Bozza
di valutazione iniziativa referendaria
Raffaello
Morelli
Segretario
della Federazione dei Liberali Italiani
(Affiliato
all'Internazionale liberale)
La
legge sulla fecondazione medicalmente assistita è già stata definita da scienziati,
medici e giuristi una legge oscurantista, che in un colpo solo umilia le donne,
impedisce la ricerca avanzata, condanna definitivamente una moltitudine di
malati in attesa sulla nuova frontiera della medicina.
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Umilia le donne perché, in caso di fecondazione dell’ovulo, le obbliga
all’impianto nell’utero, le spinge di fatto all’aborto in questa come
in altre circostanze e le sottopone a rischi crescenti contrari alla
deontologia medica.
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Impedisce la ricerca avanzata perché vieta la sperimentazione sugli
embrioni soprannumerari e perfino lo studio del trapianto di cellule
somatiche in ovuli privati dei nuclei originari, donati volontariamente da
donne, studio già previsto dal Rapporto della Commissione presieduta dal
Premio Nobel Dulbecco, che addirittura evita la formazione dell'embrione e
quindi di toccare problemi più direttamente etici e che, applicato in
Corea, di recente ha consentito di ottenere cellule staminali progenitrici
da differenziare verso le linee cellulari e i tessuti.
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Condanna i malati perché, oltre ad escludere dalla procreazione assistita
le coppie portatrici di patologie genetiche trasmissibili, preclude la via
italiana alla clonazione terapeutica suggerita dal Rapporto Dulbecco e con
essa la possibilità di costruire le basi di nuove terapie per la cura di
milioni di italiani affetti da patologie gravissime attualmente in gran
parte inguaribili.
Inoltre,
la legge sulla fecondazione medicalmente assistita confligge
con gli articoli 3, 9, 32 e 33 della Costituzione della Repubblica che
inquadrano la pari dignità sociale del cittadino, lo sviluppo della ricerca, la
tutela della salute, la libertà della scienza.
Purtroppo
tutto questo non è ancora tutto. Questa legge è il sintomo inequivoco di una
nuova minaccia ai criteri di fondo della nostra libera e pacifica convivenza.
Contro l’autonoma responsabilità del cittadino e contro la sua libertà,
stanno crescendo forze potenti che ancora una volta, per paura del nuovo
e del cambiamento, vogliono imporre la visione chiusa di un’autorità statale
superiore che indirizzi le scelte
di vita di ciascuno di noi, fissando ciò che è lecito e ciò che non lo è. E’ tempo di divenirne
consapevoli. E dunque di reagire presto. La richiesta di abrogare la legge sulla
procreazione assistita chiama a mobilitarsi per ottenere una legge diversa che
ribalti il criterio ispiratore della legge attuale: il
cammino della conoscenza, delle cure, dell’emancipazione femminile,
vanno proseguiti e non bloccati, anche se solo inconsapevolmente.
La
via maestra per farlo non sono le decisioni di una qualsiasi autorità, è
l’affidarsi alla responsabilità
dei ricercatori, dei medici, delle coppie e al libero confronto dei cittadini.
Questa via maestra non è il Far West dell’assenza di regole.
E’ la via di regole non dogmatiche che non mortifichino nessun punto di
vista né precostituiscano la verità fattuale per via legislativa.
Il
vero motore della conoscenza e dell’evoluzione umana sono la piena legittimità
del pluralismo dei valori, del confronto delle idee e della pratica
sperimentale. Che non devono essere accantonati proprio quando si tratta di
affrontare materie e problemi che, al di là delle persone più direttamente
interessate, toccano nel profondo le prospettive di
vita di tutti e anche i rapporti di interazione con le altre specie e la
natura circostante. Al contrario, devono essere agevolati e promossi. La storia
insegna che apertura e discussione sono indispensabili per poter conoscere di più.
E che conoscere di più è
essenziale per poter progressivamente liberare l’umanità dalla sofferenza,
che ieri era infinitamente più grande e più diffusa di oggi e che oggi è più
grande e più diffusa di quanto potrà esserlo un domani.
