
Quale
etica pubblica per la procreazione assistita?
Raffaele
Prodomo
In
tema di procreazione assistita sono in competizione varie opzioni normative. La
divergenza delle opinioni morali al proposito pone problemi di regolazione
giuridica e, se è sicuramente necessaria una legge, occorre, tuttavia, che essa
sia una buona legge, tale da tenere conto del pluralismo dei valori. Quello
legislativo si pone, quindi, come esito della ricerca di una convergenza e
intersezione di valori che prescinda, nei limiti del possibile, dalla forza e
dal peso politico dei partecipanti alla discussione pubblica. Si tratta di
collocare la discussione a un livello intermedio tra la morale intesa come
convinzione individuale o di gruppo e la politica intesa come rapporto di forza
(fosse anche la forza espressa democraticamente con il voto). In tal modo,
adottando la prospettiva della cosiddetta etica pubblica, si dovrebbero
elaborare regole ampiamente condivise e stabili nel tempo. La mia relazione
intende fare proprio questo punto di vista metapolitico e tentare
l’elaborazione di un’ipotesi normativa che tenga conto del disaccordo morale
senza pretendere di annullarlo. A tal scopo, esaminerò prima alcune opzioni
teoriche divergenti, limitando l’analisi per ragioni di tempo alle proposte
etiche di Mary Warnock e alla interpretazione della procreazione assistita
proposta dalla cultura cattolica ufficiale, poi tenterò un approccio dal punto
di vista dell’etica pubblica, mostrando come quest’ultimo non sia portatore
di risposte univoche ma possa, entro limiti ragionevoli, essere sensibile a
differenze culturali da paese a paese.
Esempi
di pluralismo morale
Sarebbe
molto difficile sottovalutare il contributo dato da Mary Warnock al dibattito
internazionale sulla procreazione assistita. La commissione da lei presieduta
negli anni ottanta elaborò il rapporto cui si è ispirata la legislazione
inglese in materia. Il rapporto-Warnock è ancora oggi studiato e indicato come
esempio positivo di una riflessione bioetica capace di volare alto nei cieli
dell’astrazione e della sofisticazione teorica ma anche di fornire contributi
concreti alla soluzione di problemi politici. Recentemente l’autrice, già
docente a Oxford, ha sentito l’esigenza di tornare sulla questione con
rinnovato interesse teorico, proponendo un’analisi filosofica completa,
profonda ma, allo stesso tempo, di estrema chiarezza e brevità espositiva nel
volume significativamente intitolato
Fare
bambini.
La domanda di partenza è semplice: esiste un diritto a ricevere aiuto medico
per fare figli?
Con
l’espressione “avere diritto a qualcosa”, che così frequentemente ricorre
nei dibattiti relativi ai problemi di giustizia sociale e politica, si deve
intendere la necessità riconosciuta pubblicamente di soddisfare bisogni umani.
Riproponendo la posizione classica di Bentham, per la nostra autrice la nozione
di diritto, in senso stretto, è circoscritta alla sfera di quanto è statuito
positivamente sul piano giuridico e si esclude che essa sia teoricamente
sostenibile come concetto morale. Escluso il fondamento giusnaturalistico e nel
quadro di un positivismo giuridico ispirato all’utilitarismo filosofico
(sebbene la Warnock non sia una filosofa utilitarista) è più sensato e
coerente riferirsi non tanto a diritti
quanto a bisogni delle persone. Sono i bisogni delle persone, espressi sotto
forma prevalentemente di preferenze esplicite, a meritare il rispetto pubblico,
un rispetto che si concretizza in primo luogo non ostacolandone la soddisfazione
individuale e, in secondo luogo, quando si tratta di bisogni riconosciuti come
fondamentali, cooperando attivamente a soddisfarli attraverso idonee politiche e
servizi pubblici. Non si tratta, quindi, di abolire la parola diritto quanto
piuttosto di riconoscerne l’uso retorico e metaforico.
