
La “querelle” tra il
Ministro Bersani e la FRER Ordini: inceneritori, tutela della salute e Ordini
dei medici
GIUSEPPE
MISEROTTI
Dopo tutto ciò
che stampa e televisioni locali e nazionali hanno reso pubblico circa la
presa di posizione da parte della Federazione regionale emiliano-romagnola
degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri sugli inceneritori , ritengo
utile portare a conoscenza dei colleghi i termini della recente “querelle”
nei confronti del ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani. La
Regione Emilia-Romagna ha ritenuto di dover finanziare uno studio apposito
sull’impatto ambientale che gli inceneritori hanno sul territorio anche alla
luce del fatto che - nella nostra Regione - sono ben nove gli impianti di
incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Lo studio Moniter è già stato
finanziato con due milioni e mezzo di euro e durerà tre anni. Nell’ambito della
commissione per lo studio l’Assessore alla Sanita ha ritenuto che dovesse
figurare anche una figura medica nella persona del Presidente della FRER-Ordini
dottor Giancarlo Pizza. Sulla base della forte preoccupazione insorta a
proposito dell’impatto negativo sulla salute delle popolazioni residenti nelle
zone vicino agli inceneritori - visto l’inoltro da parte dell’Ordine dei Medici
di Modena di un esposto alla locale Procura della Repubblica relativo al
raddoppio dell’inceneritore della stessa città e di analoghe iniziative da parte
di altri gruppi di medici della Regione, il 10 settembre u.s. il Presidente
dottor Pizza - su mandato unanime degli Ordini della Regione - ha scritto
una lettera ai Presidenti di Provincia dell‘Emilia-Romagna, ai Sindaci e agli
assessori alla Sanità e all’ambiente delle città capoluogo “chiedendo di non
procedere alla concessione di nulla-osta alla costruzione di nuovi
inceneritori”. Si chiedeva , quindi, una moratoria visto che era in corso uno
studio di impatto ambientale ed epidemiologico che avrebbe dovuto fare maggiore
chiarezza sui problemi di salute della popolazione. Il 4 ottobre da Roma il
ministro Bersani ha affermato che “ la lettera esorbiterebbe totalmente
dalle attribuzioni degli Ordini professionali di cui la federazione
regionale è espressione …… la medesima richiesta appare suscettibile di
grave allarme nella popolazione interessata”. Il ministro ha scritto
espressamente al ministro della Salute Livia Turco e a quello della
Giustizia Clemente Mastella “ chiedendo un’indagine sulla federazione
regionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri in quanto la loro
iniziativa potrebbe costituire un inammissibile sviamento dalle finalità
istituzionali e, comunque dagli ambiti di attività consentiti dalla legge ai
fini dell’eventuale adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non
solo disciplinari, nei confronti dei responsabili”.....
“La nota non riporta nessuna motivazione sostanziale e non appare suffragata da
alcun fondamento tecnico-scientifico riconosciuto, atteso che la realizzazione
degli impianti in esame e il loro funzionamento sono disciplinati dalla norme
comunitarie e nazionali di tutela della salute e dell’ambiente”.
La prima
considerazione è di merito. Gli Ordini dei medici con la loro presa di
posizione sono veramente usciti dal seminato? Non mi pare proprio. Il rapporto
che lega il medico alla salvaguardia della salute e dell’ambiente trova
previsione in numerose leggi. La 833/1978 (art. 2 comma 5) attribuisce al SSN “
la promozione e la salvaguardia della salubrità e dell’igiene dell’ambiente
naturale di vita e di lavoro”. Il decreto 502/1992 in materia sanitaria (art.
7-quinquies, comma 2) prevede “ l’integrazione fra politiche sanitarie e
politiche ambientali e l’esercizio da parte dei medici della sorveglianza
epidemiologica e della comunicazione del rischio per la partecipazione delle
comunità alla tutela della salute e dell’ambiente”. Infine il recente art. 5
del nuovo Codice Deontologico dei medici che così recita: “il medico è tenuto a
considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale
determinante della salute dei cittadini. Il medico favorisce e partecipa alle
iniziative di prevenzione e di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di
promozione della salute individuale e collettiva”.
