
FORUM
"Le direttive anticipate"
Staccare la spina a intimidazioni e
intolleranza
Luisella Battaglia
(da Il
Secolo XIX - 18 gennaio 2009
- p. 15)
<L’ultimo no a Eluana. Rischieremmo la chiusura>. La casa di
cura ‘Città di Udine’ ha dichiarato di trovarsi costretta a ritirare la
propria disponibilità a ospitare Eluana Englaro. Una decisione presa in nome
della prudenza, dopo il diktat del ministro del Lavoro, della Salute e delle
Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, per evitare di mettere a repentaglio
l’operatività della struttura e quindi il posto di lavoro di più di trecento
persone.
Quella di Eluana si viene sempre più configurando come una
vicenda tragicamente esemplare, specchio di un paese ormai diviso tra
intimidazione e intolleranza.
Partiamo dall’intimidazione. Al di là delle nostre opinioni
sul diritto a una scelta di vita o di morte da parte di una persona o del
suo tutore, due fatti sono davanti a noi in tutta la loro gravità.
Innanzitutto, in linea di principio, è scorretto l’intervento del ministro
che ha dato un’interpretazione vincolante per tutti i cittadini, ledendo la
libertà di coscienza di chi la pensa diversamente. Così facendo, inoltre, ha
invaso competenze non sue: al Parlamento spetta fare le leggi, e ai giudici
applicarle. Il suo atto di indirizzo, che priva di efficacia le sentenze
della Corte d’Appello di Milano e della Cassazione sul caso Englaro e
diffida le Regioni dall’applicarle, si configura come un nuovo caso di
conflitto tra i poteri dello Stato. Se è vero, come è stato autorevolmente
sostenuto, che chiunque adempirà la volontà di Eluana non commetterà un
reato e non sarà certo l’intervento un ministro a rendere illegale un tale
adempimento, questo è stato reso nei fatti praticamente impossibile.
Quanto all’intolleranza, non può non suscitare amare
riflessioni lo stato del dibattito pubblico nel nostro paese quando si
affrontano le cosiddette questioni eticamente sensibili. In un articolo
pubblicato su questo giornale, Diversamente viva, l’ultimo schiaffo a
Eluana, invitavo a riflettere sull’appropriatezza e l’opportunità di
definire disabile una persona in stato vegetativo come Eluana, una
definizione che, lo ribadisco, continuo a considerare profondamente
irrispettosa sia nei confronti dell’Englaro che dei ‘veri’ disabili. Le
reazioni non si sono fatte attendere. Un malato di sclerosi laterale
amiotrofica, Mario Melazzini, si è sentito minacciato dalle mie
affermazioni, ispirate, a suo dire, a un’<idea benpensante di qualità della
vita>. Anche se non mi è molto chiaro il concetto di ‘benpensante’, posso
dire che si tratta di un colossale fraintendimento. In effetti, il signor
Melazzini, rivendicando il suo sacrosanto diritto a vivere, rivela
l’abissale differenza del suo caso rispetto a quello di Eluana: innanzitutto
il suo stato—è pienamente cosciente e quindi in grado di scegliere
cosa fare della sua vita—e poi la sua intenzione—una dichiarata
volontà di vivere che nessuno (ci mancherebbe!) può conculcare e che mi
sento in prima persona chiamata a difendere. Provo ammirazione e solidarietà
per tutti coloro—ne ho personalmente conosciuti alcuni—che lottano con tutte
le forze contro la loro malattia, quale essa sia, spinti da una inesausta
voglia di vivere o animati da una fede incrollabile nella Provvidenza. Provo
la stessa ammirazione—e l’ho più volte scritto—per i parenti e gli amici che
si fanno doverosamente carico di sostenere tale volontà con tutti i mezzi a
loro disposizione, che lo Stato ha il dovere di garantire. Ma il caso di
Eluana, ripeto, è ben diverso sia per stato che per intenzione.
Una persona come lei, priva di coscienza, in stato vegetativo da diciassette
anni <senza emozioni, senza avere fame o sete, tutte sensazioni che si
trovano nella corteccia cerebrale in lei distrutta> (lo certifica il
neurologo Carlo De Fanti che l’ha tenuta sotto controllo in tutto questo
tempo) si trova in condizioni palesemente diverse da quelle di un malato di
sclerosi laterale amiotrofica, in grado--lo dimostra benissimo il suo
intervento-- di deliberare e di esprimere autonomamente le sue decisioni.
Un secondo elemento altrettanto importante di
differenziazione è la sua intenzione, espressa quando era ancora in grado di
manifestarla: non quella di vivere a ogni costo ma solo a determinate
condizioni. Di questa volontà—che possiamo non condividere ma che siamo
tenuti comunque a rispettare—si è fatto interprete il padre che ha deciso
amorosamente di attuarla, facendosi carico di tutte le pene e difficoltà,
oltreché di tutte le accuse e ingiurie che gli sono piombate addosso. Il
diritto lo ha riconosciuto interprete, in quanto tutore, della volontà della
figlia, la politica glielo ha negato, frapponendo ostacoli di ogni sorta al
suo agire.
Non credo sia una manifestazione di relativismo (ma già mi
aspetto questa accusa) difendere il pari diritto di chi vuol vivere e di chi
ha espresso una volontà opposta. Una buona legge sul testamento biologico,
fondata sul diritto alla libertà di cura previsto dalla Costituzione, che
consenta a ciascuno di scegliere le terapie alle quali intende essere
sottoposto—comprese l’alimentazione e l’idratazione artificiali-- verrebbe a
sanare queste e altre difficoltà.