
FORUM
"Le direttive anticipate"
E dopo Eluana?…testamento biologico o sondino di stato?
Laiche osservazioni ed argomenti per l’auspicabile dialogo
Lorenzo De Caprio
Premessa
Uccisa 17 anni fa da un incidente
stradale, Eluana Englaro è spirata. Ma il caso è aperto. Le passioni si
calmeranno, le divisioni rischiano di trasformarsi in ulcere. Avrei voluto
qui portare qualche considerazione “politica”. Il compito mi è risparmiato
dai precedenti, e condivisi, interventi già presenti nel sito
dell’Istituto Italiano di Bioetica: quelli di Luisella Battaglia e Giorgio
Berchicci.
Ricorro più volte nel testo
all’espressioni: “cultura cattolica” e “cultura laica” che spesso sono
presentate come due monoliti in reciproca opposizione. Si tratta di una
generalizzazione che non rende onore alla varietà delle posizioni sul fine
vita all’interno dei laici e dei cattolici. la grossolana approssimazione mi
è imposta dalla sgradevole circostanza; nel confuso “dibattito” la voce
della ragione è stata annichilita da grida, strepiti e schiamazzi e la cupa
storia di Eluana, al pari di quella di Welby e di Terry Schiavo è stata
occasione di uno scontro manicheo tra il Bene e il Male.
Era il trionfo della Morte un carro
grandissimo tirato da bufali tutto nero e dipinto di ossa di morti…e sopra
il carro era una Morte grandissima con la falce in mano, et aveva in giro al
carro molti sepolcri col coperchio, et in tutti que’ luoghi che il carro si
fermava , a cantare uscivano alcuni vestiti di tela nera sopra le quali
erano dipinte tutte le ossature di morto…:
Morti siam come vedete,
così morti vedrem voi,
Fummo già come voi siete,
vo’ sarete come noi siamo…
Et inanzi et
adietro al carro gran numero di morti a cavallo, sopra certi cavagli scelti
de’ più secchi e strutti…con covertine nere piene di croci bianche, e
ciascuno aveva 4 staffieri vestiti da morti con torci nere et uno stendardo
grande nero con croci et ossa e teste di morto….
Questo duro
spettacolo per la novità e terribilità sua, misse terrore e maraviglia
insieme in tutta la città… non parve cosa da carnevale.
Giorgio Vasari, cronaca della”
processione carnevalesca” svoltasi a Firenze nel febbraio del 1511
Richiamo l’attenzione sul fatto che il
caso Englaro è stato come la fotocopia di quello Schiavo. Anche nella
culla della tollerante democrazia liberale, rissa mediatica,
spettacolarizzazione della lenta agonia, intervento di organizzazioni
religiose, contrapposizioni ideologiche, manifestazioni, intervento
d’urgenza del governo, conflitto tra le istituzioni dello stato. Là come
qui la morte è sopraggiunta in extremis tagliando il nodo che non si può
sciogliere.
Se si guarda indietro nel tempo si
noterà che la breve storia della bioetica è contrassegnata da tutta una
serie di casi clamorosi. Ma la novità che differenzia i casi Schiavo ed
Englaro dai precedenti è la radicalizzazione delle posizioni, la
spettacolarizzazione mediatica della morte e l’intervento di una politica
che cavalcando le emozioni decide di entrare nella sfera del privato.
Il caso Cruzan all’epoca , e sembra
archeologia, scosse sì le coscienze, ma quelle degli adetti ai lavori:
medici e magistrati. Non ebbe nemmeno comparabile risonanza mediatica e non
mise in discussione le certezze e le istituzioni dello stato di diritto.
I casi Schiavo ed Englaro hanno
riproposto ai cosiddetti “esperti” noti e vecchi dilemmi medici e bioetici,
in questo senso non portano novità. Il lato eccezionale di queste due
vicende così consiste nel fatto che, catapultati nel pubblico, qui si sono
caricati di una passionalità sofferta potente e travolgente, per molti
versi inaspettata. Responsabilità di una informazione che per fare ascolti
propina emozioni forti? Non lo credo.
Cinematografia e televisione ammanniscono
finta violenza e morti fasulle. Riedizione di un teatro del Macabro
che lascia il tempo che trova. Ma i media ci somministrano anche la morte
vera in diretta. Abbiamo visto morire campioni del volante, uomini
trascinati via dallo tsunami. Vediamo ogni sorta di violenze, torture e
morti ammazzati. Questi veri orrori non impressionano più di tanto. Forse
perché i media li trasfigurano in finzioni, li esorcizzano mutandoli in
orrori virtuali?
Elias Canetti direbbe che c’è di più.
Direbbe questa nostra indifferenza alla morte è umana; accade perché la
cosa non ci riguarda, perché si tratta di morti lontane che non ci possono
capitare. Perché in ultimo la morte non ci ha toccato, perché non siamo noi
che moriamo, perché è un altro quello che guardiamo morire mentre noi gli
sopravviviamo.
Al contrario la cronaca di una morte annunciata ha fatto saltare i nervi a
tutti quanti.
Siamo stati tutti protagonisti, anche
tirati per i capelli, di un colossale spettacolo: una gigantesca passione,
una mal riuscita elaborazione del lutto collettivo
La vicenda Englaro per lungo tempo è
stata trattata prudentemente dai media, anche quando era chiaro che fosse
prossima alla conclusione. Poi, improvvisamente , la notizia di terza pagina
è balzata a titoli di scatola sulla prima. Come se si fossero dati la voce,
i conduttori dei telegiornali hanno tutti intonato il “memento mori” ,
salmodiato lo “ogni giorno moriamo”. Allora è andato in onda la nostra
prossima morte personale. E questa sì che ci riguarda.
