
ANIMALI E
PROFETI: LA TRADIZIONE BIBLICA
Guidalberto Bormolini
Un’attenta rilettura della Bibbia può riservarci inaspettate sorprese.
Come hanno evidenziato numerosi studiosi, tornando alle fonti
scritturistiche potremmo accorgerci che «La teologia occidentale appare non
solo povera, ma addirittura non legittima rispetto alla verità profonda
contenuta nelle fonti cristiane: la Bibbia, ma anche i testi dei padri. Se,
infatti, rileggiamo con attenzione le Scritture ebraiche, il Nuovo
Testamento […] restiamo stupiti dell’attenzione riservata alle creature
tutte e al loro rapporto con gli uomini».
Già
dalle prime pagine della Bibbia si può constatare quanta importanza venga
riconosciuta a tutta l’opera di Dio, tanto che la Creazione può essere
intesa come un «co-creaturalità tra uomo, animali, piante e cose».
Vi è una grande solidarietà originaria tra l’uomo e l’intero universo
circostante, perché in profonda dipendenza dalla terra:
Dio plasmò Adam che è polvere del
suolo» (Gen 2, 7), sicché la terra in un certo senso è matrice
dell’uomo. Non è madre, perché Dio ha creato l’uomo liberamente, senza
un consenso della terra, ma la solidarietà creaturale, l’immanenza tra
«terra e terreste» è subito affermata. L’uomo viene dalla terra, è fatto
di terra, ritornerà alla terra, sarà di nuovo terra! E la terra fornisce
all’uomo piante e frutti perché egli viva […].
Nel
secondo millennio, soprattutto dopo Cartesio, in Occidente prevalse l’idea
di credere l’uomo padrone e sfruttatore del creato, quando invece nel
racconto biblico il Creatore lo pose nel giardino «affinché lo coltivasse e
lo custodisse». Difatti l’uomo è da subito un essere-in-relazione: nel
giardino dell’Eden non vive da solo, perché «non è bene che l’uomo sia
solo» (Gen. 2, 18).
L’annotazione divina non si riferisce al rapporto con il mondo animale, ma
allude chiaramente alla presenza della donna sua compagna; nondimeno subito
dopo aver osservato quanto la solitudine sia negativa per l’uomo, il
Creatore plasma dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli
uccelli del cielo, e li conduce all’uomo perché dia loro il nome. C’è quindi
una concordia originaria che consente all’uomo di vivere in armonioso e
intenso rapporto con tutti gli esseri viventi.
In
fin dei conti la prima azione dell’uomo- Adamo è un atto a favore degli
animali. Nel dare il nome ad ogni animale l’uomo instaura con loro un
rapporto speciale, poiché i nomi delle Scritture racchiudono un significato
spirituale; non sono certo casuali i nomi biblici ad esempio di Michele,
Gabriele, Raffaele, Abramo o Sara. A questo riguardo Origene afferma che
«dunque è certo che gli angeli e gli uomini ricevono il nome in conformità
alla loro funzione, o ai loro atti personali».
Per un ebreo le parole aderiscono sempre al referente, e Adamo nomina tutti
gli animali: «intendendo esattamente la realtà significante, in modo che
nello stesso tempo la loro natura fosse pensata ed enunciata».
L’etimologia è rivelazione della natura di un oggetto: Dio ha creato tutte
le cose con la sua parola, pertanto il nome è tutt’uno con la persona.
Nella concezione biblica evidentemente il rapporto uomo-animale non è
paritario, ma non rientra nemmeno in quello tra soggetto ed oggetto: «perché
entrambi rimangono soggetti, anche se la relazione resta asimmetrica».
Dando il nome all’animale l’uomo compartecipa al potere creativo divino,
enuncia una parola co-creatrice. È indubbio che non sia una relazione alla
pari, ma a maggior ragione ciò comporta una grave responsabilità dell’uomo
su tutto ciò che gli è stato affidato e che Dio stesso vide come «buono e
bello» (Gen 1, 25). In fin dei conti, come afferma Qohelet, l’animale in
parte condivide il destino dell’uomo: «Chi sa se il soffio vitale dell’uomo
salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?» (Qo 3,
21).
