La
macellazione rituale:
non
sentiamoci superiori per la "pietà" dei nostri macelli
(Il
Carroccio contro l'Islam)
Luisella Battaglia
(da
"Il Secolo XIX" mercoledì
5 febbraio 2003)
I
toni concitati del dibattito che accompagnano la discussione della proposta di
legge della Lega Nord, che prevede l’obbligo
di stordire preventivamente gli animali macellati secondo rituali religiosi ( a
modifica del dl 3/3/1998), sembrano ben poco propizi a quel confronto
interculturale
che da più parti, almeno a parole, si afferma di volere. Il sospetto, espresso
dall’Unione delle Comunità e Organizzazioni islamiche, è che il progetto
leghista sia solo una scusa per intimorire la comunità islamica al fine di
compiacere il proprio elettorato. Anche dall’Unione delle Comunità Ebraiche
italiane arriva un giudizio negativo. <Ad essere in ballo—ha dichiarato
Amos Luzzatto—è la libertà di religione. Mi sono spesso trovato in
disaccordo con i rappresentanti delle comunità musulmane in Italia. Ma questa
volta non c’è dubbio, hanno ragione loro: è solo un modo per mostrare i
muscoli contro le minoranze>.
Ma
c’è davvero un’antitesi tra il valore della tolleranza e quello del
benessere animale? Siamo costretti a scegliere tra il rispetto delle altrui
tradizioni e quello, altrettanto doveroso,
degli
animali, che ci fa considerare sempre più pressante il loro diritto a non
soffrire?
Il
dibattito rischia di essere male impostato. Se è vero che <un paese civile
non può tollerare la sofferenza degli animali>, quest’affermazione non può
comportare un’accusa di inciviltà nei confronti di culture che interpretano
in modo diverso da noi il rapporto complesso col mondo non umano. Perché
dovremmo pensare che nella macellazione rituale--atto eminentemente religioso
nella sua ispirazione--ci siano trascuratezza e negligenza nei confronti delle
vittime sacrificali? L’idea stessa della ritualità nasce da una visione
teocentrica in cui l’uomo, come l’animale, sono entrambi creature sia pure
di diverso rango ontologico: tutti gli accorgimenti e le prescrizioni del codice
alimentare islamico--il fatto, ad es., che l’animale non debba vederne un
altro macellato davanti a sé, che non debba aver sentore del sangue, né
percepire la lama, il fatto che debba essere accarezzato e adagiato sul fianco
sinistro in un luogo in cui non ci siano tracce di sangue per non essere
terrorizzato etc.—obbediscono a tale visione. La nostra macellazione, invece,
è un atto meramente tecnico,
obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica: la sua
etica mira a garantire l’osservanza di talune regole minimali—come la
riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni;
non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e
in ciò risiede la sua laicità. Perché
dovremmo considerarla moralmente ‘superiore’?
Il
problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una
logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e di
produttività, dove la difficile
compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata
inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive. Nel macello
industriale sono innumerevoli gli animali uccisi e, pertanto, non vi possono
essere rispettate le prescrizioni rituali. Inoltre, la struttura, quando è
appositamente attrezzata, è dotata
di una gabbia di ferro che imprigiona l’animale e che, bloccandone i
movimenti, contribuisce a terrorizzarlo piuttosto che a tranquillizzarlo. Del
pari, se il taglio delle vene giugulari non viene effettuato in modo
preciso—cosa assai frequente quando le uccisioni si susseguono a ritmo
accelerato e si possono sommare gli sbagli per stanchezza e necessità di
affrettare le operazioni—la morte può essere notevolmente prolungata.
Poiché
il problema è il rispetto della tradizione, occorre discutere se è necessario
che essa debba essere rispettata nella sua totalità o se si possa derogare ad
alcune sue parti. L’attuale macellazione rituale, del resto, presenta già una
revisione, sia pure parziale, delle regole stabilite dalla tradizione. Ora se
alcune parti della ritualità possono essere soggette a deroga, perché
escludere la possibilità dello stordimento? Per questo occorre avviare una
discussione--come quella intrapresa dal Comitato Nazionale per la
Bioetica--che parta, da un lato, dal riconoscimento della rilevanza etica del
rapporto uomo animale presente nella macellazione rituale—e quindi dal rifiuto
di ogni approccio arrogante o, peggio, razzista—, dall’altro, dal
corrispettivo riconoscimento della necessità di reinterpretare quella ritualità,
il suo senso profondo per adattarla alla società contemporanea alla luce delle
sensibilità e delle conoscenze tecnico-scientifiche nel frattempo maturate.
Quella
della macellazione rituale appare un banco di prova per una mediazione
interculturale che sappia e voglia accettare la sfida della convivenza in uno
stesso territorio di una pluralità di etnie, ciascuna portatrice di concezioni
del mondo e della vita e di costumi e tradizioni specifiche. Se accettiamo, non
solo retoricamente, che le culture sono sistemi aperti che, nel dialogo, si
arricchiscono reciprocamente dobbiamo essere pronti ad avviare un
confronto privo di pregiudizi, cogliendo insieme le vicinanze e le
differenze, alla ricerca di soluzioni ragionevoli.