
Quando
moriamo?
Paolo
Becchi
Continuiamo a morire da sempre e nondimeno
la morte non cessa mai di stupirci. È sufficiente che ci tocchi da vicino con
la morte di un famigliare, per lasciarci sgomenti, tanto più oggi quando
avviene all'improvviso, ad esempio in seguito ad un incidente stradale e il
moribondo, che ha subìto una lesione encefalica ed è stato sottoposto a
rianimazione, si trova in un reparto di terapia intensiva.
Qui un collegio formato da tre medici (un
medico legale, un neurofisiopatologo e un rianimatore) l'osserva per un paio di
ore (al momento in Italia la legge prescrive, di regola, un periodo di
osservazione di sei ore),
esaminando per tre volte alcune condizioni (lo stato di incoscienza,
l'assenza di alcuni riflessi e di respirazione spontanea, il silenzio elettrico
cerebrale, documentato dall'elettroencefalogramma)
e se quelle condizioni non si modificano certificano la morte del
paziente. Di per sé sembrano criteri clinici del tutto attendibili e
"neutrali", connessi allo sviluppo delle tecniche rianimatorie, le
quali se per un verso consentono di salvare vite umane per l'altro generano una
condizione clinica mai osservata prima: quella di una situazione "di non
ritorno" protratta nel tempo in attesa dell'arresto cardiorespiratorio. Se
non che quei criteri non sono impiegati al fine di staccare il respiratore e
consentire al paziente di morire dignitosamente, bensì sono finalizzati al
prelievo dei suoi organi, mentre il respiratore è ancora acceso. Nello stesso
arco di tempo in cui i medici accertano la morte del paziente, i suoi famigliari
possono infatti decidere (nel caso in cui non vi sia un'esplicita manifestazione
di volontà dell'interessato) se presentare opposizione scritta al prelievo
degli organi. Se non lo fanno, medici diversi da quelli che hanno accertato la
morte potranno procedere all'espianto degli organi.
Questo è perlomeno quello che succede oggi
in Italia, nel rispetto di quanto prescritto dalla legge vigente, per essere
precisi in ottemperanza ad un regime che doveva essere transitorio, ma che di
fatto è andato a sostituirsi a quello definitivo.
Altri paesi hanno regole diverse, ma tutti - con la parziale eccezione del
Giappone
- sia pure con accentuazioni diverse partono oggi dal presupposto che il corpo
da cui vengono prelevati gli organi sia un cadavere. Questo presupposto viene
presentato come un dato scientifico acquisito ormai in modo definitivo, anche se
già il comune buon senso difficilmente ci porta a considerare cadavere un
essere umano con temperatura corporea intorno ai 37° C., di colorito roseo, le
cui braccia e gambe seppur immobili non sono rigide, il cui torace continua ad
alzarsi grazie al respiro ausiliato da una macchina ed il cui cuore batte con
regolare frequenza, facendo circolare il sangue nelle arterie pulsanti. Morto o
ancora, in qualche modo, vivo?
Un cadavere è freddo, rigido, coperto di
macchie livide su alcune parti corpo: segni tradizionali della morte che da
sempre ogni medico sa riconoscere, ma nessuno di essi si ritrova nel paziente di
cui si accerta la morte applicando i criteri sopra descritti.
Si
replicherà: quei segni compaiono quando la morte è già avvenuta da un paio
d'ore e dunque di lì a breve seguiranno all'accertamento della morte effettuato
con i criteri indicati. Il fatto però è che quel processo naturale oggi può
essere tecnicamente bloccato in un momento in cui la vita stessa se ne sta
andando, ma la morte non è ancora definitivamente sopraggiunta. Già in quel
momento però - questo oggi afferma la legge supportata dalla scienza ufficiale
- il paziente sarebbe morto e questo consentirebbe il prelievo dei suoi organi a
scopo di trapianto.
