Quale effetto dell’affermarsi di movimenti di opinione e
di pressione contro le distorsioni determinate dalle
esasperazioni del modello economico liberista, si discute oggi
di “mercato etico”, non solo per motivazioni di “alto profilo”
riservate ai capitalisti-filantropi, ma anche per la
riconosciuta rilevanza dell’“immagine morale” dell’impresa nella
competizione economica. Emerge la necessità di un’etica degli
affari che completi il percorso di maturazione del
capitalismo, il quale deve affiancare ai criteri dell’efficienza
norme di autoregolazione, poiché l’impresa è un’istituzione
sociale, nel senso che essa è inserita in un contesto
relazionale non riducibile agli scambi, ma strettamente legato
ai bisogni degli individui. Se ovunque vi sia
un’opportunità di scelta in merito a condotte che hanno
conseguenze su altri individui sorge una responsabilità,
questa non può essere ignorata dalle imprese più di quanto non
possa fare il singolo individuo, il quale, in società
democratiche, condivide la responsabilità comune per il
benessere sociale. Di conseguenza, si richiede un
ripensamento della concezione dell’impresa e si va
affermando la convinzione che per essa sia possibile individuare
delle obbligazioni di ordine morale le quali, se non precedono,
quanto meno affiancano, con pari dignità, le valutazioni
relative al profitto. Naturalmente il primo obiettivo
dell’impresa resta il successo economico, tuttavia esso non è
incompatibile, e dimostrare ciò è uno degli obiettivi dell’etica
d’impresa, con altre responsabilità.