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"Le direttive anticipate"
Dell’insostenibilità ontologica ed
etica dell’assolutezza della vita
Cristian
Fuschetto
Il
puntuale auspicio di superare l’impasse cui si va incontro quando si comincia
a discutere di sacralità e di qualità della vita è un auspicio tanto
(inefficacemente) invocato da poter essere paragonato ad uno di quei vecchi
rituali propiziatori ormai decaduti al rango di mere superstizioni. In tutta
onestà va riconosciuto che, stabilita la fonte dell’eticità di un atto nel
comandamento divino piuttosto che nell’autonomia decisionale, i margini di
incontro sul tema della disponibilità della vita (vita
come dono vs. vita come progetto) diventano strettissimi, per non dire nulli. Per
un elementare principio di coerenza chi ritiene che la vita sia sacra non potrà
mai ritenere eticamente lecito qualcosa che si approssimi ad un «diritto di
morire», così come, per lo stesso principio, chi ritiene che la vita sia un
continuo progetto di esistenzializzazione messo in atto dal soggetto attraverso
la sua libertà, non potrà mai acquietarsi di fronte a chi gli nega la
possibilità di esistenzializzare, con una scelta estrema, oltre che la propria
vita anche la propria morte.
Per
questo motivo, anziché impegnarmi in una discussione che affronti in modo
diretto la questione dell’eutanasia (sollevando problemi come il diritto di
autonomia del paziente, l’attualità o meno delle sue pregresse disposizioni,
i doveri/diritti del medico, la distinzione tra uccidere e lasciar morire,
ecc.), vorrei provare ad “aggredire” questo tema in modo apparentemente più
laterale, e cioè ragionando sulla nozione di vita.
In
una delle più importanti opere di filosofia della biologia degli ultimi anni,
Jonas ha illustrato come la soglia da cui prende il via il pensiero moderno
possa essere fatta corrispondere al passaggio da un pensiero panvitalistico ad
un pensiero panmeccanicistico. L’interpretazione
dell’essere è stata per lunghissimo tempo segnata dall’evidenza, a noi oggi
tutt’altro che familiare, secondo cui tutto ciò che è è per ciò stesso
anche vivo. Per l’uomo primitivo, sovrastato dalle forze naturali, la vita non
costituiva un’eccezione ma la regola. A costituire scandalo era piuttosto la
morte, e ciò non solo nei termini di un’istintiva repulsione nei confronti di
un corpo divenuto cadavere, ma innanzitutto in termini che si potrebbero
definire logici: la morte appare come una palese contraddizione in un universo
in cui domina la vita. In una tale cornice la vita è naturale e comprensibile
mentre la morte è innaturale e incomprensibile. Il fatto che l’essere fosse
comprensibile solo attraverso la vita è il motivo fondamentale
dell’importanza che il culto tombale ha certamente avuto agli inizi della
civiltà: la morte viene interpretata per venire immediatamente negata nella
credenza di una vita che la supera. L’enigma della morte poteva così superare
i limiti della sua incomprensibilità.
Il
pensiero moderno è in netta antitesi con tutto questo. L’essere è fatto
coincidere con estensione e movimento, insomma con l’inerte, tanto da far
apparire la morte come ciò che è comprensibile e naturale, a fronte
dell’innaturale e inspiegabile realtà della vita. La scienza moderna ha
assimilato ciò che della natura è realmente conoscibile, cioè le qualità
dell’estensione, a ciò che in essa è veramente reale: l’inerte diviene la
realtà vera, la regola, mentre la vita una enigmatica eccezione. Nel nuovo
contesto teoretico il primato ontologico appartiene all’inerte e ogni fenomeno
organico non può che essere interpretato in termini meccanicistici. A proposito
della interpretazione della vita a partire da ciò che alla vita si oppone,
oltre che alla nota figura dell’homme
machine, si pensi anche al processo per cui, come ci ha spiegato Foucault,
la nascita della clinica si fonda sull’anatomia patologica, cioè si
accompagna a una crescente perizia nella dissezione dei cadaveri, per cui la
morte diventa «strumento per far presa sulla verità della vita e della natura
del suo male».
