
Pet Therapy: per un non uso
Giuseppe Pallante
Centro Studi Interdisciplinari di
Zooantropologia
Breve ma necessaria premessa
Quanti hanno
avuto modo di seguire il Corso di Perfezionamento per Operatori di Pet
Therapy tenuto nell’anno accademico 2007 presso l’Università di Genova, non
troveranno una ripetizione dello stesso: primo perché sarebbe un’offesa alla
loro precisa e puntuale capacità dimostrata di prendere appunti; secondo
perché il percorso a suo tempo era stato arricchito di slide e
materiale didattico già da me pubblicato su riviste o in volume, e
consegnato a lezione come integrazione, e a cui rimando ancora per una
sintetica bibliografia a fine capitolo.
Pertanto chi avrà
modo di proseguire nella lettura di questo lavoro, non incorrerà in questi
pericoli perché più che riprendere le lezioni cercherò di sviluppare alcuni
concetti accennati a suo tempo, e che per necessità didattica di programma o
per mia poca chiarezza non sono stati a sufficienza esplicitati e non
risultano presenti in altri miei lavori; il presente elaborato mantiene
pertanto una propria originalità risultando una effettiva integrazione al
corso medesimo.
Inoltre cercherò
di affrontare, compatibilmente con lo spazio consentitomi, quelle
distorsioni emerse occasionalmente in classe ma molto più frequentemente
ascoltate qua e la in altre occasioni, che tendono di fare della pet therapy
un uso maldestro e dequalificante e da cui nasce per l’appunto la scelta del
titolo del presente capitolo.
Se alcuni
passaggi danno per scontato definizione o concetti che si presume già in
possesso del lettore, comunque in caso di difficoltà sono richiamati in nota
a piè di pagina i testi di riferimento, così da avere il necessario rimando
per un’analisi più approfondita.
Per quanti non
hanno avuto modo di seguire il corso, ma essendo in possesso del volume,
dimostrano comunque di essere interessati all’argomento, questo lavoro può
rappresentare un breve corollario di riflessioni metodologiche e
interpretative che mi auguro andranno ad integrare il loro personale
bagaglio professionale.
A tutti auguro
una buona lettura.
Quale
pet therapy? 1.1
Gli animali hanno poteri di guaritori o è l’uomo che ha
in se la capacità di utilizzarli per la propria salute?
(Umanesimo e Animalismo,
G. Ballarini, 1998)
L’allontanamento
dallo storico modello culturale rurale e il conseguente diffondersi di
animali domestici presso le famiglie in città, oltre ad una martellante
pubblicistica dove non sembra possibile vendere carta igienica o telefonare
senza il supporto di un cane (solo per citare alcuni esempi dei tanti che
utilizzano animali sempre più per spot pubblicitari) hanno reso il pet
un membro della Comunità Urbana a cui una sempre più numerosa fetta di
cittadini aspirano.
Convinti che
tutto, o molto, possa dipendere dalla presenza dell’ospite animale anche
molti professionisti, dallo psicologo al medico di famiglia, dall’operatore
sociale al pedagogista, si sono sentiti di proporre le gioie di un animale
in casa per i fini più disparati.
Terribili i dati
annuali dell’osservatorio della LAV (Lega Anti Vivisezione) che parlano di
un aumento dell’acquisto di animali in concomitanza con le festività
natalizie (con conseguente abbandono estivo), o in occasione di particolari
obbiettivi come il raggiungimento di un traguardo scolastico o di una
precisa età adolescenziale.
Non da meno altri
propongono l’introduzione di un pet in occasione di un futuro cambio di casa
(…ah… se avessi un giardino! ) o con il raggiungimento dell’età
pensionabile.
Questo quadro
orribile di incultura cinofila oltre che di precisa distorsione della realtà
ha rappresentato, e in molti casi rappresenta tutt’ora, il brodo su cui ha
gettato le basi la pet therapy in Italia.
Molti anni
addietro, all’incirca vent’anni fa, quando la stessa sembrava così
facilmente comprensibile e di immediato successo, non era difficile sentirsi
fare delle richieste del tipo “dottore ho un cane buonissimo e avrei
delle ore disponibili cosa mi consiglia, posso offrirmi per fare della pet
therapy? ” oppure “…ho portato il cane in classe. E’ stato un
successo… ! ” .
Animati da
spirito di volontariato o per diversificare un lavoro, per amore verso il
prossimo o per gratificazione personale, sempre più numerosi sono stati i
self made man della pet therapy.
Signori di mezza
età, giovani rampanti e ruspanti agricoltori, Fondazioni e Istituti di
Ricerca hanno offerto sul mercato di tutto: dall’ippoterapia, a quella con
l’asino, dalla fattoria didattica con corollario di specie varie, al
coniglietto e la capretta, dal delfino all’immancabile Labrador.
L’ingegno italico
ancora una volta aveva messo le ali non curante dei danni che avrebbe
procurato, in questo caso avvantaggiati dal vuoto culturale prima ancora
che legislativo.
Proprio come
conseguenza di questo mare magno di iniziative, poco o nulla disciplinate,
con il tempo si sono venute a realizzare fondamentalmente due correnti o
scuole di pensiero: la prima di tipo tecnicistico, che pretende di studiare
e favorire una metodica ripetibile, quantizzabile e quindi presumibilmente
più attendibile nelle attese; la seconda, che si è andata affermando con
maggior peso negli ultimi dieci anni, richiede un approccio qualitativo, di
tipo culturale, che riduce il margine delle attese, ma favorisce una
molteplicità di variabili che possono arricchire le aspettative.
Nel primo caso il modello è volto a normare
la PT come una tecnica, che una volta acquisita permette a chiunque
di lavorare in campo; il secondo modello, che fa riferimento alla
Zooantropologia, e come tale inquadra la PT in una più ampia e
articolata disciplina, richiede una grosso bagaglio formativo, una buona
dose di capacità e una dote di sensibilità individuale.
La prima fa perno
su dati oggettivabili in parte a priori, la seconda impegna gran parte della
sua credibilità nella capacità di riflessione dei risultati a posteriori.
Volendo
continuare a esplicitare i due campi si potrebbe dire che nel primo caso
sono le scuole a formare, nel secondo è il singolo che si forma anche
attraverso la frequentazione di più scuole.
