
Un
manifesto per gli allevamenti
E’
possibile fare della Bioetica in zootecnia ?
A pamphlet for
cattle-breeding
What about
Bioetich in zootechny?
Giuseppe
Pallante
medico
veterinario
(specialista
in Clinica Bovina, specialista in Diritto e Legislazione Veterinaria)
Riassunto
Le performance attuali
degli animali in allevamento hanno messo in luce i limiti di una
zootecnia appiattita esclusivamente al valore funzionale
dell’animale, determinando una dipendenza di necessità nelle scelte
decisionali a svantaggio della libertà di operato e dell’assunzione
diretta di responsabilità.
BSE, Sars e Influenza Aviaria
rappresentano solo le manifestazioni più evidenti di un malessere
che nel tempo ha contribuito a determinare una frattura dialogica
prima ancora che di fiducia tra i principali attori
(produttore/consumatore).
Una nuova saggezza biologica, la Bioetica,
rappresenta un bisogno improcrastinabile nel campo delle produzioni
degli alimenti di origine animale capace di rifornire di nuova linfa
un settore che ha portato le sue produzioni agli estremi con tutti i
possibili mezzi (genetici e tecnici) e ridotto l’intera materia
soltanto e unicamente al suo valore commerciale.
Spetta al medico veterinario
quale sintesi di garanzia professionale per il produttore e
sanitaria per il consumatore ricucire la frattura attraverso
un’immagine credibile di sé e del proprio operato recuperando i
contenuti culturali e sapienzali che da sempre hanno rappresentato
il “di più” della professione.
Il ruolo che emerge per tutte le
figure coinvolte è quello di un bisogno di un’etica delle
responsabilità condivise chiamata a guidare le decisioni
all’interno di situazioni problematiche e sempre più conflittuali
affidata al rispetto di tutti i soggetti, dove centrale non risulti
l’atto in sé ma il soggetto che agisce.
Abstract
The current
performances of cattle-breeding have brought out the limits of
today’s zootechny,
evened on the sole functional value of the animal, making
thus the decision-making processes depend on necessity, to the
detriment of the freedom of action and the direct taking of
responsibilities.
In recent years, BSE, SARS and Avian Disease were only some of the
most evident symptoms of a malaise that progressively contributed
towards determining a dialogic split, and one of trust, between the
main actors (producer/consumer) and the professional and scientific
world.
It is only
right and fair to ask oneself where zootechny is going and
what instrument could somehow counterbalance the technical drift of
this profession, in order not to fall into justificatory positions
shirking off one’s responsibility.
A new
biological wisdom, Bioethics, is an
irremissibly need in the field of
productions of animal origin in order to supply with new lymph a
sector that has taken its productions to extremes with all available
(genetic and technical) means and reduced the whole matter only and
solely to its commercial value.
It is for the
veterinary surgeon, as a synthesis of professional guarantee for the
producer and sanitary guarantee for the consumer, to mend this tear
by giving a credible image of him/herself and his/her actions and
recovering those cultural and thoughtful contents that have always
been the ‘added value’ of this profession.
What stands
out for all the involved subjects is the need for an ethics of
shared responsibilities, where the central issue is not the act
in itself but the acting subjec
I valori etici non
possono essere separati dai fatti biologici.
(V.R.Potter, Bioetica la Scienza della Sopravvivenza)
In questa epoca, in cui simbolo di buona
managerialità è interpretato assai più dai tagli di bilancio che dal
volume degli investimenti è consentito parlare di etica nel settore
zootecnico?
E ciò ha senso tanto più quando
dall’esborso non può attendersi un pari ritorno economico, e, ancor meno, un
profitto?
Il problema di correlare la Bioetica con
le produzioni zootecniche è comprensibile in quanto per definizione si può
considerare la stessa quale ponte tra la conoscenza biologica, la scienza
dei sistemi viventi, e l’etica, per indicare la conoscenza dei sistemi umani
di valore.
Una etica applicata che richiede una
sapienza biologica oggi rappresenta una necessità indispensabile nel
comparto delle produzioni di origine animale per dare nuova linfa ad un
settore appiattito alla sola zoo-tecnica, che ha esasperato le produzioni
con tutti i mezzi (genetici e aziendali) e ridotto il tutto solo ed
esclusivamente al valore commerciale.
Ciò è meglio comprensibile se si
considera che quando V. R. Potter coniò il termine Bioethics,
secondo sue stesse dichiarazioni, fu influenzato da C. H. Wodington,
professore di genetica animale a Edimburgo e autore del volume The
Ethical Animal.
Le performance attuali degli
animali in allevamento hanno messo in luce i limiti di una zootecnia
appiattita esclusivamente al valore funzionale dell’animale, e all’ipotetico
reddito spendibile dalle sue produzioni, selezionando le specie
esclusivamente in funzione della tecnologia che la disciplina elabora:
capezzoli per mungiture meccaniche, piede tecnologico da adattare al
cemento, per non dire di integratori, stimolanti e correttori che
quotidianamente compongono la razione alimentare
con il risultato che da oltre trenta anni non si fa altro che studiare e
parlare di tecnopatie in termini sanitari.
Nel tempo la selezione si è sviluppata
per singole voci - un sottoinsieme di sottoinsiemi che compongono singoli
parametri - con il risultato di perdere la visione complessiva
dell’animale, una sorta di patchwork genetico cucito alla meno peggio
attraverso linee di sangue e razze spesso agli antipodi, e non solo in
termini geografici.