Ovviamente
il passaggio da un monismo, quello dell’ontologia della vita, all’altro,
quello dell’ontologia della morte, conosce un anello di congiunzione: il
dualismo. Il pensiero dualistico svolge un ruolo storico impareggiabile nello
sviluppo del pensiero occidentale, consentendo di superare il primitivo
panvitalismo attraverso la progressiva attribuzione del motivo della morte verso
l’esterno di un universo inanimato e, inversamente, del motivo della vita
verso l’interno di un’anima interiore esclusivamente umana (orfismo,
cristianesimo, gnosi). All’iniziale scissione religiosa tra spirito e natura
fa da pendant, in età moderna, la
divaricazione tra scienze della natura e scienze dello spirito, le una dedite
alla fisica dell’estensione e le altre alla fenomenologia della coscienza.
Contrariamente a quanto si possa istintivamente ritenere, la divaricazione tra
questi due differenti ambiti del sapere non ha affatto favorito né una
comprensione né un apprezzamento del fenomeno vita. Non solo le scienze della
natura ma anche le scienze dello spirito sanciscono il primato dell’ontologia
della morte, riducendo la nozione di vita a nient’altro che a una pura
astrazione descrittiva. E ciò perché entrambe non fanno i conti con la
concreta realtà del corpo organico. È questo il punto decisivo: nonostante la
sua attenzione venga rivolta all’interiorità, e cioè a quanto di più
lontano dalla inerte e morta materia possa esserci, anche l’atteggiamento
idealistico misconosce la vita. Ma la mera interiorità dello spirito non è
forse più viva della mera esteriorità
della materia? A tal proposito l’osservazione di Jonas è stringente: «La
coscienza pura è tanto poco viva quanto la materia pura che le sta di fronte,
in compenso anche altrettanto poco mortale».
Dunque il dualismo non comporta un incremento di vita per mezzo della
concentrazione dei tratti vitali in uno dei due domini dell’essere, ma implica
l’incomprensione della vita; anzi la sua rimozione per mezzo dello
smembramento di quel concreto centro vitale che ogni volta esperiamo: il singolo
corpo organico.
Le
neuroscienze oggi non fanno che confermare con prove sempre più evidenti «l’errore
di Cartesio»,
l’impossibilità di una separazione tra sentimento e architettura cerebrale,
tra l’esteriorità del proprio corpo e l’interiorità del proprio cogito. Il
corpo attesta una indiscutibile unità psicofisica, una palese inscindibilità
tra estensione esterna e sensibilità interna, un intreccio inestricabile tra
inerzia e volontà. Quindi non è la generica presa d’atto dell’esistenza di
un che di vitale all’interno di una totalità meccanicisticamente strutturata
che rende insostenibile il primato ontologico della morte (si pensi ancora alla
figura dell’homme machine e alla
connessione tra sapere sulla vita e l’anatomia patologica), ma è il fatto del
singolo corpo vivo che costringe a superare ogni forma di dualismo così come
ogni forma di ontologia che non voglia fare i conti con le indicazioni sempre più
complesse fornite dai saperi scientifici.
Ecco
allora che pare profilarsi un tremendo paradosso: difendere la vita a
prescindere dal corpo che la incarna, nonostante e oltre questo corpo, significa
ricacciarsi in una vera e propria ontologia della morte. L’assoluta
indisponibilità della vita, quindi un’indisponibilità che oltrepassa il
corpo che l’accoglie fino a potervisi anche opporre, rimuove della vita il
dato originario per cui essa o è realtà incarnata o non è. Determinarsi per
l’assolutezza rischia quindi di implicare il determinarsi per il non essere.