Se in un caso le
attese sono esplicitate in quanto si sono ridotte le variabili - o non sono
volutamente prese in considerazione gli eventuali effetti distortivi a cui
si potrebbe andare incontro nell’utilizzo del modello animale - , nel
secondo le attese spesso non rappresentano il perno ma sono le eventuali
variabili a dare un senso all’intervento di PT.
La conseguenza è
che nel primo caso il pet si riduce a oggetto, al limite della protesi, ma
nel contempo ne rappresenta il centro motore indispensabile con cui
stabilire una interazione funzionale al paziente; nel secondo caso il pet
risulta soggetto, al pari del paziente umano, ma in una posizione più
defilata in quanto il vero focus è rappresentato dalla relazione che
si viene a istaurare tra i soggetti.
In altra occasione ho avuto modo di
soffermarmi sulla relazione
uomo animale, qui mi preme sottolineare come solo attraverso essa si esprime
quella unicità concreta del singolo caso preso in esame; l’unitarietà della
singola persona: la sua corporalità e la sua affettività; e che esse mai
risultano scisse nella vita concreta delle persone.
Pensare di ottenere risultati facendo leva
esclusivamente sugli obbiettivi quantitativi quali possono essere ad esempio
il miglioramento fisico del tono cardiovascolare o l’abbassamento del
colesterolo, o di natura psichica quali l’autostima, vuol dire negare
l’interezza della persona riducendo attraverso un processo di svalutazione
lo stesso paziente a puro oggetto, misurabile in ogni suo aspetto, o per
meglio dire nei suoi soli aspetti verificabili.
Posto così il
problema risulta comprensibile il successo di un certo tipo di scuola
tecnico semplicistica, e nel contempo la frustrazione di quanti neofiti
presumevano di avviarsi ad una attività facilmente comprensibile e
gratificante, magari spinti da un’opinione pubblica spesso tratta in inganno
dai casi limite enfatizzati ad hoc dai media.
La questione
evidentemente si pone non solo sul piano del merito professionale ma
coinvolge aspetti etici sostanziali e non ultimo aspetti etologici.
Per ciò che riguarda gli aspetti etici
rimando a Carta Modena
e ai dettami del CNB (Comitato Nazionale di Bioetica), per il corretto
profilo metodologico consiglio la lettura del Protocollo Applicativo per
Operatori di PT (appendice 1), un vademecum di procedure realizzato
dall’educatore cinofilo Alain Satti
,
che con oltre 800 ore di esperienza in campo della PT e dieci anni di
professione al suo attivo, ha potuto nel tempo codificare un modello di
lavoro coerente.
Modelli animali e
reciprocal mindreaming 1.2
Una riflessione a
parte, dicevo, acquistano invece gli aspetti etologici nel campo applicativo
della PT in considerazione dei continui spunti che gli studi offrono nel
campo dell’etologia cognitiva.
La nozione di
relazione interspecifica è particolarmente importante nella costruzione
teorica della zooantropologia applicata e delle scienze cognitive. A ben
vedere, la cosa non è affatto sorprendente , di norma pensiamo alla
relazione in sé come ad un codice di norme comportamentali che esibisce un
certo ordine interno: ci sono relazioni di grado superiore che hanno a che
vedere anche con le parti più profonde del nostro sentire come i sentimenti
e relazioni di grado inferiore che regolano i rapporti di buon vicinato, ma
anche relazioni che attribuiscono poteri e che fissano le condizioni che
devono essere rispettate perché tali relazioni vengano esercitate in modo
corretto.
Proprio la
presenza di questo tipo di “relazioni asimmetriche”, è questo il caso delle
relazioni interspecifiche, ci suggerisce che ci troviamo al cospetto di
qualcosa che ha una struttura, un modello ideale, le cui parti sono
distinte.
Si potrebbe
concludere che tale immagine è così persuasiva sul piano intuitivo che
risulta naturale descrivere successivamente una serie di attributi che ne
determinano la sua componente relazionale in termini metodologici.
Una parte
significativa della etologia cognitiva muove dall’ipotesi che il “modello”
animale di cui ci si occupa abbia, almeno idealmente, le caratteristiche che
noi in campo applicativo associamo alla relazione.
Quando faccio uso
del termine modello animale in realtà bisogna comprendere in modo
chiaro come nessun animale è un “modello” in sé, ma lo diventa quale
semplificazione dei modelli rappresentativi nella nostra mente.
Pertanto, in
precisi contesti, l’uso del termine “modello animale” e non del più generico
termine “animale” sta a sottolineare in modo specifico il prototipo
concettuale che impone alla mente un certo modo di rappresentare questa
strana relazione interspecifica non direttamente accessibile alla
tradizionale sfera comunicativa lineare.
Di conseguenza
quando si va a definire un modello animale questo si presta ad una duplice
lettura :
-
della combinazione riduttiva o della linearità (modello della
selezione).
-
della relazione o puntiforme (modello della complessità).
Nel primo caso
gli attributi che definiscono il modello animale sono dati per scontato
nella sua espressione più elementare e non è richiesto alcuno sforzo
interpretativo sia da parte dell’operatore che del fruitore/paziente.
L’utilizzo dei modelli animali in questo caso investe situazioni deficitarie
precise; il caso più frequente è quello del non vedente che si serve dell’animale
protesi.
Il modello della
complessità al contrario si apre al concetto di referenzialità.
Quando si
progetta concettualmente un modello animale si è tenuti ad operare una
selezione che rappresenti innanzitutto un referente così come appare al
fruitore/paziente, in una prospettiva che si adatti al panorama soggettivo.
E’ vero che nella
scelta dei modelli animali si mira ad assicurare una referenza chiara e
definita, in particolar modo quando si vuole andare a innescare un’azione
terapeutica, ma il fine terapeutico non si può imporre su tutti gli altri,
compreso il senso relazionale.
In tal caso si
può decidere di mantenere la referenza data, -riduttiva-, o ricorrere ad un
modello animale capace di rendere il contesto insolito tale da impedire una
lettura meccanica della relazione.
In effetti in
linea di principio una volta che i due soggetti (pet/paziente) sono a
contatto tra loro, la relazione che ne consegue non è più suscettibile di
venire ricondotta a proposizioni ordinarie (modello della selezione)
sfuggendo di conseguenza a qualsiasi classificazione (AAA; AAE; AAT), per
quanto l’intervento si ponga metodologicamente in modo chiaro e
ineccepibile.
La relazione
interspecifica andrebbe sempre coniugata al plurale perché si apre ad una
pluralità di prospettive evitando il rischio di presupposizioni
interpretative che ricondurrebbe alla combinazione riduttiva.