Di
tanto in tanto la notizia di una gravidanza portata avanti da una donna in stato
di morte cerebrale crea sconcerto: non è in effetti paradossale sostenere che
il cadavere di una donna possa portare a termine una gravidanza e mettere al
mondo un bambino vivo, oppure abortire spontaneamente un feto morto? Eppure è
proprio questo che medici e legislatori non possono non affermare, perché se
dovessero riconoscere che quella donna non è ancora un cadavere allora
sarebbero costretti ad ammettere che anche i pazienti da cui vengono prelevati
gli organi non sono ancora cadaveri. L'onda emotiva prodotta da alcuni fatti di
cronaca passa tuttavia rapidamente e il consenso intorno all'idea della morte
cerebrale, per quanto fragile, manifesta una straordinaria resistenza. Ma come
si è giunti a dichiarare cadaveri persone che non presentano nessuna delle
caratteristiche che di solito si attribuiscono ai cadaveri? E perché? È a
queste domande che vorrei anzitutto dare una risposta per poi mostrare come oggi
il dibattito internazionale su questi temi sia di estremo interesse, mentre nel
nostro paese si vuole continuare a tabuizzarlo.
I
Il punto di partenza
non può che essere un documento sempre citato e che ha esercitato una
straordinaria influenza: il Rapporto dei medici di Harvard sulla morte cerebrale
risalente all'agosto del 1968. Vediamone il passo saliente:
Il
nostro obiettivo principale è definire come nuovo criterio di morte il coma
irreversibile. La necessità di una definizione si impone per due ragioni: (1)
il miglioramento delle misure di rianimazione e di prolungamento della vita ha
prodotto un impegno sempre maggiore per salvare persone affette da lesioni
disperatamente gravi. A volte questi sforzi hanno un successo soltanto parziale
e quello che ci troviamo di fronte è un individuo il cui cuore continua a
battere, pur in presenza di un cervello irrimediabilmente danneggiato. Il peso
di questa situazione è enorme non solo per i pazienti, ormai totalmente privi
di intelletto, ma anche per le loro famiglie, per gli ospedali e per tutti
coloro che hanno bisogno di posti letto già occupati da pazienti in coma. (2)
L'uso di criteri obsoleti per la definizione di morte cerebrale può ingenerare
controversie nel reperimento degli organi per i trapianti.
Così il gruppo di medici
costituitosi presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Harvard giunse
in sostanza ad equiparare la diagnosi di coma irreversibile (riscontrata con
rigorosi criteri clinici che dovevano accertare la perdita permanente delle
funzioni cerebrali) alla morte cerebrale totale, e questa alla morte di fatto.
Nasceva così la nuova definizione della morte, che andava a sostituire quella
tradizionale, incentrata sull'arresto cardiorespiratorio e che trovava un
implicito ma forte sostegno nella tesi che pazienti in stato di morte cerebrale,
pur collegati al respiratore, andassero comunque incontro in breve tempo ad un
arresto cardiaco.
Anche se la questione era
affrontata in termini tecnici e scientifici, non furono comunque sin dal
principio ragioni squisitamente scientifiche a spingere verso questa nuova
comprensione del fenomeno della morte. Per i medici si trattava anzitutto di
stabilire se fosse possibile interrompere la ventilazione artificiale, che
consentiva di mantenere battito cardiaco e respirazione, senza per questo
incorrere nel rischio di essere accusati di omicidio. A questa finalità se ne
aggiungeva però subito un'altra - come risulta dalla parte terminale del brano
citato - relativa alla possibilità di disporre di potenziali donatori dai quali
prelevare organi destinati ai trapianti. Come si vede l'intreccio tra nuova
definizione della morte su base neurologica e prelievo di organi è presente sin
dall'inizio.
