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Allocazione delle risorse: etica e management sanitario,

livelli essenziali di assistenza (L.E.A.)

Antonio Dal Ponte

(ASL NA 1 - Istituto Italiano di Bioetica Campania)

(lezione tenuta nell'ambito dell'VIII Corso di formazione in Bioetica dell'IIBC)

L’art. 32 della Costituzione Italiana recita testualmente “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Questa sintetica ed incisiva frase trova conferma, alle soglie del 2000, in un documento/rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “salute e sviluppo nel Ventesimo secolo, rapporto sulla salute nel mondo” (Healt and Development in the 20th Century, in The World Report del 1999).

In tale documento è analizzata la gran trasformazione che è avvenuta nel Ventesimo secolo in tema di benessere degli individui, che non hanno visto niente di simile nella storia dell’umanità. Il costante miglioramento dell’attesa di vita, che ha avuto inizio in Europa nel tardo Novecento ed è continuato attraverso tutto il Ventesimo secolo, ha provocato enormi cambiamenti sociali, economici ed epidemiologici, miglioramenti tali da contribuire notevolmente allo sviluppo dell’economia e quindi al benessere della collettività. Da ciò si deduce che investire in salute può costituire uno strumento di politica macroeconomia.

Quindi investimenti economici, salute e consequenziale benessere collettivo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno svolto nel corso del Novecento, ed ancor di più alle soglie del 2000, un essenziale ruolo sociale. 

Ma che cosa si intende per benessere e salute?

Il benessere costituisce la misura della riduzione della povertà, la promozione di coesione sociale e l’eliminazione dei presupposti di qualsiasi tipo di discriminazione. Lo stato di buona salute della popolazione è fondamentale per una sostenibile crescita economica. Investimenti orientati alla salute non solo sbloccano nuove risorse per la stessa, ma hanno vantaggi più vasti poiché contribuiscono a lungo andare ad un generale sviluppo economico. 

Per ciò che riguarda poi il concetto di “SALUTE” risultano oggi del tutto inadeguate definizioni sicuramente restrittive tipo ”mente sana in corpo sano” o anche di “ perfetto equilibrio psico fisico” essendo mutate in tempi brevissimi le condizioni sociali ed economiche. Difatti gli orientamenti delle attuali strategie politiche  mirano sempre maggiormente ad indirizzare le collettività verso iperconsumi e mercati concorrenziali. A tale fine è sufficiente pensare alla frenetica innovazione tecnologica particolarmente evidente nel campo dell’informatica e della telefonia mobile, innovazioni che spostano sempre più verso l’alto le curve di soddisfazione dei clienti, nella ricerca di panieri di consumo di qualità sempre superiore.  In tali contesti  diviene sempre più gravoso sostenere una società fondata su valori ed è quasi impossibile attribuire un senso etico ai rapporti interrelazionali intesi nel senso più ampio possibile. Sono difatti sempre più frequenti, in tutti i contesti ambientali, i casi di esclusione volontaria e/o indotta con perdita d’identità, le difficoltà comunicative e quant’altro, per cui dare delle definizioni sintetiche come sopra riportate non solo non avrebbe alcun senso, ma non renderebbe appieno l’enorme dimensione ed importanza di tutta la problematica connessa allo stato di “salute” e “benessere”. Anche la salute difatti va interpretata in senso vasto, quasi universale, avendo di necessità bisogno di un supporto fortemente etico e formativo non solo da parte delle istituzioni (istituzione intesa in senso ampio, formazione nell’ambito della famiglia e quant’altro) ma anche da parte di tutte le articolazioni relazionali e sociali (familiari, lavorative, interrelazionali in senso lato etc….).

Detto ciò e volendo ripercorrere le problematiche connesse alla “sostenibilità economica del macro sistema sanitario” bisogna in ogni caso riconoscere, pur tenendo nel debito conto che investire in salute favorisce sviluppo economico e benessere, che esiste oggi un problema di “sostenibilità economica del sistema sanitario.