Cercando,
nell’ambito della ricerca teorica, un modello valutativo, è possibile
formulare varie ipotesi alternative in sostituzione dei soli parametri
quantitativi caratterizzati da una eccessiva rigidità ed una tendenza ad
eliminare troppe variabili.
La relazione
interspecifica è forse una delle più importanti conquiste dell’umanità degli
ultimi 50 anni in quando possiamo definitivamente abbandonare il finalismo
antropocentrico, quell’ asylum ignorantiae , già definito da Spinoza
oltre quattro secoli fa.
Sin dagli anni
’60 gli studi effettuati concordano nel riconoscere nella comunicazione
interspecifica una sostanziale continuità fra gli esseri viventi, in
particolare dimostrazioni pratiche sono state realizzate con scimpanzé e
gorilla sulla possibile comunicazione uomo animale.
Già Lorenz (1980) e Dewsbury (1989)
sottolinearono come fosse necessario instaurare un rapporto empatico con gli
animali e come gli animali fossero in grado di amare, sperimentare la
gelosia, l’invidia e la collera.
Nel manuale Psicologia evoluzionistica.
Uomini e animali a confronto Angelo Tartabini riconosce nell’altruismo,
l’empatia, la solidarietà e l’aiuto reciproco altre caratteristiche capaci
di essere sviluppate in un rapporto interspecifico.
Da ultimo gli etologi hanno coniato il
termine reciprocal mindreaming , per definire la capacità che alcune
specie animali dimostrano nel comprendere gli stati emozionali degli esseri
umani, scambiandosi vicendevolmente messaggi empatici basati su
un’affettività che non conosce barriere zoologiche.
In particolare alcuni neurofisiologi (Damasio
1999, Newberg 2001, Cozolino 2002) hanno evidenziato attraverso l’uso della
PET (tomografia ad emissione di positroni) e della REM ( risonanza magnetica
funzionale) una diminuzione dell’attivazione dei lobi frontali del cervello
ed un’aumentata attività elettronica dei lobi parietali con attivazione di
alcuni nuclei del sistema limbico
in presenza di stati emozionali.
Anche nel campo delle scienze umane filosofi
come Peter Singer e Paola Cavalieri,
primatologi come la Jane Goodall o esperti in canidi come Marc Bekoff
propongono una prossimità non solo evolutiva ma anche morale
interspecifica.
Il Laboratorio di
PT 1.3
In considerazione
di questi studi la PT si è rivelata cosa ben diversa da quella che
avevano previsto o intendessero creare le prime scuole: sottovalutare o
peggio ancora non riconoscerne la portata nella prassi della pt vuol
dire ridurre la portata dell’intervento con il pet a poco più di una seduta
fisioterapica sostitutiva degli attrezzi in palestra.
D’altro canto
comprendere appieno la sua valenza vuol dire considerare non solo l’animale
in sé quale soggetto di diritto, ma l’atto stesso della PT nella sua
pienezza terminologica e applicativa.
Non va
dimenticato come una desueta metodica, ancora largamente in uso, classifica
la PT come un intervento che a sua volta può essere diversificato a
seconda del soggetto paziente di riferimento in AAA (Animal Activity
Assisted) AAT (Animal Activity Therapy) AAE (Animal Activity
Education) e successive sottoclassi, facendo così credere che a seconda
dell’Area di riferimento si possa centrare un obbiettivo piuttosto che un
altro.
L’attuale metodo prevalentemente in atto
risulta palesemente uno strumento inadeguato e che non soddisfa più neanche
chi ne fa uso solo per necessità applicative, avendo poi bisogno comunque di
ulteriori distinguo interpretativi; più probabilmente c’è da attendersi che
con l’accumularsi delle conoscenze queste classificazioni cambieranno verso
interpretazioni meno rigide e di più ampio respiro
.
Mettere da parte vecchi particolarismi e
interessi di facciata tra le varie scuole
potrebbe aiutare a ridisegnare i confini della PT favorendone una
nuova architettura definita da vari livelli di permeabilità (non schematica)
a seconda dell’utente e del modello animale proposto.
Più corretto al
momento sarebbe invece limitarsi a parlare di Laboratorio di PT, in
considerazione anche del fatto che allo stato attuale tutte le scuole
concordano che il percorso di PT preveda la costituzione di una
Equipe Multidisciplinare di riferimento che può variare nei singoli
componenti con il variare del paziente.
Il temine
Laboratorio inoltre sancisce il suo carattere di ricerca e interpretazione
dei dati, così come avviene in tutti i laboratori, dove partendo da entità
note è possibile attendersi dati diversificati, a loro volta oggetto di
ulteriore riflessione e di ricerca.
In effetti se
alcuni obbiettivi terapeutici vengono centrati non è perché l’animale è
diventato un farmaco piuttosto che un personal trainer per recuperi
psicofisici o quanto altro si è disposti a far credere e vendere, ma
soltanto perché su basi relazionali si è potuto andare a sbloccare aree che
altrimenti avrebbero richiesto con molta probabilità anche l’uso del
farmaco.
Da un punto di
vista più generale credo comunque che si debba diffidare di chi usa modelli
animali al solo scopo di giustificare il funzionamento di un organo o il
miglioramento di un sistema del paziente umano.
Concepire
l’animale guaritore ha un che non solo di primitivo ma di profondamente
limitato.
Il suo utilizzo a
qualunque scopo, seppur nobile, negando in conclusione la dignità di
entrambi (pet-paziente) sfugge quanto meno a quella “responsabilità morale
analogica” come direbbe Jurgen Habermas, che lascia intendere un valore
gerarchico in cui qualcuno (seppure di specie diversa) comunque risulta al
suo servizio e quindi ad un livello inferiore a quello del paziente, e tutto
ciò è mortificante oltre che diseducativo.
Riconoscere come il più importante
meccanismo d’azione nel rapporto uomo animale è la relazione, e in
particolare quella di tipo affettivo emozionale, vuol dire riconoscere un
rapporto unico e paritario tra i due soggetti,
anzi più precisamente tra i 3 soggetti: risultando la Coppia soggetto nuovo
e unico, frutto della relazione esistente tra i due soggetti in esame.
Pertanto si può andare incontro ad una serie
di variabili (non prevedibili all’atto della stesura del progetto) in quanto
ad esempio pur partendo da un paziente “pessimo”
si può avere comunque un’ottima coppia; ma non è detto che un ottimo
paziente ed un ottimo pet facciano necessariamente un ottima coppia.