Nonostante la nuova
definizione abbia avuto largo successo (e ciò per diverse ragioni, che qui non
è il caso di elencare) essa incontrò subito la pervicace opposizione di Hans
Jonas. L'aspetto più importante della sua critica - mi limito qui solo ad un
accenno - è dato dall'insistere sulla impossibilità di determinare con
assoluta certezza il confine tra la vita e la morte.
Proprio il dubbio, il non sapere dove stia quell'esatto confine dovrebbe
farci propendere nel caso del morto cerebrale per la vita presunta (in dubio
pro vita) e resistere alla tentazione di anticipare per finalità del tutto
estrinseche al paziente il momento della sua morte. Ma allora la sua restò una
voce - sia pure importante - fuori dal coro. È solo nel corso degli anni
Novanta che comincia a manifestarsi tanto in ambito filosofico quanto in ambito
scientifico un atteggiamento critico che spinge oggi alcuni persino a sostenere
la necessità di abbandonare definitivamente la nozione di morte cerebrale. Di
seguito mi limiterò ad illustrare qualche esempio che ritengo particolarmente
significativo. Non solo filosofi in sintonia intellettuale con Jonas come Robert
Spaemann o Josef Seifert
si muovono nella medesima direzione, ma persino un autore come Peter Singer
distante anni luce dai filosofi menzionati. Già intorno alla metà degli anni
Novanta Singer era giunto a concludere che la definizione di morte cerebrale era
stato un "ardito espediente", che aveva consentito di trattare come
morte persone in cui soltanto il cervello aveva smesso di funzionare.
I medici, insomma,
staccano il respiratore ad esseri umani il cui destino certo è
irreversibilmente segnato, ma di fatto non ancora morti, e per giustificare la
liceità dei trapianti è stata introdotta con la nuova definizione di morte una
finzione che consente loro di anticipare il decesso al momento della cessazione
irreversibile delle funzioni dell'encefalo. Così Peter Singer con un
ragionamento che, pur giungendo a conclusioni etiche diverse da quelle di Jonas,
è costretto sia pure in modo implicito a riconoscere la validità della sua
critica. Non intendo tuttavia ora approfondire questo punto.
Vorrei piuttosto richiamare la vostra attenzione su un altro aspetto. Il
consenso intorno alla nuova definizione di morte su base cerebrale nasceva anche
dal fatto che la scienza medica, con rare eccezioni, accettò la proposta della
Commissione di Harvard. All'opinione pubblica essa venne (e viene) presentata
come una nuova acquisizione scientifica, che consentiva (e consente) persino una
migliore e più certa conoscenza della natura della morte. Ciò era senza dubbio
rassicurante: i medici, coloro che hanno competenza in merito, non avevano
dubbi, perché avrebbero dovuto averne i cittadini? Se la scienza medica ci dice
che la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni
dell'encefalo, per quanto ciò possa contrastare con la comune percezione della
morte, ci si dovrebbe fidare degli esperti e chi non si fida è in fondo
soltanto un oscurantista che si oppone con fantasticherie metafisiche al
progresso della conoscenza medico-scientifica. A tal punto attendibile veniva
ritenuta questa nuova definizione della morte che nel nostro paese si decise
persino di fissarla in una definizione legislativa, posta alla base delle norme
che accertano e certificano la morte. L'articolo 1 della legge n. 578 del 1993
recita infatti: "la morte si identifica con la cessazione irreversibile di
tutte le funzioni dell'encefalo". Peccato però che proprio negli stessi
anni in cui in Italia ci si spingeva a tanto, nel paese in cui era stata per
prima formulata, e per ironia della sorte nella stessa università, cominciasse
a manifestarsi un forte ripensamento critico nei suoi confronti, di cui ora
vorrei dar conto.
II
Rethinking Brain
Death è il titolo
significativo di un articolo pubblicato nel 1992 da due medici, Robert Truog e
James Fackler, su una autorevole rivista medica. Sulla base di documentate
ricerche i due autori dimostrano che pazienti, i quali rispondono agli attuali
criteri clinici adoperati per accertare la morte cerebrale, non necessariamente
presentano la perdita irreversibile di tutte le funzioni cerebrali.