Una successiva
lettera inviata all’attenzione della FRER Ordini a firma degli assessori
Bissoni e Zanichelli, rispettivamente assessori alla sanità e all’ambiente della
nostra Regione, fa riferimento - tra l’altro - ad una “astratta applicazione
del principio di precauzione” che - secondo gli estensori - era contenuto nella
lettera inviata dalla Federazione Regionale degli Ordini nella quale si
chiedeva la moratoria per la costruzione di nuovi inceneritori o l’ampliamento
di quelli esistenti. La FRER Ordini ha poi risposto agli Assessori nonché a
tutti i soggetti ai quali era stata inviata la prima lettera (con richiesta di
moratoria) specificando molto bene che cosa intendano i medici per “principio di
precauzione”. Ci siamo pertanto permessi di richiamare agli Assessori e ai
destinatari tutti , quanto ben definito dalla Dichiarazione di Rio (Earth
summit del 1992) all.art. 15 e dalla comunicazione della CEE COM 2000 (2
febbraio 2000) laddove si esplicita che “il ricorso
al principio di precauzione trova applicazione qualora i dati scientifici siano
insufficienti, inconcludenti o incerti e la valutazione scientifica indichi che
possibili effetti possono essere inaccettabili e incoerenti con l’elevato
livello di protezione prescelto dall’Unione Europea”.
Anche il testo
della Costituzione Europea all’art. III- 233 richiama nuovamente il principio
di precauzione chiarendone il campo di applicazione che comprende
“ tutte le situazioni in cui si identifichi un rischio ma non vi
siano prove scientifiche sufficienti a dimostrarne la presenza o l’assenza, o a
determinare adeguati livelli di protezione”.
Il principio di
precauzione non si basa sulla disponibilità di dati che provino la presenza di
un rischio, ma sull’assenza di dati che assicurino il contrario. Carl Sagan ,
il più grande astronomo del XX° secolo, astrofisico, astrochimico, grande
divulgatore, scrittore e brillante conferenziere è stato un geniale antesignano
di questo concetto quando affermava che “l’assenza di prove non è prova di
assenza”. Da medici ,vista l’importanza della posta in gioco – la salute dei
cittadini – non possiamo che intendere il principio di precauzione
nell’accezione sopra riportata e spingere chi di dovere ad escludere ogni
ragionevole dubbio sui rischi connessi agli inceneritori.
Un’altra delle
motivazioni che hanno spinto la FRER Ordini ad una presa di posizione sugli
inceneritori è in relazione allo studio “Enhance health” del marzo scorso. Lo
studio finanziato dalla UE aveva, tra gli altri, lo scopo di dare una visione
il più possibile “globale” del possibile impatto sulla salute in aree dove sono
ubicati gli inceneritori. Per l’Italia lo studio è stato condotto a Coriano nel
Comune di Forlì dove sono ubicati due inceneritori, uno per i rifiuti
ospedalieri ed uno per i rifiuti solidi urbani. L’indagine condotta con sistema
Informativo-Geografico (GIS) ha riguardato l’esposizione a metalli pesanti,
stimata con modello matematico, della popolazione residente per almeno 5 anni in
un’area di raggio di 3,5 Km. dagli impianti. Eccessi statisticamente
significativi sono emersi per il sesso femminile: in particolare si è registrato
un aumento del rischio di morte per tutte le cause correlato all’esposizione a
metalli pesanti tra il +7% e il +17%. La mortalità per tutti i tumori aumenta
nella medesima popolazione in modo coerente con l’aumento dell’esposizione dal +
17% al + 54%. In particolare per il cancro del colon-retto il rischio è
compreso tra il + 32% e il 147%, per lo stomaco tra il + 75% e il 188%, per il
cancro della mammella tra il + 10% ed il + 116%. Per i sarcomi, considerando
insieme i due sessi, il rischio aumenta di oltre il 900%. Questi risultati sono
del tutto coerenti con numerose altre segnalazioni della letteratura a riguardo.