Tutta
la storia è segnata dalla lotta dell’essere umano contro l’ignoranza
e contro la paura, contro la superstizione
e contro l’occulto, nel continuo sforzo di spiegare e di capire la
natura trovando significati nuovi per il rapporto tra ambiente, esseri viventi
ed umanità. Questo grandioso
meccanismo evolutivo ricorre sempre di più, e sempre più intensamente, agli
apporti di miliardi di individui, ciascuno a suo modo e nel suo tempo, e viene
ostacolato, rapidamente soffocato e fatto involvere tutte le volte che si
pretende di sostituire il metodo di questi apporti, frutto di secolari
elaborazioni, con qualche autorità, singola, corporativa, di censo, di classe,
etnica, militare, religiosa o comunque circoscritta, che abbia il compito di
definire per tutti il vero e il falso, il bene e il male, il giusto e
l’ingiusto, permessi e divieti.
L’essenziale è garantire alla convivenza regole aperte che consentano questi
distinti apporti individuali, che sono imprescindibili e decisivi, innanzitutto
nel campo delle biotecnologie, delle scienze umane e della morale, per
individuare i possibili rischi, per dissolvere irragionevoli timori, per
impedire abusi e per costruire sperimentalmente nuovi diritti e benefici a
favore dell’umanità intera.
Non
si deve ripartire da zero. Lo strumento esiste ed è stato pensato ed avviato già
prima di noi : è la laicità delle istituzioni. Un principio che è il cuore di
un’organizzazione della convivenza che guarda al futuro e vuol basarsi sul
cittadino di una società multirazziale e multireligiosa e di un mondo che ha
bisogno di più conoscenza per migliorare la condizione di un numero sempre
maggiore di persone. Il principio della laicità delle istituzioni è essenziale
nella cultura della diversità e non è riducibile a fattore statico senza
contraddirlo. Deve essere adeguato di continuo alla mutevole realtà e dunque
dibattuto per individuare meglio le
necessarie regole aperte.
Purtroppo,
in Italia il dibattito sulla laicità delle istituzioni è stato soffocato,
oltre che dagli avversari di principio, da ampi
settori laico progressisti che per anni hanno predicato il presunto
anacronismo della separazione tra politica e religione in campo istituzionale.
Questa separazione, lungi dall’essere questione anacronistica, è il cardine
della possibilità di produrre regole aperte della convivenza. E senza questo
dibattito diffuso sulla laicità è arduo arrivare a leggi liberali sulla
fecondazione e su molti altri aspetti di una libera convivenza quotidiana tra
cittadini responsabili.
Il
principio della laicità delle istituzioni non significa affatto richiamarsi
all’ateismo di stato o all’agnosticismo. Al contrario, è il presupposto per
avere leggi che, a prescindere dall’essere il legislatore personalmente
credente o non credente, privilegino la libertà di scelta
per il cittadino. In una società multireligiosa, questo
principio costituisce l’unica e solida garanzia di pacifica convivenza, che è
cosa ben distante dall’ecumenismo conformistico di chi, purtroppo anche in
ambito istituzionale, si ingegna di fare della religione una bandiera utilizzata
a fini politici, magari senza neppure credere. In Italia, su questo terreno, si
corre un reale pericolo di regresso, come
testimonia
il forte sostegno mediatico alla tesi assurda del crocifisso quale simbolo
dell’identità italiana al posto del tricolore.
Il
principio della laicità delle istituzioni significa solo impedire che una fede
venga trasformata in fonte legislativa e i precetti di un credo, religioso o
d’altro genere, in obblighi civili. Quando si legifera, specie
in materie di alto rilievo etico, sono in gioco le grandi questioni
politiche della convivenza e l’unica e
vera
libertà di coscienza da sostenere è quella del cittadino. Certo, il
legislatore ha il pieno diritto – nella sua coscienza - di non volere una
società organizzata sulla libertà di coscienza di ogni cittadino. Ma deve
essere chiaro che chi nega la laicità delle istituzioni, magari per interessi
di altra natura, e affida allo Stato moralità e scelte di vita, attenta ad
aspetti essenziali della libertà del cittadino.