In altre parole
bisogna intendere nell’ambito di un Laboratorio di PT il soggetto
coppia quale evento a sé stante, e non la semplice sommatoria dei valori dei
due soggetti.
Il soggetto
coppia è la variabile che richiede una valutazione a sé, a prescindere dai
giudizi attribuiti ai singoli soggetti e da eventuali risultati positivi che
si possono comunque ottenere dal soggetto paziente.
Infatti se ci si
limita ad analizzare il risultato quantitativo raggiunto e si verifica che
magari l’obbiettivo che ci si era posto è stato centrato, è possibile che in
mancanza di valutazione del soggetto Coppia, esso andrà a perdersi con il
perdersi di quella specifica relazione, e che non si potranno ottenere
risultati ripetibili con altro soggetto pet che successivamente si potrebbe
andare a proporre.
Il reciprocal
mindreaming quindi rappresenta lo snodo cruciale valutativo da cui anche
l’operatore di PT viene escluso in quanto evento unico che si assiste tra i
due soggetti di relazione, e che favorisce la nascita di un nuovo soggetto a
sé stante: la coppia.
Altre ipotesi di studio e schemi
classificatori che meglio si adattano a rappresentare la complessità della
relazione interspecifica possono essere presi in esame, quali ad esempio gli
aspetti emotivi (vedi paragrafo successivo), dal momento che ci si libera
dalla visione antropocentrica e meccanicista di cui è infarcito un certo
tipo di scientismo, concentrato solo su di sé e sulla propria specie, e si
riconosce la naturale predisposizione umana (a qualunque stadio)
all’alterità.
Chiaramente il rapporto proprio perché è su
base relazionale richiede un mediatore o interprete: l’operatore di PT;
figura chiave
non solo nella sua veste di conduttore ma di educatore (da qui forse si può
comprendere la proposta di un corso professionalizzante specialistico
all’interno della Laurea in Scienze della Formazione).
Non mi stancherò
mai di dire che favorire una relazione non vuol dire necessariamente
indirizzarla a buon fine ma pilotarla, evitando forzature, e considerando
qualsiasi atto (anche il rifiuto alla relazione) positivamente, se si è
capaci di trarne il giusto insegnamento: non bisogna mai dimenticare che il
paziente che ci troviamo di fronte è una persona in possesso di una sua
storia personale che comunque gli va riconosciuta.
Non si può
cambiare il passato, una storia: quello che però si possono cambiare sono i
legami che ogni persona ha con il mondo esterno; in tal senso i modelli
animali possono - attraverso la relazione - favorire un’emozione,
predisponendo il soggetto paziente ad una maggiore apertura al mondo.
Studio di modelli
a forte o basso potenziale relazionale 1.4
Quando i cani rispondono ai nostri stati d’animo, ai nostri
piaceri e timori, quando anticipano le nostre intenzioni o
aspettano eccitati di vedere se li porteremo con noi a fare
una passeggiata, non presuppongono che noi siamo esseri
dotati di facoltà mentali con delle intenzioni precise.
(R.Gaita,2007)
Gilles Deleuze analizzando lo “schema del
cane”
di Kant conclude che lo schema in sé non consiste in una immagine, ma in
relazioni spaziotemporali che incarnano o realizzano delle relazioni
puramente concettuali.
Darwin, nel mai letto abbastanza
L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali
al cap. 5 descrive espressioni particolari degli animali quali gioia,
affetto, sofferenza, rabbia, sorpresa e terrore concludendo che questi
eventi riguardano chiaramente atti di volontà.
L’emozione è la prima risposta -
individuale - agli stimoli ambientali, essa non ne condiziona solo i
processi razionali, ma agisce, modificandoli, sui sistemi neuro endocrino e
immunitario, responsabili tanto del benessere quanto della insorgenza delle
malattie.
Gli studi
contemporanei ci confermano (Antonio Damasio 1995; 2006) che quando un
cervello normale rileva uno stimolo emozionalmente adeguato, ossia l’oggetto
o l’evento la cui presenza può essere reale o evocata dalla mente, si
scatena un’emozione.
I mediatori biochimici che intervengono in
seguito alla stimolazione empatico emozionale da parte dei lobi parietali
del cervello contribuiscono alla costruzione o addirittura al recupero di
particolari connessioni sinaptiche nervose in grado di promuovere
cambiamenti costruttivi, adattivi ed evolutivi. Sembra che tali cambiamenti
evolutivi, prodotti da una relazione empatica profonda, abbiano una maggiore
probabilità di rimanere stabili ed efficaci nel tempo rispetto, perfino agli
effetti della sola terapia farmacologia, allorché si tenti di affrontare e
curare disagi psicologici e psichiatrici: in altre parole, una buona
relazione protratta nel tempo risulterebbe più terapeutica di qualsiasi
farmaco.
Ciò permette di dire a Edoardo Boncinelli
che la scienza medica in futuro si troverà sempre più di fronte a individui
anziché di fronte ad una serie di fenomeni, con la conseguenza che i
pazienti/utenti non potranno più essere considerati come una classe
omogenea, e che il dogma dei protocolli terapeutici, uguali per tutti,
dovranno essere rivisti alla luce delle singole individualità biologiche.
Infatti alla base di questa risposta
neurofisiologica è probabile che ci siano esperienze empatiche
intersoggettive pregresse su cui è possibile agire favorendo un diverso
livello di funzionamento dell’encefalo tanto da permettere al paziente
una più ampia capacità introspettiva e di potenziamento di condotte
esplorative ed immaginative, le quali a loro volta aiutano a consolidare
l’esperienza del Sé e l’identità.
A completamento
di questa situazione intervengono molti fattori, ma il modello animale per
l’uomo sicuramente rappresenta tra i principali fattori scatenanti empatico
emozionali tutt’ora soggetto di studio.
In linea di principio in presenza di un
modello animale è possibile avere una più forte (stimoli generici) o
più bassa (stimoli specifici) determinazione emotiva da parte del
paziente; pertanto è possibile come ipotesi di lavoro (mediando alcuni
concetti e termini da Marshall Mcluhan)
studiare e definire i modelli animali non tanto in base ai contenuti in sé
che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui essi
organizzano la relazione con l’uomo.