A tale riguardo è utile riportare alcuni dati forniti dalla “Comunità Europea” in tema di tendenze dei costi sanitari. La “Commissione delle Comunità Europee” pubblicò nel 1998 un importante documento sull’andamento della spesa sanitaria in Europa (progetto di comunicazione “della Commissione Europea” al Comitato economico delle Regioni sullo sviluppo della politica della Sanità pubblica nella Comunità….etc, del 14/04/1998). In tale documento viene chiaramente affermato che la spesa sanitaria nel corso degli ultimi trenta anni è raddoppiata in termini di percentuale del prodotto interno lordo, variando dal 5% al 10% a seconda dello stato membro.

Tale spesa resta comunque inferiore a quella degli Stati Uniti, che supera di gran lunga il 14%.

Quali i fattori che hanno inciso su tali aumenti?

Essenzialmente si possono riassumere come di seguito riportato:

1.     Tendenze demografiche:

Ø     Invecchiamento della popolazione, dovuto a riduzione della natalità ed al miglioramento delle aspettative di vita.

Ø     Fenomeni migratori, con progressiva trasformazione delle popolazioni occidentali in società multietniche.

2.     Tendenze epidemiologiche aumento delle malattie cronico-degenerative:

3. Tendenze sociali, come già sopra sinteticamente riportato, con conseguente complessità delle   problematiche legate all’esclusione sociale e loro impatto sanitario ed economico.

4.     Tendenze sanitarie politiche e tecnologiche:

Ø     Miglioramento della qualità dei servizi;

Ø     Forte spinta all’innovazione tecnologica.

5.  Aspettative e preoccupazioni dei cittadini, espresse come livello di qualità percepita e di soddisfazione del cliente (Customer Satisfaction).

Tutto quanto sopra detto ha comportato che, già da tempo ed ancor di più oggi, le scelte di politica sanitaria si sono orientate verso modelli organizzativi che, compatibilmente con le risorse disponibili (“sostenibilità economica del sistema), possano garantire a tutti i cittadini in modo uniforme quelle prestazioni ritenute indispensabili ed essenziali.

Difatti già nel lontano 1978 con il passaggio dagli enti ad un'unica U.S.L. si parlò di livelli uniformi di assistenza, livelli sanciti definitivamente dal Decreto legislativo 502/92, recentemente modificato dal Decreto Legislativo 229 del 1999.

Quindi garantire alla collettività tutta ed in modo uniforme dei “Livelli Essenziali di Assistenza” (L.E.A.) diventa un obbligo sancito dalla legge, obbligo che sia le Regioni sia le Aziende sanitarie devono ottemperare.

Tale necessità si avverte ancor più oggi in presenza di chiari indirizzi politici di “Federalismo Sanitario”.

Difatti per le  Regioni meno attrezzate diventa sempre più pressante la necessità di individuare strategie prevalentemente incentrate sulla prevenzione, con conseguente riduzione del carico assistenziale, onde evitare il rischio di essere costretti ad offrire ai cittadini un’assistenza sanitaria di serie “B”.

Quindi maggiore centralità dell’assistenza sanitaria territoriale (A.S.T.) con consequenziale potenziamento del ruolo esercitato dal Medico di Medicina Generale (M.M.G.) e del Pediatra di libera scelta. 

Ciò detto, analizzeremo ora sinteticamente quali sono le aree garantite e non dai Livelli Essenziali di Assistenza.

1.  Assistenza sanitaria collettiva in ambienti di vita e di lavoro che comprende essenzialmente le sotto elencate attività:

Ø     Malattie infettive e parassitarie;

Ø     Vaccinazioni;

Ø     Attività volte a ridurre gli inquinamenti ambientali;

Ø     Attività volte a ridurre gli infortuni sul lavoro;

Ø     Attività volte a potenziare la sanità animale e degli alimenti;

Ø     Attività volte a garantire le certificazioni per le assenze dal lavoro.

2.           Assistenza distrettuale, che garantisce le sotto elencate prestazioni:

Ø     Medicina di base e domiciliare;

Ø     Guardia medica;

Ø     Emergenza/urgenza territoriale;

Ø     Assistenza farmaceutica

Ø     Assistenza integrativa alimentare e per persone affette da Diabete Mellito;

Ø     Assistenza specialistica e diagnostica;

Ø     Assistenza protesica;

Ø     Assistenza domiciliare;

Ø     Cure termali,

Ø     Assistenza sanitaria rivolta alla tutela della maternità e dell’interruzione volontaria della gravidanza (I.V.G.), assistenza rivolta ai disabili, alle persone dipendenti da droghe e da alcool, alle persone in fase terminale o con H.I.V., agli anziani e alle persone con problemi psichiatrici.