A
conclusione del racconto della creazione Dio benedice gli uomini e gli
animali e dà loro la medesima esortazione: «Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra» (Gen 1, 22.28). Per rimarcare questo rapporto vitale e di
solidarietà, all’uomo delle origini non è consentito nutrirsi con la carne
degli animali, infatti, suo unico cibo saranno i cereali, «ogni erba che
produce seme» (Gen 1, 29), e i frutti degli alberi. Nemmeno gli animali, di
qualsiasi specie essi siano, possono divorarsi tra loro, ma si nutriranno
pascolando l’erba.
Il
racconto biblico non contempla una logica di sfruttamento, e il testo di
Genesi, come esorta Enzo Bianchi, non dev’essere travisato:
quanto poi ai verbi che conferiscono
all’uomo un mandato sulla terra-normalmente tradotti: «Soggiogate
la terra e dominate [...]» (Gen 1, 28)-, occorre comprenderli
bene: l’uomo deve essere fecondo, lottare contro la morte affermando la
vita, deve occupare e abitare lo spazio terrestre; ma questo riempire
la terra non può significare calpestarla […] Questo dunque il senso
del verbo kavash: non tanto «soggiogare», quanto piuttosto
possedere la terra in un rapporto amoroso, armonioso e ordinato. Quanto
al verbo tradotto usualmente con «dominare», radah, si ricordi
che esso indica reggere, guidare, pascolare, con un’azione che è quella
del re e del pastore capace di governare sostenendo e custodendo lo
shalom, la vita piena nella pace.
L’alleanza che Dio ha stabilito con Noè, valida fino alla fine del mondo, è
un patto sancito anche con tutti gli animali:
Dio disse a Noè e ai suoi figli con
lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i
vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi,
uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono
usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più
distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio
devasterà la terra» (Gen 9, 8-11).
In molte occasioni il Creatore manifesta
premura per le Sue creature animali e vegetali: «Non dovrei aver pietà di
Ninive […] nella quale sono più di centoventimila persone […] e una grande
quantità di animali?» (Gio. 4, 11), d’altronde anche gli animali fecero
penitenza con tutto il popolo per porre rimedio ai mali commessi. La Sua
cura è così affettuosa da proclamare nel Salmo che sarà Lui, al tempo
opportuno, a fornire il cibo necessario affinché gli animali si sazino.
Il decalogo consegnato a Mosè in fin dei conti fa dono del riposo
settimanale, «“la delizia del sabato”, come dicono i maestri di Israele»,
sia agli uomini che agli animali.
Nel Deuteronomio Egli mostra tenero riguardo anche per le piante e
ammonisce: «Quando cingerai d’assedio una città per lungo tempo, per
espugnarla e conquistarla, non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la
scure; ne mangerai il frutto, ma non gli taglierai, perché l’albero della
campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell’assedio?» (Dt. 20, 19).
Per riconoscere l’impronta della Sua mano nella nostra vita, ci esorta a
rivolgerci agli animali:
Ma interroga pure le bestie, perché
ti ammaestrino,
gli uccelli del cielo, perché ti
informino,
o i rettili della terra, perché ti
istruiscano,
o i pesci del mare perché te lo
facciano sapere.
Chi non sa, fra tutti questi esseri,
che la mano del Signore ha fatto
questo? (Giobbe 12, 7-10).
Nella discussione con Giobbe, il Signore
fa un lungo elenco delle meraviglie del mondo animale per mostrare all’uomo
la mirabile sapienza divina.
Il profeta Natan viene inviato dal Signore a redarguire il re David; il
profeta si serve di un racconto che narra la storia di un povero che aveva
allevato un’agnellina insieme ai suoi figli, e l’amava tanto da farla
mangiare dal suo piatto e bere dalla sua coppa, e le permetteva anche di
dormirgli in grembo. Finché un ricco prepotente, anziché sacrificare un suo
capo di bestiame, rubò al povero l’agnellina per offrirla come cena ad un
ospite. Il racconto accese l’ira di David verso quell’uomo crudele, ma il
profeta fece notare al re che era lui stesso a comportarsi in quel modo. La
parabola non avrebbe senso se «l’intimità affettuosa e tenera tra il povero
e la sua agnellina non fosse preziosa agli occhi di Dio».
