I ‘cani-killer’ hanno un padre:l’homo
sapiens
Luisella
Battaglia
(da “Il Secolo XIX”, 19 marzo 2009, p.
21)
<Troppa pietà verso i randagi>.
Nell’orrore delle notizie di questi giorni, le parole dello scrittore
siciliano Vincenzo Consolo risuonano come una condanna senza appello dei
cani killer. A suo avviso, episodi come quelli riportati dalle cronache,
sono <il segnale di un amore per le bestie francamente eccessivo>. Ma si
tratta davvero di troppo amore? E’ difficile sostenere che un animale
abbandonato sia stato troppo amato: la realtà, purtroppo, è ben diversa.
Maltrattati, affamati, abusati, nutriti delle carcasse dei loro compagni
morti, quegli animali sono stati pochissimo amati e ancora meno rispettati.
Non si potrebbe immaginare un addestramento più ‘scientifico’ alla violenza
e all’aggressività. Conosciamo la storia dei randagi: trattati come oggetti
sempre, considerati talora come giocattoli da cuccioli, e poi abbandonati
senza pietà da adulti perché fastidiosi, ingestibili, inutili. Solo lo
scarso anno nel nostro paese gli abbandoni sono stati più di undicimila. E’
bizzarro che la colpa morale e giuridica all’origine degli ‘assassini’, sia
così trascurata da coloro che, come Consolo, dicono no alla difesa a
oltranza degli animali. La responsabilità umana qui è innegabile, aggravata,
vorrei aggiungere, dalla rottura di quel ‘patto’ che da tempi immemorabili
ha unito le nostre specie. Cane e uomo, non dimentichiamolo, sono due facce
della stessa medaglia evolutiva , i compagni di una grande avventura
millenaria: i loro sensi si completano a vicenda, le loro storie si
appartengono e si intrecciano. Se mirabile è la capacità dell’uno di
rispondere alle richieste dell’altro, altrettanto portentoso è il talento
della razza canina d’interloquire con la nostra. Il dialogo tra le due
specie dipende da diverse cause ma, in primo luogo, come ci insegnano gli
etologi, dalla forte intelligenza sociale che caratterizza entrambe. Immersi
nel mondo in modo differente, uomo e cane possono monitorare la realtà con
competenze integrate e, quindi, con maggiore efficacia: l’uno come virtuoso
della vista, l’altro come maestro dell’olfatto.
Sennonché la domesticazione è anche
responsabilità, non può essere solo sfruttamento e vantaggio. Sono
riflessioni che vengono alla mente oggi che non solo quell’antico patto si è
rotto ma si assiste alla regressione dei nostri compagni. I nuovi branchi,
nati dagli abbandoni, hanno come protagonisti i randagi di seconda e terza
generazione che non hanno mai conosciuto l’uomo, ne hanno paura, sono
irritabili in quanto non hanno dimestichezza con la nostra specie. E’ così
che il cane da amico rischia di diventare il nemico da battere. Ma la sua
metamorfosi o, per meglio dire, il suo imbestiamento è nostra colpa
esclusiva. L’uomo al quale i cani erano stato affidati è stato accusato di
maltrattamenti, omessa custodia, concorso in omicidio colposo. Ma ci sono
anche le correità di chi non ha utilizzato i fondi stanziati per la lotta
contro il randagismo—che dovrebbe prevedere un piano straordinario di
sterilizzazione e la fine dei canili lager fonti di speculazione—e di chi
non ha accertato l’idoneità, la competenza e la serietà di coloro che li
hanno avuti in custodia. Siamo lontani anni luce dall’idea espressa dal
grande storico francese dell’Ottocento, Jules Michelet, di una
domesticazione nuova, di segno totalmente diverso, nel senso dell’elevazione
e non dell’abbrutimento del regno animale. Cruciale era, nella sua visione,
il richiamo alla responsabilità dell’uomo da lui definito <il Solone della
Creazione>.<L’arte della domesticazione, scriveva, non avrà il necessario
sviluppo se ci si preoccuperà soltanto dell’utilità che l’uomo ritrae dagli
animali domestici e non principalmente dell’utilità che gli animali possono
ritrarre dall’uomo>.
Siamo bravissimi a porre le pietre di
confine tra noi e le bestie, a definire ‘assassini’ animali innocenti che
sono stati da noi resi tali. Scarichiamo sulle altre specie la violenza che
è in noi, la scateniamo in loro per poi reprimerla esemplarmente. Il cerchio
si chiude, la caccia è aperta: giustizia è fatta? Si tratti di ‘mucca pazza’
o di ‘cani killer’, troverete sempre, comunque,<homo sapiens>.