Di tutto ciò è consapevole l’allevatore?
O forse che oggi la sua figura non
rappresenti altro che il prestatore d’opera di indirizzi e di scelte cadute
dall’alto?
Come è pensabile che un allevatore trovi
le giuste motivazioni per impegnarsi, quando a giorni alterni si costruisce
un castello che immancabilmente viene distrutto il giorno dopo, addossando a
lui e solo a lui i danni?
Oggi non siamo più di fronte a semplici
strumenti tecnici, ma ad una forza potente - la tecnologia nel suo
complesso - che sta trasformando in modo radicale le aziende agricole e da
ultimo le nostre società - in termini di etica e consapevolezza -
introducendo una brutale e ingannevole semplificazione del sistema,
sintetizzata nei soli termini di aumento delle produzioni e contenimento dei
costi quali unici modelli di riferimento per restare a galla sul mercato
globale con risultati del tutto falsati rispetto alle aspettative indotte.
Un quadro dall’apparenza lineare e
ineccepibile ma che presenta pericoli insiti spesso anche solo nella
definizione delle parole, parole che ci vengono presentate concettualmente
in modo totalmente diverso da quanto poi esse rappresentano nei fatti.
Per definizione le voci che compongono il
capitale aziendale sono costituite da tre parametri:
1)
le risorse naturali
2)
le risorse umane
3)
le risorse finanziarie
Di queste, la prima ad essere svilita è
stato il capitale naturale, una continua perdita di valore a seguito di un
processo di spaesamento dell’allevamento a) da qualsiasi realtà
territoriale, b) dall’ambiente, attraverso la totale sottovalutazione di
eventuali danni.
Centrale caduta di valore è toccata al
soggetto animale che nel tempo si è ridotto a semplice e ingombrante
strumento finalizzato alle produzioni e che una volta esaurita la sua
funzione perde qualunque ulteriore valore: in tal senso la riduzione
dell’animale a numero di matricola aziendale la dice lunga anche solo
rispetto al patrimonio di zoonimia presente nella cultura rurale!
Svilito il capitale animale veniva di
conseguenza svilito chi in esso investiva - l’allevatore - e quanti per
essi si adoperavano, in primis il veterinario.
Privato dell’autorevolezza professionale
il medico veterinario col tempo ha ceduto alla tecnica i più svariati ruoli
gestionali dei diversi aspetti della mandria, senza sviluppare alcuno
spirito critico ma adeguandosi passivamente ad essa e circoscrivendo nel
tempo la sua azione a soli interventi correttivi - di sempre più basso
profilo - con la conseguenza di essere esautorato dalle scelte decisionali
e rimpiazzato in tutto dal fattore, con il solo risultato di limitare il suo
ruolo al puro esercizio delle incombenze burocratiche.
Così il capitale umano ha perso ogni
valore: la disoccupazione e le offerte di opportunità di lavoro in altri
settori hanno ridotto il grande valore culturale e di saperi dell’allevatore
a mero tecnicismo dove una bassa manovalanza col tempo si è andato a
sostituire ad esso e magari, per quanto richiesto, a fare anche meglio.
La ripetitività dell’azione, la
programmazione degli interventi e la gestione di massa di “valori”
esclusivamente quantitativi - ciò è quanto richiesto e quanto può offrire
l’animale macchina - hanno sradicato ogni necessità di sapere specifico
anche solo di sapienza; in questo modo la professionalità si è talmente
impoverita che altri lavori sono risultati comunque più appetibili.
In un periodo in cui si avverte grande
ansia di cambiamento sociale le moderne tecniche di allevamento hanno
provocato la perdita di un modello culturale radicato, causando un
disorientamento profondo di un’intera generazione di allevatori che oramai
non ha più la capacità di essere libero ma che si vede solamente imporre
regole intorno a sé.
Infatti privato della grande portata
etica della propria attività, l’allevatore, emarginato del suo sapere, anzi
proprio in virtù della sua cultura - che sempre più cozza con l’imperativo
tecnico dilagante - si è limitato a leggere il proprio quotidiano in soli
termini remunerativi e a confrontare lo stesso con una serie di lavori
simili per reddito, senza altro valore aggiungere o pretendere: una
apparente semplificazione del proprio lavoro ma in ultima analisi della
propria vita.
Da ultimo le stesse risorse finanziarie
– ultimo baluardo per cui giustificare un’impresa - sembrano, di giorno in
giorno, sgretolarsi.
Il dominio dell’apparato calcolante o
della ragione economica, così come la definisce il filosofo Umberto
Galimberti, alla cui razionalità si sottomettono sia i datori di lavoro che
ogni tipo di lavoratore del settore (operai, tecnici e professionisti)
risolve ogni attività lavorativa nell’ambito della ragione tecnica.
Una ragion tecnica capace di
espellere l’uomo dalla scene della storia come soggetto di bisogni,
in quanto i suoi bisogni hanno la
possibilità di essere soddisfatti solo se compatibili con la redditività del
calcolo economico, mentre come soggetto di azioni (siano esse lavorative,
siano esse imprenditoriali) la sua rilevanza è data dalla sua produttività
in ordine alla redditività economica, in riferimento alla quale, l’uomo e i
suoi scopi sono ridotti a semplici grandezze variabili nel calcolo delle
possibilità di guadagno e di profitto.