3.     Assistenza ospedaliera che, deve garantire le seguenti prestazioni:

Ø     Pronto soccorso attivo;

Ø     Ricovero ordinario;

Ø     Day Hospital e Day Surgery;

Ø     Ospedale domiciliare;

Ø     Riabilitazione;

Ø     Lungo degenza;

Ø     Trasfusioni e trapianti d’organo.

Particolare attenzione  viene rivolta alle fasce di utenza di seguito indicate:

q       Cittadini invalidi,

q       Affetti da malattie rare;

q       Affetti da fibrosi cistica;

q       In trattamento dialitico;

q       Affetti da lebbra;

q       Bisognosi di cure estere presso centri specialistici.

In considerazione del crescente aumento del fenomeno dell’immigrazione, per motivazioni sicuramente di natura umanitaria ma anche al fine di garantire la tutela di norme igienico sanitarie sul territorio nazionale, sono garantite gratuitamente agli extracomunitari le seguenti prestazioni:

q       Tutto ciò che rientra nella prevenzione;

q       La tutela della maternità e dell’infanzia, comprese le vaccinazioni;

q       La diagnosi e cura delle malattie infettive.

Rientrano inoltre nei L.E.A. le cure dentistiche nei bambini e negli anziani e la riabilitazione motoria a tutti i cittadine.

Esaminiamo ora quali sono le prestazioni non garantite:

·        Prestazioni nell’ambito della chirurgia estetica (escludendo i trattamenti post-tarumatici e quelli necessari a ridurre e/o correggere le patologie malformative);

·        Circoncisione maschile;

·        Medicina non convenzionale (ad eccezione dell’agopuntura per anestesia);

·        Trattamenti di riabilitazione fisica;

·        Certificazioni mediche ad eccezione di quelle per attività scolastica o per assenza per malattia).

Ben più complesse appaiono, per il forte e sempre crescente assorbimento economico, le modalità di gestione  dell’assistenza farmaceutica. Risultano inoltre le modalità di cui sopra più complesse anche per un avvicendarsi di norme, non ultima la delibera della Giunta Regionale della Campania che pone diversi vincoli all’utilizzazione di farmaci “ritenuti non essenziali” dalla Commissione Unica dei Farmaci (C.U.F.).

In origine i farmaci erano stati distribuiti su cinque distinte fasce, secondo criteri di erogabilità gratuita o con  parziale e/o completa contribuzione alla spesa da parte degli utenti, ma anche secondo criteri di una possibile sostituzione con molecole omologhe a costi più contenuti.

In dette fasce i farmaci venivano così distribuiti:

A)              Farmaci completamente gratuiti (prescrivibili in alcuni casi con note);

B)               Sessantuno molecole (sostituibili con molecole a minor costo, garantendo comunque efficacia ed appropriatezza del trattamento). In questa fascia la Regione ha facoltà di applicare, ove lo ritenga opportuno, un ticket a carico del paziente con un importo massimo non superiore al 20% dell’importo totale.

B1)   Novantuno molecole sulle quali le regioni possono applicare un ticket con importo massimo non superiore al 50% dell’importo totale;

C)              A totale carico dei cittadini;

H)              Gratuiti solo se utilizzati in strutture sanitarie o forniti dalle stesse.

Risulta evidente quindi che gli attuali indirizzi di politica economica attribuiscono alle Regioni ampi margini di contenimento della spesa farmaceutica sia con la compartecipazione economica dei cittadini alla stessa con quote comunque non superiori al 20 ed al 50% del costo totale del farmaco, sia con  l’utilizzazione di trattamenti terapeutici con molecole sovrapponibili ma a costo inferiore. Nel secondo caso comunque viene posto come vincolo/obbligo delle Regioni l’appropriatezza e l’efficacia del trattamento. Ulteriore possibile meccanismo di riduzione della spesa viene attribuito alle Regioni dalla “Commissione Unica del Farmaco”, che dà facoltà di caricare, progressivamente e gradualmente sui cittadini, quote economiche di compartecipazione alla spesa fino al totale assorbimento economico dei farmaci, limitatamente a “Farmaci ritenuti dalla stessa Commissione non ESSENZIALI”.