Ricordo che
esiste una differente suscettibilità biologica fra i sessi che era già emersa
nell’infelice pagina dell’incidente della “nube tossica”di Seveso (1976) con
emissione di diossina. Una monografia della IARC , International Agency for
research on Cancer (Agenzia OMS di ricerca sul cancro con sede a Lione) aveva
rilevato come le donne a parità di esposizione nelle tre aree di rilevazione,
avessero quantità di diossina nel sangue più elevate rispetto agli uomini. Come
noto , le diossine sono emesse in misura assai significativa dagli
inceneritori. Il problema delle diossine non è rappresentato solo dalla loro
quantità nell’aria che respiriamo ma da quanto ce n’è nel terreno nel quale si
accumulano passando nella catena alimentare. Anche i contadini e gli allevatori
delle zone limitrofe agli impianti di incenerimento dovrebbero preoccuparsene,
soprattutto là dove si producono prodotti a denominazione tipica. Lo stesso
passaggio nella catena alimentare subiscono altre sostanze come i
policlorobifenili (PCB), alcuni metalli pesanti come il cadmio, mercurio ed
altri ancora che sono ugualmente eliminati dai fumi degli inceneritori. Le
diossine e i PCB sono inseriti nella più ampia categoria dei POPs (persistent
organic pollutants), cioè sostanze che persistono a lungo nell’organismo
(parecchi anni) dove esercitano la loro funzione di distruttori endocrini per la loro capacità di interferire fino ad annullare la normale attività dei
sistemi endocrini ed enzimatici del corpo umano. Il fatto che gli inceneritori
della recente generazione emettano meno di queste sostanze assai pericolose non
è comunque tranquillizzante proprio a motivo della loro sommazione e
persistenza nell’organismo. Esistono dati epidemiologici e ricerche che
evidenziano relazioni tra nanopolveri - che sfuggono a qualsiasi sistema di
filtro degli inceneritori - e patologie cardiovascolari acute (infarto e
ictus) , neurologiche (morbo di Alzheimer e malattia di Parkinson), la perdita
di memoria, la sindrome da iperattività in età pediatrica , la stanchezza
cronica , le malattie della sfera sessuale come la “burning semen disease”, le
malformazioni fetali (in aumento) i disturbi del sistema immunitario e molte
endocrinopatie. La continua immissione nell’ambiente di sostanze estratte in
quantità industriali dai loro naturali serbatoi sono in grado di interferire
con i delicati equilibri dell’atmosfera e degli esseri viventi. L’impatto di
molte sostanze è imprevedibile e non sempre valutabile. Le catastrofi
ecologiche e gli incidenti climatici sempre più numerosi hanno creato
un’attenzione ed un livello di preoccupazione in alcuni ricercatori e scienziati
di tutto il mondo (perlomeno in quelli più sensibili e responsabili non
afflitti da sindrome d’onnipotenza ) da far ritenere che il modello di sviluppo
vada rivisto al più presto perchè il nostro pianeta ha la “febbre alta” e non
consente ulteriori tentennamenti. Il prof. Walter Ganapini ( Presidente di
Greenpeace Italia ) nel corso di una recente serata rotariana nella nostra
Città , ha disegnato con la forza convincente e incontestabile dei numeri e dei
dati, un panorama a tinte fosche sul destino della nostra valle Padana , uno
dei quattro- cinque territori più inquinati del mondo! Anche per lui, padano
di Reggio Emilia ogni misura volta a contenere questa folle corsa al suicidio di
massa è utile e auspicabile.
Si è chiesto da
più parti a quale letteratura i medici emiliano romagnoli e in primis i loro
Presidenti, si siano ispirati per sostenere la necessità di una moratoria sugli
inceneritori. Ebbene, non esito ad affermare che vi è una letteratura
scientifica imponente che ha ormai ampiamente dimostrato come il
cervello infantile e il sistema nervoso in via di sviluppo rappresentino veri
tessuti-bersaglio per le centinaia di molecole tossiche che da molto tempo
infestano l’aria, le acque e la terra.
LANCET ha
pubblicato un anno fa uno studio condotto dai ricercatori della Harvard School
of Public Health che cosi titolava: “LA PANDEMIA SILENZIOSA” …[….] ”
per denunciare l’incombente minaccia di un dramma socio-sanitario
globale, che si diffonde in modo subdolo e incontrollabile, perché gli effetti
di un’esposizione cronica e collettiva sfuggono alle abituali modalità di
ricerca e d’indagine… e per notificare le prime, probabili cifre di una tragedia
lungamente annunciata, eppure evitabile, secondo cui nel mondo: un bambino su
sei presenterebbe danni documentabili al sistema nervoso e problemi funzionali e
comportamentali, che vanno dal deficit intellettivo, alla sindrome da
iperattività, all’autismo (con costi enormi - detto per inciso – anche sul
piano economico: si calcola che negli Stati Uniti i costi per danni neurologici
da piombo nei bambini ammonterebbero a circa 43 miliardi di dollari e quelli da
mercurio a 8,7 miliardi).