A sostegno della loro tesi
i due medici portarono quattro argomenti che vorrei qui riassumere.
In primo luogo, in molti pazienti giudicati in stato di morte cerebrale non è
venuta meno la funzione endocrino-ipotalamica, persiste cioè l'attività
ormonale della ghiandola ipofisi e del centro nervoso (ipotalamo) che la
controlla; in secondo luogo in molti pazienti che si trovano in tale stato è
possibile registrare tramite encefalogramma una sia pur debole attività
elettrica localizzata in alcune zone della corteccia cerebrale, destinata a
spegnersi solo dopo 24-48 ore; in terzo luogo, alcuni pazienti continuano
insospettatamente a reagire agli stimoli esterni, come dimostra ad esempio
l'aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna a seguito
dell'incisione chirurgica prima del prelievo degli organi; in quarto luogo, in
molti pazienti definiti cerebralmente morti sono conservati i riflessi spinali.
Sulla base di una attenta analisi di questi quattro elementi Truog e Fackler
sono giunti a concludere che gli attuali mezzi clinici impiegati per accertare
la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo in realtà non
sono in grado di farlo. Si potrebbe pensare all'opinione isolata di due medici
controcorrente, subito smentita dalla comunità scientifica, e invece no:
quell'articolo per un verso confermava alcuni orientamenti già presenti e per
l'altro ha trovato ampie conferme nella letteratura scientifica, tanto da essere
oggi generalmente accolto. Ma se Truog e Fackler hanno ragione, allora se ne
dovrebbe concludere che spesso quando si prelevano gli organi il donatore è
ancora vivo. Dal momento che non sono ancora cessate tutte le funzioni
dell'encefalo il paziente sotto il profilo giuridico non può essere considerato
deceduto.
Questo dovrebbe valere a maggior ragione per il nostro paese in cui la morte
cerebrale totale è oggetto di una specifica disposizione normativa. Se la
condizione preventiva per autorizzare il prelievo di organi da cadavere è data
dalla cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo mi pare
evidente che se quella condizione non si verifica, neppure il prelievo dovrebbe
essere considerato lecito. Già questo mi pare sufficiente a mettere in crisi
l'identificazione tra morte cerebrale e morte di fatto. Ma v'è di più.
Non soltanto alcuni
pazienti in stato di morte cerebrale presentano ancora alcune funzioni
cerebrali, ma in altri pazienti, pur privi di funzioni cerebrali, l'organismo
manifesta una vitalità a tal punto sorprendente dall'essere molto difficile
sostenere che sia morto. Come abbiamo già accennato un forte sostegno alla
nuova definizione della morte nasceva dal fatto che si riteneva che pazienti
dichiarati cerebralmente morti non mancassero mai di sviluppare asistolia in un
breve lasso di tempo. Una tesi di per sé piuttosto discutibile dal momento che
affermare che in seguito alla morte cerebrale l'arresto cardiaco sia
invariabilmente imminente significa dire che il paziente sta per morire non che
è già morto. Ma al di là di questa considerazione è la tesi stessa ad
essersi rivelata empiricamente falsa, come meglio di ogni altro ha documentato
un autorevole neurologo statunitense: Alan Shewmon. Questo medico, che tra
l'altro era stato un convinto sostenitore della morte cerebrale, si trovò di
fronte ad un caso altamente inquietante che lo costrinse a modificare le sue
convinzioni: un bambino che era entrato in stato di morte cerebrale all'età di
quattro anni ed era ancora vivo all'età di diciotto anni e mezzo!
Non si tratta peraltro di un caso isolato; nella letteratura scientifica
sono tutt'altro che pochi i casi con sopravvivenza di una o più settimane e
molti di essi riguardano bambini o donne incinte in cui il supporto artificiale
viene mantenuto per l'insistenza dei genitori o per salvare il feto.