Ritornando
alla domanda iniziale circa il diritto, così qualificato, ad avere figli,
l’analisi si muove affrontando progressivamente tutte le precisazioni che
rendono il quesito più specifico e pertinente con le numerose questioni etiche
correlate alle tecniche di procreazione assistita. In primo luogo, è ovvio che
il diritto ad avere figli con metodi procreativi naturali non richieda
generalmente rivendicazioni particolari (a meno che non si viva sotto un regime
che ha fatto del controllo delle nascite una priorità assoluta). Il problema è
soprattutto di coloro che o non possono o non vogliono seguire le vie naturali
tradizionali. Non possono le coppie
sterili, la principale categoria di persone che richiede aiuto medico per
procreare, ma anche altre categorie di persone sono interessate all’accesso a
tali terapie per ragioni non di necessità bensì di scelta. Infatti, non
vogliono avere figli con metodi procreativi naturali, ad esempio,
quelle coppie portatrici di tare genetiche che in tal modo si propongono di
evitare di trasmetterle ai figli, le donne che intendono raggiungere la maternità
dopo avere perseguito finalità personali di carriera, alcune donne single e,
infine, le coppie omosessuali (per queste ultime categorie la procreazione
naturale per ottenere un figlio richiederebbe complicati accordi e
l’intervento di estranei non sempre affidabili). Per questo insieme eterogeneo
di potenziali richiedenti si pongono problemi di libertà di accesso alle
tecnologie mediche in questione.
La
posizione della Warnock al proposito si può riassumere facilmente. Premesso che
si deve distinguere tra accesso alle cure come diritto individuale e accesso
garantito attraverso un sistema sanitario pubblico (e l’autrice ritiene sia
plausibile porre limiti alla gratuità totale di queste tecnologie), sulla
strada che porta a richiedere a proprie spese tali trattamenti non sono
ritrovati ostacoli insormontabili. Alcune limitazioni proposte e accolte
all’epoca del comitato, ad esempio quella relativa agli omosessuali, sono
riconsiderate in una luce più tollerante e favorevole e la stessa gravidanza
surrogata non è interpretata esclusivamente come forma di sfruttamento della
donna ma anche come possibile gesto d’amore.
Tale
sostanziale e totale liberalizzazione dell’accesso alle tecniche di
fecondazione assistita è fortemente contrastata dalla morale cattolica che
esprime al proposito numerose e motivate riserve, trattando, inoltre, in modo
fortemente critico qualunque ipotesi di manipolazione a fini scientifici degli
embrioni precoci. Infatti, il divieto di fecondazione eterologa, di
inseminazione in donna nubile o in coppie omosessuali, il tentativo di
riconoscere alla vita embrionale ai suoi primissimi stadi il massimo di tutela
giuridica possibile, sono espressioni delle indicazioni più volte ribadite dal
magistero cattolico in tema di dignità della procreazione e di tutela della
vita umana nascente. Esse si possono raccogliere intorno a due principi
fondamentali.
Il
primo è quello che considera inscindibili procreazione e sessualità. Il
ragionamento a sostegno di tale inscindibilità si fonda sull’osservazione
dell’unità naturale delle due cose, unione non casuale quanto piuttosto
espressione della volontà e dell’ordine divino inscritti nella natura stessa.
Di conseguenza, sia la contraccezione, ossia una sessualità senza procreazione,
sia la procreazione assistita in ogni sua forma, ossia una procreazione senza la
sessualità sarebbero sbagliate e peccaminose.
Il
secondo principio è quello che considera la vita umana embrionale fin dal
momento del concepimento “come se” fosse già dotata di anima immortale,
caratteristica che conferisce valore personale ed una ampia tutela morale: per
intenderci la stessa considerazione e tutela che si assegnano normalmente alla
persona adulta e autonoma.
Questa
è la tesi dell’insegnamento magisteriale ufficiale che, accuratamente e
prudentemente, evita di prendere posizione sulla antica questione di quale sia
il momento dell’ingresso dell’anima individuale nel corpo. Su questo punto
esistono due principali orientamenti teologici, la teoria dell’animazione
immediata, sostenuta da molti pensatori sia nell’antichità che al giorno
d’oggi, e quella dell’animazione ritardata, sostenuta da Tommaso d’Aquino
e da altri teologi contemporanei.
Il magistero cattolico riconoscendo lo stato di incertezza teologica si limita a
proporre per l’embrione una tutela, con il conseguente riconoscimento delle
caratteristiche di persona fin dal momento del concepimento, ”come se”
l’embrione fosse già dotato dell’anima immortale. Oltre a queste che si
potrebbero considerare obiezioni di principio, la morale cattolica avanza anche
obiezioni derivate alle tecniche procreative artificiali, mettendone in evidenza
le possibili ripercussioni negative sull’idea tradizionale di famiglia
(evidentemente stravolta dall’inseminazione di donne single o di coppie
omosessuali) e conseguentemente sull’equilibrio e il benessere dei bambini.
L’analisi
della Warnock su questi punti giunge a conclusioni diametralmente opposte.