I medici per
l’ambiente (ISDE Italia) - cui mi onoro di appartenere - hanno da tempo
denunciato in modo chiaro ed inequivocabile come la medicina occidentale tenda a
privilegiare una strategia di lotta contro le malattie troppo ripiegata su
diagnosi e terapia dimenticandosi della prevenzione. Si sono così creati e
perpetuati modelli di vita stressanti, consumistici ed inquinanti da parte dei
cittadini. La classe politica, gli economisti, anche alcune frange
sedicenti ecologiste e i cosiddetti esperti hanno parlato di sviluppo
sostenibile, di prevenzione, di promozione della salute, salvo poi varare o
legittimare norme e leggi – uniche al mondo – che non tengono in nessun conto
la tutela dell’ambiente e la salute dei cittadini. Cito fra le numerose
incoerenze (verosimilmente non casuali per difesa di precisi interessi
economici) la normativa del tutto illegittima – già sanzionata dall’UE – per
cui in Italia tutti i rifiuti sono equiparati a “fonti rinnovabili di energia”
. Il fatto fa sì che oltre l’ 80% delle risorse (pagate dagli utenti con il 7%
delle bollette ENEL) che dovrebbero destinarsi alle vere fonti
rinnovabili di energia , vadano a chi costruisce impianti a biomasse e
inceneritori. Nel 2006 - ad esempio – tali impianti hanno assorbito ben
1.135.911.334 Euro su un totale di 1.758.131.281 dei fondi stanziati.
(Assoambiente prot. n. P 59930). In questo modo non si favorisce certamente una
sana ed auspicabile imprenditoria che vada ad investire in fonti di energia veramente
rinnovabili. Ma vi è di più. Nel nostro Paese si consente che materiali
tossici e nocivi (Legge delega n. 152 del 3/4/2006) utilizzati come
combustibili accedano a tali finanziamenti per cui - sempre nel 2006 - ben
2.179.884.346 Euro sono stati ad essi destinati ( Assoambiente prot. n. P
59930).
La storia della
medicina è lastricata di episodi di dolore e di sofferenza prodotti - a
volte- in attesa di “prove ufficiali ” che rendessero ragione del rapporto di
causalità tra sostanza tossica e specifica patologia. Così nel nostro Paese ,
terra di lente riflessioni e di ancor più lente contromisure da adottare, si
è consentito che l’amianto- inizialmente considerato patogeno responsabile di
asbestosi - si scoprisse - negli anni ’60 – agente causale di uno dei tumori
più dolorosi per l’uomo, il mesotelioma. Ma solo nel 1992 ci si è decisi a
renderlo fuorilegge e a renderne obbligatoria la bonifica negli ambienti che lo
contenevano.
E come non
ricordare il caso dell’IPCA di Cirié , nel Canavese, dove 168 operai a distanza
variabile di anni (fino ad oltre venti) dall’abbandono del lavoro, morirono
di cancro della vescica in relazione con i coloranti all’anilina che vi si
producevano. A parte qualche lodevole eccezione (che pure vi fu) sorge
spontanea la domanda : dove erano i medici? Da allora sono passati molti
anni e la gravità di alcune situazioni attuali non può più essere taciuta. E’
tempo che i medici tutti si facciano interpreti delle istanze di salute dei
cittadini direttamente o indirettamente correlate all’ambiente. Ciò vale, in
particolare, per i medici pediatri poiché proprio i bambini sono i primi a
fare le spese dell’ostilità di un ambiente che è loro sempre più nemico. I
medici di famiglia che sono - di fatto - i primi epidemiologi del territorio
devono avere coscienza della necessità della salvaguardia dell’ambiente come
fattore determinante la salute dei propri assistiti. Tutto ciò richiede studio,
applicazione, aggiornamento e necessità di confronto con tutto quanto prodotto
e consolidato in letteratura. Ma si richiede anche autentica passione civile. Su
un argomento di così vitale importanza per la salute nostra e - soprattutto
delle generazioni future - mi aspetto un sussulto di orgoglio da parte dei
colleghi tutti. Vorrei che - per un attimo- tutti noi riflettessimo sulla
drammaticità dei molteplici segnali che con sempre maggiore frequenza
accompagnano la nostra attività professionale. In un mondo dove la solidarietà
civile, gli ideali e l’etica sono sistematicamente sacrificati nei confronti
di un mercato folle e perverso , deve alzarsi alta la voce dei medici per la
tutela di una ambiente salubre . Dobbiamo affrancarci da tutto ciò che in
qualsiasi modo ci condiziona per poter rivendicare quell’autonomia
professionale che rimane la sola autentica garanzia per la salute dei
cittadini.