Il mito del di più e del
meglio
Molti di quelli che negli ultimi anni
hanno cercato di migliorare i loro allevamenti affidandosi ciecamente allo
strumento della zootecnia si sono ritrovati alla fine con il chiudere
l’attività
(vedi tab. 1 e tab. 2 ).
Se si vuole che gli allevamenti
fioriscano si dovrebbe essere tutti interessati a capire come funzionano, a
quali scelte sono sottoposti, quali sono i vincoli e quali le modalità di
produzione.
In quanto agenti morali per noi tutti è
fondamentale cercare di capire questo fenomeno non fosse altro perché la
zootecnia contribuisce alle nostre scelte alimentari e quindi a soddisfare
un nostro bisogno essenziale.
Storicamente la genetica in termini
zootecnici ha voluto dire essenzialmente selezione: alle sue origini quasi
esclusivamente fenotipica successivamente anche genotipica.
La sostanziale differenza tra la
selezione descritta e riconosciuta in natura e quella zootecnica è che se
nel primo caso la sopravvivenza e la capacità riproduttiva sono il risultato
globale di un bilancio tra molteplici fattori ambientali e costituzione
genetica individuale, nel campo delle specie domestiche di interesse
zootecnico questo ruolo di selezione naturale è assunto dall’uomo.
Lasciando da parte la selezione naturale
e concentrandosi solo su quella operata dall’uomo, come quella praticata in
zootecnia, è possibile suddividerla grosso modo in due grandi famiglie:
quella tradizionale, funzionale e applicata ad un problema contingente, e
quella più contemporanea, tutta laboratorio, ovvero le grandi praterie degli
organismi geneticamente modificati incluso quello (in mancanza di fantasia)
della clonazione ovvero dei replicanti: con la brevettazione si chiude il
ciclo della reificazione dell’alterità animale: l’animale esce dal consesso
del mondo biologico per entrare nella categoria degli artefatti, dei
prodotti, delle cose.
In entrambe le 2 grandi aree il percorso
è pressappoco identico: si pone un problema o forse sarebbe più giusto dire,
gli si crea un bisogno ad hoc, quindi si cerca la soluzione (mai più
di uno beninteso, altrimenti si inflazionerebbe il mercato) e tutti (dal
produttore al consumatore) ci si adegua.
La vacca da latte, ad esempio, nel corso
degli ultimi anni è stata analizzata e riprogettata per ottimizzare
esclusivamente le parti che meglio servono all’uomo, a solo nostro uso e
consumo: dalla doppia coscia alla mammella .
Una sorte di eugenetica zootecnica con il
preciso scopo di produrre individui sempre migliori (!).
Pur ammettendo che ci fosse un consenso
generale riguardo alcuni caratteri biologici da privilegiare, siamo sicuri
che selezionare questo o quel carattere genetico non avrebbe portato alla
lunga danni per altri parametri che non si erano al tempo previsti?
Le equazioni per singoli voci (latte,
proteine, grasso, incremento ponderale, ecc.,) per cui si è da sempre in
zootecnia selezionato geneticamente, hanno semplificato un quadro oltremodo
complesso, in quanto, una caratteristica che si potrebbe considerare
favorevole in sé, ma che abbassi anche di poco l’identità biologica di
specie, può risultare negativa per tutti gli individui.
Senza entrare nell’eccessivamente tecnico
qui è sufficiente ricordare come ogni carattere biologico dipende
dall’azione combinata di diversi geni e che lo stesso gene contribuisce per
lo più alla definizione di diversi caratteri biologici.
Di conseguenza è quasi impossibile avere
un “effetto puro” per qualsiasi progettazione genetica: la biologia si
difende, ogni cellula, ogni organismo, ogni popolazione, ogni ecosistema,
nonché la terra nel suo complesso, tendono a resistere ai cambiamenti
bruschi di qualsiasi natura.
Aldo Leopold ci ricorda come una cosa
è giusta quando tende a preservare e proteggere l’integrità, la stabilità,
la bellezza della comunità biotica. E’ sbagliata quando tende altrimenti.
Ma quale è effettivamente il contributo
che la Bioetica può offrire per rifondare la zootecnia?
Cresciuto nel risentimento di classe
e nelle promesse di un’ideologia soprattutto votata a rinnegare la
tradizione e l’amore simbiotico
verso il suo animale e l’ambiente che gli appartiene, all’allevatore non è
rimasto che condividere l’idea di una tecnica dispensatrice di facili
guadagni, un totemismo metafisico cui affidarsi per riscattare quella
nostalgia del primordiale ed emergere dal branco del premoderno cui la
società contemporanea lo rilega.
Quello che ci offre V. R. Potter è che i
valori etici non possono essere separati dai valori biologici: ciò con
cui ora dobbiamo fare i conti è che l’etica umana non può essere separata da
una realistica comprensione dell’ecologia nel senso più ampio.
Bisogna prendere atto che è finito il
tempo in cui era opinione diffusa far credere che la zootecnia potesse
sintetizzarsi nell’esclusivo “di più e meglio” espanso all’infinito.
Oggi in mancanza di nuove ed organiche
scelte Bioetiche è impensabile far fronte alla crisi del settore zootecnico,
e ciò perché i risultati fin qui ottenuti dalla sola zootecnia hanno portato
le aziende in un vicolo cieco dove l’unico strumento per la loro
sopravvivenza è l’eterna correzione di una strada lastricata di errori.