Le
regole non dogmatiche e aperte dello Stato Laico corrispondono alla
consapevolezza della distinzione tra norme giuridiche e principi morali,
necessariamente impositive le prime e volontari i secondi. E quanto più le
culture, i valori e i principi morali sono molteplici, differenziati, in
evoluzione, potenzialmente conflittuali, tanto più è decisivo che
l’imposizione della norma giuridica sia ridotta al minimo necessario per
consentire la convivenza senza impedire l’esercizio della cosciente scelta
individuale. La legge, più che definire rigidamente, deve favorire
l’insorgere di comportamenti responsabili influenzati dal confronto tra
opinioni differenti, a livello di specialisti
così come di cittadini comuni, in modo che l’autonomia e la libertà di
scelta del cittadino siano il più ampie possibili, specie sulle scelte morali,
di qualità della vita, di accesso alle terapie e di tecniche riproduttive.
Solo
così può essere dato da ciascuno, nella sua uguale dignità, l’apporto
critico alla conoscenza e al confronto tra le diverse possibili vie
percorribili, nei diversi campi, da quello medico, a quello civile, a quello
religioso. Solo così può diffondersi anche una coscienza morale
progressivamente condivisa e fondata su valori contrastanti. Sulla laicità
delle istituzioni, la sola struttura che consente questa piena libertà di
coscienza del cittadino, non vi è contrapposizione tra credenti e non credenti.
La contrapposizione è tra politiche conservatrici (che asservono anche la
religione alle loro paure demagogiche verso la scienza e verso il crescente
potere delle donne) e politiche laico liberali ( con il loro ottimismo di fondo
sulla capacità del cittadino, senza distinzione di genere, di razza, di
religione, di fare le proprie scelte e trovare
la propria via).
Non
puntare sulla laicità delle istituzioni equivale a chiudere la società
italiana non solo al suo interno ma anche all’esterno. Una insufficiente
laicità delle istituzioni conduce ad una ricerca ingabbiata, particolarmente su
quelle biotecnologie, che, oltre ad essere una delle frontiere più promettenti
della scienza, in altri paesi consentono importanti ricadute economiche e
sociali e un potenziale miglioramento della qualità dell'ambiente e
dell’igiene per popolazioni più arretrate.
Così, ingabbiare la ricerca, vuol dire votarsi all’isolamento
internazionale, al declino scientifico ed economico, alla rinuncia di
contribuire a far crescere la
salute mondiale.
Non
puntare sulla laicità delle istituzioni significa chiudere gli occhi sul fatto
che la pretesa di un’autorità di ìmporre un’etica comportamentale ai
cittadini è il punto di avvio di ogni fondamentalismo. I fondamentalismi non
sono una religione né un fatto religioso. Sono un disegno politico che,
attraverso un messaggio sul senso ultimo delle cose e della vita, punta ad
asservire l’individuo e ogni sua facoltà critica e creativa, respingendo la
conoscenza secondo ragione, politicizzando il culto e instaurando il dominio
della comunità dei fedeli e degli obbedienti. La laicità delle istituzioni è
la via corretta e possente per tagliare alla radici la logica e le premesse dei
fondamentalismi.
Impegnarsi
per l’abrogazione delle parti più aberranti della legge sulla procreazione
medicalmente assistita è il modo più coinvolgente di sanare una ferita inferta
alla concezione laica dello Stato. E insieme è l’occasione importante di
mobilitarsi per rilanciare il principio della laicità delle istituzioni,
dibattendone il significato e chiedendone a tutti, specie a chi ci governa e
all’opposizione che vorrebbe
governarci, un rispetto completo fatto di comportamenti coerenti e conseguenti.