McLuhan è noto al
grande pubblico per la classificazione dei media in "caldi" e "freddi" e per
le espressioni "villaggio globale" e "il medium è il messaggio" considerata
la riflessione più importante di McLuhan. McLuhan definisce medium freddi
(cioè a bassa definizione) la TV, il telefono, i film, i cartoni
animati, la conversazione; viceversa definisce come caldi medium come
la radio e la fotografia. Questa classificazione ha dato luogo a equivoci e
a discussioni, dovute al fatto che gli aggettivi "caldo" e "freddo" sono
stati adoperati in senso antifrastico, cioè in senso opposto rispetto al
loro reale significato. McLuhan classifica come "freddi" i medium che hanno
una “bassa definizione” e che quindi richiedono una “alta partecipazione”
dell'utente, in modo che egli possa "riempire" e "completare" le
informazioni non trasmesse; i media "caldi" sono invece quelli
caratterizzati da un'alta definizione e da una scarsa partecipazione. A ogni
modo, lo stesso McLuhan, nei suoi scritti, cade non poche volte in
contraddizione nel definire "caldo" o "freddo" un particolare medium: nel
caso della scrittura, per esempio, questa viene dapprima definita fredda poi
"calda ed esplosiva".
Proprio in
considerazione della particolare struttura empatico relazionale ogni modello
animale non può mai risultare neutrale, perchè esso suscita nei pazienti
determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una
certa forma mentis.
Conoscere i
modelli animali in base alla loro capacità di interagire con il paziente e
in quale misura, resta essenziale ai fini di una corretta proposta di
Laboratorio di PT.
Dando per condiviso che esista un pensiero
strutturato interspecifico non linguistico,
c’è un principio base che può distinguere un
modello a forte
potenziale relazionale
(modello caldo) come in genere il pet domestico, da un
modello a basso
potenziale relazionale
(modello freddo)
come la proposta di un volatile o un asino: è caldo il modello relazionale
che estende una grande quantità di stimoli emotivi, è freddo il modello che
contiene una quantità limitata di stimoli emotivi.
Avrebbe poco senso cercare dei prototipi in
assoluto, di modo che fosse subito chiaro dalla definizione in chi e in che
cosa si differenzia un modello animale da un altro considerando che ad
esempio l’acquario è freddo non solo perché attiva solo una parte limitata
dei sensi (stimoli specifici) ma perché per il suo tramite è
possibile
ricevere solo
una scarsa quantità di informazioni,
e altrettanto dicasi per i vari uccelli o, salendo di grado, del cavallo (ippoterapia)
.
Viceversa i modelli caldi (stimoli
generici) comportano una
limitata
partecipazione (in genere il cane con il suo scodinzolare,
fare festa, abbaiare riduce gli sforzi interpretativi e travolge con il suo
essere giocoso a cui il paziente non deve fare altro che adeguarsi)
ma sono più coinvolgenti (attivano più sensi),
mentre i modelli freddi implicano un alto grado di partecipazione o di
completamento da parte del paziente ma allo stesso tempo risultano, almeno
agli inizi del Laboratorio meno coinvolgenti.
Di conseguenza è
facile prevedere come a seconda del pet che noi andremo a proporre, ovvero a
seconda della richiesta che ci viene fatta di attivare un Laboratorio di
PT, è possibile ottenere un potenziale elevato di relazione o un basso
potenziale di relazione e conseguentemente si possono avere stimoli reattivi
empatico emozionali maggiori o minori.
In alcuni casi
spesso la proposta di un modello animale quale il cane può risultare una
scelta di comodo poco impegnativa per l’operatore (in quanto è il cane con
il suo incidere che determina la partecipazione del paziente) ma
gratificante perché subito coinvolgente e di sicuro effetto.
La PT
contrariamente a quasi si crede è altamente selettiva, molti modelli animali
sarebbero in astratto sulla carta funzionali ma la ricerca di base non può
procedere seguendo obbiettivi predefiniti ma cercare finestre di opportunità
che a volte si spalancano nei contesti più impensati e meno prevedibili.
Oggi con gli
studi in atto nessuno più può negare che la proposizione della PT non può
più avvenire in modo meccanico, come se esistesse una natura fissa,
immobile; per cui non ci resta che sbarazzarci di quest’insieme di idee
negative che riducono l’emozione ad una facoltà innata ma considerare la
stessa piuttosto una pratica sociale.
C’è da credere in
futuro che una maggiore attenzione alle offerte di modelli animali da parte
degli operatori di PT associate ad un continuo studio sul potenziale
di penetrazione empatico emozionale da parte dei ricercatori possa portare
ad un arricchimento delle metodiche e ad una diversificazione delle
proposte, oggi stagnante e banale, non fosse altro per pigrizia
intellettuale.
Breve inciso:
Educare alle Emozioni 1.5
…in un’epoca in cui i bambini trascorrono sempre più il proprio
tempo nella solitudine delle pareti domestiche e gli
adolescenti consumano desideri di scambi relazionali sul
piano della comunicazione virtuale, un’educazione attenta
alla dimensione emotiva diventa imprescindibile.
(Apprendere dall’esperienza, L. Mortari, 2003)
Resto dell’idea
che la PT non può e non deve rappresentare una metodica codificata ma
un punto di partenza, un nuovo modo di sentire il valore animale, al fine di
valorizzare la “coppia” attraverso un percorso pilotato che, per giungere a
dei risultati, richiede un supporto considerevole di studio e di continua
riflessione in campo educativo.
Come si è potuto comprendere le due correnti
di pensiero che si sono sviluppate nel delineare la PT sottendono anche alla
formazione dell’operatore, ponendo lo stesso in un duplice modo di
procedere: cercare di creare consenso in posizione centrale legittimando il
proprio intervento e quello dell’animale al suo seguito, o scegliere di
stare in presenza ma defilato, in posizione periferica, lasciando emergere
quando possibile dall’incontro.
Questo evento
arricchito dall’emozione non è l’effetto magnetico esercitato sulla mente
umana dalla presenza del pet ma consiste nell’abilità con cui l’operatore è
in grado di veicolare certi messaggi attraverso un accesso non linguistico
all’altro da sé.
L’operatore di PT
non va assolutamente inteso come un ammortizzatore al servizio di un disegno
sociale o sanitario che si voglia, ma deve dimostrare di essere in grado di
tenere assieme i due soggetti (il paziente umano ed il pet) che questa
società non collega o collega falsamente, di modo che nessuno prevarichi, e
così stabilendo le condizioni di maturazione della coppia.
