questo anche nel tempo, come il nostro, in cui ci si trova ad affrontare la
questione dei rifiuti e della loro gestione. A condizione, però, che la
domanda sia posta di nuovo e in maniera inedita, e proprio a quel Gesù
Cristo che, rispetto a fattori accomunanti, sembrerebbe voler generare
preferibilmente scandalo e follia. Si tratta di andare molto oltre rispetto
a un moderno e semplice concetto di tolleranza, che tutt’al più si
sforzerebbe di far convivere strategie e soluzioni divergenti sul piano
etico ed operativo. Per il cristianesimo, infatti, non si può mai dare un
genuino atteggiamento di fede riconducibile esclusivamente a fatto di culto
privato, dal momento che l’adesione al Cristo implica sempre esigenti
traduzioni operative ed esistenziali, perfino nuovi assetti di vita privati
e collettivi, addirittura indirizzi economici e sociali o strategie per
l’assetto di quanto è prodotto dalle società opulente. Le “tavole dei
valori” in gioco, esibite di volta in volta nel contesto socio-culturale
dalle parti in causa, soprattutto dalle parti religiose, non possono
probabilmente essere ritenute più irrilevanti sul piano socio-politico.
5.
Il Cristo in un contesto complesso
Certo, oggi si deve constatare la perdita dell’omogeneità culturale della
nostra società - per cui il terreno della vita politica e amministrativa si
trasforma spesso nell’arena della lotta politica, cioè del conflitto,
soprattutto economico e politico-gestionale, tra le diverse ipotesi di
gestione dell’organizzazione di questo o quel problema della società -. Qui
e là certe soluzioni acquisiscono, per questo, i tratti di alternative
costruite avvalendosi del potere dell’organizzazione statale e sulla base
dell’egemonia della visione di una parte di essa (magari la parte
scientifica o tecnoscientifica), che non tarda, tuttavia, a divenire una
visione di parte, ovvero una visione parziale del mondo. Il che significa
anche la perdita di potenziale della presenza politica dell’orientamento
cristico, o addirittura la sua ininfluenza nel senso del tramonto di una
qualunque rappresentatività politica o economica di un indirizzo religioso
specifico. Tuttavia, l’eventualità d’immettere nel dibattito anche un
discorso fondato sull’incondizionato che è Cristo è, a ben vedere, il “di
più” che questa visione religiosa pretende di poter mettere in comune,
proprio quando insiste sull’incondizionato della vita, della natura umana,
dei valori indisponibili, dell’ecosistema, della oculata produzione che
preveda l’adeguata gestione dei suoi sottoprodotti. È appunto questa visione
che si vorrebbe entrasse più decisamente nel gioco. Consentirà essa soltanto
un apporto “dogmatico” al dibattito, minando in radice il modello di libera
discussione e di coesistenza di prospettive molteplici nella società
complessa? Non dovrebbe, una tal proposta religiosa, tutt’al più tacere o
rinviare allo stupore ed al “mistero”, dichiarando la propria incompetenza,
oppure dovrebbe sentirsi ancora in diritto, ed entro quali limiti,
d’intervenire con un supplemento di argomentazione, oltre che di anima?
Esibendo se stessa non soltanto come una proposta di salvezza e di culto, o
una pia esortazione senza ricadute socio-culturali, ma altresì una peculiare
visione del cosmo, dell’essere umano, dei rapporti tra persone ed
ecosistema, della libertà, della coscienza, della vita come valore
indisponibile alla manipolazione tecnica, della gestione “usufruttuaria” del
creato rispetto a un Creatore che ha riqualificato il suo prodotto
ecosistemico mediante il sacrificio del Figlio incarnato... non ha proprio
nulla da dire nei territori della discussione etico-pastorale della gestione
dei rifiuti? E se pure avesse poco da dire, non permetterebbe almeno di
confrontarsi con una formulazione di principi plausibili sul piano teorico,
argomentati sul piano pratico, con delle proprie “quote di ragionevolezza”
sul piano delle traduzioni giuridiche, con un proprio rigore morale sul
piano delle scelte responsabili da compiersi da parte dei singoli?
Non che il Nazareno abbia avuto e risolto i dilemmi
che oggi ci assillano e ci affaticano. Tuttavia, se egli nella sua persona,
nei suoi gesti e nelle sue parole, è configurabile come la “rivelazione di
Dio” in dimensione umana e storica, non potrà autoproporsi nella discussione
odierna come colui che è in grado di partecipare all’umano il modo di essere
di Dio? Un Dio, peraltro, che si è sempre identificato con la causa di
coloro che sono ingiuriati e perduti, che sono emarginati e rifiutati, che
non hanno mezzi potenti,
che asseriscono la verità delle cose pur lasciando essere verità altre.