Tra i motivi negativi finora conseguiti
dalla zoo-tecnica e che pesano sul futuro degli allevamenti risulta evidente
che:
1)
Nessun artificio tecnico ha rappresentato
un modello di valorizzazione dell’animale nel suo insieme.
2) Nessun
obbiettivo di selezione genetica finora ha previsto un miglioramento della
qualità della vita dell’animale.
3) Nessuno
obbiettivo zootecnico e genetico ha contemplato la possibilità che le specie
animali di interesse zootecnico continuassero a sopravvivere anche in
mancanza dell’intervento dell’uomo.
Il quesito imprescindibile per chiunque
voglia descrivere la zootecnia contemporanea è: come raccontare un
cambiamento costante e frenetico?
Come arrestarsi e guardare intorno quando
l’idea stessa di una pausa di riflessione è impossibile?
Quando tutto cambia sempre - e ogni
giorno obbiettivi diversi e contradditori si affacciano nel richiedere nuove
soluzioni - la mente smette di registrarli, ovvero di riflettere e si
limita ad eseguire (sic) senza più stupirsi.
I ritmi frenetici e gli obbiettivi
impellenti assopiscono la percezione ed è necessario fare un grande sforzo
per continuare ad osservare il tutto rileggendo in maniera critica ciò che
sta accadendo, mentre lo stesso è in continuo movimento.
In sostanza la necessità di fornire
risposte concrete e, di farlo nei tempi stretti dettati dall’urgenza, impone
di non concentrarsi più sui singoli casi anche in presenza di un disaccordo
tra i soggetti coinvolti nella decisione, affidandosi a chi la risposta la
possiede già bella e confezionata.
Nel tempo si è fatto strada l’esigenza di
spostare l’attenzione dal livello condiviso - e tra le voci anche quelle di
natura etica - alla esclusiva scelta pratica maturata per restare sul
mercato.
Un circolo vizioso folle e sempre più
veloce così come lo richiedono i tempi attuali e a cui è impossibile porre
un freno se non attraverso un totale cambiamento di rotta, consapevoli che
la principale caratteristica che distingue l’approccio scientifico a un
problema da quello non scientifico (comunque sia chiamato) è la
consapevolezza che un’idea non è necessariamente valida solo perché sembra
giusta al suo possessore e lo fa sentire bene.
La dipendenza dell’animale dall’uomo e
l’uomo dalle scelte zootecniche ha fatto si che oggi nessuno può garantire
una vita sana ad un animale con 100 quintali di latte a lattazione se non
attraverso una serie di interventi tecnologici, sanitari e alimentari.
Una dipendenza e interdipendenza con
continui correttivi che gravano esclusivamente sull’allevatore e in ultima
istanza sulla vita dell’animale.
Oggi è necessario stabilire un sistema di
priorità diverso da quello a cui ci si è affidati, perché tanto, troppo, si
è atteso senza alcun successo credibile: una rincorsa continua all’ultimo
ritrovato, all’ultima tecnologia, all’ultimo farmaco; con il solo risultato
di tamponare le falle sempre più grandi che si sono venute a realizzare.
Ciò che resta in assoluto di più tragico
è l’incapacità a fare tesoro degli errori effettuati, ma perpetuare
accumulando errori su errori, con l’illusione che forse la prossima sarà la
volta buona.
Se c’è la necessità di mantenere la
zootecnia negli allevamenti per mantenere un determinato standard a cui non
è più possibile a giorni d’oggi rinunciare, la Bioetica può favorire scelte
che in qualche modo contribuiscono a far star bene, e star bene spesso è la
prima cosa di cui si ha bisogno.
Introdurre la Bioetica negli allevamenti
ci permette di riesaminare il percorso fin qui intrapreso cercando strade
migliori e saperi condivisi che si intersecano tra più discipline e non
attraverso l’appiattimento che la sola tecnica propone.
La Bioetica si presenta dunque come un
“esercizio costitutivo” di promozione e tutela di tutti i soggetti in campo,
mediante il riconoscimento del valore unico e individuale di ciascuno delle
risorse: naturali, umane e buon ultimo, finanziarie.
Il punto critico: risorse finanziarie
e mercati globali
La parola globalizzazione, ogni qual
volta si parla di prodotti alimentari ricorre con insistenza nella mente del
produttore, ma sono sempre gli stessi schemi di pensiero a scontrarsi di
continuo: mercati globali come sinonimo di liberalizzazione contro
localismo, ovvero protezionismo, in una contrapposizione che non consente di
porre veramente in luce tutto il campo delle politiche possibili.
Un pensiero che si impone forte, una
sorta di aut/aut , necessariamente parziale ma agevolato dalla
ampiezza dei fenomeni che percepiamo e che quotidianamente ci martellano, in
alternativa al possibile et-et , indubbiamente più articolato a
confronto con le nostre limitate conoscenze di come va il mondo.
In effetti, a ben esaminare, il
mercato reale globale oggi si rappresenta come il luogo dove si
affrontano iperpotenze o super potenze che poco lasciano di margini di
trattativa a chi tale non è, con risultati assai lontani dal quel liberismo
descritto nei manuali di economia che ci si vuole far credere.