Centrata sulla
relazione, l’esperienza del Laboratorio di PT produce così un sapere
che non ha come obbiettivo immediato l’elaborazione di dati, ma piuttosto un
sapere contestuale all’evento: studio, elaborazione ed eventuale
riformulazione, rappresentano un modo di procedere attento e non invasivo
lasciando alla coppia la possibilità di esprimersi compiutamente.
Una
presenza/assenza quella dell’operatore di PT capace di pilotare ma non di
interferire, affinché emergano gli stati latenti piuttosto che inibire gli
stessi in un percorso pre-definito.
Come si può comprendere gli aspetti
cognitivi e quelli affettivi risultano strettamente connessi tra loro nel
modulare una risposta emozionale, in tal senso educare all’emozione
vuol dire superare le barriere delle pulsioni, Spinoza li definirebbe
appetiti , favorendo un corretto approccio relazionale.
L’Educazione
Emotiva costituisce un punto ancora non sufficientemente analizzato nel
campo delle attività di supporto con modelli animali.
Passare dall’indefinita pulsione (ovvero da
uno stato comportamentale che alcune pratiche di PT possono indirettamente e
forse anche inconsapevolmente rinforzare pur di raggiungere un definito
obbiettivo) alla emozione
ovvero al sentimento cosciente, è indispensabile non solo ai fini di una
corretta metodologia ma di una precisa prassi educativa e relazionale.
E’ ovvio che tutti gli esseri umani
posseggono entrambe le facoltà (pulsioni/emozioni) ma solo una corretta
educazione sa modellare facendo emergere dall’indefinito gli uni dagli
altri: contrariamente a quanto normalmente si crede, questa competenza
non è innata ma va appresa. Qualora tale apprendimento in ambito familiare
fosse deficitario, ambivalente, parziale o intermittente, è possibile che i
figli, crescendo non riescano a gestire pulsioni, sensazioni ed emozioni in
senso adattivo, e finiscano per sentirsi sopraffare da esse.
La cornice
concettuale è di concepire la relazione come un processo inteso a promuovere
quelle abilità e quelle disposizioni cognitive ed emotive necessarie a
favorire un cambiamento rispetto allo stato in cui si è.
Sta alla esperienza dell’operatore farsi
carico di gestire la relazione in modo corretto, riconoscendo e modulando le
emozioni di fondo: siete dei buoni lettori delle emozioni di fondo se
siete in grado di rilevare in modo accurato l’energia o l’entusiasmo in una
persona che avete appena conosciuto; o di diagnosticare, in amici e
colleghi, un’impercettibile stato di malessere o eccitamento, nervosismo o
tranquillità. … Vi basti valutare il profilo dei movimenti degli arti e di
tutto il corpo. Sono energici? Precisi? Ampi? Frequenti? E poi osservate le
espressioni facciali. Se vengono pronunciate delle parole, non vi limitate
ad ascoltarle e a figurarvi il significato che di esse riporta il
dizionario, ma fate attenzione anche ai loro aspetti musicali, prosodici.
L’effetto di
cambiamento è il risultato che ne consegue: una relazione tra presente umano
e futuro umano, una relazione tra l’umano e il non umano.
Documentare
documentare documentare 1.6
A conclusione di
questo breve saggio vorrei che fosse comprensibile non solo l’attuale ruolo
del modello animale che andiamo a declinare ma anche quello che riveste
l’operatore: il prossimo passo da compiere è quindi quello di fare in modo
che a prescindere dal risultato ottenuto in campo si possa sempre trarne un
insegnamento positivo ( e ciò vale tendenzialmente per qualsiasi passo che
si accingiamo a compiere.
Abbiamo
riconosciuto come certi risultati possono giungere inattesi, coglierci di
sorpresa o trovarci totalmente impreparati.
Per ottenere
risultati occorre un impegno etico e uno sforzo di serietà negli studi non
surrogabile solo dal risultato conseguito, ma capace di abbracciare gli
universali della condizione umana e animale stabiliti dalla relazione
empatico emozionale paziente/pet.
Prendere in
considerazione che stiamo lavorando con “materiale” vivo riduce le
probabilità di ragionevolezza, tuttavia favorire l’attenzione a 360° si può
rilevare un salvacondotto efficace anche nelle situazioni più infelici.
Come ci ricorda
Milan Kundera in I testamenti traditi l’uomo è avvolto nella nebbia e
non dal buio totale in cui non vedremmo niente e saremmo incapaci di
muoverci: nella nebbia si è liberi, ma è la libertà di chi si trova nella
nebbia.
L’operatore di PT
immerso nel piano del setting vive costantemente nella nebbia più
fitta: nell’indefinito, nell’incerto; spesso possiamo restare ammirati per
alcuni particolari ma a volte può sfuggirci l’insieme: possiamo porre
attenzione e schivare un albero che ci para d’avanti ma difficilmente
possiamo prevedere l’incrocio che ci sta un po’ più in là.
Senza timore di
difendere la validità degli obbiettivi di fondo il cui filo conduttore
permette di annodare il percorso che sottende l’intervento del
Laboratorio di PT, sta poi ad ogni singolo operatore in ogni seduta
aprirsi alla ricerca non solo per ciò che riguarda il comportamento
manifesto ma la sua natura profonda.
La necessità di
definire delle modalità di osservazione nell’ambito di una seduta di
PT nasce da una serie di problematiche che, se non rilevate, poco o
nulla dicono dell’evento se non a conclusione del percorso definito e degli
eventuali obbiettivi raggiunti; con il risultato di ritenere realmente
terapeutico la centralità dell’animale, dimenticando la relazione che con
esso si instaura e svilendo così l’intervento dell’operatore.
Dopo aver fatto
supervisione a numerosi Laboratori di PT penso che sia possibile
individuare almeno tre fonti di problema che vanno affrontati in termini
procedurali al fine di ottenere un percorso metodologicamente
significativo.
Il principale
nasce oggettivamente dal fatto che spesso l’operatore di PT preso dal
setting poco o nulla riferisce dell’evento, o a volte se si riferisce
ad esso è solo in forma aneddotica, negando proprio ciò che più bisogna
sapere: ad esempio quali comportamenti durante la seduta si sono osservati e
quali no .
Questo senso di
abbandono in parte nasce dal fatto che l’Equipe si attesta solo sulla
valutazione dei risultati, e da essi giudica l’eventuale efficacia del
Laboratorio, mentre poco o nulla nutre interesse sul “come” ovvero
sulla procedura che l’operatore intraprende al fine di ottenere i tanto
attesi risultati.