Quest’ultimo vincolo risulta sicuramente discutibile da chi, nella pratica clinica quotidiana deve spesso, onde offrire terapie appropriate ed efficaci, modificare precedenti trattamenti per inadeguata e/o insufficiente risposta biologica da parte del paziente al farmaco precedentemente utilizzato (coloro che di fatti operano in tale settore della sanità sono pienamente consapevoli che le “risposte biologiche individuali sono frequentemente diversificate “Non è difatti possibile adattare a tutti la stessa taglia”).

Concludendo e volendo percorrere un indirizzo di gestione delle risorse oculato e finalizzato ad un sempre maggiore equilibrio tra appropriatezza, efficacia, compatibilità delle prestazioni e sostenibilità economica del sistema, quale  alternativa propositiva può essere anteposta ad una politica di tetti di prestazioni e/o  tagli di spesa?

Esiste una tale opportunità che si rileverebbe sicuramente meno lesiva dei sopra indicati diritti alla salute dei cittadini?

Il mio pensiero risulta orientato in tale senso e volendo pertanto perseguire tale logica di diritto sottopongo a me ma anche  ad eventuali lettori i sottoindicati quesiti:

Ø     Sarebbe opportuno e comunque di utile ritorno economico investire e quindi potenziare sempre maggiormente studi statistici ed epidemiologici, onde orientare risorse economiche verso patologie in crescente aumento, spesso invalidanti e ad ampio impatto sociale?;

Ø     Le logiche di strategie di gestione in un’Azienda sanitaria sono poi tanto diverse da quelle che normalmente percorre un Azienda / Impresa privata nei confronti di un libero mercato concorrenziale e non monopolistico?( vedi fig. 1 - rapporti Azienda / Impresa e ambiente -);

 

 

Ø     L’organizzazione e la gestione interna di un’Azienda sanitaria si diversificano poi tanto dalle problematiche che investono il campo del privato?. Mi riferisco essenzialmente a problemi di obsolescenza tecnologica, di ammortamenti, di rimanenze, di magazzinaggio, di esteriorizzazione di linee di attività non centrali al sistema e di gestione del personale;

Ø     L’acquisizione di prestazioni sanitarie a costi più contenuti da società di servizi esterne all’Azienda è possibile o no?;  Risulta possibile solo ed unicamente se il controllo esercitato dalla struttura pubblica sulla qualità delle prestazioni offerte ed erogate dalla società esterna assuma un ruolo fortemente etico;

Ø     Formare il personale , unica risorsa aziendale dinamica e flessibile al fine di operare ove necessario processi di riconversione, di selezione e di orientameno dello stesso solo dopo una attenta analisi attitudinale, è sostanziale?;

Ø     Uno stile direzionale partecipativo, stile finalizzato alla creazione di motivazioni non solo economiche, può ritornare utile al fine di una oculata gestione aziendale? (fig. 2 - teoria dei bisogni gerarchici di Abraham Maslow-);

 

Ø     Infine, è sostanzialmente vero che l’Azienda sanitaria non si diversifica poi tanto dalle Aziende / Imprese private, sia per ciò che concerne la gestione interna che quella esterna?.

Tutti i costi e gli investimenti in un sistema sanitario che ponga al centro del sistema stesso il diritto alla salute dei propri cittadini, deve orientare tutte le scelte strategiche alle creazione di un unico valore aggiunto “la salute ed il benessere della collettività” (Fig. 3 - rapporti Azienda sanitaria ambiente -

 

 

Riferimenti bibliografici:

§         Stampacchia Paolo (2001) –L’impresa nel contesto globale – G. Giappichelli Editore – Torino.

§         De Leo F. (1995) – Le Determinanti del Vantaggio Competitivo : il contributo della resource-based view, Egea, Milano.

§         Sciarelli Sergio (2001) – Economia e gestione delle imprese - CEDAM

Riferimenti legislativi:

§         Decreto Legislativo n° 502/92;

§         Decreto Legislativo n° 229 del 19/06/1999;

§         Accordo Governo Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano dell’8/8/2001;

§         Decreto Legge n° 347 del 18/09/2001;

Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29/11/2000


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