In conclusione c’è molto più pericolo di
forme di protezionismo nei mercati globali - i famosi cartelli delle
multinazionali - dove pochi soggetti determinano la politica
mondiale, che non nei tanti piccoli produttori, dove è più difficile
confrontarsi e trovare una politica di accordo comune, essendo spesso
diverse le motivazioni alla base (culturali, ideologiche ma anche
territoriali, di identità, ecc.), lasciando, così al solo mercato, ovvero al
consumatore, reale libertà di scelta.
Al contrario protezione nelle produzioni
non necessariamente può voler significare protezionismo, ovvero
assistenzialismo e scarsa concorrenza.
La protezione se ben pilotata si
manifesta in forma pluridimensionale e assume forme dinamiche con effetti
positivi su tutti gli attori del processo, a partire dai vantaggi che se ne
possono ricavare dal territorio (ad es. la sostenibilità ambientale) per
finire alle scelte dei consumatori che premierebbero (ora si! su di un
mercato realmente diversificato) chi più in sintonia con il proprio sentire
(non agganciati come oggi al solo parametro economico, ma anche etico,
sociale, nutrizionale, culturale, territoriale, ecc. ecc.).
In altre aree di intervento pubblico
quale l’insegnamento o la ricerca infatti non si parla di protezionismo
proprio perché si è consapevoli che solo nella difesa delle propria
autonomia professionale può nascere una forza lavoro, non solo più
produttiva, ma in particolare più capace di innovare a vantaggio di tutta la
società.
Inoltre un sistema di protezione sociale
rappresenterebbe un formidabile incentivo all’assunzione individuale del
rischio, all’innovazione e al gusto dell’iniziativa imprenditoriale.
Iniziativa imprenditoriale che proprio
nel settore zootecnico sembra la più svantaggiata, tanto da essere sempre
meno appetibile per le nuove generazioni, sempre più emarginate da un
sistema che richiede loro solo tecnologia e prassi a cui adeguarsi.
L’ipotesi di un nuovo appeal
professionale innescherebbe un circuito virtuoso non solo alla base (nelle
produzioni) ma in conseguenza in tutti i settori ad esso connessi, dagli
eventuali fornitori al consumatore, dal territorio circostante all’ambiente
tout court, dalla ricerca alla professione veterinaria.
Il fatto che l’intera società non abbia
ancora richiesto agli allevatori di farsi carico del costo di deterioramento
del territorio e della rottura degli ecosistemi rappresenta già in sé la
necessità di individuare a breve le eventuali modifiche da porre in veci
dell’attuale modello di produzioni e di allevamento.
Prendendo uno degli ecosistemi più
fragili dell’Europa come quello dell’Arco Alpino ci si dovrebbe chiedere
come dovrebbero essere valutate, ad esempio, le bovine in loco?
In base alla esclusiva quantità di latte
che annualmente viene prodotto, oppure in relazione al fatto che nel
medesimo periodo la loro popolazione contribuisce alla gestione del
territorio e al mantenimento del Sistema Alpi, compreso le
risorse umane?
Nel 1981 due ecologi dell’Università di
Stanford, Paul e Anne Ehrlich proposero l’ “ipotesi dei rivetti” in cui
veniva paragonato un ecosistema ad un aereo composto da tanti sottoinsiemi
(i rivetti) che lo tengono insieme.
La perdita di singoli sottoinsiemi non
modifica all’apparenza né l’aereo né la sua funzione, ma a lungo andare sarà
proprio la mancanza di questi “rivetti” soppressi ad accelerare il suo
degrado:
Gli ecosistemi, come gli aeroplani ben
costruiti, dispongono di una serie ridondante di sottosistemi e di altre
caratteristiche “progettuali” che consentono loro di funzionare anche dopo
una serie di maltrattamenti. Di una dozzina di rivetti, o di specie, si
potrebbe non avvertire la mancanza. D’altro canto, l’estrazione di un
tredicesimo rivetto dal flap di un’ala, o l’estinzione di una specie chiave
coinvolta nel ciclo dell’azoto, potrebbe provocare un grave incidente.
Gli Stati dispongono di un ampio arsenale
di strumenti mirati a seconda degli obbiettivi prepostisi da usare
saggiamente, evitando qualunque intervento di natura general generica, o
ancor peggio, di distribuzione a pioggia, o clientelare politica.
Attribuire un valore finanziario alle
prestazioni etiche per le aziende non dovrebbe essere più difficoltoso del
raggiungimento degli obbiettivi tecnici e delle modifiche genetiche
suggerite quotidianamente: è evidente che ciò richiede dei tempi, ma essi
non sono più lunghi di un qualsiasi obbiettivo atteso, e comunque
risulterebbero prive di quelle controindicazioni cui periodicamente serve
poi porre rimedio.
E’ necessario per tutti comprendere come
un insieme di scelte etiche condivise potrebbe offrire vantaggi ad un intero
sistema (ambientale, territoriale, sociale, umano, finanziario), mentre gli
obbiettivi zootecnici ancora oggi garantiscono un profitto diretto nella
migliore delle ipotesi esclusivamente a chi ne fa uso.
Il nodo centrale: le scelte condivise
Partendo dal pensiero Kantiano che
tutti i principi etici sono principi per tutti, non resta altro che
stabilire delle priorità condivise.