Per incompetenza,
superficialità o per semplice paura di offendere entrando nel lavoro altrui
facendo domande, di fatto nessuno dell’Equipe si cura del focus del
Laboratorio lasciando che l’evento faccia il suo corso e limitando il
proprio giudizio solo a completamento del percorso.
Spesso le
conseguenza di un simili approccio è: a) il pericolo di forzature (di
natura procedurale) da parte dell’operatore per giungere a determinati
obbiettivi mettendo a rischio l’intero progetto e la significatività dei
risultati; b) l’abbassamento della soglia di attenzione da parte
dell’operatore (tanto sa che nessuno gli chiederà niente nello specifico);
c) la stereotipia procedurale (fare sempre le stesse azioni anche se con
pazienti diversi) che porta alla passività professionale; d) una stereotipia
nello studio delle offerte del modello animale (comunque la stessa specie,
la stessa razza e magari lo stesso esemplare); e) il pericolo di
interpretazioni errate.
Il secondo ordine
di problemi è che l’operatore molte volte descrive solo ciò che ha potuto
vedere, nel senso che gli è caduto sotto gli occhi, con la conseguenza che
se si è concentrati su uno evento stimolo/risposta spesso possono sfuggire
altri contorni per altro essenziali all’evento stesso.
E’ evidente che
non è possibile richiedere il duplice sforzo di azione e osservazione da
parte dell’operatore e pertanto è necessario documentare la seduta al fine
di poter rivisitare l’evento e mettere il materiale a disposizione non solo
dell’ Equipe Multidisciplinare ma di se stessi: un leggere e
rileggersi significativo anche dopo tempo dall’evento, capace di contribuire
a diramare eventuali empasse interpretativi e metodologici.
Terzo problema il
rispetto dei tempi: molti descrivono i comportamenti in modo corretto e
completo ma dimenticano di specificarne la frequenza: la mancanza di questa
informazione non consente di capire all’Equipe se un certo comportamento è
avvenuto una sola volta in modo sporadico e occasionale o è da ritenere come
componente della relazione in atto.
Di seguito mi
limito a segnalare i riferimenti di base comune a qualsiasi modello animale
proposto al fine di valutare le potenziali di interazione paziente/pet, e
specificatamente:
1) Tempo
di latenza di una risposta a seguito di stimolo lanciato dal pet
2) Tempo
di interruzione di un contatto paziente/pet
3)
Periodi di riposo
(numero di volte che il pet tenta il contatto con il paziente e ne viene
respinto)
Pertanto per
garantire una corretto percorso è necessario che ogni operatore di PT
sia opportunamente fornito di materiale tecnico che gli permetta
successivamente di documentare il lavoro svolto e riflettere sul percorso
intrapreso con ogni singolo paziente.
Una cineteca
personale che andrà ad arricchire gli elaborati conclusivi del singolo caso,
oltre che risultare una banca dati del proprio modo di procedere e di
presentarsi all’interno dell’ Equipe Multidisciplinare con
autorevolezza.
A conclusione di
questa disamina critica sulla metodologia operativa, mi sembra giusto
elencare un percorso condiviso, funzionale tanto all’operatore quanto alla
Equipe e comunque strumento indispensabile per far uscire la PT
dalle paludi dei tanti praticoni che ancora oggi si offrono sul mercato.
In termini
metodologici è possibile verificare delle procedure che rientrano in un
corretto approccio al modello relazionale, evento che precede qualsiasi
successivo dato numerico declinato negli obbiettivi progettuali.
Più in generale
va completato il quadro con i presenti protocolli:
a) I Fase o di
Osservazioni Preliminari:
descrizione
dello stato emotivo e di salute nella giornata precedente all’incontro nel
paziente;
b) II Fase o
di Interazione:
(1) come
relaziona il paziente durante il setting?
(1a)
ignora/apprezza il contatto?
(1b) il paziente
preferisce osservare il pet muoversi liberamente o cerca da subito il
contatto?
(2) dopo quanto
tempo hanno preso reciprocamente confidenza?
(2a) in cosa
consiste? (es. contatti esplorativi)
(2b) quando
persiste?
(3) proposte di
gioco (uso di strumenti es. pallina, corda, bastone)
c) III Fase o
di Latenza tra due sedute di Laboratorio:
(1)
parametri sanitari (es. valori definiti di riferimento)
(2)
parametri relazionali (ad es. : n. di contatti/interazione con altri
pazienti, n. di volte che richiama l’esperienza con il pet, come si
approssima all’arrivo del pet, stimoli verso altre iniziative proposte,
interazione sociale, tolleranza verso gli altri, maggiore/ minore
accettazione di essere manipolati fisicamente per altri tipi di esercizi o
attività fisica, per igiene personale, per cura della persona) .
Il pratico spesso
fugge dall’affrontare la problematicità così come richiesta, rifugiandosi in
interpretazioni standardizzate e in modi di agire previsti, il più delle
volte non perché non percepisca la complessità del caso, ma per scarso
impegno nella ricerca di una situazione adeguata che nessuno forse gli
chiederà mai.
Antecedente alla
I Fase va considerato inoltre che i pazienti vanno documentati e studiati
nel loro ambiente naturale quotidiano per un significativo periodo, di modo
da evidenziare distorsioni o errori applicativi.
Il programma
dovrebbe prevedere infine un Fallow up o post interazione (tempo di
persistenza-> richiamo periodico sotto forma di saluti o visita a tempi
distanziati) e tempi di caduta o di cessato risultato.
Essendomi in
precedenza già soffermato sull’importanza della individuazione dei modelli
animali non mi dilungherò oltre, se non per sottolineare la specifica
formazione richiesta all’animale e la sua capacità a rispondere alle
successive situazioni proposte dal Laboratorio.
Il possesso di un
animale sicuro in termini di controllo sanitario e comportamentale non
esaurisce le qualità o doti richieste per una corretta attività ma le stesse
vanno costruite attraverso un percorso professionalizzante per entrambi
(operatore e pet) e costantemente monitorato da professionisti veterinari.
La cura
certificata non solo della tutela del benessere animale e della sua salute
rappresentano le precondizioni e in un certo qual modo l’indispensabile
biglietto da visita di ogni singolo operatore.
Resta comunque
indispensabile a mio parere un’offerta diversificata dei modelli animali sia
in termini di specie che di esemplari a garanzia delle qualità del servizio
che si vuole andare ad offrire.