La società che ha rimosso la morte fino
al punto di espellere, come anticipo del camposanto, i terminali moribondi
dalle case per relegarli negli ospedali, nei reparti di cure palliative,
si è ritrovata la Morte in casa. Su di noi che sacramentiamo ogni volta che
in auto incappiamo in un funerale, è piombata all’improvviso il pensiero del
nostro inevitabile funerale.
Esagero? Sbaglio? Può essere.
L’immagine di Eluana sorridente, dai
lunghi capelli corvini e dai vivaci occhi neri ha avuto un ruolo decisivo.
Quell’immagine si è sostituita alla Realtà che Baudrillard egregiamente
chiama: Cagna. Ha impedito che sull’opinione pubblica piombasse la realtà
inguardabile, inaccettabile di Eluana, ed ha irretito l’ immaginario
collettivo con una altra Eluana. La gente ha adottato l’Eluana immaginaria
e se ne è innamorata. Come se quel volto fosse stato armato con un
qualche magico potere, ne è stata letteralmente “fascinata”.
Se per ipotesi fantapolitica un calcolo
ha messo in moto la macchina mediatica; e se, per successiva
fantapolitica, il machiavello è consistito nel tentativo di dirigere
l’opinione pubblica verso un certa posizione, facendole credere che quella
che doveva morire era l’Eluana della fotografia; vale a dire trasmettere il
messaggio implicito che, per volontà di un’iniqua magistratura e d’una
farraginosa costituzione sarebbe morta ammazzata una Eluana piena di vita.
Se questo è stato il fine recondito, questo tentativo per un soffio non ha
raggiunto i suoi obbiettivi. Ma quello che non è riuscito ieri, può
riuscire oggi.
Netta, precisa la sensazione seguendo la
vicenda che le passioni e le divisioni nell’opinione pubblica siano
andate al di là dei calcoli degli interessati propinatori di emozioni
forti.
Il volto solare della sorridente Eluana,
non ha, a mio avviso, comunicato esclusivamente un’immagine di vita. Anzi,
col passare del tempo ed il crescere delle polemiche, l’immagine si è andata
sempre più caricando di significati ambivalenti, è arrivata come al punto
di trasmettere la pedagogia del memento mori , delle vanitas,
delle grandi “natura morta” dell’età barocca
.
Pitture che immortalizzano grandi insiemi
di fiori dalle belle forme e dai colori accessi. Fiori recisi nel momento
stesso del loro fiorire, tagliati e collocati nei vasi , senza più speranza
di vita, morti. Fiori che simboleggiano e rammentano insieme lo splendore e
la fragilità della vita. Il popolo dei consumatori e del grande fratello,
ha dovuto ogni giorno confrontarsi con quell’immagine di bel fiore reciso, e
si è trovato costretto a domandarsi:
<<Come può morire una ragazza così
giovane? Perché deve morire? Perché quell’incidente? Come è potuto
accadere che quella giovane donna che sorride alla vita e a cui la vita
sembra sorridere, sia così crudelmente stata tradita e punita da quella Vita
che appassionatamente amava?>>
Si potrebbe anche dire che come il
grande macabro corteo del cinquecentesco Trionfo della Morte misse
terrore e maraviglia nei fiorentini, così il postmoderno spettacolo di
un’agonia è piombato su uomini e donne distratti, in tutt’altre faccende
affaccendate, costringendo tutti a pensare l’impensabile.
I padri e le madri hanno visto e
riconosciuto nell’immagine del volto Eluana i volti dei propri figli. Il
marito la moglie, il fidanzatino la fidanzatina…. Ed ecco che i ragazzini a
centinaia, forse a migliaia, hanno diffuso coram mediatico populo
, le loro disposizioni testamentarie. Il messaggio implicito è chiaro, hanno
detto: << Non ci devono essere dubbi su ciò che, ora che siamo come fu
Eluana , scegliamo per quando …saremo come è Eluana>>.
Netta la sensazione che in quel destino
gli italiani si siano riconosciuti, identificati; perché un incidente, un
trauma cranico, una malattia cerebrale ci possono realisticamente,
improvvisamente colpire, possono tragicamente spezzare le persone che
amiamo. Perché noi stessi e tutte le persone che più amiamo possono
all’improvviso essere traditi dalla vita e trovarsi nella identica
condizione di Eluana ed allora… che fare di noi stessi e di quelli che
amiamo? Le grida, le emozioni, le passioni, le incertezze, le divisioni, le
manifestazione pro e contro la conservazione di quel simulacro di vita e di
morte non ci devono sorprendere.
II
Lo sforzo di
occultare l’assurdità cardinale della situazione umana ha occupato un tale
posto strategico nel cammino della cultura che un numero crescente di
storici ha ripreso l’idea hegeliana asserendo che si potrebbe afferrare
l’essenza del dramma storico registrando i successivi mutamenti della
concezione della morte e dei modi in cui gli umani affrontano la morte ed il
morire.
Zygmunt Bauman 1995.
La civiltà
viene fatta fermentare dalle vanità dei suoi promotori. E’ un pericoloso
filtro d’amore che distrae dalla morte. L’espressione più pura della civiltà
è una tomba egizia, in cui tutto sta lì invano: mobili,
gioielli,cibo,dipinti, sculture…e il morto.
Elias Canetti 1978.