Una prima riflessione si pone quindi su
cosa si dovrebbe fare, e cosa non si dovrebbe fare.
Risulta evidente che in aree come la
medicina veterinaria, la zootecnia e le biotecnologie la richiesta di una
adeguata specializzazione e competenza pone gli allevatori nell’inevitabile
condizione di asimmetria.
Diviene pertanto necessario spostare il
focus sulle questioni etiche per permettere ad ogni singolo attore di
esprimere il proprio personale contributo senza risultare deficitario e nel
contempo andando oltre l’esclusiva utilitaristica
proposta o richiesta.
In questi casi un esercizio costitutivo
- la Bioetica - pone tutti nella necessità di interrogarsi, ad esempio se
adottare i geni delle bovine all’attuale stile di vita ipertecnologizzato
(capezzoli standard per mungitrici meccaniche, piede adattato per pavimenti
di cemento, ecc.) piuttosto che adottare lo stile di vita ad un patrimonio
genetico selezionatosi nei secoli.
Quando la tecnologia viene applicata alla
vita biologica - umana e non umana - nascono una serie di problemi di
ordine morale
che meriterebbero una speciale considerazione, fosse anche per le sole
conseguenze che possono scaturire da certe modalità.
Per giustificare determinate scelte
occorrerebbe quanto meno spiegare perché si tende ad approvare moralmente
tutta una serie di misure anche molto invasive. Appellarsi al mero fatto che
altrimenti si resterebbe fuori da ogni mercato significa assumere come
risposta una tesi che abbisogna invece di giustificazione.
Accettare in linea di principio senza
altro interrogarsi, significa cedere all’imperativo tecnologico che ci porta
a colonizzare il mondo con le nostre creazioni.
Il criterio di demarcazione non può in
nessun modo essere un’ingenua equazione di costi/beneficio ma la risultante
ben più articolata di accrescimento o riduzione della qualità della vita per
gli umani e i non umani.
La Bioetica con il suo ruolo di
“cerniera” apre al dialogo ricucendo la frattura secolare, troppo comoda ed
esemplificativa per molti, tra conoscenza biologica e finalismo etico,
proponendo una saggezza biologica che richiede per ognuno uno sforzo
su di sé: vivere insieme per costruire un destino comune.
A volte momenti di crisi - come quella
che sta vivendo il settore zootecnico attuale - possono risultare
estremamente importanti perché, se svolti con spirito libero, offrono la
possibilità di arricchirsi grazie al dialogo tra le diverse componenti.
Al contrario, negare ogni diversità o
pluralità, riducendo ogni percorso ad imbuto, sarebbe devastante: bisogna
darsi i mezzi per poter far coesistere il riconoscimento ad una propria
identità e lo sforzo necessario per favorire un progresso non invasivo.
Bisogna guardare il presente con occhi
disincantati, ripercorrere le tappe del lungo cammino attraversato e le
modifiche che negli ultimi decenni hanno coinvolto il settore, soffermandosi
su ognuna di esse.
Avanzare ovvero progredire non
necessariamente vuol dire essere sempre pronti ad accettare l’ultimo
ritrovato o l’ultima tecnologia, supinamente, ma diventare consapevoli delle
scelte e dei condizionamenti cui inevitabilmente ci si sottomette.
Le attuali lacune della zootecnia sono
riconducibili ad una conoscenza forviante e di parte di nuovi bisogni e di
nuovi obbiettivi non condivisi, se non attraverso la sensazione della
soluzione ad un problema contingente, o generato ad hoc.
In questa prospettiva il medico
veterinario deve soprattutto impedire che le esigenze di singoli comparti -
sorveglianza, selezione e controllo - fungano da motore riposizionando la
centralità delle scelte condivise e della conoscenza delle varie
professionalità messe in campo.
Un’unica forza preponderante non si
presta a vantaggio di nessuno e men che meno alla professione veterinaria: i
principi etici sono i candidati più comprensibili e promettenti per
l’incremento degli scambi di conoscenze e di condivisione delle scelte.
Invece di valutare i vantaggi e gli
svantaggi in modo globale, siamo intrappolati in una gara per decidere chi
“ha vinto” o chi “ha ragione”: ragione e torto derivano da una logica
causale unidirezionale.
Sicuramente le gare sportive soddisfano
questo approccio ma in una complessa situazione di gruppo vi sono grossi
svantaggi:
1)
si finisce con il provocare
una guerra di parole
2)
si smette di ascoltarsi
reciprocamente
3)
si usano i propri argomenti
come arieti
4)
si manca di dare all’altra
persona riconoscimento e soddisfazione per i punti con i quali si concorda
5)
le dimensioni complesse
della realtà vengono ridotte
Spesso è molto più incisivo ascoltare
idee su cui riflettere che non verità da “mandar giù”: non bisogna mai
dimenticare che il linguaggio è contagioso!
Concetti quali consenso informato
e alleanza terapeutica, ad esempio rappresentano sicuramente
strumenti professionali conosciuti e già a disposizione di tutti, ma bisogna
fare in modo che entrino nelle pratiche quotidiane onde evitare facili
soluzioni o accettare compromessi di necessità al solo scopo di svolgere la
parte del comprimario in scelte che di fatto emarginano il veterinario
sempre più dal contesto aziendale.
I consigli, le raccomandazioni e le
riflessioni che possono svilupparsi nel confronto non si esauriranno nel
protocollo scientifico adottato, ma devono saper dire qualcosa che va
“oltre” .
