Lo
scontro etico sul concetto di vita
Luisella
Battaglia
(tratto
da “Il secolo XIX” 24 marzo 2006 pag.16)
Un
dibattito appassionato quello su Terri Schiavo. Lacerante, certo, sul piano
morale e politico ma utile, se condotto con pacatezza e voglia di capire, a far
crescere l’attenzione dell’opinione pubblica sulle questioni cruciali della
bioetica.
Purtroppo
i toni del dibattito si stanno invece arroventando. Si pensi alla condanna
durissima da parte dell’Osservatore
Romano della sentenza del giudice Whittemore: <Il giudice, vi si legge,
ha deciso che la vita di Terri non valeva la pena di essere vissuta, condannando
al tempo stesso la donna a una morte atroce: la morte per fame e per sete>.
S’introduce poi un’analogia tra i condannati a morte e Terri: i primi
vengono condannati a morte per i loro crimini mentre l’unica colpa di Terri è
quella di essere <inutile agli occhi di una società incapace di apprezzare e
di difendere il dono della vita. Di ogni vita>.
Con
tali parole, l’Osservatore Romano
mostra di voler imboccare la via di uno scontro totale: quello tra i fautori
della sacralità della vita, per cui essa è un dono di Dio e come tale non
disponibile e i fautori della qualità della vita, per cui essa è un bene a
disposizione dell’uomo, che può appunto giudicarne la ‘qualità’ e
decidere in merito. Impostato in questi termini, lo scontro è privo di
soluzioni e non ammette deroghe.
Chi
sostiene la tesi della sacralità ritiene che la vita umana abbia un valore
infinito, indipendente dalle sue condizioni e sia perciò assolutamente
inviolabile. Questa tesi ,che comporta l’esclusione di ogni giudizio sulla
qualità della vita, rischia di condurre al vitalismo
ossia al dovere incondizionato di prolungare la vita indipendentemente da fatto
che ciò costituisca o no un beneficio per l’individuo. Sennonché,
all’interno della stessa visione cattolica, occorre affermare che dovere
assoluto non è certo quello di prolungare a ogni costo la vita: essa è certo
un bene importante e fondamentale ma non è né assoluto né supremo.
Chi
sostiene, invece, la tesi della qualità della vita adotta un criterio che
chiede di agire in vista del miglior interesse del paziente e si pone
esplicitamente la domanda se il prolungamento della vita costituisce davvero un
bene per lui. Certo, si può obiettare, la valutazione della qualità è
soggettiva e quindi i criteri da applicare dovrebbero essere definiti da una
discussione pubblica, all’interno, ad esempio, di un comitato etico.
Sembra,
comunque, assolutamente improprio, in un caso così doloroso e umanamente
straziante, far riaffiorare, secondo la lettura del quotidiano vaticano, i
fantasmi di una visione che giudica gli esseri umani in termini di utilità.
Quella di Terri è una vicenda traboccante di affetti, di sentimenti e di
compassione in cui genitori e marito, drammaticamente contrapposti nelle loro
richieste—porre fine al trattamento o proseguire nelle terapie di sostegno
vitale—appaiono accomunati dalla stessa intenzione di
beneficità.
Gli uni e l’altro vogliono il suo bene--chi potrebbe onestamente negarlo?—ma
fanno risiedere tale bene in una condizione differente: i genitori nella
continuazione di una vita vegetativa; il marito nella sua interruzione. In ciò
risiede la drammaticità del dilemma morale: siamo dinanzi non a un bene o a un
male in competizione ma a due visioni del bene fondate su argomenti e ragioni
assolutamente rispettabili. La preoccupazione degli uni e degli altri è la
dignità di Terri. Ora, come si tutela la dignità di una persona in stato
vegetativo permanente? Per i genitori, lasciar morire è una rinuncia alla
speranza, per il marito, è la fedeltà a un impegno, quello contratto con la
moglie.
Qui,
come si vede, la distinzione cruciale è tra vita
biologica e vita
biografica. Terri è biologicamente viva ma non è, in senso proprio, la
protagonista della sua vita, avendo perso la capacità di scrivere ulteriori
capitoli della sua storia o di apprezzare
il
fatto di esistere.
Essa
è diventata, suo malgrado, un caso politico. Vicende come la sua ci fanno
comprendere le mutue implicazioni tra la sfera della politica e quella della
vita, tra polis e
bios. Lo sviluppo tecnologico è talmente rapido da rendere sempre
più labili le frontiere tra la vita artificiale e la morte. Problemi privati,
da risolvere nel foro interiore, sono ormai entrati nel campo politico: ciò che
era ai confini sta ora al centro. Dalla bioetica siamo passati così alla
biopolitica, la quale presenta un’ambivalenza fondamentale: ha una faccia
autoritaria, quella con cui lo stato vuole ingerirsi a tutti i costi nella
privacy,
entrando nelle decisioni più intime e dolorose relative al nascere e al morire;
ma ve n’è un’altra liberale per cui la scienza può e deve diventare
un’alleata dell’individuo, che resta il protagonista delle sue scelte, non
un avversario da temere o da combattere. Sta a noi che questa biopolitica
prevalga sull’altra.