Il teatro dell’immortalità non mi è
piaciuto, e non è piaciuto a tantissimi altri. Ma siamo noi, illuministi
fuori dal tempo e dalla moda, in errore. Antropologi culturali, sociologi e
storici delle mentalità stanno là a dirci che lo spettacolo è nuovo nella
forma ma niente affatto nel contenuto e negli obiettivi. Che non c’è tribù,
comunità, società che con l’arma della cultura non abbiano agitato lo
spettro della Morte per fini interni. Che non c’è civiltà che abbia
praticato una vera e propria pedagogia della morte; ammaestramento morale
teso alla conservazione della stessa civiltà.
A partire dalle preistoriche sepolture
non c’è nessuna cultura umana che non abbia trasferito la morte dell’uomo
nel teatro dell’immortalità. Rappresentazione edificanti e
consolatorie, celebrazioni esorcizzanti e beneauguranti , rituali
minacciosi , macabri, terrorizzanti.
Basta entrare in un museo, in una chiesa,
in un moderno edificio pubblico. Crocifissioni, deposizioni, pietà e
compianti sul Cristo morto, Ecce Homo, martiri scorticati e santi
decapitati ci assalgono da ogni lato. Questo per non parlare dei martiri e
dei santi venerati dalla Modernità. Eroi che si sono sacri-ficati per la
Patria, l’Idea, la Causa, la Libertà, la Giustizia, il Progresso, la
Rivoluzione: la morte di Marat. Morti che sono d’insegnamento e d’esempio a
tutti quanti.
Spettacoli i riti di passaggio, le
fiamme che avvolsero Patroclo, i lamenti delle prefiche, le torture, le
esecuzioni, le dissezioni dei medici, i roghi degli eretici e delle streghe,
le fucilazioni, le sacre rappresentazioni, le commemorazioni dei defunti, i
macabri funerali barocchi, ed i solenni moderni e colossali funerali di
Stato a spese dello Stato.
Ecco la bara dell’eroe che in guerra s’è sacri-ficato sull’ affusto di
cannone; ecco che passano le bandiere, la banda militare, il re,
l’imperatore ed il capo del governo in lacrime sottobraccio al cardinale,
mentre il vescovo insieme al generale intona l’ inno nazionale, ecco i
corazzieri a cavallo con spade lance ed un bel pennacchio.
Spettacoli del passato, teatro per gli
stomaci forti del passato, per uomini che dovevano ogni giorno sopravvivere
alla fame, alle carestie, alle epidemie, alle guerre dei Trenta anni, dei
Cento anni. Siamo noi moderni ad avere maturato uno stomaco così delicato da
svenire alla vista di una sola goccia di sangue. Siamo noi moderni che
abbiamo rimosso la Morte e che, per non vederla, preferiamo che certe cose
si facciano di nascosto, lontano dai nostri occhi lacrimosi, umanitari,
delicati. Infatti qualcuno osserva: se, come tutti fanno. Beppino Englaro
avesse fatto tutto di nascosto, nessuno se avrebbe saputo niente e …per
tutti sarebbe stato di gran lunga meglio. Ma questo che sembra il lato meno
importante della vicenda, signi-fica molto di più di quanto dica.
Dobbiamo
incominciare a domandarci se in Italia di fine vita si possa almeno parlare.
E riprendo in forma molto parziale e succinta gli argomenti di Jean-Yves
Goffi che si è domandato se in Francia di questo si potesse almeno parlare.
Abbiamo visto nel caso Englaro (così come
in quello Schiavo) agitare lo spettro delle leggi naziste , e poiché
di norma, i riferimenti al nazismo non
si fanno alla leggera, ma allo scopo di insultare, di offendere, di
stigmatizzare, l’intento polemico era evidente e rappresentava un tipico
esempio di quella che Leo Strauss ha definito “Reductio ad Hitlerum”. Si
voleva insinuare che ogni presa di posizione in favore di una qualsiasi
forma di “dolce morte” non poteva che essere screditata in partenza, perché
ispirata da un progetto totalitario o genocida.
Abbiamo a che fare con una sofistica
che, in accordo con l’atteggiamento dominante, ha come obbiettivo di
rimuovere le problematiche di fine vita. Evitare che certe cose sgradevoli
vengano messe in piazza e che nella piazza se ne parli.
I benpensanti saltano inorriditi sulle
sedie quando dal buco della serratura fa capolino l’ eutanasia.
Parola dall’incerta definizione e dai
troppi significati, ma così malefica e maledetta che, come pronunciata,
stronca ogni possibile discussione. Significante che rappresenta il Male
che partorisce ogni male. Parola usata comunemente a sproposito,
abitualmente rimossa da espressioni neutre e salottiere come: desistenza
terapeutica; oppure tecno-misericordiose come: sedazione terminale.
La nazi-ficazione
sistematica della “qualità della vita” si può considerare un’altro classico
del repertorio. Non appena viene invocata dalla sofferenza umana,
immediatamente viene portata via dal caso clinico di terminalità
inguaribile in cui nasce, e per analogie arbitrarie e provocatorie, si
trasfigura in appello allo sterminio sistematico di tutte le vite non
degne di essere vissute . Se poi un cattolico mi viene a dire che quando
Welby ha perso ogni qualità di vita , l’unica qualità che resta alla vita
di Welby è la sua quantità, gli dico che l’argomento ha una sua
rispettabile ragione, ma comunque il giudizio e la decisione appartengono a
Welby.
Non a caso la Reductio ad Hitlerum
ben si accoppia alla retorica della “china pericolosa”. Offriremo
anzitutto alcuni esempi nei quali questo argomento viene utilizzato:
Se si introduce nel diritto civile un provvedimento che riconosce le coppie
(eterosessuali) di fatto, si introduce nella legislazione una forma
di unione civile per le coppie omosessuali e ci si pone su una china
pericolosa che conduce al riconoscimento del matrimonio omosessuale, poi…Se
ne conclude che non bisogna in nessun caso modificare il diritto civile.
In relazione
all’eutanasia, l’argomento assume la seguente forma: Se si accetta, in
taluni casi di lasciar morire certi malati in fin di vita, assai sofferenti
ed abbastanza lucidi da chiedere che li si faccia morire, si finirà col
mettere a morte, che lo vogliano o no, tutti gli esseri umani ritenuti
indesiderabili e/o inguaribili. Se ne conclude che non bisogna accettare di
far morire i malati che lo richiedono, anche se sono afflitti da terribili
sofferenze.
Si può osservare che la retorica
utilizzata non consiste
soltanto nell’evocare abusi spaventosi. Esso afferma che tali abusi
avverranno immancabilmente, se vengono tollerati comportamenti o pratiche a
prima vista inoffensivi.
Il determinismo stretto conduce tutta l’
argomentazione. La sofistica prescinde da ogni considerazione storica od
empirica. Cancellando la variabile (non indifferente) dalle libere decisioni
umane, si dà per scontato che la scelta A determini meccanicamente il fatto
B e poi B causi meccanicamente C, e C…il genocidio. Dunque ogni apertura,
ogni proposta in quanto: 1°, ispirata dall’ideologia nazista e 2°,
certamente catastrofica per la società, va respinta e stroncata sul nascere.
Ma non finisce
qui. L’altro argomento messo a modo di carro armato è quello della
“Cultura di Morte”. Conviene che ci si soffermi.
L’espressione viene usata da Giovanni
Paolo II nell’ enciclica Evangelium Vitae , nella quale il Papa
critica radicalmente la civiltà capitalistica occidentale. Il Papa parla
di un crescente “cultura di morte” che caratterizza la società contemporanea
come una vera e propria struttura del peccato. Il Papa condanna
l’intero modello di sviluppo della modernità occidentale mettendone in
evidenza tutti i suoi lati negativi: l’egoismo dei paesi ricchi , il
primato dell’avere sull’essere, i modelli economici che generano ed
alimentano ingiustizia e violenza, il degrado ambientale, l’effetto serra,
l’edonismo, il consumismo, il relativismo etico, l’individualismo e
l’eccessiva autonomia, il ricorso spregiudicato alla tecnologia
nell’affanno di controllare e dominare la nascita e la morte.
Ma era necessario ricorrere ad un
espressione così forte, implicitamente fondamentalista ed esplicitamente
criminalizzante? I teodem certo non se lo domandano, ma almeno se lo
domanda il teologo cattolico David Schindler:
Sicuramente si riconosce che le società occidentali sono pervase da un
diffuso conflitto e da relativismo morale; ma è poi adeguata la definizione
di << cultura di morte>>. E certamente ci sono gravi peccati in queste
società, ma è da ciò giustificata la definizione di <<vera e propria
struttura di peccato>>?
In conclusione se si vuole che s’instauri
un dialogo è necessario che certo cattolicesimo militante abbandoni certe
espressioni.
III
La terapia
tocca il suo apogeo nella danza macabra che si svolge intorno al paziente
giunto all’ultimo stadio…officianti in camice bianco e verde avvolgono i
resti del paziente in aromi antisettici. Più l’incenso e la pira sono
esotici, più la morte di fa beffe del sacerdote. L’uso religioso della
tecnologia medica è arrivato a prevalere sul suo scopo, e la linea di
confine che separa il medico dal necroforo non è più distinguibile. I letti
si riempiono di corpi né morti né vivi.
Ivan Illich, 1977,
La critica alla “medicalizzazione
sociale” è ormai un luogo comune.
Non c’è studioso di scienze sociali che
non si scagli su questo fenomeno e la chiesa cattolica non è meno severa.
Vi basterà l’opuscolo “Educare alla salute, educare alla vita” diffuso dalla
CEI in occasione della XVII giornata del malato, 11 febbraio 2009.
Una parte tutt’altro
che minoritoria di questi studiosi va oltre; afferma esplicitamente che la
tecnica medica ha nelle società contemporanee assunto i caratteri di una
vera e propria religione secolare di salvezza. Lain Entralgo parla di
“teologia della medicina”, Bauman di “escatologia di tipo tribale” .
Non direi che esagerino quelli che, come
il cattolico Illich, sostengono che le disincantate società moderne
abbiano sic e simpliciter trasferito alla tecnoscienza medica
l’incarico di mettere in atto gli esorcismi in uso nel magico passato. La
Tecnica da parte sua, ben si presta alla soteriologica operazione; non ha
forse, come ci ricorda Weber, sostituito la Magia perché ben più efficace
della Magia?
In questa prospettiva, la
medicalizzazione della morte rappresenta la pietra dello scandalo, e nella
letteratura si rincorrono espressioni spregiative le più varie e le più
colorite. Può essere a questo punto, d’un certo interesse notare che le
critiche alla morte medicalizzata, ed a tutto ciò che ne costituisce
l’ornamento: accanimento terapeutico, rianimazioni forzate e sopravvivenze
ad oltranze, non sono esclusivamente della cultura laica ma anche della
cattolica.
Questa convergenza è come occasionale e
nasconde le differenze originarie.
Per il laico non credente nei confronti
dell’invadenza delle tecnologie si da un vero e proprio “diritto di
morire”, diritto di esprimere liberamente le proprie scelte di fine vita e
vederle, per così dire, eseguite. Diritto del malato ad essere lasciato
morire in pace, di voler por fine alle proprie sofferenze, quando la
qualità della sua vita, a suo insindacabile giudizio, è venuta meno.
