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"Etica di fine vita e testamento biologico"
La Camera approva, è polemica.
I diritti
smarriti nella legge sul biotestamento
Luisella
Battaglia
da
"Il Secolo
XIX"
mercoledì 13
luglio 2011. Prima pagina
A conclusione di
anni di dibattiti, di battaglie parlamentari, di scontri ideologici verrà
votata una legge sul biotestamento che rappresenta, per molti aspetti,
un’occasione mancata. Vediamo di chiarire in che senso.
La nascita della
bioetica, negli anni 70, ha posto al centro del dibattito le cosiddette
questioni di entrata e uscita dalla vita, stimolando una progressiva presa
di coscienza nei confronti dei problemi connessi al morire. E’ infatti
proprio la capacità della scienza e della tecnologia di ritardare
indefinitamente la morte a far nascere la richiesta di riprendere possesso
della propria vita. A questa esigenza ha inteso rispondere il testamento
biologico, un documento con cui una persona, dotata di piena capacità,
esprime la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe o non
desidererebbe essere sottoposta nel caso in cui, nel decorso di una malattia
o a causa di traumi improvvisi, non sia più in grado di esprimere il suo
consenso. Al centro del biotestamento è dunque l’affermazione del principio
di autonomia che sancisce il diritto della persona di decidere in merito ai
trattamenti medici e quindi anche di rifiutarli, se non corrispondono ai
suoi valori .Che cosa è rimasto di questo impianto originario nella legge in
discussione?
Praticamente
nulla, visto che essa prevede – per limitarci ai punti più qualificanti– che
le volontà espresse dal paziente non siano vincolanti per il medico curante,
che non ci sia possibilità di indicare quali cure si intendano rifiutare e
che alimentazione e idratazione artificiali vadano comunque somministrate.
Che ne è, verrebbe amaramente da chiedersi, di quel principio di autonomia
che si traduce nel diritto all’autodeterminazione e che gioca un ruolo
rilevante nell’idea moderna della dignità umana? Qual è il destino della
libertà individuale in un paese che nega ai suoi cittadini la libertà più
elementare: quella di scegliere? Può il nostro stato definirsi ancora
liberale o siamo soggetti ad una ‘polizia morale’ – per citare John S. Mill
– che pretende di farci vivere sotto l’ombra protettiva del paternalismo
etico? Ancora una volta, come nel caso della legge 40 sulla fecondazione
assistita, il legislatore appare vincolato ad una ben precisa concezione
morale che ispira unilateralmente la sua azione. Il principio cardine
intorno a cui ruota la legge sul biotestamento è infatti quello della
indisponibilità della vita umana, che poggia sull’affermazione della
vita come dono divino di cui l’uomo non può disporre, tesi cui si è soliti
contrapporre l’altra, secondo cui la vita è un bene a disposizione
dell’individuo. Quale delle due affermazioni è più fondata? Potremmo
elaborare una serie sterminata di argomenti a sostegno dell’una e
dell’altra, il che dovrebbe quanto meno consigliare al legislatore di non
assumere una tesi come verità apodittica e soprattutto di non fondare su di
essa il suo intero impianto legislativo. Quella dell’indisponibilità della
vita contiene, peraltro, non poche ambiguità, dal momento che posso
ritenere, senza contraddirmi, che la vita sia un valore ‘indisponibile’ per
gli altri – nel senso che nessuno può arrogarsi il diritto di deciderne il
valore in base, ad es., a parametri di utilità sociale-- ma che sia
‘disponibile’ per me, aperta a tutte le possibilità che ritengo umanamente
significative. All’interno di uno stato liberale dovrebbe essere garantito
il diritto sia di chi sostiene la tesi della vita come dono sia di chi
afferma la tesi della vita come proprietà. Che è quanto appunto avrebbe
dovuto assicurare il biotestamento da intendersi, come negli altri paesi
Europei, come uno strumento giuridico aperto e flessibile, idoneo a regolare
situazioni eticamente controverse relative alla libertà dell’individuo
rispetto al potere medico e a garantire i valori di autonomia e di dignità
della persona.
In Germania
esistono, dal 1999, le cosiddette “Disposizioni del paziente cristiano”,
elaborate dalla Conferenza episcopale tedesca e dalla Comunità delle chiese
cristiane che prevedono la possibilità per chi le sottoscrive di richiedere
il non inizio o l’interruzione di trattamenti come la nutrizione
artificiale, la respirazione assistita etc. quando “ogni terapia
prolungherebbe solo il processo del morire”. Una sobria lezione di civiltà
che fa ulteriormente risaltare l’asprezza dello scontro ideologico che ha
accompagnato l’iter della legge.
Quella che doveva
essere una legge civile, intesa a consentire a ciascuno il diritto di poter
decidere della fine dignitosa della propria vita, è diventata un caotico
puzzle di norme e di divieti che, oltre a ledere il principio di autonomia,
costituzionalmente garantito, appaiono in stridente contrasto con la
Convenzione di Oviedo (1997) e con lo stesso Codice di deontologia medica in
cui si ribadisce che “il medico non può non tener conto delle eventuali
dichiarazioni di volontà precedentemente espresse”. Un’occasione mancata, si
è detto, per la politica che si rivela incapace di realizzare un incontro
tra piano istituzionale ed esistenza umana e di mostrarsi sensibile alle
richieste personali degli individui e ai loro bisogni più profondi.