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Chi ha paura della procreazione assistita?

 

Luisella Battaglia

 

(da “IL SECOLO XIX” 8 dicembre 2003)

 

«La tolleranza - ha scritto il filosofo Michael Walzer – rende possibile la differenza; la differenza rende necessaria la tolleranza». Se su un tema delicato e complesso, come quello della procreazione assistita, è legittimo – e forse necessario - che si diano opinioni diverse, di quale tolleranza dà prova il nostro paese con la legge attualmente in discussione in Senato, una delle più illiberali dell'Italia repubblicana? A Ieggerne i punti principali – dall’accesso alla procreazione assistita consentito solo nei casi di sterilità documentata e non risolvibile terapeuticamente (e non aperto anche alle coppie portatrici di malattie genetiche trasmissibili al concepito) al divieto assoluto di fecondazione eterologa (cioè con seme di persona estranea alla coppia) -, si ha l'impressione di vivere in uno stato paterno.

Uno stato che sia una via di mezzo tra il precettore e la guida, che tratta i cittadini come minorenni, bisognosi di protezione e di tutela, incapaci di decidere autonomamente. Uno stato che penetra più profondamente di un tempo negli affari privati, regola a suo modo un numero sempre più grande di azioni sempre più piccole e si insedia ogni giorno di più a fianco di ogni cittadino per assisterlo, consigliarlo e costringerlo. Resta la domanda: chi ha paura della procreazione assistita?

Perché tante riserve nei confronti di tecniche che consentono di prestare aiuto a chi incontra difficoltà procreative? Perché escludere a priori la possibilità di sperimentare vie diverse da quelle tradizionali? Siamo in presenza di situazioni del tutto inedite a cui non riusciamo a trovare soluzioni adeguate, richiamandoci a principi - e valori che ci guidavano nel passato, quando la nascita era un destino o una necessità. Alle origini del rifiuto della procreazione assistita vi è fondamentalmente la paura dell'artificialità: come potrà crescere un io che si sa prodotto artificiale di altri esseri umani?

Sembra all'opera un immaginario trasgressivo, una sorta di ‘narcisismo genitoriale' e biotecnologico: il figlio sarebbe un qualsiasi prodotto ingegneristico, l’essere umano potrebbe diventare una sorta di macchina vivente. Ma siamo davvero sicuri che la naturalità della procreazione sia di per sé garanzia di consapevolezza, serietà ed eticità? Quante procreazioni sono avvenute nella inconsapevolezza e nella casualità più completa? Quanti bimbi, 'nati naturalmente', sono meri oggetti, strumenti, trattati come non persone? A ben riflettere, la responsabilità o l'irresponsabilità non ineriscono di per sé all'una o all'altra forma di procreazione giacché ci si può riprodurre naturalmente in modo irresponsabile e artificialmente in modo responsabile. Il rischio della reificazione dell'umano non risiede nelle metodologie impiegate, in particolare non inerisce necessariamente - come taluni pretendono - alle nuove tecnologie riproduttive ma è in agguato sempre e dovunque esista una volontà prevaricatrice, si avvalga essa di mezzi naturali o artificiali. Che il figlio sia un prodotto, un oggetto o un soggetto, non dipende, ancora una volta, dalle tecniche attraverso cui si realizza la genitorialità ma dall'accoglienza, dall'amore, dal rispetto con cui è ricevuto. Se intendiamo la genitorialità non come fatto meramente biologico ma culturale e quindi propriamente umano, frutto di una consapevole decisione e di un progetto di vita, non possiamo attribuire all'artificiale un potere di pervertire, snaturare, guastare tale progetto. D'altra parte, se intendiamo per artificiale ciò che è socialmente costruito, dobbiamo riconoscere che la genitorialità raggiunta attraverso l'adozione e altrettanto artificiale di quella perseguita attraverso tecnologie riproduttive quali la fecondazione eterologa. In entrambi i casi, la dimensione simbolica è assai potente. Anche nell'adozione, infatti, manca il legame genetico tra genitori e figli, non vi è vincolo di sangue ma sono fortemente evidenziati e valorizzati i legami affettivi e quindi le decisioni volontarie e libere tra i diversi soggetti. Perché dovremmo ritenere che la fecondazione eterologa - una volta approntato un quadro sicuro di garanzie e di tutele per il nascituro (in primis, l'impossibilità di disconoscimento), come avviene nell'adozione - sia illecita eticamente e, come vorrebbe il legislatore, giuridicamente? Paradossalmente, il disegno di legge, col suo sancire il primato del vincolo di sangue, contraddice quel ridimensionamento del dato biologico come fondamento delle relazioni familiari che era stato uno dei cardini della riforma del diritto di famiglia. Ancora una volta, non siamo dinanzi a uno scontro tra cattolici e laici ma a una questione di tolleranza, nell'accezione più classica dei termine. La legge viola infatti quella distinzione tra sfera pubblica (politica) e sfera privata (morale) che, dal '600 in poi, costituisce un patrimonio ideale irrinunciabile del mondo moderno.

E' così difficile nel nostro paese riconoscere che ogni persona ha una propria scala di valori che dobbiamo rispettare anche se non li approviamo? Credere nella liberta significa che non ci consideriamo i supremi giudici dei valori di un altro, che non ci sentiamo autorizzati a impedirgli di perseguire scopi che disapproviamo, finché, naturalmente, non infranga il campo, egualmente protetto, dei diritti e dei valori altrui.

 

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