Autonomia sistematicamente violata dalla ragione strumentale.
Per il credente la morte è altra cosa.
Non è solo l’esito della malattia, non è un fatto neutrale, ma evento
colossale. Imitatio Dei. Sofferenza e morte che patite come le patì
Cristo vengono offerte a Cristo. Passio che prepara all’incontro con
Cristo Salvatore.
Se così le tecnologie mediche nelle
condizioni di terminalità inguaribile offendono la libertà del non
credente, quelle stessa profanano il valore umano, morale, religioso,
salvifico dell’ evento che , per eterna legge divina, chiude il ciclo
naturale della vita terrena.
Tuttavia la
posizione del credente è più problematica, nasconde una contraddizione. Se
da un lato la tecnologia medica cancella i significati simbolici che le
tradizioni religiose hanno attribuito alla morte dell’uomo; dall’altro ed in
opposizione quella stessa tecnologia è salvavita. Ben si presta ad essere
strumento da invocare a difesa del più sacro dono di Dio: la vita.
Il famoso discorso sulle rianimazioni di
Pio XII del 1959 sta a significare, esattamente come aveva inteso Hans
Jonas,.. che: di fronte a situazioni in cui sulla base delle conoscenza è
ormai impossibile qualsiasi recupero del paziente alla vita cosciente il
medico può <<togliere l’apparecchio della respirazione per permettere al
paziente, già virtualmente deceduto, di morire in pace>>.
E si era nel 1959, lo sviluppo tecnico era
agli inizi; di trapianti, morte cerebrale, corticale, stati vegetativi, coma
irreversibile non se parlava.
Trapianti d’organo e morte cerebrale, per
la sottesa antropologia, avrebbero complicato ancora di più le cose. Il
criterio di morte cerebrale disgusta nel fondo non pochi laici e non pochi
esponenti della chiesa. Ma, contraddizione, quella morte cerebrale che
nella vibrante espressione dell’allora cardinale Ratzinger produce
“cadaveri caldi”
, e cancella la simbolica di un uomo creato ad immagine e somiglianza di
Dio, e la sostituisce con uno scasso d’auto vecchie, deposito di pezzi di
ricambio; nello stesso tempo permette di salvare vite umane. Anzi. la
tecnica dona cristianamente, la vita e vince letteralmente la morte.
Quest’atteggiamento contraddittorio nei
confronti della tecnoscienza non è solo della cultura cattolica. Sul
versante della generazione, all’opposto della Chiesa che sempre vieta, la
laicità plaude agli immancabili anzi certi progressi annunciati della
biomedicina. Con le eccezioni del caso, ogni tipo di sperimentazione, ogni
tipo di prassi è moralmente buona, economicamente sostenibile, socialmente
accettabile.
Qui le due culture convergono. Entrambe
hanno un atteggiamento ideologico e strumentale nei confronti delle
opportunità messe a disposizione. Entrambe ,se e quando vedono ( o credono
di vedere) nella Tecnica un mezzo per poter realizzare i loro ideali,
legittimano nella dimensione della morale ciò che li avvicina al loro Mondo
Ideale; per converso la respingono quando essa sembra ostacolarne,
ritardarne l’immancabile realizzazione.
La laicità crede nella Tecnoscienza, quando
vede in essa il mezzo per conseguire ed assicurare l’autonomia di un uomo
totalmente artefice del proprio destino; questo al di là di ogni limite ,
al di sopra di ogni contingenza fosse pure quella del corpo.
Il cristianesimo cattolico crede nella
Tecnoscienza quando vede in esso il mezzo per strappare alla morte il suo
pungiglione.
Laicamente parlando, temo che la
cristianità cattolica cada in un pericoloso controsenso. Malati in stato
vegetativo permanente e quelli in coma che poi sarebbero stati dichiarati
cadaveri dalla morte cerebrale, erano sconosciuti alla medicina. Appena
l’altro ieri sarebbero naturalmente morti, sono stati infatti letteralmente
creati dalla tecnica negli ultimi decenni. Rappresentano, sono forme di
“vita” artificiale o, se preferite, di morte “innaturale” che è possibile
creare in laboratorio solo ed esclusivamente grazie alla Tecnica.
L’aggettivo “vegetativo” che qualifica nel regno vegetale la vita di
pazienti come Terry Schiavo è confondente, fa pensare che quei pazienti
vivano come vegetali, in realtà i vegetali godono di un livello di vita
incomparabilmente superiore di quella dei vegetativi. Vivono di vita
autonoma, non macchina indotta e macchina dipendente.
IV
A partire da
Platone la questione della legittimazione della scienza è indissolubilmente
legata a quella della legittimazione del legislatore. In questa prospettiva
il diritto di decidere ciò che è vero non è indipendente dal diritto di
decidere ciò che è giusto…Il fatto è che esiste un rapporto di gemellaggio
tra il tipo di linguaggio che chiamiamo scienza e l’altro che chiamiamo
etica e politica.
Jean-Francois Lyotard, 1979.
Entrambe le culture trascurano, anzi
ignorano il poco visibile potere “normativo” della tecnoscienza. Un potere
che le deriva da fatto che essa possiede e controlla in un regime di
extraterritorialità sociale e morale, il potere forte di dimostrare di ciò
che è vero.