Sono numerosi gli episodi biblici in cui
il protagonista ha un rapporto significativo col mondo animale. Come il
profeta Gioele, che si preoccupò per la sete degli animali della valle
quando le acque dei fiumi si prosciugarono.
Il profeta Giona ebbe un legame profondo con un animale: rimase tre giorni
nel ventre di una balena, poiché Dio si servì di questo grosso pesce per far
capire a Giona che direzione doveva prendere per obbedire alla Sua volontà.
L’immagine sarà poi ripresa da Gesù per indicare i tre giorni della sua
morte che anticiparono la resurrezione. Il profeta Daniele, durante la sua
prigionia in Babilonia, rimase per sei giorni nella fossa dei leoni e ne
uscì illeso.
Il Signore, talvolta, si serve di animali
per nutrire, guidare o consigliare i Suoi profeti. È un volatile che reca
l’aiuto celeste al profeta Elia, perseguitato per la giustizia: «Ed io ho
ordinato ai corvi di fornirti il cibo» (1Re 17, 4). Un’asina parlò con voce
umana per ammonire il profeta Balaam.
Tra le storie più toccanti vi è
sicuramente quella di Tobia, che parte per un lungo viaggio accompagnato
dall’angelo Raffaele e dal suo cane fedele,
«piccola solidale comitiva in cammino secondo il disegno di Dio».
Nelle primissime righe del Vangelo di Marco, subito dopo il battesimo nel
Giordano, si racconta che la prima cosa che fece Gesù, mosso dallo Spirito,
fu quella di andare nel deserto a vivere con le bestie selvatiche.
Sono
numerose le parabole del Maestro nelle quali si fa riferimento al mondo
animale e vegetale. Gesù sottolinea l’attenzione della Provvidenza per gli
animali che, anche se non seminano e non mietono « il Padre vostro celeste
li nutre» (Mt 6, 26). Le piante, offrendoci i loro frutti, ci insegnano a
riconoscere i segni dei tempi,
e il giglio del campo, vestito più elegantemente di Salomone, ci ricorda il
ricco amore della Provvidenza.
Con grande tenerezza il Maestro si identifica con una chioccia che raduna e
difende i suoi pulcini,
e il canto di un gallo risveglierà la coscienza impaurita di Pietro.
Sarà
poi una colomba a simboleggiare la discesa dello Spirito Santo su Gesù,
e lui stesso si è identificato con un agnello.
Molte profezie bibliche che riguardano i tempi finali, quando l’uomo
ritornerà ad uno stato paradisiaco, raccontano di una recuperata, totale
armonia col mondo animale:
Il lupo dimorerà insieme con
l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il
leoncello pascoleranno insieme e un fanciullino li guiderà. La mucca e
l’orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli; il
leone si ciberà di erba, come il bue; il lattante si trastullerà sulla
buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo dei serpenti
velenosi (Is 11, 6-8).
La
mistica ebraica descrive spesso la serenità che si crea attorno alle persone
pure, e quell’atmosfera di beatitudine è un’anticipazione di ciò che ci
attende alla fine dei tempi. Nel Talmud e in numerosi racconti rabbinici si
esorta a vivere da subito in affiatamento e in concordia con tutto il
creato, con le piante e gli animali, ed è per questo motivo che un rabbino
si chiede: «Se gli uomini hanno peccato, quale fu la colpa degli animali
[per essere sacrificati?]».
Nel Talmud viene espressa una norma di comportamento da seguire nei
confronti degli animali: «Disse rabbi Giuda in nome di Rav: “A un uomo è
vietato mangiare alcunché finché non ha dato da mangiare alla sua bestia”».
Questo amore per il creato, che ricorda l’Eden delle origini, aveva un
grande portavoce in rabbi Nachman di Brazlav, che arrivò ad affermare: «se
un uomo uccide un albero prima del suo tempo, è come se avesse ucciso
un’anima vivente».
Il
Signore ha creato il mondo come un paradiso di pace e armonia, ma la libertà
dell’uomo non ha reso possibile la realizzazione di questo progetto, che
prevede per gli animali una particolare considerazione: «In quel tempo farò
per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con
i rettili del suolo: arco e spada e guerra eliminerò dal paese» (Os 2, 20).
Per gentile concessione della Rivista
Appunti di Viaggio