
Pasquale Misuraca
giornalista (Fulminiesaette)
Non conosco una buona giustificazione teologica, filosofica, etica, della
sofferenza degli esseri viventi sul pianeta Terra. Ma non dispero. Perciò ho
ringraziato di testa e di cuore Paolo De Benedetti, Teologia degli
animali, Morcelliana 2007.
Ed
ho cominciato a leccarmi i baffi ben presto leggendolo a mia volta: a metà
della sua seconda pagina l’autore (colloquiando con Gabriella Caramore –
curatrice del libro) dichiara di aver passato la vita “anche e soprattutto a
meditare su quell’enorme problema, che non esiterei a definire come il più
grande che la teologia ha da affrontare, che è la sofferenza degli animali”.
Il problema della sofferenza degli animali umani – per restare nei dintorni
della cultura madre e padre di De Benedetti – il giudaismo ed il
cristianesimo hanno creduto di risolverlo con l’ideazione del peccato
originale di Eva e Adamo. Ma gli animali non umani, in tutta la Bibbia,
risultano innocenti – e allora?
Allora niente. Giunto alla fine del libro – sempre senza mai disperare,
nonostante che “l’enorme problema” fosse continuamente evocato e mai risolto
– ho dovuto ammettere che la montagna delle buone intenzioni aveva ancora
una volta partorito il topolino delle imperscrutabili punizioni, ed ero
rimasto a bocca asciutta. Insomma, questo nuovo, documentato, appassionato e
appassionante allargamento della teologia e della cultura giudaica e
cristiana, non è riuscito – per ammissione del suo stesso autore – a
giustificare, cioè a rendere giusta, la sofferenza degli animali non umani.
Gli animali soffrono, e muoiono, e gli ebrei ed i cristiani non sanno capire
e spiegare perché
Tuttavia il libro vale la gioia di essere letto, pieno com’è di acute
riflessioni, toccanti testimonianze, sacrosante retrocessioni dell’essere
umano da Signore della Terra a creatura fra le creature – e di poetiche
lamentazioni in forma di amorevoli e amabili racconti – come questo Qinà,
che in ebraico significa appunto ‘lamentazione’ (e che sintetizzo per ovvie
ragioni di spazio):
“È
morta la buonissima gatta. (...) È andata a morire in luogo occulto, la
gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, il silenzio e le
zucche cotte. (...) Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la
gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana.
(...) Ogni uomo in qualche cosa ha peccato e si è reso meno grato; ma un
animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei
sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte
(...) Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco
animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare e una foglia di
rabarbaro per l’ombra.”