L’argomento per limitare l’accesso alle sole coppie sterili fondato sul
possibile danno per il nascituro provocato dal fatto di appartenere ad una
famiglia anomala per numero (genitore single, presenza di uno o più donatori
anonimi, mamme surrogate ecc.) o per qualità (genitori dello stesso sesso), non
viene considerato determinante. Nel senso che il danno di vivere in famiglie più
o meno eterodosse non è un danno di
cui si possa essere assolutamente certi riguardo alla gravità e, soprattutto,
alla insuperabilità. Certo, ad esempio, non si disconosce che la nascita e la
crescita in una famiglia omosessuale, vista la ancora scarsa accettazione
sociale di tale status: <<potrebbero far vivere a quei bambini
un’infanzia difficile. I bambini, però, sono resistenti, e si adattano
sorprendentemente bene a ciò che persone esterne potrebbero considerare come
condizioni dannose. Non c’è prova che
questi bambini sarebbero danneggiati per sempre>>.
In tale cornice teorica, anche le obiezioni pregiudiziali e di principio alla
procreazione assistita, per intenderci quelle che sottolineano la frattura tra
metodi naturali e metodi artificiali di mettere al mondo bambini, sono
considerate obiezioni deboli.
Intendiamoci,
la Warnock prende sul serio il problema e dedica una speciale analisi alla
questione dello smarrimento e del senso di violazione del sacro che prende molti
nel momento in cui la natura viene manipolata. In particolare, si ricostruiscono
le origini romantiche di una concezione della natura come bene primordiale dal
quale l’uomo si sarebbe allontanato per seguire un percorso di degenerazione
(traiettoria classicamente delineata nell’Emilio
di Rousseau) e non si nega che la fiducia nella regolarità della natura si
sia in qualche modo resa necessaria perché: <<Paradossalmente, più la
società si secolarizza più sono necessarie le regolarità del mondo naturale
per la sua sicurezza>>.
Inoltre, se è vero che: <<Coloro la cui fede risiede nella scienza più
che in Dio possono essere allarmati tanto quanto i religiosi nel vedere rimosse
le loro sicurezze. Che gli omosessuali siano incoraggiati a riprodursi può
sembrare equivalente all’attraversamento di un confine che deve rimanere
inviolato>>
l’orizzonte di riferimento polemico si allarga andando oltre la fede
cattolica nell’ordine della natura fondato teologicamente. L’attraversamento
di un limite e di un confine invalicabile, sensazione che accomuna i sostenitori
dell’ordine naturale di qualunque tipo, romantici e cattolici, dà ragione del
senso di spaesamento che ci coglie tutti al primo apparire di certe notizie di
cronaca che annunciano pecore clonate, embrioni in frigorifero e nonne-mamma.
Mary Warnock non ci invita a negare
semplicisticamente tali timori ma solo a non fondare il nostro ragionamento
morale esclusivamente su essi!
Il
suo metodo di ragionamento, come già anticipato, si fonda sul riconoscere
esigenze e bisogni delle persone, proporne una scala di importanza e urgenza,
lasciarne libera la soddisfazione individuale e, in certi casi, con l’aiuto
pubblico, purché non si provochi un danno certo a terzi. Mentre nel caso del
bambino che cresce al di fuori della famiglia tradizionale il danno non si
considera abbastanza certo, grave e duraturo, nel caso della ricerca su embrioni
precoci (entro due settimane dalla fecondazione) è incerto proprio il fatto se
ci si trovi di fronte un terzo con interessi e bisogni già consolidati. In tal
modo, viene riproposto dall’autrice il criterio dei 14 giorni dalla
fecondazione come limite entro il quale consentire sperimentazioni embrionali.
Tale distinzione, accolta nella legislazione inglese e di fatto anche in quella
americana, capovolge il divieto di manipolazione di embrioni proposto dalla
cultura cattolica. In quest’ultima, l’incertezza sul momento
dell’animazione conduce alla soluzione proibizionista di tutelarlo al massimo
“come se” l’anima fosse già presente. Nell’altra evenienza, al
contrario, proprio l’incertezza sull’interpretazione del dato embriologico
apre la strada a una soluzione pragmatica: non sapendo chi abbia ragione su come
valutare l’embrione ai primissimi stadi, se ne consente un uso sperimentale,
rinviando la tutela a un momento successivo di sviluppo. È opportuno ricordare,
infatti, che la legislazione inglese, considerata permissiva per la possibilità
che concede di sperimentazione su embrioni, prevede tuttavia una dura sanzione
penale per chi non rispetta il limite delle due settimane! Come si vede, anche
se espressa in un caso in termini teologici mentre nell’altro in termini
filosofici, l’incertezza teorica è la stessa. Tuttavia, pur partendo dalla
comune constatazione circa la
diversità di teorie sull’embrione disponibili nel dibattito filosofico e
teologico si perviene a soluzioni normative diametralmente opposte.