Attribuendo all’embrione gli inviolabili
diritti della persona, la Chiesa non fermerà il lavoro di medici e
scienziati sul fronte dell’inizio vita. Scomuniche e anatemi mostrano qui
tutta la loro patetica inconsistenza. I tecnocrati si legittimano da
solo. Dimostrano buona e vera la futuribile terapia genetica e calamitano
su di se le speranze e le attese della gente. Dimostrano efficaci , dunque
vere e buone, le tecniche di fecondazione artificiale nella malattia della
“sterilità di coppia”. Questo è sufficiente a convincere l’opinione
pubblica, a tirare da loro parte media, industriali, intellettuali e
politici.
Allo stesso modo ingenuo, trascurando gli
interessi forti, i laici pensano di fermare il sondino di stato sollevando
il principio d’Autonomia. I medici dimostrano che la tecnica veramente è in
grado di far arretrare i confini della morte e dunque il sondino è giusto.
Spero che i laici vincano questa battaglia, ma si tratterà pur sempre e
solo di una battaglia difensiva. Dato il ritmo vorticoso dei progressi,
c’è da attendersi altri miracoli della scienza e dunque che i laici stiano
sempre in campana. Saranno richiamati al fronte.
Il convitato di pietra che
sto evocando è ormai datato. Agli inizi degli anni ‘90 la “Commissione
Governativa Olandese sull’Assistenza Sanitaria” sottolineò come fosse
inadeguata la retorica del porre limiti,
siano essi amministrativi, economici,
morali o religiosi,
in quanto si presuppone erroneamente che
la medicina e la sanità, siano attività relativamente autonome, pertanto
influenzabili da rigorose costrizioni esterne. Inoltre, notò la Commissione
la retorica del porre limiti trascura l’impossibilità d’ influenzare lo
sviluppo di nuove tecnologie e l’estrema difficoltà a regolamentarne
l’impiego, arrivando così a suggerire forme di controllo tali da mettere
in discussione il dogma ortodosso della “libertà della Scienza”.
Inutile dire che le conclusioni della
Commissione furono ignorate dal Governo Olandese, ciò non di meno resto
convinto che una riflessione comune e globale sul potere della scienza e
sul difficile rapporto tra morale, società e la scienza sarebbe necessaria
ed auspicabile.
V
Il sistema si
presenta come la macchina avanguardista, che si tira dietro l’umanità
disumanizzandola, per riumanizzarla ad un altro livello di capacità
normativa. I tecnocrati dichiarano di non poter far affidamento su ciò che
la società designa come propri bisogni, essi “sanno” che lei stessa non è in
grado di conoscerli perché non si tratta di variabili indipendenti rispetto
alle nuove tecnologie. Tale è l’orgoglio dei decisori e la loro cecità
Jean-Francois Lyotard, 1979.
Nel fine vita la capacità della macchina
avanguardista di imporre le nuove norme del morire suscita le più forti
reazioni tra i laici. Un conto il prete, la confessione, le preghiere e
l’olio santo; un altro il medico, il defibrillatore, il cardiopulsatore, il
respiratore, la pompa. Di gran lunga più costrittive dell’antico ordine
rituale, le nuove leggi annullano la dignità dell’uomo.
Fondandosi sul “principio di Autonomia” si
fanno strada e s’affermano nell’ agorà discussioni e richieste connesse al
suicidio medicalmente assistito, alle cure palliative, alla desistenza
terapeutica, al testamento di fine vita .
Autonomia: Oh quale parola abbiamo
evocato. Gli ultimi documenti della Chiesa riconoscono ai pazienti
d’esprimere libere scelte nei riguardi dei trattamenti straordinarii, ma non
di quelle ordinarii. D’ autonomia dunque non se parla.
Il termine che nell’ ordinario è quasi
sinonimo di libertà indica qualcosa di più forte. Introdotta da Kant
l’autonomia significa l’indipendenza della volontà e la sua capacità di
autodeterminarsi in conformità di una legge sua propria, che è poi quella
della Ragione umana. Siamo molto al di là di quel libero arbitrio che
consente all’uomo di scegliere tra ciò che è Bene e Male secondo la legge
di Dio. L’autonomia trasferisce all’uomo il potere che è di Dio: quello di
decidere cos’è il Bene e cos’è il Male. Si tratta di una pregiudiziale al
dialogo sul fine vita insuperabile, a cui potrebbe porre rimedio un po’ di
quella “tolleranza” che traspare, misericordiosa e senza essere nominata,
nei documenti precedenti.
Si dovrebbe accettare l’evidenza che i
laici non vogliono essere salvati dal peccato mortale. Che quello che
chiedono non farà crollare la cattedra di Pietro. S’augurano per sé quel
s’augurava per sé Michel signore de Montaigne: Ho visto parecchi
moribondi pietosamente assediati da tutta quella compagnia: tale folla li
soffoca. E’ contro il dovere lasciarvi morire tranquillamente: uno vi
tormenta la bocca, un altro gli orecchi; non c’è membro che non vi
fracassino…Io mi accontento d’una morte raccolta in sé, tranquilla e
solitaria, conveniente alla mia vita privata…Ho ( già) abbastanza da fare
per consolarmi ( della mia morte) senza dovere (anche) consolare gli altri
(della mia morte)… Non è questa una parte che spetta alla società, è atto
con un solo attore protagonista.
Sulle questioni sollevate dal nobile
signore de Montaigne la posizione della cultura cattolica appare un monolito
intransigente, in realtà uno sguardo appena più attento rileva un percorso
molto più problematico e tormentato.
