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Sindromi. UNA NUOVA MODA. DA SCOLA, A FALLACI, A FERRARA

Luisella Battaglia

Cari embrioni di successo, pensate a quelli scartati

(da: Il Riformista sabato 11 giugno 2005)

 

“Sono stato un embrione, proprio quell’embrione […] Se mi avessero scartato non sarei qui […] Se ci fosse stata la selezione embrionale avrei rischiato la vita”. Avete notato come ormai l’autobiografia di un individuo di successo cominci non dalla sua nascita (sarebbe troppo banale) ma dalla sua condizione di embrione?

Si fa a gara a ricostruire retrospettivamente la propria vita fin dalle primissime fasi per rielaborare quel processo da cui è emersa la persona che si siamo. Dal biologico, per così dire, al biografico. Ha cominciato il cardinale Angelo Scola col presentarsi, con legittimo orgoglio e fede nella Provvidenza: “Io sono Angelo Scola, sessantatré anni e mezzo, patriarca di Venezia perché sono stato quell’embrione”. Ha continuato Oriana Fallaci, alle prese col fantasma di Medea: “Io mi sento sola come un embrione chiusa in un congelatore, indifesa come una cavia alla mercé di un ricercatore”. L’ultima testimonianza viene da Giuliano Ferrara che si sente un sopravvissuto alla strage degli innocenti: “Ho il diabete, ho la fibrillazione, sono obeso. Io sono uno che nel 1952 avrebbero scartato”.

Che cosa sta succedendo? Perché questa voglia di guardare al sé più remoto, di cui non può esistere, ovviamente, alcuna memoria? Certo può essere affascinante ripercorrere le tappe della nostra umana avventura che l’embriologia è ora in grado di spiegarci, trovare le radici di quell’io che si è andato faticosamente formando nelle vicende della vita, attraverso peripezie, delusioni, sconfitte, vittorie. Posso re-identificarmi, io adulto, nell’uovo appena fecondato, nello zigote e poi, al secondo giorno dalla fecondazione, nella morula (appunto una piccola mora di sedici cellule) e poi, pensate!, nella blastula e ancora, al quarto giorno, nell’embrioblasto, quel bottone lungo appena un decimo di millimetro da cui trarrà origine, finalmente, l’embrione che sarò. Benissimo, verrebbe da dire, congratulazioni! Ce l’avete fatta, siete stati embrioni di successo, avete superato quel periodo di prova a cui la natura, non la scienza crudele, sottopone le morule, la maggior parte delle quali sono scartate, per evitare che si producano embrioni difettosi. “Non si può amare un embrione”, aveva scritto tempo fa Gianni Vattimo. Forse. Ma si può evidentemente amare l’embrione che siamo stati. Ho il sospetto di un forte innamoramento narcisistico nel sentirsi minacciati, perseguitati, selezionati eugeneticamente. Avrebbero potuto uccidermi, mi avrebbero buttato…e via di questo passo. Le fantasie persecutorie alimentano le nuove paure. La selezione preimpianto viene riguardata come una forma aggiornata di nazismo che attenta alla vita di creature indifese.

Resta, tuttavia, la domanda: a che serve questo nostalgico rammemorare? Non sarebbe bene che, oltreché a pensare al proprio remoto passato, si pensasse al futuro prossimo degli embrioni soprannumerari?

Com’è noto, la legge 40 non si occupa del destino dei trentamila embrioni soprannumerari crioconservati, presenti nel nostro paese, pur dichiarando di preoccuparsi, nei suoi principi ispiratori, della loro tutela. Non si danno indicazioni sul loro futuro. L’abbandono degli embrioni nei congelatori, divenuti vere e proprie tombe tecnologiche, conduce inevitabilmente alla loro estinzione: il silenzio della legge equivale ad accettare tale verdetto.

Mi sembra una colossale ipocrisia definirli ‘persone’, dichiarare di rispettarli come tali, per poi mantenerli nella condizione di congelamento e destinarli a morire. La legge non specifica quale dev’essere l’atteggiamento da assumere: non ne consente né l’adozione prenatale né l’uso a fini terapeutici, in analogia con la donazione degli organi.

Perché non destinare gli embrioni prodotti a fini procreativi ma non più capaci di sviluppo, essendosi alterata la loro struttura, alla ricerca scientifica, al prelievo di cellule staminali? Tali cellule totipotenti, che possono dare origine a tutte le cellule di un organismo adulto, ‘sopravvivono’ all’embrione e possono venire trasferite in pazienti gravemente ammalati. Una missione terapeutica reale: una promessa di vita che diventa speranza per altre vite. Si aprirebbe così uno spazio per la sperimentazione che non è attualmente previsto dalla legge 40 ma che non contrasta in alcun modo con la sue finalità: se è vero che essa si fonda sulla protezione dell’embrione, dovrebbe consentirne l’adozione e, se ne tutela la dignità, dovrebbe permetterne la donazione.

Una mia proposta, inoltrata da molti mesi al Comitato Nazionale per la Bioetica, che prevedeva, sempre col consenso della coppia genitrice, sia la possibilità di adottare gli embrioni orfani—250 circa-- configurando una vera e propria filiazione prenatale, sia quella di destinarli alla ricerca, una volta accertatane la non idoneità all’impianto, ha incontrato prima l’indifferenza e poi l’ostilità convergente dei due schieramenti, più impegnati a combattersi che a discutere, preoccupati gli uni di non darla vinta agli altri. Troppo ‘cattolica’, per il partito laicista, l’adozione; troppo ‘laica’, per i cattolici integralisti, la donazione.

E nondimeno quanti sono impegnati nella difficile costruzione di una bioetica liberale –e coerentemente si battono per il sì nella campagna referendaria--dovrebbero ricordare che l’etica della responsabilità, in una società pluralista caratterizzata da diverse concezioni della vita buona, esige la ricerca non del bene assoluto ma del bene possibile e, talora, del male minore.

 

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