Scontiamo ritardi
storici non più tollerabili da parte del mondo universitario medico che prepara
specialisti bene orientati in senso diagnostico e terapeutico ma poco o nulla
preparati in senso preventivo. Che dire poi delle interpretazioni di alcuni
studi di prevalenza o di caso-controllo riguardanti il rapporto tra ambiente e
malattia dove si palesa assai pesantemente il sospetto di conflitti di interesse
da parte di colleghi - a volte assai illustri - disposti a “letture ” piuttosto
disinvolte di studi epidemiologici che - se giudicati come si dovrebbe con
la semplice interpretazione dei numeri e della statistica - danno risultati
allarmanti per la salute pubblica? E’ giunto il tempo - da parte dei colleghi
chiamati ad interpretare tali studi - di dichiarare preventivamente se hanno
personali conflitti di interesse. In tale modo chi legge lo studio pubblicato
potrà preventivamente valutarne valore e attendibilità di giudizio. Ciò - del
resto - è quanto accade da tempo nel mondo anglosassone. Il Codice Deontologico
contiene un allegato che disciplina questa delicata problematica e gli Ordini
dei Medici dovranno avere la massima considerazione per un problema etico
così delicato e cruciale per l’immagine della professione.
Solo un malinteso
senso dello sviluppo economico può far ritenere che la politica dei rifiuti
debba essere risolta con l’incenerimento. Esistono dati precisi in proposito,
che dimostrano come in molti paesi d’Europa e del mondo tale metodica di
trattamento sia in progressivo abbandono. In questi paesi si va in altra
direzione sia per motivi economici che per motivi sanitario ambientali.
L’Italia, come al solito, in ritardo su tutto, intraprende in modo
pericolosamente insistente la via disastrosa dell’incenerimento globale. La via
maestra (che stanno intraprendendo in molti paesi) è quella di ridurre i rifiuti
globalmente intesi, per poi praticare una raccolta differenziata porta a porta
(non quella del grande cassonetto - di fatto - onnicomprensivo) in cui il
cittadino sia chiamato ad una precisa responsabilità nel ben separare i
rifiuti prodotti. I rifiuti così differenziati vengono poi raccolti e stoccati .
Sorgono - anche da noi - aziende attrezzate che ricevono le frazioni secche
riciclabili dei rifiuti urbani e assimilati , che selezionano i materiali in
base alla composizione merceologica, ne riducono il volume e gestiscono una
destinazione di uscita della singole tipologie di materiali che vengono
consegnate secondo un possibile riutilizzo a impianti di seconda lavorazione o
di riciclo. In molte realtà sia americane che europee ( anche in Italia )
esiste una nuova imprenditoria che attorno al ciclo dei rifiuti ha trovato forme
di lavoro e di business di grande interesse. Il residuo non riciclabile può
essere trattato con metodi definiti meccanico –biologici che hanno un minore
impatto ambientale. Il nostro Paese è all’avanguardia nella produzione diretta
di queste tecnologie innovative. A tal proposito lo studio CEWEP -
Confederation of European Waste-to-energy Plants – (confederazione europea degli
impianti dai rifiuti all’energia) trae le seguenti conclusioni: “ il riciclaggio
dei materiali raccolti con una buona differenziazione, provoca un minor impatto
ambientale rispetto alla termovalorizzazione”. Il costo del riciclo dei rifiuti
con queste metodiche è inferiore rispetto all’incenerimento. L’Italia ha
i più bassi tassi di riciclaggio di in Europa (circa il 20%), destinati a
rimanere bassi, grazie all’invenzione tutta italiana di far diventare, per
legge, l’incenerimento una forma di riciclo. Insomma a mio parere ( e di
studiosi molto più illustri del sottoscritto), inceneritori , gassificatori
specie quando proposti dalle Aziende ex- municipalizzate, sembrano più uno
strumento economico che un impianto per la gestione sostenibile dei rifiuti.
