
Luisella
Battaglia,
Alle origini dell’etica
ambientale. Uomo, natura, animali in Voltaire, Michelet, Thoreau, Gandhi¸Dedalo,
Bari 2002 pp.216.
L’etica
ambientale è per certi aspetti una “cenerentola” della filosofia morale,
almeno in ambito europeo, poiché è guardata con sufficienza da molti ed ha
solo con fatica conquistato un posto all’interno della bioetica, intesa come
la riflessione sulle questioni morali suscitate dagli sviluppi delle scienze e
delle tecnologie. Ma chi, se non la natura, è più direttamente coinvolto e
colpito dalle conseguenze degli avanzamenti tecnologici? E siamo proprio certi
che in gioco sia soltanto la nostra sopravvivenza materiale e non un quadro
valoriale più complesso? La crisi ambientale, che è ormai sotto gli occhi di
tutti, rappresenta in effetti
secondo l’A. “la sfida più grave che oggi la società occidentale si trovi
ad affrontare.” (p.14) In questo volume ne viene non solo ricostruita
efficacemente la genesi, ma se ne chiariscono le implicazioni etico-filosofiche
profonde, in primis l’istanza di allargamento dell’orizzonte morale,
la carica “eversiva”, per così dire, rispetto ai valori etico-politici e
giuridici consolidati e, aspetto a nostro avviso particolarmente interessante,
il possibile ruolo “compensativo” rispetto a un vuoto dei sistemi morali che
solo di recente è venuto in luce, in maniera dirompente. Infatti, le etiche
tradizionali non prevedevano alcun sistema specifico di valutazione delle
condotte verso il mondo non umano (vivente e non-vivente) e si trovano così in
un certo senso sprovviste degli strumenti adeguati ad affrontare le implicazioni
e le conseguenze di queste istanze, che non sono soltanto emergenziali, ma
derivano in maniera logicamente conseguente proprio dall’estensione del potere
invasivo delle società umane.
Merito
del volume, in una fase dello sviluppo dell’etica ambientale nella quale alla
carica rivoluzionaria iniziale ha fatto seguito un moltiplicarsi di proposte
spesso in polemica tra loro, con il risultato di rischiare un ripiegamento sul
conflitto ideologico piuttosto che una maturazione verso una riflessione che la
renda una vera etica pratica, come per natura dovrebbe essere, è di offrire una
visione ragionevole e condivisibile della sua collocazione e delle sue
coordinate teoriche, tale da far intravedere finalmente la direzione nella quale
le diverse istanze potrebbero trovare una composizione. Il contributo di maggior
interesse è costituito dalla difesa di una ”ecologia umanistica”, in netta
polemica con quanti invece nelle istanze ambientaliste hanno voluto vedere un
anti-umanesimo che sposta il baricentro degli interessi dall’uomo alla natura,
sminuendo, appunto, il ruolo e forse il valore proprio dell’umanità. L’A.,
al contrario, destituisce di ogni validità la contrapposizione tra umanesimo ed
ecologismo, ritenendo che la convinzione diffusa che l’umanesimo sia
all’origine del dominio tecnologico e distruttivo sulla natura sia fuorviante,
fondata com’è su una identificazione semplicistica dell’umanesimo con l’antropocentrismo
bruto e, per contro, dell’ecologismo con il biocentrismo fondamentalista.
Intento
di questo lavoro sembra, dunque, quello di sgombrare il campo da molti
fraintendimenti e pregiudizi circa le nuove istanze della riflessione morale
“estesa”. Le forti resistenze ad ampliare l’orizzonte morale, alimentate
da una concezione della morale come attitudine specificamente umana, mascherano
un timore ingiustificato che si voglia sottrarre all’uomo parte del suo
valore, tuttavia, osserva l’A.,
si può affermare “che l’uomo è il solo soggetto capace di
valutazioni morali, senza con ciò stesso asserire che è anche l’unico
soggetto degno di considerazione morale.”(p.22) Si può infatti
attribuire valore morale anche a chi non è capace di provare una
responsabilità morale, come i viventi non-umani, eppure rientra nella sfera
della nostra responsabilità morale.
Il
sostegno a questa posizione viene trovato non nelle facili suggestioni dei più
recenti e goffi tentativi di delineare teorie sul valore intrinseco della
natura, ma in alcuni classici del pensiero, il cui contributo fornisce un
esempio di “umanesimo naturalistico”, scevro dai limiti dei diversi tipi di
biocentrismo e di anti-antropocentrismo di maniera, e dà in tal modo sostanza e
solidità alla tesi sostenuta nel volume: l’etica del riconoscimento di
Voltaire, che configura un pianeta nel quale tutti i viventi sono accomunati da
un medesimo destino, l’idea della grande città universale di Michelet, nella
quale è la sofferenza, così come la povertà, ad accomunare viventi umani e
non-umani e si ritrovano le tracce della ricerca di una base etica per la tutela
degli animali, il paradigma etico della simpatia di Thoreau, il quale muove alla
ricerca delle corrispondenze e dell’armonia che avvicina uomo e natura a
formare una comunità, e infine la cura fraterna per i viventi di Gandhi, con
l’esito vegetariano e non violento, che discende naturalmente dal postulato
della essenziale unità del vivente, offrono i modelli di un’assunzione di
responsabilità da parte dell’uomo per tutto il mondo vivente, che in ciò
trova non la propria riduzione a vivente tra gli altri, di pari valore degli
altri, ma la valorizzazione delle proprie più alte capacità, in particolare
dell’attitudine morale, dalla quale non può derivare né orgoglio
antropocentrico né presunzione di superiorità, bensì proprio “una centralità
gravida di responsabilità, generatrice di cura.”(p. 40)
Maria
Antonietta La Torre