L’impostazione data da Pio XII di
chiusura assoluta sulle questioni di principio, ma di prudenziale apertura
nello specifico, si è protratta nei pontificati successivi. Giovanni Paolo
II ha più volte condannato senza mezzi termini l’eutanasia, (intesa come
l’uccisione volontaria di vite innocenti), e nella Carta degli Operatori
Sanitari (1995)
ritorna la voce di Pio XII : Per il medico e i suoi collaboratori non si
tratta di decidere della vita e della morte di un individuo. Si tratta
semplicemente di essere medico, ossia d’interrogarsi e decidere in scienza e
coscienza, la cura rispettosa del vivere e del morire dell’ammalato. Questa
responsabilità non esige il ricorso sempre e comunque ad ogni mezzo. Può
anche richiedere di rinunciare a dei mezzi…Può anche voler dire il rispetto
della volontà dell’ammalato che rifiutasse l’impiego di taluni mezzi.
Fatte salvi i principi generali, la Carta
ripropone nei suoi tratti essenziali e decisivi la lezione ora esplicita
ora implicita di Pio XII: la condanna dell’accanimento terapeutico, il
rispetto delle scelte del paziente, il principio della proporzionalità
della cura, le concessioni alla palliazione del dolore.
Né mancano nella “Evangelium Vitae”- nota
Lorenzo D’Avack-
affermazioni che attribuiscono al malato stesso la responsabilità della fase
terminale della propria vita, pur ribadendo la condanna verso l’eutanasia:
è lecito sospendere
l’applicazione di queste cure quando i risultati non corrispondono alle
aspettative. In tale decisione si deve tener conto del giusto desiderio del
malato e dei suoi cari come anche del giudizio dei medici.
E D’Avack ricorda che alcuni teologi d’area protestante, evangelica,
cattolica e soprattutto la Chiesa Valdese si sono espressi a favore del
rispetto della “buona morte” respingendo nel contempo tanto il “libertinismo
antireligioso che predica una sorta di diritto illimitato al suicidio”
quanto “il rigorismo reazionario senza compassione”.
Ma si irrigidisce la posizione della
Chiesa cattolica che, con il documento predisposto…dalla Pontificia
Accademia della Vita considera
le argomentazioni rivolte a prevenire
l’accanimento terapeutico e il lenimento del dolore come strumenti ambigui,
artatamente utilizzati per dare ingresso a forme più o meno larvate di
eutanasia. …Il principio di autodeterminazione viene inteso in senso
restrittivo, e subordinato al valore della vita, comunque debba essere
vissuta, non potendo l’uomo esserne il padrone assoluto. E pur riconoscendo
che verso il malato grave e il morente occorre comportarsi in modo da non
indulgere all’accanimento terapeutico, la Pontificia Accademia per la Vita
distingue tra cure ordinarie (comprensive della nutrizione e della
idratazione anche se artificiale) cura palliative, dirette a lenire il
dolore e terapie straordinarie o rischiose. Solo in questo ultimo caso si
consente al paziente di esprimere le proprie volontà.
A questo punto, come per caso o divina
folgorazione, il Comitato Nazionale di Bioetica nel documento
”L’alimentazione e l’idratazione artificiale di pazienti in stato vegetativo
persistente”, fa, cambiando ciò che c’è da cambiare, sua la classificazione.
In ultimo, le Risposte date dalla
Congregazione per la Fede ai quesiti posti dalla Conferenza episcopale
statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiale
a seguito delle controversie sul caso Terry Schiavo, non fanno altro che
testimoniare dell’avvenuto irrigidimento.
Da una certa prospettiva è una profezia
che si autoavvera
Ne: The Troubled Dream of Life
Daniel Callahan aveva messo in evidenza l’inevitabilità dell’ incredibile
matrimonio tra religione e tecnoscienza sul versante della fine della vita.
Prodotto dell’imperativo tecnologico: se esiste una tecnologia, essa deve
essere impiegata!; il supposto imperativo morale del medico moderno di fare
tutto il possibile pur di salvare ad ogni costo una vita, ha incontrato la
sacralità della vita; ed in modo spontaneo e non programmato, la posizione
tradizionalista della “sacralità della vita” si è saldata gli imperativi
medico-tecnologici.
E con ciò la tecnica si è sacralizzata ed
il sacro tecnicizzato. Infatti se la tecnica è “mezzo” da utilizzare in
vista del sacro fine che ci si propone, la tecnica diventa “condizione”
senza il quale il sacro fine non si può realizzare. Il dono che la
nutrizione artificiale porta alla Chiesa- direbbe un antico greco- è
dorov che nasconde il dolov. La tecnica disincanta, per sua
stessa natura distrugge quell’ universo di valori, simboli e significati che
è alla base di ogni religione. La tecnica alimenta e si alimenta di quel
sogno di onnipotenza prometeica che taluni hanno collocato alla radice
della…. “cultura di morte”.
VI
Le tecniche d’alimentazione ed
idratazione artificiale sono procedure mediche e quindi sottoposte prima al
consenso del paziente o del suo tutor, e poi al giudizio di un medico sempre
a rischio di eccedervi; oppure si collocano nella sfera dell’ umana
assistenza, della dovuta misericordia cristiana?
Almeno da quaranta
anni se non più, su questo sofisticato tormentone per eruditi raffinati si
misurano tutte le difficoltà e le incomprensioni. I laici si meravigliano
del fatto che i cattolici non vedano ciò che a loro sembra evidente di per
se stesso. Che quelle procedure, sono alcun dubbio tecniche; in quanto
decise e messe in atto da medici e non da cuochi; in quanto violano
l’integrità del corpo; in quanto irrealizzabili senza macchine che
infondono nutrienti e farmaci ; in quanto non esenti da rischi ed effetti
collaterali.
