Diritti
degli uomini e diritti degli animali
Valeria
Anastasio
L’intelligenza
e la capacità di soffrire degli animali costituiscono un dato certo della
scienza moderna.
Nonostante ciò,
adoperiamo gli animali alla stregua di oggetti e non ci sembra strano infliggere
loro atroci sofferenze per ricavarne benefici. Possiamo farlo? Tecnicamente si,
ma moralmente forse no. Essere materialmente in grado di compiere un'azione non
ci autorizza automaticamente ad eseguirla.
Questo è il
nodo fondamentale dei problemi che sorgono nel rapporto tra l’uomo e gli altri
viventi: cosa è lecito fare e cosa non lo è? In nome di quali principi posso
decidere il mio comportamento? Quella dei diritti degli animali è una delle
grandi sfide dell’etica contemporanea: non si tratta di semplice benevolenza o
di amore per gli animali, ma, come sostiene il filosofo australiano Peter Singer
e, prima di lui, Arthur Schopenhnauer, si tratta di “richiesta di
giustizia”.
E’ errato
ritenere che chi s’interessa di ciò sia “amico degli animali”. Questa
definizione ne ricorda tanto un’altra, “amico dei negri”, con cui i
razzisti designavano chi s’impegnava nella lotta contro la discriminazione
razziale.
E’ lecito
usare gli animali per fabbricare borsette, cinture, indumenti di seta? Quanti
sanno che il baco è ucciso nel forno a microonde, affinché non spezzi il
prezioso filo? E’ lecito testare sugli animali i cosmetici e le creme che ci
fanno sembrare più belli? E’ lecito bollire viva un’aragosta per avere una
polpa più tenera?
Oggi gli animali
della cui carne ci cibiamo vivono una vita che non può nemmeno essere definita
vita, privati della luce, dello spazio, del movimento, di un cibo naturale,
trasportati come pacchi ed alterati perfino nelle tecniche di riproduzione.
C’è una lunga
“lista degli orrori” che l’opinione pubblica non conosce e non vuole
conoscere celati dietro la facciata del nostro consumismo edonistico!
Ci sembra
“normale” riservare agli animali con cui condividiamo la vita su questo
pianeta un trattamento che non riserveremmo al peggiore dei malfattori. Perché?
In nome di quale principio etico operiamo una simile scissione?
Fin
dall’antichità gli uomini hanno commesso l’errore di ritenere portatore di
diritti solo gli appartenenti alla loro comunità. Per i greci gli stranieri
erano “barbari”, in quanto la loro lingua suonava come un “bar-bar”
incomprensibile. Anche oggi riteniamo gli animali diversi, perché non
“parlano” come noi, ma quanto capisce del loro mondo chi ne studia il
linguaggio! Il nostro non è l’unico modo di esprimerci e la ragione, di cui
tanto ci vantiamo, deve servirci anche a capire che esistono linguaggi non
umani. Gli animali sono considerati ancora come cose (“res”, nel diritto
romano, erano schiavi ed animali).
La scienza
medica si serve e si è servita degli animali, e prima ancora degli schiavi, per
aumentare la sua conoscenza. Oggi si discute sulla liceità di ciò. Da più
parti si richiede una legislazione più attenta, e, soprattutto, efficaci
controlli, per tutelare quella moltitudine di inermi che ogni giorno vengono
sacrificati nella ricerca scientifica.
Si richiede
l’incremento di tecniche sostitutive dell’animale da laboratorio e,
soprattutto, un’adeguata pubblicizzazione degli esperimenti effettuati, per
ridurli al minimo e fornirne i risultati a chiunque ne sia interessato, senza
sacrificare altri animali.
Si discute anche
di vegetarianesimo, di caccia, di circhi, di pellicce… Sono tutti gli
argomenti da approfondire.
Quale regola
seguire nella nostra vita quotidiana? Forse basta cominciare da poco, senza
estremizzazione né fanatismi: una pietanza di carne in meno, un paio di scarpe
risuolate, una borsa di plastica, un cosmetico non testato su animali. E cosa si
ottiene? Poco e molto. Ogni nostra scelta in tal senso ci può portare a questa
riflessione: è uno in meno che soffre. Come inizio credo che vada bene.