Tutto questo, inoltre, accade proprio nell’epoca della globalizzazione.
Com’è noto, questa, dal punto di vista economico - che è quello prevalente
negli attuali processi di cambiamento mondiale a tutti i livelli -,
rappresenta anche una precisa scelta politica dei paesi maggiormente
sviluppati i quali, a partire dall’ultimo trentennio del secolo XX, hanno
consapevolmente deciso di superare i vincoli che tenevano tradizionalmente
legate le imprese e i capitali a determinati territori e nazioni, rendendo,
così, “globali” o “mondiali” i mercati e, di conseguenza, anche i
sottoprodotti e gli scarti di essi, così realizzando una migliore
allocazione delle risorse disponibili, favorendo la produzione di nuova
ricchezza, nonché di crescita sia del benessere che del ventaglio delle
scelte individuali. Tutto questo spesso, è avvenuto attraverso gli strumenti
della liberalizzazione esasperata, delle de-regolamentazione e della
privatizzazione a oltranza, con il relativo incremento delle strutture di
ingiustizia e con oggettivi rischi di corruzione o di speculazione, nonché
con fenomeni perversi di ipercompetitività nel lavoro, di minacce alla
biodiversità animale, vegetale ed umana, di gestione stessa degli scarti e
dei rifiuti in una logica prevalente di lucro che, non a caso, attira le
ecomafie e, in alcuni casi, provoca fenomeni d’illegalità diffusa o pone
oggettivi ostacoli a soluzioni alternative, pur possibili ma forse meno
vantaggiose sul piano del potere economico. Alla strategia del
vedere-giudicare-agire che, nel vedere tutto questo, preferisce affidarsi
agli specialisti e alle scienze altre, si chiede di sostituire un modello
che, già a partire dal vedere e dall’osservare analiticamente questi
processi, trovi piuttosto delle comunità ecclesiali tanto ricentrate Gesù
Cristo da essere in grado, già a partire dal vedere, che è pur sempre già
interpretazione, da lui si lascino illuminare e, alla sua luce, propongano
nuovi semi di verità nel contesto complesso.
Ad esempio quanto previsto dalla L.R. n. 10 del 10/02/1993, che recava,
appunto, “Norme e Procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania”,
fissando con precisione gli obiettivi le norme e le procedure per la
redazione e l’attuazione del Piano di Smaltimento Rifiuti,
individuandone anche strumenti ed interventi.
Per una
panoramica sulle diverse versioni dell’ambientalismo cf a titolo di
esempio J. PASSMORE, La nostra responsabilità per la natura,
Feltrinelli, Milano 1986; W.T. BLACKSTONE (cur.), Philosophy and
Environmental Crisis, University of Georgia Press, Athens 1974; L.
BATTAGLIA (cur.), Etica e ambiente, Satyagraha, Torino 1992; S.J.
ARMSTRONG-R.G. BOTZLER, Environmental Ethics: Convergence and
Divergence, McGraw-Hill, New York 1993; S. CASTIGNONE (cur.), Etica dell’ambiente, Guida, Napoli 1994; R. MARCHESINI,
Il
concetto di soglia. Una critica all’antropocentrismo, Theoria,
Roma-Napoli 1996; M.A. LA TORRE, Ecologia e morale. L’irruzione
dell’istanza ecologica nell’etica dell’Occidente, Cittadella, Assisi
1990; L. CHIEFFI, Bioetica e diritti dell’uomo, Paravia, Torino
2000; M.A. LA TORRE, Le ragioni morali dell’ambientalismo, ESI,
Napoli 1998: EAD. (cur.), Antropocentrismo e biocentrismo, Due
paradigmi a confronto, Edizioni Perdisa, Bologna 2004; EAD. (cur.),
Bioetica e diritti umani,
Luciano Editore, Napoli 2004.
È un
significativo passaggio del documento conclusivo della prima
consultazione di incaricati per l’ambiente presso le Conferenze
Episcopali Europee svoltasi dal 27 al 30 maggio 1999 a Celje (Slovenia):
cf «Notiziario Ufficio nazionale problemi sociali e lavoro» (n. 4,
dicembre 2003).
Giovanni Paolo II,
Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, circa la
vita consacrata e la sua missione nella chiesa e nel mondo, n. 90.