Evidentemente l’opzione morale considerata più permissiva nei confronti
dell’embrione prende anche più sul serio il disaccordo filosofico-teologico e
fornisce una possibile (anche se non l’unica) soluzione liberale
all’incertezza e al pluralismo circa la definizione della vita. La soluzione
proibizionista in realtà opta per una delle due alternative e pretende di
imporla anche a chi non la condivide. Come si vede, la divergenza tra un
approccio giusnaturalistico ricco di implicazioni metafisiche e teologiche e un
approccio giuspositivistico ispirato a concezioni filosofiche alternative, è
netta e difficilmente sanabile sul piano morale.
A
questo punto, senza pretendere di avere con ciò esaurito la pluralità di
opzioni possibili sul piano morale proviamo a passare al livello etico-politico,
vediamo cosa si può proporre adottando la prospettiva di un’etica pubblica.
Bioetica
e intersezione dei valori
Per
esemplificare cosa si debba intendere per etica pubblica prendiamo la situazione
italiana. La legge che ha regolato la procreazione assistita rappresenta,
infatti, un ottimo esempio in negativo e mostra efficacemente tutti gli errori
che si dovrebbero evitare quando si legifera in tale settore.
Una buona legge in campo bioetico, infatti, dovrebbe presentare alcuni requisiti
irrinunciabili:
essere
applicabile agevolmente dagli addetti ai lavori essendo poi rispettata da tutti
senza discriminazioni;
non
scendere in dettagli tecnici che potrebbero risultare presto obsoleti vista la
velocità del progresso biomedico;
evitare
i punti eticamente più controversi e ricercare valori comuni ampiamente
condivisi.
La
legge 40/2004 è carente su tutti gli aspetti appena elencati.
Per
quanto riguarda il primo punto, alcuni dei divieti più opinabili, si pensi
soprattutto a quello di fecondazione eterologa, sono facilmente aggirabili col
ricorso a forme di inseminazione fai da te o recandosi all’estero in paesi con
legislazioni meno proibizioniste. Sul secondo punto, il limite dei tre embrioni
per ogni ciclo di F.I.V.E.T. col relativo obbligo di impianto e divieto di
congelamento è problematico perché il legislatore, così intromettendosi in
scelte tecniche, limita la discrezionalità del medico e pone problemi di salute
alle donne. La concezione della vita nascente che sostiene tali decisioni è,
inoltre, chiaramente ispirata all’idea dell’embrione persona fin dal
concepimento.
Questo mancato rispetto del pluralismo, è indicativo di un’impostazione
metodologica ispirata a un principio maggioritario alquanto rozzo e
inaffidabile. In definitiva, la legge italiana sulla procreazione assistita,
indipendentemente dalle giustificazioni addotte dalle forze politiche che
l’hanno votata e che subito dopo in molti casi si sono dichiarate,
curiosamente, pronte a modificarla in alcuni punti, e senza entrare nel merito
di quanto essa sia stata effettivamente condizionata dalle gerarchie
ecclesiastiche (analisi che lasciamo ai politologi e agli storici), è
indubbiamente ispirata nella struttura normativa portante a un principio
proibizionista tipico dell’etica cattolica della procreazione.
Quale
dovrebbe essere a questo punto il procedimento migliore per il ragionamento
morale? Appreso in negativo dalla legge che cosa non bisogna fare, tentiamo di
rispondere in positivo. Una volta riconosciuta l’esigenza di praticare
un’ampia tolleranza reciproca, quali limiti sono concretamente tracciabili?
Potranno essere consentite tecnologie per soddisfare ogni desiderio umano?