Grazie agli enormi profitti realizzati anche con “ l’escamotage” dei già
citati certificati CIP 6 etc. (sottraendo così risorse all’imprenditoria che
si occupa di vere fonti energetiche rinnovabili) , si potranno
utilizzare una parte di questi fondi per appianare i bilanci sempre più
asfittici dei Comuni , ma con quale impatto ambientale e sanitario? E i
cittadini ne sono compiutamente informati? E se informati si tiene conto della
loro volontà? In questa logica quale interesse ci potrà essere verso forme di
riciclaggio alternativo e con minor impatto ambientale? Queste risposte toccano
evidenti ed ineludibili responsabilità da parte della politica.
A noi medici
rimane - fino in fondo- la responsabilità di quantificare l’impatto sanitario
prodotto da questa metodica. Lo facciamo oggi, lo faremo nei prossimi giorni
inviando materiale scientifico al Ministro Livia Turco che ce ne ha fatto
richiesta. Ma lo faremo se necessario domani e ogni volta che la nostra
coscienza professionale ci dirà che c’è una minaccia incombente nei confronti
della salute dei cittadini. Termino questo scritto citando in modo letterale
parte delle bellissime parole scritte da una collega oncoematologa per
ricordare un grande, indimenticato, medico: il professor Lorenzo Tomatis ,
oncologo e ricercatore di fama mondiale, unanimemente riconosciuto come colui
che ha posto le basi scientifiche e metodologiche della cancerogenesi,
identificando e classificando gli agenti inquinanti e le loro conseguenze sulla
salute umana. Il professor Tomatis è recentemente scomparso a 78 anni. Le
parole della collega sono una grande testimonianza di affetto, di stima e di
rimpianto per un uomo che non ha mai accettato compromessi e la cui etica
professionale è stata un esempio per tutti :
“ Purtroppo
Lorenzo non è stato ascoltato; certamente oggi , anche per questo, il mondo è
più iniquo, sofferente, avvelenato. Tutto sembra ormai ineluttabile, così
Lorenzo chiamava quella sorta di oblio, quella rassegnazione, quello stringersi
nelle spalle che sembra avere contagiato tutti, che ci porta ad accettare ogni
compromesso, ogni sopruso, che ci porta a pensare che niente e nessuno possa
ormai arrestare la deriva del nostro mondo, come se non fossimo più esseri
capaci di progettare il nostro destino, di pensare, di sognare, di ricercare
equità e pace. In questo mondo malato Lorenzo vedeva una medicina parimenti
malata, sempre più tecnologica ed orientata esclusivamente alla cura, ma sempre
più lontana dalla ricerca delle vere cause delle malattie. La chiamava “la
Grande distrazione” … una follia riduzionista sembrava essersi impossessata
della mente di gran parte dei ricercatori”…. ogni laboratorio doveva scegliersi
… il suo gene”. Il ricercatore andava a caccia della proteina alterata, senza
più domandarsi il perché di quel danno.
Nel corso del
suo lavoro Tomatis ha dovuto assistere all’acquiescenza di ricercatori e
scienziati che, condizionati sempre più dagli interessi economici delle grandi
“corporation” , producono risultati ambigui e confondenti in modo da rimandare
ogni misura di prevenzione, molto più attenti a non ridurre i profitti di chi
comanda piuttosto che a proteggere la salute pubblica. “ Quando mi sono lasciato
comprare? Quando ho capito che la ricerca è al servizio del potere e che il
ricercatore è un’oca che produce uova d’oro e che quell’oro andava tutto sulla
tavola di chi comanda”: queste sono le parole di un suo collega riportate
nell’ultimo libro autobiografico di Lorenzo Tomatis , il Fuoriuscito, in cui-
già il titolo- bene esprime la sua volontà di porsi fuori da questo sistema
malato, un sistema in cui non è stato più possibile riconoscersi”.
Queste sono le
motivazioni profonde e non frutto di estemporanea emotività che hanno
suggerito a me e a tutti i Presidenti degli Ordini dei medici emiliano romagnoli
di richiedere attenzione, prudenza e precauzione alla nostra Regione e a tutti
coloro che hanno precise responsabilità nella valutazione sanitaria
dell’impatto degli inceneritori. Non vogliamo un futuro nel quale qualcuno
possa dire “ se i medici sapevano perché hanno
taciuto?”.
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