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"Etica di fine vita e testamento biologico"
Osservazioni sul testamento biologico
Franco
Manti
Il
testamento biologico va considerato come un atto di libertà. Più che
utilizzare il linguaggio dei diritti, andrebbe sottolineato come tale testamento
possa costituire una possibilità di scelta. Scelta che non riguarda soltanto e,
principalmente, un’eventuale eutanasia, quanto la destinazione dei propri
organi o indicazioni su come ci si dovrebbe comportare in casi come lo stato
vegetativo permanente o quale sia il limite che ognuno ritiene non valicabile
per le cure “appropriate” che non travalichino nell’accanimento
terapeutico.
Occorre
sottolineare come tutto ciò dipenda dai significati che si danno alla propria
esistenza e, di conseguenza, anche al dolore e al proprio venir meno. In tal
senso, la morte si configura, veramente, come un episodio biografico
inscindibile dalla vita che si è condotta e dai valori cui è stata informata.
Ogni
nostra scelta e, in particolare quelle più drammatiche, hanno a che fare con le
nostre pratiche dell’io ossia con processi di definizione dell’identità
morale che da una parte non possono non risentire delle esperienze
intersoggettive di ognuno, dall’altra si pongono come apertura
all’imprevedibilità connessa con ogni esperienza. Sotto questo aspetto la
nostra vita morale consiste nello scegliere in ogni situazione particolare ciò
che siamo in grado di assumere come propriamente “nostro”. Alla luce di
queste considerazioni ogni esperienza di vita e di morte è singolare e
irripetibile, dunque ognuno di noi dovrebbe essere posto nella condizione,
rispetto al testamento biologico, di scegliere ciò che per lui è più denso di
significati evitando qualsiasi forma di paternalismo non autorizzato da
parte di chiunque, medici, familiari, Stato. In tal senso, il testamento
biologico, più che come diritto, si configura quale libera scelta che può
essere posta in atto come no.
In
ogni caso, ciò che andrebbe evitata è la burocratizzazione del testamento
stesso attraverso moduli standard. Se il testamento è effettivamente un esito
di un’esperienza di vita, una libera scelta, tale scelta deve essere
esercitata con le modalità e le indicazioni che ognuno ritiene, per sé, più
opportune.
Naturalmente
un testamento biologico non deve vincolare il personale sanitario alla sua messa
in atto indipendentemente dalle convinzioni del personale stesso. L’obiezione
di coscienza deve essere posta come aspetto essenziale perché tutti possano
esercitare la propria libertà di scelta in base alla visione del bene nella
quale identificano il proprio agire morale.
Questo
perché, quanto alle preferenze che ognuno di noi esprime, credo rimanga valida
l’ampia caratterizzazione che ne dà K. Arrow: esse includono l’intero
sistema di valori della persona nonché i valori relativi ai valori stessi. In
altri termini, la scelta a sostegno del testamento biologico non può e non deve
essere considerata come pura e semplice espressione di una sorta di
selfinterest fondato unicamente sull’idea di qualità della vita. Le
domande come <<qual è il mio interesse?>>, <<quali sono gli
scopi che mi pongo?>>, <<quali significati attribuisco alle mie
azioni e alle mie scelte?>>, <<cosa devo fare?>> dovrebbero
rimanere distinte (per quanto possano essere connesse).
Assumere
a fondamento delle ragioni che giustificano la possibilità di dare valore
legale a un testamento biologico una visione parziale della vita buona, oltre a
essere politicamente assai discutibile, finirebbe per configurarsi come
un’implicita limitazione della libertà di pensiero, proprio quella libertà
che i fautori del testamento biologico invocano a sostegno della loro posizione.