
Lorenzo
De Caprio
<<Il
medico, nel rapporto con il paziente deve improntare la sua attività nel
rispetto dei diritti fondamentali della persona>>, recita il Codice
Deontologico. La ovvia dichiarazione di principio non è stata nel passato
ovvia. Solo da poco e non senza “difficoltà” il diritto
all’autodeterminazione si è trasferito in medicina, e solo oggi il principio
d’Autonomia mette al riparo la persona del paziente dalle scelte arbitrarie e
paternalistiche di un medico che, aggiunge il Codice, <<non può e non
deve intraprendere alcuna attività diagnostica e/o terapeutica senza il
consenso esplicito dell’interessato… In ogni caso, in presenza d’esplicito
rifiuto o di ritiro del consenso precedentemente espresso, il medico deve
desistere da qualsiasi atto diagnostico o curativo>>. Alla luce dalla
giurisprudenza e dalla bioetica “laica” e “cattolica”, Welby ,in quanto
“persona” e persona capace d’intendere e volere ha tutto il diritto di
rifiutare il supporto respiratorio, ed il medico ha l’obbligo morale prima e
giuridico poi di “staccare la spina”. Infatti, l’azione del medico è
moralmente legittima solo in presenza di consenso ed è illegittima, anche
giuridicamente perseguibile, in sua assenza. Sotto questo aspetto il rifiuto di
Welby non è diverso da quello di una signora che tempo addietro rifiutò
l’intervento “salvavita” d’amputazione e scelse in piena autonomia di
morire. In sostanza, per chiudere gli occhi al povero Welby non serve altra
legge. Non gli serve il Testamento Biologico che, derivato dal consenso
informato, consente ad una persona, oggi capace d’intendere e volere, di
esprimere in anticipo consenso o rifiuto nei riguardi di futuri trattamenti
sanitari in caso di eventuale perdita di autonomia decisionale. Una
legge del genere consentirebbe solo l’ interruzione dei trattamenti in persone
incapaci d’intendere e volere ma mantenute in condizioni di artificiale
sopravvivenza forzata, a condizione che queste abbiano prima espresso
un’opinione al riguardo.
Se
si nega a Welby il diritto all’autodeterminazione, implicitamente si restaura
il vecchio paternalismo medico, si cancella con un colpo solo il principio di
Autonomia, la disciplina del consenso informato e tutte le condanne inferte ai
medici per assenza o vizio di consenso. Il medico dunque può staccare la spina
ed a ciò, tra l’altro, è “giuridicamente” sollecitato dal Codice
Deontologico, che all’art.14, definendo l’ “accanimento terapeutico”,
prescrive: <<il medico deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti da
cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato
e/o un miglioramento della qualità della vita>>. Nella vicenda Welby,
come nei casi precedenti, confliggono due opposte concezioni della vita. La
battaglia sul “diritto di morire” (in pace) verte sul valore cosmico,
intrinseco che noi, sia laici che credenti, in quanto viventi
umani necessariamente attribuiamo alla Vita; ed è per questo
questi conflitti hanno una natura
“religiosa”.
Coloro che paventano nella scelta di Welby una sorta di legittimazione del
suicidio e che, gridando all’eutanasia, si oppongono al “lasciar morire”,
sottolineano l’argomento che la vita, in quanto tale, è “sacra” e che il
diritto di Welby alla libertà dalla inutile sofferenza debba cedere davanti al
valore assoluto della Vita. Queste persone intendono dire che la vita di Welby
sia pure ridotta in quell’orribile stato, è ancora Vita; non intendono dire
che sia necessariamente contro gli
interessi di Welby permettergli di morire. Potrebbero perfino ammettere, al
contrario, che sia nel suo
interesse morire.
Il
conflitto è tra due modi “religiosi” d’intendere la vita; tra quelli che
ritengono che la vita, anche se ridotta a semplice sopravvivenza artificiale, è
sacra in quanto la vita è di per se stessa sacra, e quelli che sollevano la
vita umana dalla mera esistenza animale e sostengono che la vita per essere
“umana” debba avere qualità aggiunte, tali da sacralizzarla nell’umano,
rendendola Vita degna d’essere vissuta dall’uomo. In questa prospettiva,
l’accanimento sopravviene quando la tecnica medica si limita a prolungare la
mera vita in modo del tutto innaturale ed è su questa condanna che fermamente
convergono, pur con diverse argomentazioni, tanto la bioetica cosiddetta laica
che quella cosiddetta cattolica. Al contrario, chi si esprime a favore della
sopravvivenza ad oltranza di Welby giustifica quella pratica disumana ed
ascientifica che va sotto il nome di accanimento terapeutico, e non per caso
queste stesse persone parlano di “eutanasia passiva”. Espressione del tutto
fuorviante, da respingere in quanto confonde il ragionevole lasciar morire (in
pace) una persona agonizzante, già condannata dalla malattia, con l’omicidio
e lo criminalizza assimilandolo alle pratiche naziste. Espressione tuttavia
molto comune che fa capire quanto sia forte il vincolo ideologico, sociale e
giuridico che costringe, da un lato, il medico a combattere strenuamente e
vanamente la morte e che dall’altro morti-fica il paziente condannandolo alla
Vita.