Dall’altra parte i
credenti si meravigliano dell’ opposto. Come è possibile che i laici non
vedano ciò che a loro sembra evidente di per se stesso. Che quelle
procedure sono mezzi nei fini coerenti con gli obblighi sanciti non solo
dalla semplice solidarietà , ma anche e soprattutto dal catalogo
misericordioso. Che quelle procedure si situano, nell’ambito di tutta la
medicina, in una dimensione privi-legiata, “sacrale”. Sono al di sopra
delle “leggi” che disciplinano e limitano le altre profane procedure.
Alimentazione e nutrizione artificiale, “devono” essere messe in atto e
devono essere continuate, non possono sfociare in accanimento e non possono
essere rifiutate dal paziente senza cadere in peccato mortale: suicidio.
Strappata dall’ambito suo proprio della
pratica medica, trascinata nelle aule dei tribunali anglosassoni che si sono
espressi in modo contraddittorio,
trasfigurata dalle opposte visioni del mondo, la tecnica definisce anche il
campo di battaglia ed intorno a sé dispone e schiera gli eserciti in
opposizione. Ma così impostata la questione si avvia al destino
inconcludente della disputa, invero più affascinante, intorno all’anima
delle donne. In effetti, i due schieramenti non hanno nulla su cui
discutere, su nulla possono accordarsi.
Forse, ma ne dubito, si potrebbe provare
al costruire un fragile ponticello se molto pacatamente si potesse ragionare
su alcuni punti che ( laicamente parlando) mi sembrano contraddizioni.
Si potrebbe obiettare, per esempio, che
se la morte fa parte integrante del ciclo della vita al pari del
concepimento e della nascita, non si capisce perché la chiesa che benedice
“alcuni” interventi tecnici sul fine vita, li vieti poi tutti all’ inizio
della vita? In nome di quale teologia va difesa a spada tratta la naturalità
della generazione e non quella della morte?
Se la vita è sacra, non ha alcun senso la
gerarchia etica delle tecnologie . Se l’alimentazione e l’idratazione
artificiale hanno valore morale, per gli stessi motivi lo hanno anche le
altre tecniche. L’espressione “sostegno vitale” di per sé non significa
assolutamente nulla. La straordinaria dialisi è sostegno vitale nella
insufficienza renale, le trasfusioni nello shock emorragico e potrei
continuare.
Inoltre, il “si”
alle “ordinarie” tecniche nutrizionali si pone in contraddizione con la
straordinarietà attribuita alla rianimazione cardiorespiratoria e con
l’accettazione ufficiale da parte della Chiesa della morte cerebrale. Come
la nutrizione artificiale vicaria un funzione vitale irreversibilmente
persa, allo stesso modo la rianimazione vicaria funzioni vitali allo
stesso modo irreversibilmente perse, ed allo stesso modo permettono di
rinviare la morte.
Così accade che i criteri strumentali
della morte cerebrale legi-ferino. Dettino le nuove regole del morire
cristianamente. La norma tecnica fa sì che la Chiesa ,da un lato, debba
accettare che una persona che non più respira , possa e debba essere
staccato dal respiratore automatico; e dall’altro, benignamente concede
che la stessa Chiesa debba esigere che una persona capace di respirare, ma
non più in grado di alimentarsi, debba sopravvivere perché dipendente
dalla pompa di perfusione.
Quale sarà la posizione della Chiesa
quando la scienza avrà con certezza individuato le sedi cerebrali della
coscienza? Che accadrà quando la tecnica avrà messo a punto gli strumenti
ed i criteri per la definizione normativa della morte cosiddetta corticale?
VII
Il cardinale Angelo Scola
e Raffaele Prodromo
mi fanno capire che nemmeno i professori di metabiologia, bioalchimia,
teoembriologia e fuochi artificiali riusciranno mai sciogliere il garbuglio
dell’embrione-persona. Lasciando volentieri il rebus, sono arrivato alla
conclusione che solo un processo d’attribuzione di significati
religiosi trasfigura l’embrione in persona; ma non ne sottovaluto
conseguenze.
La qualifica di persona trasforma
l’embrione in soggetto di diritti. Il che è una grossa novità se si
considera che la cultura occidentale ha legato il concetto di persona al
possesso della coscienza, della ragione, dell’identità personale, alla
capacità di autodeterminarsi e scegliere. La plurisecolare tradizione
tomista ha poi distinto nella vita un livello razionale, sensibile e
vegetativo e qualificato la vita umana nel segno del valore; ma adesso
cambia tutto. La “persona” investe la vita in quanto tale, in quanto mera
vita; sacralizza il semplice esistere, la più elementare biologia, la vita
vegetativa.
Nella disputa sul destino di Eluana non
poteva mancare e non è mancata così l’arma della persona.
Un paziente in <<stato vegetativo
permanente>> è una persona, con la sua dignità fondamentale alla quale sono
dovute le cure ordinarie che comprendono la somministrazione di acqua e
cibo, anche per vie artificiale.
Non sono mancate le critiche.
A dispetto della loro tradizione…le
gerarchie cattoliche si sono scoperte ostaggio di un materialismo che, in
altri tempi, avremmo definito “volgare” e che oggi conosciamo nella versione
più cupa. Il nucleo universale e <<indisponibile>> di questa vita è quello
vegetativo.
Elimino dalla mia
prospettiva ogni timido tentativo di approfondimento. Mi limito (e concludo)
osservando i che il problema non è ( a mio avviso) se questi malati
debbano o non debbano essere considerati persona. Il punto è un altro:
perché debba essere negata a queste disgraziate persone quel morire in pace
che prima la Santa Sede riconosceva alle persone proprio in virtù del loro
essere “persone”.