Dall’applicazione di scelte condivise
(vedi tab. 3) ci si aspetta che l’identità e le attitudini di tutti gli
attori coinvolti nel settore siano più importanti delle esclusive produzioni
e del mercato.
Tutto ciò è diventato necessario per
recuperare un senso alle azioni e alla professione, liberando tutti dai
vecchi lacci che ancora costringono a rappresentare e rappresentarsi in
maniera inerziale e antietica: la posta in gioco è la conquista
dell’autocoscienza.
Autocoscienza che inevitabilmente si
materializza dal momento che non si dipende più da scelte altrui (imposte o
di necessità) ed in cui ci si rispecchia, ma attraverso un processo autonomo
e responsabile.
Le scelte condivise rappresentano lo
snodo di un lungo percorso di recupero di identità e di valori che portano
ad incrementare nuove energie nel settore attraverso l’uso consapevole di
sinergie professionali.
Quale Bioetica: un manifesto per gli
allevamenti
L’attuale tecnologia obbliga tutti ad
essere etici
.
In nome del progresso, si è distrutto un
ordine e si sono annichiliti saperi secolari, sostituiti dalla
specializzazione delle professioni, dalla meccanizzazione, con conseguenze
immense sull’ambiente e sull’alimentazione con effetti che sono sotto gli
occhi di tutti, e dei quali è prevedibile l’acutizzarsi nell’immediato
futuro.
Il primo grande compito del veterinario
aziendale oggi è quello di cogliere questo momento di crisi nel settore e
compiere tempestivamente scelte intelligenti necessarie, perché l’insieme
delle tecnologie messe in campo dalla zootecnia si risolvano in un
rafforzamento complessivo di tutti i protagonisti non ultimo quello del
valore animale.
Di fronte ad una realtà complessa, nella
quale convivono società del rischio e società della conoscenza, il
veterinario non deve scegliere tra il bene e il male, ma farsi mediatore
ribadendo la sua storica e insostituibile funzione di garante della
sicurezza e del valore delle parti in gioco.
Le questioni bioetiche sono ormai
considerate centrali nel dibattito culturale e scientifico, e la medicina
veterinaria non può abdicare al dovere intellettuale di esercitare l’arte
analitica in suo possesso, di distinguere i differenti casi, e valutarli nel
merito specifico in virtù di un sapere zooiatrico e deontologico.
La storia della moderna zootecnia insegna
che le forze della natura non possono facilmente essere manipolate per i
bisogni a breve termine dell’uomo senza che la società incorra in molte
conseguenze a lungo termine che non sempre possono essere previste.
La sfida lanciata dalla Bioetica non
riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri in zootecnia tra
la logica del profitto tout court ed un modello sostenibile, ma
investe lo stesso modo d’intendere il lavoro.
L’assunzione di un certo numero di
principi come base condivisibile può fungere da apripista all’interno
della professione, facendo emergere sensibilità e modo di vista decisamente
più articolati che l’attuale panorama lascerebbe intravedere.
In tal senso la Bioetica può fornire il
suo contributo attraverso alcune linee di intervento che possono essere così
riassunte:
1)
Evitare una zoo-tecnica che
non preveda una conoscenza condivisa
2)
Evitare una zoo-tecnica che
prenda il sopravvento con lo scopo unico di adeguarsi a scelte imposte
3)
Evitare una zoo-tecnica che
veicoli messaggi semplicistici e forvianti senza una attenta analisi delle
modalità, dei tempi e delle eventuali ricadute
4)
Evitare una zoo-tecnica
decontestualizzata dalle opportunità del territorio
5)
Evitare una zoo-tecnica non
rispettosa dell’ambiente
6)
Evitare una zoo-tecnica non
rispettosa della salute dei consumatori
7)
Evitare una zoo-tecnica non
rispettosa della salute e della sicurezza degli operatori
8)
Evitare una zoo-tecnica non
rispettosa della salute e del benessere animale
9)
Evitare una zoo-tecnica che
porti ad una perdita del valore di servizio delle singole figure
10)
Evitare una zoo-tecnica che
non preveda una responsabilità etica e sociale dell’azione.
Questo linee mettono in evidenza come i
fattori influenti nella crisi attuale del comparto non sono tanto quelli
economici, come semplicisticamente si vuol far credere, quanto piuttosto
quelli sociali e culturali.
Non sono riferimenti retorici: la
zoo-tecnica è piena di promesse, ma se guardiamo al mondo reale ci
scontriamo con risultati catastrofici in ogni parametro da essa veicolato.
Pur considerando probabilmente la
disciplina zootecnica come uno stadio necessario nell’evoluzione della
domesticazione degli animali da reddito, non bisogna confondere la causa con
il suo effetto.
A questa tendenza bisogna reagire, non
solo per fuggire ad una deriva esclusivamente tecnicista ma al pericolo vero
di una totale debacle che coinvolgerà inevitabilmente l’intero
settore.
Conclusioni
Sono consapevoli i veterinari della
grande opportunità che può offrire la Bioetica alla valorizzazione della
professione?
Il veterinario da sempre ha più compiti:
garantire salute e benessere alla mandria e indirettamente all’uomo, aiutare
l’allevatore a crescere e immancabilmente crescere ed evolvere noi stessi
sia in termini professionali che umani.