La
risposta semplicisticamente positiva a tale quesito è la interpretazione
caricaturale che, con troppo evidente parzialità, i nemici del liberalismo
politico preferiscono esibire quale versione privilegiata della teoria della
tolleranza. Rifugiandosi nella pretesa impossibilità per il teorico liberale di
stabilire un confine plausibile e fermarsi di fronte all’intollerabile, si
pretende di fare piazza pulita, in un colpo solo, sia della teoria generale che
delle sue applicazioni concrete. Di tali critiche pregiudiziali non si sente
alcun bisogno in una discussione e un dialogo reali tra diverse opzioni
culturali di fondo. Questo non significa, tuttavia, disconoscere o minimizzare i
problemi che comporta l’applicazione del principio (di origini milliane) del
danno a terzi come criterio per porre i limiti del tollerabile.
Non
si possono ignorare le difficoltà di individuare che cosa sia effettivamente
danno e chi siano i terzi di cui tenere conto.
Quello
che per alcuni è solo un offesa, ad esempio il figlio generato all’interno di
una famiglia non tradizionale, potrebbe essere interpretato da altri come vero e
proprio danno. Nella fattispecie come una ferita alla propria identità
individuale e collettiva che si riconosce in una cultura in cui la famiglia
tradizionale è elemento vitale fondamentale del vivere comune, senza del quale
tutto il resto crolla e va in rovina. Indubbiamente, in alcune situazioni poste
in essere dalla procreazione assistita non sempre è possibile discernere a
prima vista che cosa è danno individuale certo e che cosa è offesa a una
cultura condivisa. Occorre uno sforzo ermeneutico aggiuntivo i cui esiti nella
discussione pubblica non sono scontati o predeterminabili. Tuttavia, caute
limitazioni dell’accesso alla procreazione assistita limitandola alle coppie
eterosessuali sterili o portatrici di tare genetiche non sarebbero una soluzione
del tutto implausibile.
Analogamente,
possono sorgere dubbi legittimi sulla corretta individuazione del terzo
danneggiato. Emblema della problematicità della nozione di terzo è l’incerto
statuto morale e giuridico dell’embrione precoce, problema poco trattabile se
si vuole prendere di petto la questione sul versante ontologico-metafisico.
Infatti, non è probabile si arrivi
a rispondere in modo univoco e condiviso alla domanda <<che cos’è
l’embrione?>>. Sembra senz’altro più realistico pensare di decidere
insieme quale valore morale attribuirgli e, quindi, come e quanto vada tutelato
in concreto con la forza della legge. Soprattutto tenendo conto delle situazioni
in cui la vita embrionale entra in conflitto con altri valori socialmente
importanti con i quali bisogna stabilire un adeguato bilanciamento (purché,
come già accennato, il punto due tenga conto dell’incertezza relativa al
punto uno). Questo obiettivo è riconducibile all’ideale dell’intersezione
dei valori in ambito bioetico e una soluzione, ad esempio, che vietasse la
produzione di embrioni ad hoc per la sperimentazione ma ne consentisse
l’impiego delle migliaia già generati e destinati alla distruzione, mi
sembrerebbe impegnare quote di ragionevolezza significative.
In
definitiva e tornando a un discorso più generale, è opportuno ribadire che sul
terreno etico-politico, la distinzione più significativa non è quella logora
tra laici e cattolici quanto quella tra atteggiamento liberale e tollerante e
atteggiamento intollerante e fondamentalista. Nel primo caso si prende sul serio
il pluralismo e la relativa tolleranza tra concezioni e stili di vita
alternativi. Nel secondo caso si opta per un’integrazione forte tra etica e
politica e si ricorre agli strumenti della pressione politica per imporre il
proprio punto di vista etico con gli strumenti coercitivi del diritto, quasi che
l’etica potesse essere decisa a maggioranza e imposta poi a una minoranza
recalcitrante. Ricordando anche che prendere sul serio il pluralismo delle
concezioni del mondo non equivale semplicisticamente al relativismo morale. Al
contrario, l’individuo che esercita la virtù della tolleranza il più delle
volte parte da un’interpretazione filosofica e scientifica del mondo, si
impegna
a renderla al meglio e a proporla agli altri ma, anche se profondamente convinto
(quindi, altro che relativismo), non
pretende di imporla ad alcuno con la forza.
Del
resto, non bisogna dimenticare che i dubbi sulla corretta interpretazione del
principio della tolleranza sono interni alla stessa cultura liberale. Per quanto
riguarda le questioni bioetiche, essi furono sollevati, ad esempio, da Uberto
Scarpelli, vero pioniere della riflessione italiana in materia.