L’impossibilità di pensare una vita al di là della concretezza del corpo che
la sostanzia dovrebbe invece costringere a considerare, in determinate
condizioni, come decisiva la volontà di chi sente che la propria vita stia per
compiersi e che, perciò, debba compiersi. Quella volontà esprime il sentimento
di una totalità psicofisica in cui la vita si fa realtà concreta e senza di
cui rischia di diventare feticcio. L’uscita dal dualismo non autorizza più
alcun discorso che pretenda di porsi sul piano dell’assolutezza. Appare
evidente come le attuali acquisizioni ci spingano verso la necessità di
ripensare i nostri paradigmi fondamentali, pena l’impossibilità di
strutturare un’etica adeguata. L’impossibilità di parlare di vita a
prescindere dal singolo corpo organico, se non al prezzo, ripeto, di ricadere in
insostenibili dualismi o in obsolete ontologie, dovrebbe quindi suggerirci di
essere cauti quando si sostiene l’impossibilità di riconoscere a qualcuno il
diritto di morire in nome della assolutezza della vita. Il corpo del malato
terminale, a mio parere, testimonia fino in fondo la crisi di ogni dualismo e di
ogni ontologia: il paziente che chiede ripetutamente e coerentemente di non
differire ulteriormente la propria morte sente coincidere l’estensione del
proprio corpo con l’interiorità della propria anima. E sente questa
coincidenza con acutezza incomprensibile solo a chi non ha mai fatto esperienza
della malattia. La malattia, infatti, rende tremendamente viva la presenza a sé
del proprio corpo. Imporre la respirazione artificiale a un paziente senza più
alcuna speranza di veder mutata la propria sorte e, ovviamente, liberamente e
coerentemente decisosi per l’interruzione del trattamento, significherebbe
allora negargli la possibilità di coincidere con sé stesso, rendendolo una
terza volta prigioniero. Prigioniero della sua malattia, prigioniero della
volontà di un terzo (al fine di compiere ciò che altri, impregiudicati nelle
proprie facoltà fisiche, possono autonomamente porre a termine), prigioniero di
una astrazione. Opporre la causa superiore della vita al malato terminale che
esprime la propria determinazione all’atto estremo, significa imporre
un’astrazione a chi sperimenta l’insostenibilità, ontologica ed etica,
dell’astrazione medesima.
Dell’insostenibilità
ontologica si è detto, dell’insostenibilità etica mi pare opportuno
ricordare quel che Piovani afferma a proposito del gesto fondativo di ogni
etica, e cioè la scelta per l’esistenza. Il soggetto si scopre
come volente non volutosi e quindi come cosa tra cose; è la decisione per
l’esistenza che libera il soggetto dalla cosalità originaria e lo spinge
verso un processo di soggettivazione, processo che nella morale troverà il suo
mai compiuto cammino. «Nell’esistenza, l’oggetto che si è liberato dalla
propria mera oggettività grazie alla volontarizzazione della decisione
esistenziale realizza paradossalmente la propria soggettività oggettivandosi»,
e cioè emancipandosi dalla originaria datità per mezzo di una dinamica e
inarrestabile oggettivazione etica. Ecco allora profilarsi un nuovo paradosso:
trasformare il diritto alla vita in dovere di vivere equivale a privare il
soggetto della possibilità fondamentale di uscire dalla sua cosalità. Se c’è
un dovere di vivere non c’è più spazio per alcuna scelta, per alcuna
oggettivazione nello spazio dinamico dell’eticità, e dunque viene troncata
alla radice la possibilità per il soggetto di soggettivarsi, di uscire dallo
stato di cosalità e di esistenzializzarsi. È chiaro che nella scelta
eutanasica il soggetto sceglie di porre fine alla propria esistenza, ma se
questo gli è impedito in nome di un dovere di vivere che la società può da
lui sempre esigere, allora ciò significherebbe quanto meno erodere
retrospettivamente il senso della sua originaria scelta esistenziale, quella che
è alla base di tutto l’insieme di scelte che costituiranno la trama etica
della sua esistenza. Un incondizionato dovere di vivere che la società potesse
esigere nei confronti di chicchessia finirebbe con l’annichilire la premessa
fondamentale dell’uscita del soggetto dalla sua datità originaria, uscita che
può avvenire solo a seguito di una autonoma decisione, svalutando, con ciò, la
sua stessa esistenza. Il diritto di vivere e quello di morire devono essere
coniugati in modo che nessuno dei due possa tramutarsi in dovere incondizionato
di vivere o di morire.
Pur
rimanendo senz’altro profondamente problematica, la nozione di vita si pone
sicuramente al centro delle nostre valutazioni sulla liceità o meno dell’atto
eutanasico. Per questo Jonas può affermare che «è il concetto di vita, non
quello di morte, che in definitiva governa la questione del diritto di morire».