I risultati attuali della moderna
zootecnia impongono una nuova alleanza che si risolva in un
riconoscimento di complementarietà tra discipline mediche e bioetiche capace
di ripensare alcuni aspetti fondamentali della ricerca in zootecnia e di
concentrare massimamente l’attenzione su temi e problemi, concettuali e
metodologici, oggi sempre più centrali.
A mio parere due sono i fatti che al
momento sembrano poter essere evidenziati come limite ad un processo di
diffusione della pratica Bioetica nell’esercizio della professione
veterinaria.
La principale ragione della trascuratezza
credo stia nella formazione: l’elevato aggiornamento professionale richiesto
negli specifici ambiti di intervento (clinico, chirurgico, legislativo,
alimentare, ecc.) prevedono un dispendio di risorse che spesso esaurisce
tutte le (poche) forze ancora disponibili del quotidiano operare in campo.
Il secondo motivo penso sia imputabile ad
una scelta unidirezionale in termini professionali tra principi generali (e
quindi anche etici), e conseguenti tecniche specialistiche; dove
l’attenzione si concentra troppo sul secondo aspetto a discapito del primo.
L’acquisizione di una formazione etica,
libera all’improvviso uno spazio dinanzi alla professione non solo in
termini di autonomia, ma di pensiero e valorizzazione dell’azione.
Uno spazio tra libertà individuale e
individuali necessità che può essere responsabilmente colmato e che permette
a ciascuno di raggiungere un certo grado di soddisfazione senza specifiche
costrizioni o compromessi.
Un modesto investimento nella formazione,
con più attenzione verso i principi generali potrebbe fruttare enormi
benefici alla stessa tecnica messa in campo ponendola in un piano di equità
tra forze e non solo quale unico metodo di giudizio o di scelta.
D’altro canto non è più pensabile ad un
processo collettivo di auto-assoluzione attraverso l’esclusiva applicazione
delle regole deontologiche a cui si ispira la professione: ragioni evidenti
quotidianamente confortano l’affermazione che non è più possibile affidarsi
all’esclusiva operatività garantita dalla norma deontologica quale
strumento di autoregolamentazione dei doveri di una professione.
Nel momento in cui la pratica medica
tende a far ricorso a categorie di più ampia portata come ad esempio la
qualità delle produzioni o il benessere animale il professionista
deve saper interpretare e giustificare questi interventi attraverso
specifiche competenze.
In questa prospettiva la norma
deontologica, se ha una specifica competenza per inquadrare e motivare il
comportamento professionale del veterinario, non c’è l’ha nel fornire
indicazioni sostanziali nei confronti di scelte di fondo culturali, etiche e
ambientali con cui non è più possibile non confrontarsi.
Una significativa testimonianza a
riguardo è il rapporto conclusivo (Belmont Report, 1978) dei lavori a cui è
arrivato oltre trent’anni fa il primo Comitato Bioetico Statunitense, la
National Commission for the protection of human subjets of Biomedical and
behavioral research (1974-1978) dove tra le altre considerazioni risulta
esplicitato a chiare lettere l’opportunità del passaggio dalle norme
deontologiche ai principi etici:
I Codici sono costituiti da norme,
alcune generali, altre specifiche, che guidano i ricercatori e i Comitati di
Revisione Istituzionali nella realizzazione dei loro compiti. Spesso queste
norme non giungono a coprire le situazioni complesse: a volte entrano tra
loro in contraddizione ed è quindi difficile interpretarle ed applicarle.
Principi etici più generali serviranno da base per formulare, criticare e
interpretare le norme particolari
.
Oggi che incombono scelte decisive per il
futuro di noi tutti si pone il problema di una necessaria “contaminazione”
tra più saperi, perché la posta in gioco sta risultando così alta che è
impensabile che un singolo attore o una singola professione da solo possa
determinare l’esito delle scelte.
Il profilo che
emerge è dunque quello di un bisogno per tutta la categoria di un’etica
delle responsabilità condivise, chiamata a guidare le decisioni
all’interno di situazioni problematiche e sempre più conflittuali, affidata
al rispetto di tutti i soggetti, dove centrale non risulti l’atto in sé, ma
il soggetto che agisce.
T E O R I E E T I
C H E
(basi o modelli di
riferimento)
P R I N C I P I
(guide generali
dell’azione)
R E G O L E O N O
R M E
(guide specifiche
dell’azione, leggi)
G I U D I Z I P A R
T I C O L A R I
(determinano la
decisione)
Modello applicativo
con cui procedere nei percorsi condivisi
Tab. 3

Aziende con allevamenti per regione. Anni 1990 - 2000
Tab. 2

Tab. 1
Fonte ISTAT
Dati on line
http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf
ISTAT (2007); Alla data
del 22 ottobre 2000, le aziende agricole italiane che praticano
l’allevamento di bestiame risultano essere 675.835, pari al 26,1%
del totale. Si tratta di un dato inferiore del 35,2% a quello
rilevato nel 1990,che indica l’abbandono della pratica zootecnica da
parte di un gran numero di aziende. L’analisi per classe di
superficie totale mostra, tuttavia, che la contrazione ha
interessato in misura assai più notevole le aziende piccole e medie
(fino a 10 ettari) e in misura più ridotta le aziende di grandi
dimensioni (oltre i 10 ettari).
http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf