
‘Anticorrida’ a
Tafalla
Dalla parte del toro.
Ribelle e fucilato
Luisella
Battaglia
Il Secolo XIX—Commenti
21 agosto 2010
p. 32
Chi ha assistito – emozionato o interdetto – alla straordinaria
“anti-corrida” che si è svolta su un’arena spagnola avrà probabilmente
pensato ai ‘mondi alla rovescia’, a quei racconti nati dalla fantasia
popolare in cui gli animali prendono il posto degli uomini e viceversa ( es.
l’uccello che spara al cacciatore o il maiale che scanna il macellaio ):
parodie o, se si vuole, caricature zoologiche che rappresentano riti
compensatori di trasgressione e di rovesciamento delle regole in cui
l’impossibile si fa possibile. Ebbene, è proprio quel che è avvenuto: il
toro non si è limitato a mettere in difficoltà il torero ( evento in qualche
modo prevedibile e arginabile) ma ha sovvertito il gioco stesso imponendo le
sue regole e diventando protagonista col mettere, per così dire, alle corde
l’intera platea degli spettatori atterriti. Sarebbe interessante ascoltare i
commenti dei difensori della corrida, da Mario Vargas Llosa a Franco
Cardini, pronti ad estasiarsi dinanzi all’esaltante spettacolo del
matador che – emblema dell’intelligenza e della forza dell’uomo –
sconfigge la brutalità cieca incarnata dal toro. Il quale, a loro avviso, è
assai soddisfatto della parte che gli viene assegnata e del trattamento cui
è sottoposto, molto più nobile di quello riservato ai suoi compagni plebei e
sfortunati, destinati a concludere in un oscuro mattatoio la loro esistenza
terrena.
Dinanzi a tali elucubrazioni ho sempre ritenuto quanto meno azzardata la
sicurezza con cui vengono interpretati i sentimenti di un animale. Un dubbio
che dovrebbe cominciare a insinuarsi anche nelle loro menti dinanzi alla
ribellione del toro che – come hanno mostrato le immagini – se ne è
infischiato della mirabile rappresentazione di cui era coprotagonista, colla
parte già assegnata di vittima sacrificale, invadendo senza alcun preavviso,
con balzi di eccezionale destrezza, le tribune. L’”anti-corrida” è durata –
pare - un quarto d’ora e ha consentito al toro di difendere le sue ragioni e
le sue regole. Avrebbe senz’altro meritato la vittoria ma – lo sappiamo – il
toro non può mai vincere: la sacra rappresentazione della superiore dignità
umana prevede il sacrificio, l’effusione del sangue, lo strazio della
vittima. Anche questa volta il rito si è celebrato, anche se molto poco
gloriosamente: al giovane toro è stata infatti negata la danza della
muleta, il drappo con cui il torero sfianca l’animale già sanguinante ed
esausto, prima di spaccargli il cuore con la spada che gli fa scivolare tra
le scapole. Al posto del torero e delle sue eleganti evoluzioni, qualcuno
tra il pubblico – il più coraggioso – gli ha tirato la coda, facendolo così
ruzzolare sulle scalinate dove un manipolo di temerari è riuscito con grandi
sforzi a legarlo e infine ad abbatterlo a colpi di carabina. Una vera e
propria esecuzione che riesce francamente difficile definire “un rito in cui
l’uomo si trova di fronte a quello che rappresenta ,insieme, la brutalità e
la morte e riesce a sconfiggerle con il coraggio, l’intelligenza, il dominio
di sé”. Anche il filosofo Savater celebra in Tauroetica tale sfida,
sostenendo che “l’uomo conosce la morte, l’animale no”. Ancora una volta,
quanta sicurezza! Vengono alla mente le parole di Alain: “Non è permesso
supporre lo spirito nelle bestie. Ogni ordine sarebbe presto minacciato se
si lasciasse credere che il vitellino ama sua madre o che teme la
morte…”Altri filosofi tuttavia, a differenza di Savater, pensano che gli
animali abbiano una ‘coscienza pratica’ della morte, e cioè una percezione
del finire della vita che è, per così dire, iscritta nella loro stessa
carne, pur non possedendo, come l’uomo, una ‘comprensione meditata’ della
morte che è per noi, data la consapevolezza della nostra condizione di ‘mortali’,
la questione decisiva con cui confrontarci. Sennonchè tutto questo – si badi
– non solo non diminuisce, ma in qualche modo accresce il pathos della loro
condizione: è proprio il loro ‘non sapere’ che consegna a noi la
responsabilità del loro morire.
Per questo il giovane toro che scompiglia inconsapevolmente le regole, che
invade lo spazio a lui interdetto ci ricorda che la corrida rappresenta un
‘momento della verità’, un’esperienza cruciale in cui le frontiere
convenzionali si cancellano e lo sguardo dell’uomo incontra quello
dell’animale che resiste disperatamente alla morte che sta per essergli
inflitta. Al di là degli orpelli retorici, dei rimandi simbolici, dei giochi
di rispecchiamento l’”anti-corrida” ci rivela dunque, nel rovesciamento
tragicamente grottesco del rito, la verità nascosta della tauromachia, la
realtà del mattatoio.