Ovviamente, si tratta di dubbi e difficoltà relativi solo all’interpretazione
concreta del principio mai estesi, come avviene nel caso dei nemici teorici del
liberalismo, al principio in quanto tale. Un principio la cui vitalità si
mostra, a mio avviso, non solo nel settore delle dispute bioetiche ma anche in
riferimento agli assetti istituzionali delle società contemporanee. Si pensi
alla controversia sul multiculturalismo, da alcuni interpretato come logica e
naturale espansione della tolleranza dagli stili di vita individuale alle
identità collettive, da altri considerato addirittura un pericolo per il
sistema liberale e possibile causa della sua disintegrazione.
Occorre
ribadire ancora una volta, pur con tutti i rischi che tale operazione
ermeneutica comporta, la necessità assoluta di adeguare e tradurre in concreto
il principio generale. Non è escluso, ad esempio, che quello che vale in un
paese, ad esempio l’Inghilterra, non sia meccanicamente trasferibile in un
altro e, quindi, in definitiva, il tasso di liberalismo di una normativa
pubblica possa variare e essere calibrato su costumi e abitudini storicamente
diversi. In questa cornice teorica, per i problemi bioetici sono, quindi,
possibili più soluzioni liberali e il rapporto che si instaura tra esse non è
di identità assoluta ma di somiglianza significativa. Come l’appartenenza a
una stessa famiglia non comporta l’essere gemelli identici ma, tuttavia,
prevede la condivisione di tratti simili, così possono esistere più soluzioni
riconducibili alla famiglia teorica del liberalismo politico. Quindi,
non si deve inseguire vanamente la soluzione unica e invariabile bensì
più soluzioni liberali sono possibili (e forse anche auspicabili) per i
problemi di etica della vita. Nel caso della fecondazione assistita si possono
ricercare soluzioni diverse da quelle proposte in altri contesti che tengano
conto sia del pluralismo che della peculiarità della cultura italiana. Non
proponendo meccanicamente soluzioni già approvate altrove ma, certamente,
rifiutando la logica proibizionista che ispira la normativa vigente (per la
quale non a caso si è quasi immediatamente aperta la strada del referendum
abrogativo)
In conclusione, pur
non essendo esente da interpretazioni e traduzioni pratiche alternative, la
tolleranza non sembra facilmente sostituibile. Tenendo distinte l’universalità
del principio dalle sue realizzazioni storiche si è sempre in bilico tra
un’applicazione eccessivamente parsimoniosa tale da sconfinare
nell’intolleranza o un’altra tanto generosa da confondersi col lassismo.
Comunque si mettano le cose c’è costantemente il rischio di sbagliare per
difetto o per eccesso. Tuttavia, è difficile non considerare ancora la
tolleranza come la stella polare della navigazione etica e, in ogni caso, spetta
a chi intende sostituirla l’onere della prova.
M. Warnock, Fare bambini. Esiste un
diritto ad avere figli?, Einaudi, Torino 2004.
Si vedano, Congregazione per la dottrina della fede,
Dichiarazione sull’aborto procurato, 1974; Id.,
Il
rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione,
(meglio nota come Donum Vitae o anche Istruzione
Ratzinger), 1987.
Si veda N. Ford, Quando comincio io?,
Baldini & Castoldi, Milano 1997; più in generale sul dibattito
etico-filosofico sia consentito il rinvio a R. Prodomo,
L’embrione
tra etica e biologia, ESI, Napoli 1998.
M. Warnock, Fare bambini…, cit.,
p. 61 (il corsivo è nostro). Al contrario, la considerazione
dell’omosessualità come disordine morale è stata ribadita dal magistero
cattolico recentemente. Si veda, Congregazione per la dottrina della fede,
Considerazioni
circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni omosessuali,
2003.
M. Warnock, Fare bambini…, cit.,
p. 71.
Ivi, p. 72.
Legge 40 del 2004, G.U. n. 45, 24 febbraio 2004 (regolamento attuativo G.U.
17 agosto 2004).
Non a caso la diagnosi pre-impianto e la possibilità di rifiutare embrioni
gravemente malati è stata al centro di alcune controversie giuridiche nei
primi mesi di applicazione della legge, cfr.
Dossier
sull’ordinanza di Catania su un caso di procreazione medicalmente
assistita , in “Bioetica”, n. 2
2004, pp. 278-341.
U. Scarpelli, Bioetica laica,
Baldini & Castoldi, Milano 1998, pp. 232-240. Vale la pena ricordare
come Scarpelli fosse personalmente contrario all’aborto per ragioni morali
ma approvasse, per ragioni di tolleranza, la legge che lo regolava.
Sul tema del multiculturalismo si veda L. Chieffi (a cura di), ……