Shewmon ne conclude che è dunque priva di fondamento l'idea di sostenere che la
morte del cervello sia un indicatore della morte ravvicinata dell'intero
organismo. Viene così radicalmente messo in discussione uno dei pilastri su cui
si regge la nozione di morte cerebrale, vale a dire l'idea che il cervello
conferisca al corpo la sua "unità integrativa". L'unità integrativa
di un organismo non viene imposta dall'alto (dal cervello), ma è un fenomeno
olistico fondato sulla mutua interazione di tutte le sue parti. Si potranno
ovviamente discutere queste conclusioni, resta però il fatto che dopo le
analisi di Shewmon l'idea che il cervello sia essenziale per il funzionamento
dell'intero organismo risulta di fatto non più sostenibile.
Tutto ciò può avere
forti ripercussioni sul problema del trapianto degli organi - ed è questa in
fondo la ragione per cui l'apertura di un dibattito sul tema della morte
cerebrale risulta particolarmente difficile - anche se non credo che si debba
necessariamente giungere alla conclusione che i prelievi di organi da persone
cerebralmente morte vadano vietati. Sono invece convinto che occorra abbandonare
la finzione della morte cerebrale e passare ad una discussione etica (peraltro
in altri paesi già iniziata) che ci consenta di stabilire che cosa è lecito
fare di persone il cui cervello ha smesso di funzionare. Tutti sappiamo di dover
morire ma non sappiamo né quando né come moriremo. Subiamo la morte, ma al
contempo possiamo pure appropriarcene. Che altro è in fondo l’agonia se non
questa lotta di tutto l’organismo culminante con una resa accettata con
l’ultimo respiro? Oggi tuttavia questo evento assolutamente personale - la
morte è mia, unica ed irripetibile - rischia di diventare del tutto
impersonale. In particolare le tecniche di differimento della morte se molte
volte riescono a salvare vite umane, altre volte privano l’uomo della propria
morte. L’appropriazione della morte non avviene quando l’uomo può essere
tenuto sospeso in una condizione ambigua tra la vita e la morte per un tempo
indeterminato. Quando la morte diventa un processo controllato tecnologicamente
dobbiamo innanzitutto interrogarci su cosa siamo autorizzati a fare di una
persona nelle diverse fasi che possono contraddistinguere il processo del suo
morire (lo stesso si potrebbe dire per l'inizio della vita, ma qui il problema
è solo accennato). Vorrei spiegarmi con qualche esempio.
Non credo sarebbe lecito procedere al prelievo di organi da una persona che si
trova in stato vegetativo permanente, ma sono propenso a ritenere che dopo un
certo periodo di tempo, nel rispetto di alcune condizioni, si potrebbe
accelerare il processo di morte. Non credo che sarebbe lecito chiudere in cassa
un morto cerebrale, ma - diversamente da Jonas - ritengo che non si offenderebbe
la sua dignità se, nel rispetto di alcune condizioni, si prelevassero i suoi
organi. Raccapricciante troverei invece tutta quella serie di utilizzazioni
pratiche che Jonas paventava, vale a dire l'uso dei morti cerebrali per
fabbricare ormoni e altre sostanze, per sperimentare su di loro nuove terapie e
per la ricerca scientifica in genere.
Questa profezia jonasiana non si è ancora avverata, ma il nostro legislatore
sta alacremente lavorando in tal senso. Una proposta di legge di iniziativa di
alcuni deputati (la n. 5083) mira infatti a consentire, per la durata di un
anno, l'uso del corpo post-mortem a fini di studio e di ricerca
scientifica.
E poiché il criterio a cui si riferisce per stabilire la morte è quello,
stabilito per legge, della morte cerebrale il rischio che si corre è che - ahimè
- siano proprio i morti cerebrali le vittime privilegiate della ricerca.