Non va mai
dimenticato che l’esperienza pone il Laboratorio di PT sotto il segno
di una infinita mobilità: ogni acquisito di conoscenza diventa l’avvio per
la conoscenza di qualcosa che sta più avanti, e così via, e quanto più uno
ci si sarà dedicato, tanto più comprenderà ciò che avviene sotto i suoi
occhi.
Un grazie
particolare alle collaboratrici Leonella Parteli, Marta Ragno e Loredana
Salier per il loro contributo attraverso un processo di rilettura comparata
al presente saggio e all’operatore cinofilo Alain Satti, di cui da anni ho
modo di apprezzare il suo profilo professionale, per aver messo a
disposizione il proprio percorso procedurale nell’applicazione di campo.
Appendice 1
PERCORSO
PROCEDURALE DI INTERAZIONE PAZIENTE / PET
PRIMA – DURANTE –
DOPO IL SETTING
Alain Satti
Prima
della visita
Fase I) sgroppata
del cane
(10')
il cane si lascia libero di compiere un'attività
spontanea in territorio aperto:
(attività di fiuto, marking, e ispezione del
territorio).
Fase II) pasto
(5')
al cane viene somministrato alimento secco
Fase III) preparazione
del cane con adeguata tolettatura
(15')
spazzolatura del manto con cardatore, ispezione e
controllo delle zampe,
unghie, orecchie e genitali; spray deodorante specifico
per cani.
Fase IV) carico
del cane sul mezzo di trasporto preposto
(modello Kennel)
In caso di itinerario eccessivamente lungo interruzione
del viaggio a metà
itinerario per ulteriore sgroppata (10') come da Fase I
Fase V) arrivo
presso il centro di lavoro
(10')
a) sopralluogo del conduttore nella struttura,
sistemazione attrezzature (ciotola
dell'acqua, tappeti, etc);
b)contatto con il personale di riferimento del centro.
Fase VI) breve
giro prima di entrare nel setting di lavoro
(5').
Durante la visita
–
Preliminari
, presentazione e saluto all'utente prima di avvicinargli il cane (5')
(es.:
buongiorno, sai chi ti è venuto a trovare oggi? Il Sam ha voglia di
conoscerti; hai piacere di accarezzarlo o che si avvicini a te?)
–
Avvicinamento
pilotato del cane
(5').
–
Fase di
interazione spontanea
(5').
–
Passaggio alle
attività
(max 10')
(es:
vogliamo andare insieme a costruire il percorso? Hai voglia di spazzolare il
Sam sul tavolo? Hai piacere di sdraiarti sul tappeto con Sam?)
–
conclusione,
saluto, verbalizzazione dell'appuntamento
(es: sai
che mercoledì della prossima settimana Sam ti viene a trovare nuovamente?)
Immediatamente
dopo il setting
–
breve passeggiata
(5') defaticante con il cane
sul luogo o nelle sue immediate vicinanze così da familiarizzare con il
posto
–
posizionamento
del cane sul mezzo di trasporto
–
recupero del
materiale utilizzato per il setting
(ciotola
dell'acqua, tappeti, etc) .
–
incontro di
cortesia con il personale
di riferimento del centro senza entrare nel merito del setting
(5')
Dopo la visita
–
rientro in sede
–
passeggiata con
il cane
(30')
–
attività di tipo
ludico-ricreativa
(15')
(Es. : gioco
e interazione, attività di taching, etc..)
– conduzione
del cane nel proprio luogo di riposo
–
controllo ed eventuale manutenzione del materiale utilizzato per il setting
(spazzole,
guinzagli,
etc...) .
Carta Modena
rappresenta a tutt’oggi l’unico modello concreto di una proposta
corretta e garante dei TRE soggetti messi in campo nella pratica
della PT. Il soggetto Paziente, il soggetto Animale e il soggetto
Coppia richiamando ognuno a precise figure professionali competenti
che contribuiscono, per singole conoscenze, al rispetto reciproco,
nel delimitare le proprie aree di valutazione e alla costruzione di
una corretta pratica.
Non possiamo dimenticare come i determinanti sociali, storici e
politici influenzino le teorie scientifiche attraverso percorsi
interpretativi funzionali a questa o quell’altra ideologia fino a
distorcere il dato in sé, adattandolo di volta in volta fino a
costringerlo ai propri interessi.
Come si è detto la PT è realizzabile in modo corretto solo in
presenza di una Equipe Multidisciplinare dove sono suddivisi
compiti, ruoli professionali e responsabilità. Se da questo elenco
si danno per scontato il ruolo di garante del soggetto paziente (
medico, psicologo, pedagogista, insegnante, fisioterapista o quant’altri
a titolo ) e parimenti viene riconosciuto per il soggetto pet il
ruolo di garante sanitario nella figura del medico veterinario con
particolare esperienza in comportamento animale, vale la pena di
soffermarsi sul ruolo di garante della coppia, ovvero dell’esperto
in zooantropologia e nella figura del conduttore o pet operator.
Pur lavorando a stretto contatto questi due professionisti non
possono sommarsi in una unica figura in quanto il ruolo di
osservatore esterno mal si adatterebbe a chi si trova a svolgere
l’intervento in prima persona. Inoltre è buona norma che lo
zooantropologo acquisisca più educatori con la possibilità di
diversificare la proposte sia in termini di collaborazioni, sia come
variabilità di modelli animali; infatti è impensabile poter adottare
lo stesso pet in più circostanze, per più tempo, e con diverse
modalità, se non venendo meno agli stessi principi a cui dice di
ispirarsi.
Gli Strumenti del Comunicare, M. Mcluhan, il Saggiatore,
Milano, 1999
Basti pensare a quei frequenti atti comportamentale del paziente (ad
es. uno slancio emotivo non controllato) poco graditi dal pet, anche
in quei soggetti più temprati ed educati. In questi casi se la
pulsione del paziente, evento a sé incontrollabile, tenderebbe ad
esempio in un slancio affettivo ad appropriarsi del pet,
stringendolo a sé e manipolandolo in modo sprovveduto oltre che
scorretto, ci si può aspettare da parte del pet un irrigidimento o
anche la tendenza ad allontanarsi. Questa immagine che abbastanza
frequentemente viene a verificarsi nei Laboratori di PT è spesso
l’occasione migliore da parte dell’operatore per educare ad una
corretta emozione fatta di attenzione e di reciproco rispetto e non
di possesso.